Punzecchiature: per l’Independent i nostri sparkling wines sono tutt’altro che best…


Possiamo anche illuderci che le nostre “bollicine” tricolori conquistino il mondo, facciano la “guerra”, vincendola, allo Champagne, che l’Italia del vino spumeggiante, si tratti dei più nobili e costosi metodo classico, oppure degli Charmat aromatici, sbaragli la concorrenza. Che non ci sia gara insomma per gli “italian sparkling wines”.
Poi basta un semplice articoletto di fine anno di un quotidiano britannico abbastanza importante ma non prestigiosissimo come l’Independent, pubblicato nella sezione “food and drink”,  articoletto da poco, ma che comunque sicuramente orienterà gli acquisti in questi giorni concitati di fine anno, per scoprire che l’Italietta delle bollicine non è poi così tanto considerata dagli inglesi.
E difatti nell’articolo intitolato “The 10 Best Sparkling wines”, un titolo che è tutta una comica, perché pretendere di condensare in soli dieci nomi il meglio degli”sparkling” è pura illusione, l’Italia è rappresentata solamente da un Prosecco. E nemmeno da un Prosecco Superiore Docg Conegliano Valdobbiadene o da un Prosecco Doc, ma da un semplicissimo Prosecco Colli Trevigiani Igt, la base della piramide, mica il vertice prosecchistico, venduto a 11,95 sterline e definito “gentle prosecco”.
Per il giornalista inglese autore di questa sparkling selection c’è ovviamente posto per quattro Champagne (se ne sono vendute o no 35 milioni di bottiglie in UK nel 2010?) per un Cava Rosado, un Blanquette de Limoux, un Crémant de Bourgogne, un English sparkling della serie Taste the Difference della catena Sainsbury’s, un imprecisato M&S Blanc de Blancs venduto da un’altra catena, Mark e Spencer, e a rappresentare l’Italia solo un “prosecchino” di cui viene addirittura consigliato l’uso come base per “sparkling cocktails”…
Calma e gesso dunque prima di inneggiare ai trionfi delle bollcine italiane che tremare il mondo farebbero: proviamo prima a convincere gli abitanti e soprattutto la stampa della “perfida Albione” che ci siamo anche noi, che produciamo una gamma di ottime e variegate “bollicine”, di tutte le tipologie, per tutti i gusti e tutte le tasche, per ogni modalità di utilizzo a tavola e non, e poi gonfiamo il petto con orgoglio.
Altrimenti rischiamo, gonfiando inutilmente il petto, di fare solo la figura dei tacchini…

4 commenti

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4 commenti

  1. Dea Elmi

    dicembre 30, 2011 alle 9:10 am

    Finche i produttori Italiani non investiranno seriamente nella communicazione in Inglese, Cinese, Russo etc…finche ci sarà questo atteggiamento “fai da te” nella communicazione online, i vs. vini non saranno conosciuti ne apprezzati. I Francesi sopratutto ma anche i Spagnoli, Australiani, Cileni ed anche gli Inglesi investono, questa è la differenza.

  2. Gian Luigi Vavassori

    dicembre 30, 2011 alle 3:03 pm

    La questione è molto complessa e credo non si possa solamente riferire alla comunicazione da parte dei produttori, che spesso è poco “organizzata” e poco “esterofila”. Ci sono molti altri aspetti, il più importnae per quanto rigurada i vini a metodo classico è la mancanza di un volume critico che renda visibile il prodotto made in Italy (le statistiche parlano chiaro); se consideriamo la mancanza di una storia enologica che invece appartiene alla Champagne, ci reniamo conto che può essere difficile per un consumatore inglese (o di qualsiasi altra parte del mondo) capire e conoscere un Franciacorta così come un qualsiasi altro spumante. Tutti conoscono la Champagne…molti non conoscono la Franciacorta, l’Oltrepo’, il Trentino A/A, ecc.

  3. Luca

    dicembre 30, 2011 alle 5:49 pm

    Mah, è una classifica che lascia il tempo che trova. Sono tutti vini che si trovano nella GDO in Inghilterra.
    Se va bene avrà fatto una degustazione alla cieca e classificato i vini in base ai propri gusti (prima i più ruffiani). Se va male avrà ricevuto qualche regalo dai distributori d’oltremanica di quei vini.
    Il problema principale è che al di fuori di Italia e Francia la cultura del vino è pari a 0 (non che da noi sia così diffusa) e quindi si vendono di più le etichette o i nomi rispetto al contenuto dei vini.
    Nessuna delle persone che conosco in UK comprerebbe una bottiglia di ottimo Franciacorta quando per 1/3, 1/4, 1/5 del prezzo ci si compra una bottiglia di Prosecco o di Cava ruffiano che è anche maggiormente “easy to drink”.
    Per assurdo se i produttori nostrani spendessero meno risorse in vigna e cantina e più in marketing e pubblicità sono certo che venderebbero molto di più all’estero.

  4. Dea Elmi

    dicembre 31, 2011 alle 8:04 am

    Non sottovalutate la communicazione.. errore grave. Concordo pienamente con Luca che qui dice che se i produttori spendessero di piu in Marketing e pubblicità (online sopratutto) venderbbero molto di più al estero. Io non sono una grande appassionata di Prosecco di ogni genere ma intanto i produttori di Prosecco e il loro consorzio investono nella communicazione.

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