Le nozze di Cana… in provincia di Pavia

Pubblico con grande piacere, condividendola in toto, questa lettera aperta che l’amico Mario Crosta, commentatore di cose vinicole dalla Polonia per il sito Internet Enotime, ha voluto rivolgere ad una lettrice che trincerandosi dietro l’anonimato di un nickname è intervenuta più volte su questo blog non con semplici, e legittimi commenti, ma con provocazioni continue e assurde allusioni che per la loro palese inconsistenza non meritano nemmeno risposta.
Vedremo se anche in questo caso la persona in oggetto continuerà ad arrampicarsi sui vetri com’è suo “stile” o se proverà a rispondere.

“Cara (o caro) Siria, visto che l’ha praticamente voluto Lei con le sue continue frecciatine in lungo e in largo contro il Franciacorta e la Franciacorta in nome di una Sua vantata origine oltrepadana, ho chiesto gentilmente a Franco di postarmi questo scritto come tema di discussione sul blog, invece del solito batti e ribatti nei soli commenti.
Se lo legge, vuol dire che Franco ha deciso di pubblicarlo. Si vede che era stufo anche lui di continuare a discutere con un commentatore (o una commentatrice) che beneficia dell’anonimato per evidenziare una certa animosità a senso unico nei confronti delle bollicine bresciane.
Come avrà avuto modo di leggere in questi mesi su questo blog, ma anche altrove in precedenza, il mio cuore batte certamente per l’Oltrepò, ma il mio cervello sta sul solido, col Franciacorta. Ci soffro, ma non demordo.
Firmo però le mie opinioni con nome e cognome, ho una mail reperibilissima, c’è la mia foto in testa ai miei articoli su Enotime e non ho mai nascosto a nessuno da dove vengo, dove vivo e cosa faccio. La critica anche aspra è il sale della democrazia e questo blog è aperto a tutte le opinioni. Io rispondo comunque delle mie opinioni, firmandole per esteso. Lei, invece, con la scelta dell’anonimato ha deciso di lanciare dei sassi ritirando la mano.
Il blog consente l’anonimato per lasciare libertà d’espressione anche a chi può temere delle ritorsioni, per il lavoro che fa o per la carica che ricopre. Ma quando si assiste da mesi, come nel suo caso, a commenti coperti dall’anonimato che sono pedantemente tendenziosi, che mirano a sminuire il più possibile il Franciacorta, mi permetta di dirle che è venuto un po’ a tutti il dubbio che Lei sia un (o una) concorrente che ha deciso di usare questa ribalta sul Web per attaccare slealmente l’avversario.
Perché Lei considera il Franciacorta DOCG come un avversario dell’Oltrepò Pavese DOCG; lo si avverte sempre, leggendo le sue righe. I metodo classico del nostro Paese, tutti quanti (a parte alcune differenze qualitative evidenti e su cui si può anche discutere), hanno sempre avuto invece un grande interesse reciproco a far valere il diritto del consumatore di bere bene, di bere sano, di bere senza esser preso per i fondelli.
Lei fa malissimo a cercare sempre di contrapporre questi due vini di qualità, quando stanno invece continuando benissimo a fare a gara a superarsi, ma remando nella stessa direzione, combattendo insieme le arretratezze enologiche.
In Franciacorta hanno raggiunto prima certi livelli ed una locale maggiore omogeneità perché fin dall’inizio sono stati attenti a non ripetere gli errori dell’Antico Piemonte. Mi darà atto che in Franciacorta Lei non ha mai potuto vedere enormi serbatoi di vetroresina per il vino, automobili con la damigiana sul portapacchi, cisterne che portano il vino a centinaia di chilometri di distanza per imbottigliarlo altrove, cioè quanto di peggio può incidere sull’immagine di un territorio DOC teso ambiziosamente a quel grande prestigio enologico che si raccogliere poi nella DOCG.
Cosa che anche i ciechi possono vedere invece sulle colline che si specchiano nel grande fiume padano. In una zona dal prestigio non più eccelso, proprio per una serie di retaggi, di abitudini, di facili guadagni e di furberie che l’Oltrepò subisce ancora, anche il miglior metodo classico ci rimette in immagine.
Il metodo classico è quanto di più semplice da realizzare per un vino che voglia spumeggiare e la tecnologia interviene soltanto per salvaguardare igiene e freschezza. In Franciacorta però hanno subito messo le mani avanti già in partenza, hanno fatto pulizia già nelle intenzioni. Mi risulta che in Oltrepò si sia tentato, ma non ci si è riusciti in pieno, non ci si è riusciti per tutti.
E allora ecco che in Franciacorta no, ma in Oltrepò sì, circolano anche degli spumanti strani a poco prezzo. No, non parlo di vini metodo classico di qualità un po’ ballerina, un anno sì e uno no, fatti senza grande preparazione enologica, soltanto per pratica ereditata, che è rispettabile ma non è sufficiente. Quelli sono vini su cui potete anche litigare con Franco e sono ancora più numerosi in Oltrepò perché le proprietà sono più frazionate, i portainnesti ed i cloni non sono sempre selezionati fra i migliori per dei vini da rifermentare in bottiglia e le pratiche enologiche in certi casi sono un po’ troppo artigianali.
Parlo di ben altro, che in Franciacorta non c’è mai stato e che in Oltrepò, invece….
Sto pensando al miracolo di Cana, alla conversione dell’acqua in vino. No, guardi, non c’è bisogno di far finta di sobbalzare dalla sedia per la sorpresa. Lei può mettere la mano sul fuoco che tutto ciò che si trova in commercio, specialmente sotto Natale, possa degnamente fare la sua bella figura sotto l’albero? E da dove è sempre arrivato a Milano, secondo lei? Nell’ultima fascia di prezzo, quella più economica, quella più studiata da chi ha pochi spiccioli con il povero borsellino in una mano e gli occhiali nell’altra, ci sono stati e ci sono ancora anche i dolori e non solo le gioie.
Quanti “ragazzi della terza o della quarta età” sono stati e sono ancora sistematicamente ingannati da bottiglie che riescono sempre a sfuggire ai controlli e a danneggiare i produttori onesti con una concorrenza che non è più soltanto sleale, ma rasenta la frode anche se ha tutte le carte al minimo della regola?
Ci sono in giro bottiglie lanciate sul mercato a un costo pari a quello del cappuccino, con un contenuto di qualità forse pari se non addirittura inferiore a quello dei vini destinati alla distillazione. Nomi di fantasia, ma fabbricati (è il caso di dirlo) per le reti commerciali meno attente.
Ci sono in giro bottiglie anche di prodotti gasati artificialmente, dove la scritta obbligatoria per legge è talmente piccola che ci vuole la lente d’ingrandimento. E ce ne sono anche di quelle che con il vino c’entrano poco, anzi niente.
Da quale zona vinicola crede che io abbia ricevuto una copia della ricetta per fare lo spumante con l’acqua, il mosto concentrato rinvenuto e il gas artificiale, secondo lei? Siccome amo quella zona, dico il peccato ma non il peccatore, però lei sa benissimo, anzi l’intuisce già, che non è la Franciacorta. Per degli appassionati di vino è normale evitare questi sottoprodotti, destinati piuttosto al grande pubblico miope dei cosiddetti risparmiatori (che invero non lo sono affatto, calcolando quanto spenderebbero in seguito in farmacia per disturbi di testa, di stomaco o d’intestino…).
Ma hanno un’origine anch’essi, non vengono mica dalla luna e se li hanno fatti (e qualcuno li fa ancora) vuol dire che in quella zona vinicola non si può ancora parlare di eccellenza enologica, checché il suo cuore lo desideri e anche se qualche volta un metodo classico grandioso si riesce comunque a farlo, qua e là.
Ma quei produttori seri e capaci sono ancora disarmati ed impotenti di fronte a queste zecche, a queste sanguisughe che non permettono loro di involarsi ai vertici del grande successo facendo leva su un territorio con una base di vini perlomeno tutti decenti, senza le cosiddette pecore nere. Mi stia bene e la smetta di fare a cuscinate per campanilismo con Franco. Da come scrive, e cioè bene e con chiarezza, sarebbe il caso di elevare i contenuti, non trova? Mario Crosta”.

