Brut metodo classico Cave de Morgex et de la Salle

In un mondo normale, e non solo nel migliore dei mondi possibili, lo si sarebbe fatto con questo Brut e non con un Prosecco, che con la Valle d’Aosta c’entra come i cavoli a merenda, il brindisi di Capodanno nella discussa diretta Rai da Courmayeur di cui ho parlato lungamente qui e poi ancora qui che ha visto invece lo Charmat di una nota azienda della Marca Trevigiana propagandato con effetto spot ai telespettatori del 31 dicembre 2011.
Diretta di Capodanno, lo ricordo, primo capitolo, dal costo superiore al milione di euro, di un recente accordo tra Regione, Chambre valdôtaine e Rai che determina una sinergia per il rilancio e il rafforzamento dell’immagine della Valle d’Aosta sui canali della televisione pubblica per pubblicizzare le “eccellenze della Valle d’Aosta e, quindi, il sistema produttivo e turistico che vogliamo esportare e sostenere, in particolare in questo difficile momento economico”.
Nella splendida Vallée, dove le cose sono meno idilliache di quello che possono apparire all’esterno, sono riusciti nel capolavoro di far brindare, televisivamente parlando, a Prosecco, anche se in Valle bollicine metodo classico si producono, autoctone e di indiscutibile valore, enologico e non solo culturale o di pura testimonianza.
Sono bollicine di montagna, prodotte da vigneti che arrivano a 1000-1200 metri di altezza, ai piedi del Monte Bianco da un’uva rara e particolarissima come il Prié blanc, dotata di un corredo acido indomito, nella Cave du Vin blanc de Morgex et de la Salle, storicamente per merito di un grande studioso e docente di enologia, Luciano Usseglio-Tomasset, dell’Istituto Sperimentale dell’Enologia di Asti, che ebbe l’intuizione della vocazione spumantistica di questa cultivar e spinse la Cave a sperimentare anche questa tipologia di vini.
Una cantina, la Cave du Vin Blanc de Morgex et de La Salle, fondata nel 1983 che tratta oltre il 90% delle uve raccolte nei comuni di Morgex e La Salle, per un totale di 20 ettari di superficie.
Vigneti che si estendono sulla sinistra orografica della Dora Baltea nell’ultimo tratto della Valle d’Aosta che si apre nella stupenda e maestosa valle, la Valdigne (degna di un re, appunto), tra i più alti d’Europa e sono consacrati al vitigno Priè – biotipo Blanc de Morgex, “di cui non si conosce con esattezza l’origine. Alcune fonti vorrebbero attestata la viticoltura a bacca bianca in quest’area fin dall’VIII sec. e, probabilmente, dall’epoca dei Romani.
Una tradizione locale lo vorrebbe invece importato in Valle d’Aosta verso il 1630 da coloni del Vallese chiamati per popolare l’alta valle desolata da una pestilenza e divenuti poi proprietari della metà della superficie loro inizialmente assegnata a titolo di mezzadria”.
Questo detto, la produzione “spumantistica” della Cave è ben nota (tranne che ai funzionari Rai che hanno pensato “bene” di far brindare a Prosecco da Courmayeur…) a tutti e conta diverse tipologie di vini, anche vini che fanno una lunga permanenza sui lieviti, fino a cinque anni, di cui conto di scrivere più diffusamente a breve.
Per rompere, è il caso di dirlo trovandosi ai piedi del Mont Blanc il ghiaccio, voglio scrivere del Brut, prezzo di vendita in cantina intorno ai 13 euro, che nasce da una tradizionale rifermentazione in bottiglia con il metodo classico, con il vino base che svolge la prima fermentazione in legno grande (larice-rovere) e in acciaio inox. 40% fermentazione in troncoconica di rovere francese con listarelle di larice e 60% in acciaio. Permanenza sui lieviti di almeno 12 mesi.
Rimpiangendo che il brindisi all’anno nuovo non sia avvenuto con questo prodotto simbolico ed identitario della Vallée io mi sono stappato e bevuto con piacere in piacevole compagnia una bottiglia di questo Brut, che non provavo da anni, trovandolo sorprendentemente ben fatto, ben caratterizzato, capace di esprimere il genius loci ed un carattere innegabilmente valdotaine legato al vitigno utilizzato e all’area di produzione. Brut millesimato 2009 con data di dégorgement dichiarato dell’ottobre 2011.
Degustandolo ho avuto queste impressioni: colore paglierino verdognolo di grande lucentezza e vivacità, brillante, molto luminoso, perlage sottilissimo fine, continuo, con bella presa di spuma, naso fresco, incisivo, pieno di energia, di grande sapidità, con nitida vena minerale, con una componente floreale molto fragrante che apre poi a note agrumate (pompelmo soprattutto) e al dominio di una nota di mela, attacco di bocca ben secco, preciso, petroso, con nerbo diritto, grande energia e un gusto scandito da un’acidità implacabile ma bilanciata che conferisce verticalità e dinamismo e regala freschezza, sale e grande piacevolezza e bevibilità.
Il tutto in una cornice di grande equilibrio, con un carattere di montagna evidente e un retrogusto che richiama ancora la mela e fa emergere anche una nocciola fresca.
Bellissimo vino da aperitivo un po’ inconsueto, ma da mettere alla prova, grazie al suo corredo acido sgrassante, anche su trote di torrente su merluzzo e pesce fritto e come suggerisce la Cave su ravioli ripieni alla trota saltati con salvia e conditi con una crema leggera di zucchine, e per gli amanti del genere sushi.

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