Franciacorta Cabochon Rosé Brut riserva 2005 Monte Rossa vs Alto Adige Praeclarus Rosé Cantina Produttori San Paolo

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero

Giudizio:
6

Denominazione:
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero

Giudizio:
8


Fin dagli esordi di questo blog ed in particolare di questa rubrica che vede di volta in volta X vs Y, ovvero due prodotti della stessa tipologia a confronto, ho sempre sottolineato che elemento fondamentale e irrinunciabile che concorre a determinare il giudizio su ogni “bollicina” che degusto e l’ideale “vincitore” di ogni eno-disfida a due, è la piacevolezza dei vini.
In altre parole la capacità dei vini, una volta stappate le bottiglie, e aperta la discussione sulle loro caratteristiche, sui loro pregi e limiti, di farsi bere, ovvero di fare in modo che la bottiglia resti felicemente vuota e non semi piena sul tavolo.
E addirittura, fattore ancora più importante nel caso di quella particolare tipologia di vini che sono i metodo classico prodotti con la tecnica “champenoise” della rifermentazione in bottiglia, che stappata una normale bottiglia da sette decimi si arrivi a rimpiangere, visto che la si é gloriosamente vuotata, di non avere avuto un magnum invece di una sette decimi a disposizione…
Ho ritenuto utile questa lunga premessa perché forse, visto il risultato del “match”, qualcuno rimarrà stupito e si chiederà magari come sia possibile che un outsider, anche se di valore, abbia potuto imporsi su un prodotto ed un’azienda di caratura nettamente superiore almeno sulla carta.
Come sia stato possibile che un “Davide” altoatesino sia apparso decisamente più piacevole di un Golia franciacortino.
Il confronto, sul delicato tema del Rosé, almeno in teoria non doveva avere storia. A sinistra “sul ring” un Rosé non millesimato, ma Pinot nero in purezza, di una Cantina produttori, una kellereigenossenschaft, dell’Alto Adige, la Produttori di San Paolo, di cui avevo già scritto in termini molto positivi del Praeclarus Brut e più recentemente del Praeclarus Noblesse 2005. Un vino che porta sul collarino alla base del collo bottiglia il marchio di quell’Istituto Talento al quale la Franciacorta guarda, non senza validi motivi, “con gran dispitto” per dirla con il sommo padre Dante.
A destra invece un “peso massimo”, un’azienda storica della Franciacorta fondata nel 1972, la Monte Rossa di Bornato, ed una cuvée particolare, affinata oltre 60 mesi sui lieviti, addirittura una Riserva, il Cabochon Rosé Brut 2005, creata appositamente per festeggiare questa ricorrenza importante. Un Franciacorta che ho potuto degustare in anteprima grazie alla cortesia del produttore, Emanuele Rabotti.
Due elementi rendevano però meno scontato del pensabile il confronto: il fatto che il Praeclarus Rosé fosse prodotto, come ogni rosé degno di questo nome, con uve Pinot nero in purezza, mentre il Cabochon Rosé Brut 2005 dichiarava un uvaggio che prevede Chardonnay 57% e Pinot nero 43%.
Ed inoltre la “variante legno”, non utilizzato nel caso del Rosé di Praeclarus, mentre per il Cabochon Rosé 2005 la scheda tecnica parla di fermentazione in fusti di rovere da 225 litri tra agosto e febbraio.
Non sono notoriamente un fan dell’affinamento in barrique delle “basi spumante” e considero una eventuale presenza importante del legno, che nelle più grandi cuvée franciacortine, per tacere dei migliori Champagne, viene utilizzato con maestria e non diventa mai protagonista, un elemento deteriore nella mia analisi dei vini.