 

3 commenti

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3 commenti

  1. patrizia

    agosto 1, 2011 alle 9:53 am

    Ormai sono passati più di quarat’anni da quando mio padre mi portava in Oltrepò e con grande orgoglio mi mostrava le migliaia e migliaia di bottiglie a metodo classico che la Cantina Sociale aveva in punta. Così ho visto nascere, poi accoltellare e crollare un mito per mano di chi l’aveva creato. Le bollicine nobili erano nate in Oltrepò, ma poi i signori bresciani hanno capito bene, anzi meglio, cosa dovevano e cosa non dovevano fare e oggi la realtà non ha bisogno di tanti ulteriori commenti.
    Dico tuttavia che ormai anche dalla Franciacorta arrivano nefandezze, ci sono in giro bottiglie di Docg a 5.00 euro, c’è qualcuno che dalle televisioni private da anni imperversa con prodotti direi inqualificabili ma che è stato tenuto nel Consorzio comunque; intanto fortunatamente dall’Oltrepò qualche acuto di rango si eleva, quindi non tutto è perduto, anzi. Ma davvero sono indietro, indietro imprenditorialmente e tecnicamente. Direi tuttavia che oggi il grande pericolo di implodere per mano di una miriade di etichette e produttori senza né arte né parte lo corre però proprio la Franciacorta, peraltro già messa in discussione anche da qualche produttore storico che ha creato belle bottiglie ma pessimi spumanti. Si vende, questo è vero e invece l’Oltrepò ancora no, ma l’ingordigia non è mai stata una brava consigliera, quindi io mi metterei in allarme già da ora. Il troppo storpia, da sempre e dovunque, e se è vero che in Franciacorta non girano più di tanto macchine con le damigiane sul tetto, è vero anche che i privati – lì come altrove, anzi dovunque – ci sguazzano con le bottiglie di rosso e bianco a 3.00 euro e di spumante a 5.00. Già, ai bresciani non si deve certo insegnare come fare a guadagnare. Chi è senza peccato….

    • Franco Ziliani

      agosto 1, 2011 alle 10:02 am

      carissima Patrizia, se hai documentazione da fornire su quello che dici, ovvero bottiglie di Docg a 5 euro, ti invito cortesemente a fornirmela. E soprattutto a fornirla al Consorzio. Quanto al pittoresco imbonitore tv, credo sia nel Consorzio perché dotato delle carte in regola per esserlo, anche se magari ai colleghi franciacortini non piace affatto il suo modo di fare…

  2. Michele Tarentini

    agosto 1, 2011 alle 3:25 pm

    Io non ne farei una questione di consorzio!il successo e la bontà di un prodotto a mio parere lo decide il consumatore finale.Cavalleri ne è un valido esempio.

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