Demagogia a basso costo sul Web: obiettivo, tanto per cambiare, la Franciacorta

Sul Web è in auge, quasi di moda direi, uno sport diffuso, praticato molto spesso trincerandosi dietro l’anonimato di nickname o tramite misteriosi siti Internet e blog. Sparare a zero, con qualsivoglia “argomentazione”, se così la possiamo definire, sulla zona vinicola bresciana della Franciacorta. Intendiamoci, non tutto è perfetto, tutt’altro, in questa zona che in solo cinquant’anni di storia è però riuscita a diventare una delle indiscusse capitali del metodo classico in Italia, e a dar vita a prodotti di assoluto livello qualitativo.
La crescita e lo sviluppo non sono state immuni da contraddizioni e da aspetti dove le ombre e i chiariscuri sono almeno pari alle luci, ma un conto è criticare, apertamente, argomentando, quello che non convince e non piace. E un conto, invece, come fanno anche alcuni “soliti noti” che intervengono su questo blog, è lo sparare a zero tanto per sparare. Con l’obiettivo, prefissato, di mettere in dubbio e minare la credibilità della zona ed il lavoro serio dei tanti che vi operano.
Ultimo esempio di questo modo di fare viene da uno sconosciuto, nel senso che non si capisce chi ci stia dietro, blog bresciano forse riconducibile all’area degli “antagonisti” o dei “centri sociali”, che con il titolo di “Franciacürta? Pòta ma… la sümèa al Gnù Gèrsi!!!”, il che tradotto per i non bresciani significaFranciacorta? Diamine ma… sembra il New Jersey!!!”, racconta, potete leggere qui il post, una storia dove si mischiano leggende metropolitane, dicerie, forzature, favoleggiamenti.
Tutti perfettamente funzionali – sembra di trovarsi in una trasmissione del prode Santoro, con un teorema di partenza da svolgere e dimostrare, in quale modo poco importa – alla tesi precostituita di partenza. Ovvero che la Franciacorta sia la sentina di ogni umano, nonché enoico, vizio, un luogo di mille nefandezze.
Il punto di partenza del post degli “antagonisti” è perfettamente normale, il racconto della visita di un giornalista americano giuntoappositamente dagli Stati Uniti per visitare la terra delle famigerate bollicine bresciane”. Bollicine che, tanto per cominciare, non si capisce cosa abbiano fatto mai per meritarsi la nomea di “famigerate”…
Al wine writer sarebbe bastato “un viaggio in automobile di pochi minuti, fra il casello dell’autostrada A4 di Rovato e la sede del Consorzio vini di Erbusco, per fargli cambiare idea. Lo scenario che ha inorridito il giornalista d’oltreoceano, portandolo a paragonare la Franciacorta al New Jersey (come dire: il parente povero di New York, usato come dormitorio e discarica dalla Grande Mela e dai suoi abitanti) è lo stesso che, ogni giorno, devono sorbirsi i quasi 100mila abitanti dell’Ovest bresciano: capannoni, cemento, nuove costruzioni commerciali e schiere di abitazioni costruite nei luoghi più impensabili, in totale spregio ad ogni buonsenso”.
Intendiamoci, tra il casello di Rovato e la sede del Consorzio, nel centro di Erbusco, è assolutamente vero che lo scenario non è da Eldorado o da Engadina, è verissimo che ci s’imbatte subito nell’orribile centro commerciale Le Porte Franche, emblema del cattivo gusto e del kitsch, e che lungo la strada gli insediamenti, industriali e abitativi, sono avvenuti senza un coerente e organico senso logico.
Come accade, purtroppo, in larga parte di questo bene/stramaledetto Paese. Basta decidere di recarsi in Valtellina arrivando da Lecco per restare orripilati dallo spettacolo osceno di capannoni e continui centri commerciali in una zona unica e meravigliosa che avrebbe dovuto essere gelosamente preservata dal cemento e dalla volgarità costruttiva, e che nonostante lo sconcio di cui si accorgerebbe anche un cieco, pardon, un non vedente, è stato chiesto possa entrare a far parte del patrimonio dei siti tutelati dall’Unesco.
L’Italia tutta, accidenti, da Capri alle Langhe, in misura minore la Valle d’Aosta e l’Alto Adige, è stata sconciata e violentata dalla foia cementizia!

