Valutazioni sorprendenti sui Franciacorta Docg proposte da Wine Surf!

Discorso molto interessante quello proposto dal giornalista toscano Carlo Macchi, sul suo sito Internet Wine Surf, non solo sulla qualità ma sulle modalità di commercializzazione dei Franciacorta Docg, una cui vasta gamma di vini ha potuto degustare dopo una “sosta forzata” che ha permesso a tutti i campioni assaggiati di avere almeno 6-7 mesi di bottiglia e non, come capita quando assaggi a maggio-giugno, 50-60 giorni.
La maggiore permanenza in bottiglia è stata di grandissima importanza per permettere ai vini (in particolar modo ai Brut ed ai Saten “base” cioè non millesimati) di potersi aprire aromaticamente, affinarsi e rendersi più equilibrati, complessi e, oserei dire, compiuti”.
Macchi sostiene – leggete qui – che “questo grande vantaggio per noi ci porta però subito ad evidenziare uno dei maggiori problemi con cui la Franciacorta dovrà fare in futuro i conti e cioè il tempo di permanenza, dopo la sboccatura, dei vini in cantina. La stragrande maggioranza delle aziende, a causa anche al grande successo commerciale del vino, sbocca praticamente tutti i mesi e quindi è costretta a mettere in commercio prodotti ancora molto, molto, molto chiusi e molto, molto, molto, lontani dal loro vero livello qualitativo.
Un po’ come se si mettesse in commercio un Barolo con un mese di affinamento in bottiglia: anche se il vino è di livello ben pochi riuscirebbero ad apprezzarlo compiutamente”.
Si tratta di una pressione di tipo economico, perché come annota ancora Macchi, “un grande produttore ci diceva che la continua discussione tra il settore commerciale e quello produttivo  è proprio sulla richiesta da parte del secondo di una programmazione delle vendite che, regolarmente, non si riesce a fare.
Forse dovrebbe intervenire il Consorzio imponendo un tempo minimo (6 mesi almeno) di permanenza in cantina dopo la sboccatura, altrimenti non si corre il rischio ma si ha la certezza che un’ampia fetta delle bollicine franciacortine verranno stappate e non godute, almeno non al 100%. In futuro questo “stappare e non godere” potrebbe anche riflettersi sulle vendite”. Proposte da tenere in seria considerazione e rendere oggetto di attenta valutazione quelle di Macchi.
Diverso invece il discorso, ma lo preciso, la valutazione ed il giudizio sui vini è sempre soggettivo, relativo agli assaggi per tipologie.
Concordo con Macchi quando definisce i Pas Dosé “la vera perla della Franciacorta. La tipologia in cui si può essere (quasi) certi di avere a che fare con vini di indubbio valore.
I pas dosé, oltre ad essere i vini con i nasi più complessi e con i palati più austeri, ma filanti e piacevoli, danno anche un senso compiuto alla differenza tra millesimati e vini senza annata”.
E sostanzialmente mi sento di condividere il giudizio positivo sui Brut, a proposito dei quali parla di “netto miglioramento. Infatti mai avevamo avuto il piacere di trovare  i vini senza annata della tipologia più prodotta e conosciuta ad un tal livello qualitativo.
Nasi definiti e complessi, bella freschezza finalmente in evidenza, un generalizzato minor uso della liqueur, tutte caratteristiche che non possono che far ben sperare per l’evoluzione negli  anni  della qualità in Franciacorta”.
Non lo seguo invece quando a proposito dei Satèn dice che “la quadra invece sembra averla trovata. Saranno stati il maggior numero di mesi in bottiglia, sarà stato il millesimo base di molti vini (2008), fatto sta che i saten assaggiati ci sono sembrati per la prima volta una tipologia con caratteristiche similari e soprattutto con caratteristiche positive.