Resta poi il discorso sul contributo del Pinot nero in un metodo classico Rosé. Inoltre so bene che il disciplinare vigente del Franciacorta Rosé, leggete qui, consente di produrre un Rosé con un contributo minimo del 25% di Pinot nero, ma da parte mia considero un contributo del genere davvero minimo e poco significativo e non in grado di conferire ad un Rosé un carattere veramente… da Rosé.
Certo, come viene scritto sul sito Internet del Consorzio, “Spesso, il Rosé è ottenuto solo con vino-base Pinot nero vinificato in rosato, oppure in assemblaggio con vini-base Chardonnay e/o Pinot bianco. I grappoli di Pinot nero sono fatti fermentare a contatto con la buccia per il tempo necessario a conferire al vino la tonalità desiderata”, ma resto dell’idea che grandi risultati si possano ottenere solo con il Pinot nero in purezza o quando l’eventuale contributo dello Chardonnay, anche se fermentato in legno, sia ridotto ad un 25-30% massimo.
Questo premesso, mi sono dedicato (anche in questo caso non da solo, ma con il conforto/confronto di una persona che di bollicine metodo classico ne capisce e ne sa, e che predilige soprattutto i Rosé e ha palato raffinato ed idee chiare e grande sensibilità e cultura, non solo enoica) alla degustazione, senza arrière-pensées né riserve, dei due vini. Degustati entrambi nel nuovo calice Franciacorta realizzato dalla Rastal.

Alto Adige Praeclarus Rosé Cantina Produttori San Paolo
Dapprima il Praeclarus (espressione latina che significa eccellente) Rosé che fa parte della “linea spumante” della Cantina Produttori di San Paolo, che nel 2005 ha stretto un accordo con la cantina Kossler dello stesso paese famoso anche per il suo campanile di 84 metri di altezza, cantina fondata nel 1907 e oggi forte di 215 soci, e di uno staff dove agiscono l’enologo Wolfgang Tratter che cura la parte tecnica e produttiva, il direttore Alessandro Righi ed il presidente Leopold Kager.
Oggi la linea bollicine metodo classico della Produttori San Paolo prevede tre diversi prodotti, ma come mi ha anticipato il direttore Righi “Per scelta aziendale e per meglio focalizzare il marchio spumanti della San Paolo ci specializzeremo in futuro solo su di un nuovo prodotto. Nel frattempo ci sarà a disposizione la nuova sboccatura del Brut e del Rosé”.
Rosé Brut
ottenuto da uve Pinot nero in purezza, con permanenza di 36 mesi sui lieviti, un metodo classico prodotto in piccoli numeri che non ha particolari ambizioni se non quello di esaltare la vocazione del Pinot nero proveniente da alcune delle zone migliori dell’Alto Adige (Appiano monte e San Paolo), e di farsi bere piacevolmente.
Colore rosa salmone tenue buccia di cipolla con leggera vena aranciata, perlage sottilissimo, fine continuo, di grande vivacità e finezza, naso all’insegna della fragranza, della freschezza e della finezza, dapprima con note che richiamano leggermente il burro di montagna e poi progressivamente con lo sviluppo di note agrumate, di pompelmo rosa e mandarino, accenni floreali e solo in un secondo tempo, lentamente ma inesorabilmente, con l’emergere di piccoli frutti rossi, lampone soprattutto e ribes, con una bella sapidità e un nerbo preciso.
Al gusto il primo impatto è all’insegna della vinosità e di una buona consistenza, con un attacco vivo, nervoso, scattante, di grande energia, con un retrogusto che richiama nettamente il lampone di bosco, ma non a scapito di una cremosità, di una calibrata morbidezza, di un grande equilibrio, anche nel contributo dell’acidità, che è viva e non tagliente e ben supportata dal futto, che conferisce a questo Rosé, fresco, elegante, sinuoso, una grande piacevolezza. Bollicine da servire come originale aperitivo, da abbinare poi a tavola a pesci e carni bianche, e da godere su un classico come delle tartine al salmone e altri amuse-bouche.

