Denominazione: Alta Langa Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Giudizio:
3
Lo confesso, mi ero sentito un po’ in colpa, come italiano e come grande sostenitore dei vini piemontesi, soprattutto se radicati nella storia vinicola di quella grande regione da vino, quando avevo letto – come avevo riferito qui – che una grande azienda, un grande marchio storico come Gancia aveva venduto e ceduto la proprietà al solito neo-miliardario russo.
Ho pensato che noi comunicatori ed i consumatori italiani avremmo potuto fare di più per questa azienda e fare in modo che tornando i conti finanziari la Gancia, trovandosi in salute, rimanesse in mano alla famiglia.
Certo, in questi anni le decisioni del management erano state contraddittorie, come quando l’azienda di Canelli aveva scelto di inserire in gamma e commercializzare, come fanno disinvoltamente tanti imbottigliatori senza storia né blasone, anche un Prosecco, dimenticando di essere simbolo dell’Asti.
Ma cosa potevano fare i consumatori italiani, oltre ad acquistare Asti e prodotti vari e cosa potevamo fare noi comunicatori, con tutto l’affetto possibile e comprensibile per il marchio Gancia, se l’azienda stessa in questi anni, con scelte contraddittorie e livelli qualitativi non esaltanti, mai quelli che sarebbe stato lecito attendersi da un’azienda leader, ha dimostrato di non volere o riuscire ad essere la numero uno del suo settore che avrebbe dovuto essere?
Ragionamenti questi che mi sono fatto, sgravandomi progressivamente da ogni eventuale senso di colpa, e sentendomi libero di poter dire la mia più che sulla Gancia sulle sue bollicine metodo classico, come avevo fatto qui e poi ancora qui lo scorso anno. Considerazioni, le mie, fatte pensando che Gancia è stata la prima, nel lontano 1865, a produrre vini metodo classico in terra italiana e che quindi potesse produrre vini all’altezza del proprio blasone.
Per verificare se questa corrispondenza esistesse ho scelto il top della gamma di metodo classico di Casa Gancia, quelli targati con la Doc e ora Docg Alta Langa, e nientemeno che l’altisonante, nel nome quantomeno, Alta Langa Riserva Cuvée 60 mesi 2003, ottenuto da uve Pinot nero e Chardonnay da vigneti posti oltre i 250 m di altitudine sulle colline delle Langhe e Monferrato nella zona riconosciuta da questa denominazione, un millesimato figlio della caldissima annata 2003, degustato in esemplare dalla sboccatura dichiarata 2010, un vino che subisce un lento affinamento a contatto con lieviti naturali per almeno 60 mesi nelle Cantine storiche.
Un vino ambizioso secondo i progetti dell’azienda, con un processo di vinificazione che, come dice la scheda tecnica, prevede che la spremitura delle uve, raccolte in cassette, avvenga “tramite il Marmonnier e solo il 50% del mosto entra a far parte della cuvée.
Tutte le frazioni dell’uva pressata vengono poi fatte fermentare in barriques e in acciaio a temperatura controllata. Rimangono per oltre sei mesi sui propri lieviti prima di formare la grande cuvée che verrà fatta fermentare in bottiglia con l’aggiunta di lieviti selezionati da Casa Gancia”.
Un Alta Langa che secondo la scheda aziendale “è consigliato a tutto pasto, esalta il sapore degli antipasti, primi piatti di pasta e riso. Ottimo in abbinamento a carni bianche e delicate e pesce, è proposto anche con formaggi di media stagionatura”.
Con simili caratteristiche dovrebbe essere pertanto un Alta Langa gastronomico (dal prezzo importante, visto per il millesimo 2005 la guida Sparkle Bere spumante 2012, parla di 35 euro, assegnandogli il massimo punteggio definendola “saggia cuvée”) ma piacevole da bere, una di quelle bottiglie che quando le stappi non restano certo piene o quasi sul tavolo e volano via…
Invece, stappata la bottiglia, le buone intenzioni sono rimaste tali. Bellissimo il colore e conforme alla descrizione entusiastica del vino (annata 2005) data sulla guida sopra citata che parla di “calice giallo dai lievi riflessi oro”, e che io definisco più semplicemente paglierino oro vivo e brillante, fine il perlage, ma passato alla fase olfattiva sono subite iniziate le mie perplessità.