Non più estremamente dolci, non più assolutamente marcati da legno, non più troppo leggeri e finalmente dotati di complessità unita a  piacevolezza e last but not least, a freschezza. Sono i vini che hanno fatto il maggior salto di qualità e , al loro interno, ci hanno convinto più i senza annata che i millesimati. I primi infatti svolgono alla perfezione il loro ruolo di piacevolezza con la giusta complessità e cremosità”.
Io di Franciacorta ancora piuttosto dolci e “marcati del legno” ne trovo ancora tanti, anzi troppi, e “caratteristiche similari” ovvero uno “stile Satèn” non l’ho ancora visto e lo sto aspettando.
Totale dissenso, invece, circa la valutazione degli Extra Brut, che secondo Wine Surf “non accennano minimamente ad uscire da quel limbo in cui stanno da anni. Mancano quindi i vini di altissimo pregio ma purtroppo latita generalmente tutta la tipologia, con una qualità media non certo altissima, almeno rispetto a quello che uno si aspetterebbe e soprattutto dei Rosé. Macchi scrive: “Anche se in questa tipologia abbiamo trovato il vino più buono della degustazione dobbiamo per forza confermare il nostro giudizio degli scorsi anni.
Vini poveri, con scarse gamme aromatiche, con poca profondità in bocca. La tipologia è di moda, il vino tira, ma ancora in Franciacorta si deve imparare a lavorare, in rosso, con il Pinot Nero. Colpisce constatare come aziende che propongono ottimi pinot nero vinificati in bianco, di fronte ad un rosé si smarriscano e perdano per strada potenza, finezza, complessità.
Di diverso rispetto agli anni scorsi ci sono solo due-tre vini di altissimo livello; questo ci fa grande piacere ma, davanti a più di 50 vini degustati, una rondine non fa primavera”.
Anch’io ho avuto modo di degustare, alcuni mesi fa, oltre 50 Franciacorta Rosé, ma come ho scritto, in un ampio articolo pubblicato quest’estate sul sito Internet AIS, e che potete leggere qui, ma ho riscontrato una qualità media più che soddisfacente, con Rosé di diversa personalità, i meno interessanti, i più banali e prevedibili, quelli che personalmente non mi fanno venire alcuna voglia di passare dall’assaggio alla beva, i vini furbetti, rotondetti, ammiccanti e “ruffiani” con un frutto confettoso, caramelloso, vanigliato enfatizzato da un dosaggio degli zuccheri abbondante.
Ma questi vini sono stati una minoranza rispetto a tanti Franciacorta rosé, soprattutto quelli nati da una percentuale di Pinot nero ben superiore allo striminzito 25% minimo previsto dal disciplinare, succosi, di buona profondità, finezza, profondità, molto piacevoli da bere senza essere piacioni.

14 commenti

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14 commenti

  1. Robert McIntosh (@thirstforwine)

    gennaio 12, 2012 alle 10:36 am

    Molto interesante. Condivido molte delle tue conclusioni anche se ho provato poche bottiglie. Il problema di tempo dopo sboccatura (o invechiamento di vino finito in bottiglia) e la stessa di TUTTO il mondo del vino, non solo le bollicine. E per quello che regioni come Rioja hanno un vantaggio con il consumatore – non lo sanno, pero piacciono i vini perche ogni volta che le bevono sono piu pronte a bere.

    Mi sono piaciuti molto i franciacorta pas dose, e penso anche che i brut erano interresanti. Io, i Saten non li ho capiti – troppo diversi, e molte volte troppo complessi per il concetto del stile (come e spiegato). Finalmente, con i milesimati, la verita e che penso (io, come un visitatore non esperto della zona) che c’e piu una gara per invechiare i vini che di creare un prodotto godevole e anche commerciale.

    Comunque, mi sono piaciuti molto i vini che ho provato questo anno durante la conferenza e grazie per avermi aiutato a scoprire un gioiello nuovo 🙂

  2. Il contestatore

    gennaio 12, 2012 alle 1:54 pm

    Penso che Macchi scriva spesso se non sempre capperinate verso il Franciacorta.
    Ahimè questa volta devo costatare che ha ragione Ziliani, ma la prego non pubblichi più birbonate come quelle scritte da Macchi, che di Franciacorta conoscere solo nome!(vedasi articoli precedenti sulle enoteche,incompetente).

    • Franco Ziliani

      gennaio 12, 2012 alle 4:07 pm

      primo pubblico quello che voglio, secondo Carlo Macchi é tutt’altro che incompetente… Chiaro?

      • Il contestatore

        gennaio 12, 2012 alle 7:58 pm

        incompetente ed odiato come lei in Franciacorta…ne prenda atto TDC!

        • Franco Ziliani

          gennaio 12, 2012 alle 8:16 pm

          l’ennesima esternazione di un autentico imbecille. Perché solo un imbecille, un perfetto idiota, può fare commenti del genere

  3. Luca

    gennaio 13, 2012 alle 11:51 am

    Concordo anche io sui Pas Dosè come vera perla della Franciacorta. Sarà forse perché lo Chardonnay a queste latitudini si presta benissimo per tale tipologia?
    Molti Satèn sono furbetti è vero. Quello che mi ha convinto di più, con una sua identità precisa, è quello di Cavalleri.
    Sui rosè non mi pronuncio: i pochi provati non mi hanno mai convinto (anche per questione di gusto personale).