Franciacorta Cabochon Rosé Brut riserva 2005 Monte Rossa
Completamente diverse l’impostazione, le ambizioni e la “musica” con il Franciacorta Cabochon Rosé Brut 2005 di Monte Rossa, un vino, parole di Emanuele Rabotti “complesso ed importante che tu assaggi in anteprima”, ottenuto come ho già detto da uve Chardonnay 57% e Pinot nero 43% provenienti dalle colline moreniche dei comuni di Cazzago San Martino e Passirano, dai crus Pratone, Barek, Brolo, Palo, Nespoli.
Vigneti di 14 anni, allevati a cordone speronato e guyot, con densità di 5000 piante ettaro, con resa media delle uve massimo di 1,6 kg per pianta, vinificazione che prevede una pressatura soffice delle uve con resa del 35%, vinificazione di ciascun cru in purezza, fermentazione in fusti di rovere da 225 litri tra agosto e febbraio e affinamento in bottiglia protratto per oltre 60 mesi, per una produzione di 12.000 bottiglie da lt. 0,75 con la classica elegante etichetta firmata da un celebre gioielliere. Ed un cofanetto molto raffinato che accoglie la bottiglia.
Colore indiscutibilmente più affascinante e appealing del Rosé della Cantina di San Paolo, un bellissimo rosa pastello, cipria, salmone chiaro, direi salmone norvegese e accenno di buccia di cipolla, perlage sottilissimo e raffinato nel suo incedere nel bicchiere, continuo e vivacissimo, ma le cose cominciavano subito a cambiare e ad essere meno esaltanti, almeno dal mio punto di vista, e meno corrispondenti a quell’idea di eleganza e di charme che dovrebbe trionfare in ogni Rosé, una volta passati all’esame olfattivo.
Grande intensità del frutto, compattezza, ricchezza, frutta esotica ben matura, soprattutto mango, e poi albicocca, ma poi note molto evidenti di nocciole tostate, vaniglia, caffè, spezie e tostatura, di burro, che bloccano il naso e gli tolgono leggerezza, brivido e fragranza, e lo rendono un po’ pesante e monocorde, questo anche quando emergono, pur restando in secondo piano, note di frutta rossa che richiamano il lampone.
La bocca è molto larga, piena, strutturata, decisamente vinosa, ma il vino si conferma, al momento attuale in cui l’abbiamo degustato, più un vino di materia, un vino dalle grandi ambizioni e dall’ampia struttura, che un rosé che ha nella delicatezza, nell’equilibrio tra la componente acida e fruttata e la sapidità, il suo forte.

Questo a causa di un legno protagonista ed in eccesso che rende il gusto asciutto, pesante, privo di dinamismo e come bloccato. Nessuna traccia di quella cremosità, di quell’esprit de finesse, di quella delicatezza, e soprattutto, ahimè, di quella piacevolezza (in due non siamo riusciti ad andare oltre una mezza bottiglia, anche portando il vino a tavola e abbinandolo giudiziosamente ad un piatto adatto), che come ho detto in avvio di articolo, rappresenta per me l’elemento fondamentale per formulare un giudizio meditato su un vino.
Mi dispiace molto, soprattutto considerando il nome dell’azienda, la sua storia, il fatto che, come afferma Emanuele Rabotti, “un vino buono nasce, prima che in vigna, da un’idea che solo il tempo, l’esperienza e la passione possono realizzare”, ma da un Rosé di Franciacorta, da una Riserva millesimata, da una “cuvée de prestige” ci si può aspettare, queste le mie convinzioni, molto di più. Un grande vino, soprattutto un metodo classico, è tale quando stappata una bottiglia la si beve, in particolare in due, e non quando la bottiglia, anche se importante e blasonata, rimane tristemente semi-piena sul tavolo…
Sarà un modo un po’ semplice dirà qualcuno di valutare un vino (ma è fatto proprio anche da una rivista importante come la svizzera Merum dell’amico e collega Andreas März che ha varato il sistema JLF (Je Leerer die Flasche cioè più è vuota la bottiglia, più è buono il vino! – come potete leggere in dettaglio qui), ma non riesco proprio a pensarne un altro più adatto alle mie corde e soprattutto al mio gusto…