Appare strano però che i puntigliosi cronisti che hanno descritto lo scenario al quale si è trovato di fronte in dieci minuti di percorso il giornalista Usa non ci abbiano raccontato che nello stesso tragitto il wine writer abbiano potuto godersi lo scenario di vigneti ben ordinati e di scorci meravigliosi come quelli rappresentati dalla Villa Lechi. Queste cose, chissà perché, non compaiono nello scandalizzato racconto…
Ci viene invece riferito, in un racconto sempre più “horror-fiabesco”, dove manca solo che appaiono orchi cattivi e streghe, “cattivoni”, non necessariamente comunisti vecchio stampo, che “mangiano i bambini”, di “risorse naturali compromesse da ignavia o ingordigia (l’antenna sul Monte Orfano) o continuamente minacciate (il laghetto del Sala), spesso attraverso progetti ammantati dalla patina viscida dell’investimento “solidale”, “bio” o di “qualità”.
Il tutto nel nome di un cosiddetto “ “brand” Franciacorta, quello dei signori del vino e del mattone (spesso padroni dell’uno e dell’altro)”, che “continua a tirare, e il numero di bottiglie commercializzate si espande ogni anno di più il “territorio” Franciacorta è vicino al punto di non ritorno”.
E in un crescendo sempre più “incazzato” e da vera e proprio “cupio dissolvi”, ecco che nelle “vigne delle tanto rinomate bollicine persino i sindacati “collaterali” sono costretti a dire qualcosa sui mostruosi meccanismi in odore di caporalato e sfruttamento che regolano il massacrante lavoro di raccolta dell’uva, ormai affidato quasi in toto a giovani migranti reclutati direttamente nei paesi d’origine da fantomatiche cooperative, la cui esistenza in vita dura esattamente lo spazio di una vendemmia”.
Altro che Castel Volturno e Villa Literno! Le mappe del caporalato vanno urgentemente aggiornate, e devono diventare Erbusco, Adro, Borgonato, Cortefranca, Camignone, secondo la visione un po’ immaginifica del blog antagonista, le capitali dello sfruttamento, con torme di schiavi, ma suvvia, abbiate il coraggio di chiamarli così voi salvatori dell’umanità!, provenienti da tutto il mondo, dall’Africa alla Polonia, dal Sud America alla Cina, di “dannati della terra” secondo una celebre definizione di Fanon, sfruttati e vilipesi dai “signori del vino e del mattone”. Roba che se i signori magistrati Curcio e Woodcock se ne accorgono, finiscono subito per scattare, come piace tanto ai giustizialisti, le manette!
Imperterriti i redattori del blog, che stranamente si sono dimenticati di inserire qualche allusione ad effetto ad ipotetici bunga bunga parties, riferendo di avvistamenti in zona delle solite Nicole Minetti e Ruby, rincarano la dose e giungono a loro obiettivo, buttare le colpe addosso a quella vera e propria “Spectre” a quella centrale del male che sarebbe il Consorzio Franciacorta.
Eccoci dunque “nel buen retiro bresciano, fra locali alla moda e buon vino”, dove “non bisogna disturbare i manovratori, specie se democratici e illuminati. Anzi: bisogna batter loro le mani, fare da comparse allegre, prendere parte ai loro Festival paganti e plaudenti, chè altrimenti fanno fagotto e sono capaci di “portare via il lavoro”.
Fantascienza? Forse sì. O forse no, visto che il Consorzio vini, che continua a non rispondere alle sollecitazioni degli ambientalisti sugli effetti dell’uso massivo di fitofarmaci, dopo anni trascorsi in un immobile dato loro dal Comune di Erbusco praticamente a costo zero, da mesi sta mettendo le Amministrazioni del territorio le une contro le altre cercando di spuntare le condizioni (di sfruttamento) migliori”.

Spaventati da questo scenario da tregenda? Niente paura, ecco, come in un caro vecchio western americano, che arrivano i nostri a salvarci, come sembra prometterci il finale di questo post tanto manicheo e fazioso da sembrare irreale: ”Per tutti questi motivi qualcuno ha deciso di chiedere e chiedersi pubblicamente cosa sia oggi la Franciacorta. Lo ha fatto prendendo a prestito, per qualche ora, i mega-cartelli pubblicitari con tanto di “F” merlata del Consorzio e grappoli d’uva a profusione: Franciacorta vuol dire davvero solo sfruttamento, cemento e veleni?
Oppure c’è un’altra idea di territorio e di relazioni che si può sviluppare, dal basso, a partire dal concetto che anche la Franciacorta è, di per sé, un bene comune?”.
Morale: ma si più davvero credere, e prendere sul serio, a meno che non si tratti di una finzione, mal riuscita, da Scherzi a parte, o ad una campagna denigratoria, che potrebbe offrire interessante materia agli avvocati, chi pensa di ridurre la complessità, la grandezza, l’importanza, agricola, vitivinicola, produttiva, economica, sociale, imprenditoriale, e umana del fenomeno Franciacorta oggi, lo ripeto con le contraddizioni (ad esempio quelle di cui ho scritto qui) da cui non è non può essere immune, affermando che “Franciacorta vuol dire davvero solo sfruttamento, cemento e veleni”. Ma siamo seri, per favore!

9 commenti

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9 commenti

  1. Siria

    settembre 19, 2011 alle 11:23 am

    E’ un complotto! Sono sicura che dietro tutto ciò ci siano il consorzio Oltrepò, il consorzio Trento DOC, il consorzio Alta Langa, Macchianera, Gambadilegno, Joker e Bin Laden!