Nessuna traccia di quel “turbinio di sensazioni che scuotono la memoria, affinano i sensi” annunciato da Sparkle Bere spumante, e piuttosto un naso molto maturo quando non surmaturo, ricco, pesante, di una pesantezza e fiacchezza molto gnucca stile Oltrepò Pavese, con frutta esotica protagonista, accenni burrosi, vanigliati e dolci, di spezie, privi di freschezza ed eleganza, piuttosto statici, come se il vino fosse già in parabola discendente e non avesse più molto da dire.
Ancora più deludente al gusto, molto pieno, largo, voluminoso (stavo dicendo ingombrante) ma terribilmente asciutto, fiacco, secco, carente di nerbo, monocorde e noioso, prevedibile e soprattutto, con la sua astringenza, quella nota di legno già presente nei profumi che emerge ancora di più in bocca, totalmente privo di piacevolezza, pesante, più un vino (legnoso) che un metodo classico millesimato che, seppure ambizioso e importante, riesce a farsi bere.
Una valutazione, per eccesso più che per difetto, di 3 stelle quando penso che due e mezzo sarebbe state più che sufficienti…
E così, per bere una buona bottiglia di metodo classico abbinato ai piatti che stavano arrivando in tavola ho dovuto ricorrere alla bottiglia di riserva, un TrentoDoc millesimato, ma quanto più equilibrato, buono e piacevole!, che, per ogni sicurezza, avevo parimenti messo in fresco.
Magari quell’Alta Langa Riserva Cuvée 60 mesi 2005 celebrato e magnificato come un grande vino dalla guida sopra citata sarà completamente diverso e con ben altra personalità da questo 2003, ma alla luce di questo presunto top di gamma devo dire che non ci siamo proprio.
Ed il rammarico, tutto nazionalistico e patriottico, per il marchio Gancia passato al proprietario della azienda Russkij Standard, tale Rustam Tariko, sparisce. Che se li bevano i russi, se piacciono loro, metodo classico del genere…




Luca
gennaio 20, 2012 alle 4:18 pm
Caro Franco,
nessun rammarico patriottico per il cambio di bandiera di Gancia: l’Italia non ha bisogno di aziende come questa.
Sarò forse troppo intransigente ma per Gancia vale lo stesso discorso di altre aziende come Alitalia: a parte la loro storia e la loro “dimensione” cosa hanno da dare al nostro paese? Se non sono in grado di offrire un prodotto/servizio degno del loro blasone che vengano acquistate da capitali esteri o che falliscano pure, lascierebbero spazio a chi lavora seriamente tutti i giorni.
Francesco Bonfio
gennaio 22, 2012 alle 10:26 am
Franco,
post ineccepibile per considerazioni e conclusioni. Imperfetto quando scrivi
“…mai quelli che sarebbe…” perché non possiamo trascurare che un tentativo, per molti aspetti riuscito, dove semmai si può dire che non ci sia stata costanza e fiducia nel continuarlo, alla fine degli anni ottanta fu fatto. Fu allorquando fu chiesta ed ottenuta la consulenza di Giorgio Grai che nel giro di poco riuscì a far produrre dei vini spumanti e fermi di indubitabile livello. Su tutti il Gancia dei Gancia ed il fiore all’occhiello, quel Vintage dei Gancia, di cui in particolare il millesimo 1988, fu un capolavoro, e appena possibile ne assaggiamo insieme una bottiglia che ha vent’anni di vita.
simona
febbraio 2, 2012 alle 4:37 pm
Per fortuna le aziende locali sono tante e tutte con ottimi prodotti!