6 commenti

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6 commenti

  1. Massimiliano

    novembre 28, 2011 alle 10:01 pm

    Ziliani ma a chi vuole dare a bere che un rosé di una cantina sociale altoatesina possa essere migliore della riserva millesimata di una delle migliori cantine della Franciacorta?
    Dubito che il suo giudizio sia oggettivo e penso che lei abbia qualcosa contro Monte Rossa

  2. Il contestatore

    novembre 28, 2011 alle 11:01 pm

    Stranemente, concordo pienamente col giudizio generale di Ziliani.
    Soprattutto sui concetti del disciplinare, e sui concetti finali, anzi, quest’ultimi gli ho moltro apprezzati.
    Credo molto che, Rabotti, abbia voluto un po’ “copiare” quello che ha fatto la Cà del Bosco con l’Anna Maria Clementi Rosè”, che trovo non eccellente, buona, ma che non ne vale il denaro che si spende, per avere una visibilità di “eccellenza” con un prodotto buono, anzi, con un misero 43% di Pinot Nero…ma perfavore!!!
    Sul Monterossa non mi posso esprimere, visto che non ho ancora avuto l’occasione di degustarlo, ma credo, che questo, abbia già di partenza,xkè new e trendy un prezzo assai elevato,temo.
    Ammiro il giudizio finale di Ziliani, e non credo che, stranamente, abbia qualcosa contro Monterossa, perchè disolito sviolina mica male, anzi, ma che è appunto un giudizio ben mirato.
    Io non ho mai trovato eccellenti i vini di Monterossa, neppure il blasonato Cabochon, che pure quello non ne vale la cifra spesa e i premi che riceve, visto che in degustazioni, ed ogni annata che esce è sempre sempre più deludente.
    Trovo pessimo il loro Saten, il Brut è una bomba di azoto, l’Extra e Rosè, niente di eccezionale.
    Diciamo che Monterossa è una cantina “politicamente” già di partenza “di buon vino” ma che non ne valgono mai.
    Quanto riguarda le cantine sociali trentine Sig. Massimiliano, si ben riguardi da quello che scrive, che i trentini, in Franciacorta, possono tanto insegnarci a far vino, non disprezzi, vada a visitare e a degustare.

    • Franco Ziliani

      novembre 28, 2011 alle 11:46 pm

      una premessa “contestatore”: io non “sviolino” come lei sostiene. Parlo bene, talvolta benissimo e lodo, quando c’é da lodare, e critico ed esprimo riserve, come ho fatto in questo post, quando a mio modesto avviso (e non pretendo affatto, a differenza da altri colleghi, di esprimere il Verbo o Verità rivelate) ci sono critiche da fare ed i vini non mi convincono.
      Ciò detto, trovo che ancora una volta com’é nel suo “stile” (se così lo si può definire) “il contestatore” sia andato oltre il segno e abbia confuso il diritto di critica, anche “vivace” con l’esercizio dello sparare a zero su aziende e vini. Così facendo, “contestatore”, lei ottiene il risultato di rendere inattendibili, oltre che chiaramente non condivisi da me e da qualsiasi persona dotata di buon senso e di buona educazione, i suoi giudizi. Contento lei…

      • Il contestatore

        novembre 28, 2011 alle 11:59 pm

        ma guardi, a volte i suoi giudizi sono talmente palesi e pieni di se stesso che neppure lei si rende conto di scrivere cazzate.
        io scriverò cazzate, almeno lo dico, e le dico le cose che altri, e ben titolati del settore franciacortino, non hanno il coraggio di dire.
        vedo che negli anni non migliora, anzi, peggiora, era meglio darle qualche calcio in culo anni fà!

        • Franco Ziliani

          novembre 29, 2011 alle 12:14 am

          come volevasi dimostrare: questo lo “stile” e la natura de “il contestatore”, tali da rendere i suoi giudizi e le sue sparate, espresse in un italiano avventuroso, ben povera cosa… Tali da generare solo compatimento e non certo indignazione…

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