    • Franco Ziliani

      settembre 19, 2011 alle 11:26 am

      che spirito di patata Siria! Ad ogni modo ha dimenticato la Spectre, la P 2, il C.I.V.C. ed il Consorzio del Prosecco. Che strano, come mai non ha citato il Prosecco?

      • Siria

        settembre 19, 2011 alle 12:36 pm

        Il Prosecco me lo sono dimenticato. Quanto alla A4, pensavo fossero proprio i TIR a dare ai Franciacorta quella superba mineralità!

        • Franco Ziliani

          settembre 19, 2011 alle 12:46 pm

          ovviamente allude a quelle note rieslingeggianti che evocano vagamente la nafta… Dimentica che io stesso ho dedicato un post critico a quei pochi vigneti che costeggiano l’A 4, ma lei prova a dare l’idea che tutta la Franciacorta abbia vigne a bordo autostrada, mentre sono invece una minoranza. Ma della sua “onestà intellettuale” abbiamo già avuto ampia prova Siria…

          • Siria

            settembre 19, 2011 alle 12:57 pm

            Era una battuta Ziliani… ho letto il suo post di qualche mese fa e so benissimo che certi vigneti di Franciacorta sono in posti bellissimi… suvvia, sia un po’ più ironico!

  2. Marco De Tomasi

    settembre 19, 2011 alle 11:38 am

    Demolire un’area come la Franciacorta è operazione di una semplicità estrema e replicabile per la quasi totalità delle aree vinicole del Nord Italia. Mi viene subito in mente la Valpolicella, dove chi ha la capacità di guardare oltre i capannoni del fondovalle si rende conto che ci sono angoli paesaggistici di struggente bellezza. Paghiamo lo scotto di uno sviluppo rapido e disordinato, che ha portato con sè molte contraddizioni. Ma l’esistente sopravvive e soprattutto segue linee di crescita e trasformazione non forzatamente condizionate dal modello della “fabbrichetta”.
    Ma bisogna avere la giusta sensibilità per riuscire a cogliere le diverse anime di queste aree.
    Altrimenti è solo gioco all’ammasso !

  3. enrico togni viticoltore di montagna

    settembre 23, 2011 alle 8:50 am

    anzitutto, buon compleanno!
    riguardo al post, che la franciacorta non sia proprio l’immagine della santità lo sappiamo tutti.
    effettivamente ci sono situazioni di vera e propria ricerca del basso costo di produzione al limite, a volte oltrepassato, dello sfruttamento.
    sparare a zero è sbagliato perchè ci sono tante realtà che lavorano bene e con etica, è altrettanto vero che alcune situazioni border line vanno denunciate.

    • Franco Ziliani

      settembre 23, 2011 alle 8:55 am

      caro Enrico, siccome la so una persona intelligente e responsabile la invito a non parlare genericamente e fare esempi ben precisi e circostanziati di quanto sostiene. Le sue sono affermazioni pesanti…

  4. enrico togni viticoltore di montagna

    settembre 23, 2011 alle 10:16 am

    lo scorso anno, mio malgrado, sono stato costretto a ricorerre ad una cooperativa per raccogliere l’uva, una cooperativa molto attiva in franciacorta.
    dieci ragazzi, rumeni, professionalità zero, ma grandissimi lavoratori.
    sembravano cavallette, solo che se non c’ero io a controllare loro raccoglievano di tutto.
    a parte questo, quando sono arrivati ce n’erano alcuni in ciabatte (valcamonica ottobre, sette del mattino, sette gradi di temperatura, erba bagnata dalla rugiada), nemmeno le scarpe da lavoro gli hanno comprato!
    lavorano per venti euro al giorno, per pranzo un sacchetto con un panino e una cipolla, io al titolare pago 13 euro l’ora più iva.
    ovviamente dopo aver visto la scena e aver parlato coi ragazzi, ho chiamato il capo squadra e a fine giornata gli ho detto di tornare a casa e ci siamo arrangiati.
    altra situazione i contoterzisti:
    quelli che lavorano bene hanno dei costi e stanno perdendo mercato a favore di chi pratica costi pù bassi, poi le potature invernali, se le facessero con la frusta, verrebero meglio!
    la mattina d’estate se passate tra le vigne, vedete i trattori all’opera coi fitosanitari e le foglie bagnate dall’umidità notturna, praticamente trattare in quella situazione è inutile.
    ma se vuoi spendere poco devi ottimizzare!
    torno a ripetere, in franciacorta c’è tanta gente che lavora bene e lo fa con passione ( e la cosa nel bicchiere si sente), poi c’è chi lo fa solo per poter guadagnare di più!
    ma la franciacorta non è l’unico territorio dove tutto questo accade!

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