Blanc de Noir Brut Talento La Versa

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero

Giudizio:
5


Torno ad occuparmi, come ho già fatto qui, qui e poi ancora qui, di una bottiglia, ovviamente rigorosamente Blanc de noir, ovvero completamente a base di Pinot nero della più nota e storica delle aziende dell’Oltrepò Pavese, le storiche Cantine La Versa, viticoltori dal 1905, di Santa Maria La Versa.
A differenza di quanto scrivevo parlando del più che convincente Rosé Cruasé, che avevo trovato ben fatto e assai piacevole, nel caso di quest’altro prodotto, che riporta in etichetta la dizione Blanc de Noir Brut ed il logo di adesione alla stravagante operazione Talento, non posso assolutamente dichiararmi soddisfatto di quanto mi sono trovato nel bicchiere.
Tanto più considerato che il vino non ha assolutamente superato la più empirica ed eloquente delle prove, soprattutto per questa tipologia di vini, il fatto che stappata la bottiglia, in due non siamo riusciti a berne nemmeno la metà, fermandoci a poco più di un bicchiere a testa.
E’ la carenza di piacevolezza il lato debolissimo del vino, il fatto che fatichi a farsi bere, che riveli la sua costituzionale, mi si perdoni il neologismo, “gnuccaggine”, ovvero una sorta di pesantezza, di eccessiva struttura, senza il bilanciamento indispensabile della freschezza e della fragranza.
Elemento a mio avviso dovuto all’uso del Pinot nero in purezza, e ad un’idea di vino che trovo francamente un po’ datata, o quantomeno legata ad un gusto locale che non è assolutamente in sintonia con il gusto della maggior parte degli appassionati e consumatori di bollicine metodo classico, che vogliono sì che i vini abbiano corpo, che l’elemento vinoso sia importante, ma che non sono in alcun modo disposti ad accettare che quei vini, una volta stappati, fatichino tristemente a farsi bere.
Pinot nero in purezza, una “cuvée composta da Pinot Nero dell’Alta Valle Versa di diverse annate, unite in armonico assemblaggio per dare continuità qualitativa allo spumante” dunque la base di questo Blanc de Noir Brut, con affinamento sui lieviti di almeno 36 mesi, ma come spesso mi capita dire, ripetendo un ritornello che a qualcuno potrà anche apparire prevedibile, ma è solo il resoconto onesto e sincero di quanto ho verificato degustando, una “ricetta” che finisce con il rivelare i propri limiti. E che sono convinto andrebbe, come si suol dire, rivisitata e ripensata.
Colore paglierino di media intensità, traslucido e metallico, perlage non sottile ma di buona continuità e subito un naso tipicamente oltrepadano, che apparirà sempre più tale quando la temperatura sale lasciando il vino nel bicchiere, decisamente fitto, maturo, caldo, non molto espressivo e variegato e carente di finezza e scatto e addirittura con sfumature vegetali in sottofondo, con i consueti agrumi (soprattutto pompelmo) in evidenza, profumi che non si “sgranano” e restano compatti e monocordi.
Bocca piena, sicuramente strutturata, ampia, ma con poco dinamismo e scatto, grande carenza di profondità e nerbo, appesantita per di più da una percentuale di zuccheri elevata ed eccessiva, e vino che rimane statico e bloccato sul palato, con poca energia e vivacità e una carenza di freschezza a mio avviso intollerabile che rende la beva molto difficoltosa.
Che dire, sarà anche il mio personale gusto a non cogliere, se c’è, la “grandezza” di vini del genere, ma credo che con un’impostazione del genere, con questi limiti congeniti, sia molto difficile andare lontano…

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