Antonio Gandossi nel ricordo di Maurizio Zanella

A completamento della notizia, data ieri qui, della tragica scomparsa di Antonio Gandossi, splendida figura di viticoltore franciacortino, pubblico oggi con molto piacere il ricordo di questo personaggio schivo e gran lavoratore scritto da una persona che l’ha lungamente conosciuto e frequentato e che gli ha sicuramente voluto bene.
Parlo di Maurizio Zanella, patron della Cà del Bosco di Erbusco dove Gandossi ha operato sin dal lontano 1966, che con la guida premurosa di “Gandoss” è cresciuto sino a diventare quel grande produttore e viticoltore che tutti riconoscono.
Un ricordo molto intenso (scritto con il cuore e con grande affetto) di uno delle figure storiche, delle colonne della Franciacorta.

“Antonio Gandossi, Toni Gandoss per chi lo conosceva, vorrei ricordarlo al di là del tragico incidente che l’ha strappato a una terra, la Franciacorta, per cui molto ha fatto.
Non da oggi penso che senza l’appassionato apporto di un uomo come Gandoss, senza la sua cultura specifica, il suo coraggio, la sua tenacia, la sua capacità di guardare lontano, Cà del Bosco non ci sarebbe. O forse sì, ma diversa dall’attuale realtà.
E’ nel 1966 che s’incontrano Gandoss e la famiglia Zanella. Sul primo pezzo di terra, circa due ettari, mio padre Albano aveva impiantato una fattoria, con animali ( vacche, maiali, galline) e alberi da frutto. E con quel poco di vigna, si facevano vini per la famiglia, ad uso interno.
Gandoss era il fattore. A lui mi affidò mio padre quando compii 15 anni. Un tutor, si direbbe oggi, ma allora la parola non esisteva nel linguaggio corrente. Uno di cui fidarsi, una brava persona, un gran lavoratore, tutte queste cose insieme era Gandoss.
Era nato al Duomo di Rovato, in pianura, ma non si sarebbe più mosso dalle colline della Franciacorta ad Erbusco. Una trentina d’anni fa andammo insieme a visitare le vigne della Champagne e poi di Napa Valley. Lui non aveva mai visto il mare, prima, ma in quelle vigne si trovava come un cittadino del mondo, come se le piante parlassero un solo linguaggio.
Tempo fa, Franco Ziliani, (il proprietario della Guido Berlucchi) ha riconosciuto alla nostra azienda il merito di aver puntato per prima sulle vigne ad alta densità d’impianto. Per i non addetti ai lavori, meglio diecimila viti per ettaro con resa di un chilo d’uva ciascuna che mille viti con resa di dieci chili.
Oggi, sono discorsi accettati da tutti, o quasi. Ma allora no. Allora molti soloni del vino, illustri docenti universitari di cui non dirò il nome, erano contrari. E’ una pazzia, dicevano.  E’ una pazzia lo dicevano anche i contadini, quando era il momento di diradare drasticamente i grappoli buttandoli per terra. Una pazzia quel ben di Dio da tagliare.
Per Gandoss no,  sapeva guardare lontano ed è stato per me, fin dall’inizio, un consigliere, un alleato, un punto di riferimento. Se l’azienda si è ingrandita, passando dai 2 ettari iniziali a 80, a 100, 160, lo deve a Gandoss, che individuava i terreni giusti ed andava a trattare coi proprietari.
Per lui non esistevano vacanze. Da quando gli era morta la moglie, l’adorata Teresina, si era buttato, se possibile, ancor più nel lavoro. Tecnicamente oggi era un pensionato, ma un occhio alle vigne lo dava sempre e un suo parere era sempre gradito.
In questo momento di dolore è una consolazione sapere che i suoi tre figli, Guido, Mariarosa e Barbara, fanno parte dell’azienda. E’ una storia che continua e continuerà senza una colonna, perché questo è stato Gandoss per noi ma anche per tutta la Franciacorta.
Maurizio Zanella”

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