  4. Carlo Macchi

    gennaio 16, 2012 alle 5:55 pm

    Caro Franco, non ti mettere a discutere con il signor Balestra, non ne vale la pena. Noto solo con rammarico che non riesce proprio ad usare toni civili.

    • Franco Ziliani

      gennaio 16, 2012 alle 6:35 pm

      Carlo, pubblico il tuo commento ma non ho elementi per ritenere che tale “contestatore” sia la persona che dici tu… Anzi, tendo ad escluderlo…

    • Giovanni Arcari

      gennaio 16, 2012 alle 7:14 pm

      Carlo, dubito seriamente che si tratti di Gigi Balestra e ancor meno di Michele Loda, da un paio d’anni titolare de “il Pendio”…

  5. Carlo Macchi

    gennaio 16, 2012 alle 8:45 pm

    Sai…ho provato a fare due più due… Se così non fosse mi scuso con il signor Balestra.

  6. Matteo

    gennaio 23, 2012 alle 3:12 pm

    Sarebbe finalmente segno di buon senso se il Consorzio Franciacorta ci obbligasse a tenere i vini in cantina per un periodo minimo prima della commercializzazione.
    Lo sanno anche le menti più malate che un vino come il Franciacorta (che per di più subisce anche lo stress della sboccatura) non si può definire pronto dopo solo pochi giorni.
    Capitolo Rosè: che lo vogliate o no, in Franciacorta il Pinot Nero non avrà mai e non sarà mai un vitigno di riferimento. Tanto vale farsene una ragione e pensare che importare dell’uva dall’Oltrepo non sarebbe una sacrilegio…

    • Franco Ziliani

      gennaio 23, 2012 alle 4:22 pm

      Matteo, mi auguro che lei non sia un produttore franciacortino visto che scrive “se il Consorzio Franciacorta ci obbligasse a tenere i vini in cantina”. Perché se fosse un produttore di Franciacorta a pensare che “importare dell’uva (Pinot nero) dall’Oltrepò non sarebbe un sacrilegio”, allora ci troveremmo di fronte ad una pericolosa e preoccupante crisi di identità. Tanto più ora che una grande azienda che produceva metodo classico con un mix di uve franciacortine, trentine e oltrepadane ha deciso di riconvertire la propria produzione a Franciacorta Docg…

      • Matteo

        gennaio 23, 2012 alle 4:57 pm

        Io sono orgogliosamente produttore franciacortino e purtroppo troppe volte mi trovo in contrasto con certe scelte fatte dal Consorzio. Io sarei stato per l’obbligatorietà della data di sboccatura in etichetta, cosa che invece è stata bocciata. Le scelte restrittive per cercare la massima qualità passano anche da scelte impopolari e, spesso, che vanno contro il mero discorso commerciale. Io ho una piccolissima cantina e sicuramente il mio punto di vista è distante anni luce da quello di coloro che hanno in cantina centinaia di migliaia di bottiglie. La mia provocazione sul Pinot Nero, infine, è frutto di un semplice ragionamento: se non ti riesce bene un prodotto tanto vale acquistarlo da chi lo fa decisamente meglio di te (in questo caso dovuto semplicemente alla morfologia del terreno e a condizioni meteo).

        • Franco Ziliani

          gennaio 23, 2012 alle 5:20 pm

          Matteo sarò franco: mi preoccupa pensare che in Franciacorta ci siano produttori, come lei, che dimostrano, con questo ragionamento, scarso attaccamento al proprio territorio e alla specificità dei vini che vi si producono.
          La stessa cosa avrei detto di fronte ad un produttore oltrepadano che avesse proposto come giusto e lecito ricorrere ad un po’ di Chardonnay franciacortino per correggere il proprio Pinot nero.
          Quanto al fatto che in Franciacorta non si possa produrre dell’ottimo Pinot nero e che non si possano fare dei Rosé con una parte preponderante di Pinot nero le consiglio di assaggiare un po’ di Franciacorta Rosé con ben più del 25% di Pinot nero previsto dal disciplinare di produzione. Forse cambierà idea e non proverà la tentazione di chiedere un aiutino al Pinot nero oltrepadano…

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