Franciacorta Rosé Giuseppe Vezzoli

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero

Giudizio:
9


E’ sicuramente uno dei grandi temi di dibattito, in quel grande work in progress e laboratorio che è la Franciacorta che oggi festeggia il suo primo mezzo secolo di storia produttiva, la definizione, o quantomeno il tentativo di farlo, di uno “stile” per i Franciacorta Rosé.
Il crescente successo di questa tipologia che sino a 5-6 anni orsono era solo una ristretta minoranza a produrre, un successo che mi auguro non abbia il carattere della “moda”, ha indotto parecchi soggetti a scegliere, stavo per dire “improvvisare”, la strada del “vin en rosé”, con il risultato di generare un approccio a questo difficile tipo di vino molto soggettivo. Eufemismo per non dire molto eterogeneo, con interpretazioni nelle quali è arduo trovare un filo conduttore che le possa collegare.
Base di tutto, l’elemento che genera inevitabilmente disparità e differenze stridenti tra i vini oggi presenti sul mercato, è ovviamente la quantità di Pinot nero presente nelle cuvée, l’età dei vigneti ed il modo di lavorare l’uva.
Perché un conto è produrre un Franciacorta Rosé esclusivamente con Pinot nero e un conto, lo capirebbero anche i bambini, progettare lo stesso tipo di vino quando nella combinazione è invece lo Chardonnay a dominare, con percentuali che spesso sono largamente maggioritarie rispetto a quella dell’uva simbolo della Bourgogne.
Il disciplinare di produzione in atto fissa la percentuale minima di Pinot nero in un ristretto 25% che forse accontenterà qualcuno, soprattutto coloro che non dispongono di una sufficiente quantità di Pinot nero (ma siccome non l’ha prescritto il medico di produrre Rosé, non c’è altra strada per produrlo che dotarsi dei vigneti e delle uve necessarie, in caso contrario meglio passare la mano e lasciar perdere…), ma che balza evidente agli occhi di ogni persona di buona volontà costituire una percentuale assolutamente insufficiente per caratterizzare dei Rosé di reale personalità e carattere, veramente degni di questo nome.
Ragione per cui nel tentativo di elaborazione in corso – cui sta lavorando un’apposita commissione tecnica – di uno “stile” di Franciacorta rosé, che non può limitarsi a stabilire le caratteristiche cromatiche dei vini, ma deve riguardare la loro sostanza, elemento basilare, meglio, la condicio (o conditio?) sine qua non, per migliorare le cose ed evitare che ci si trovi di fronte a Rosé stile “vorrei ma non posso”, è innalzare ad almeno il 50% la percentuale minima di Pinot nero presenti nelle cuvée. Diversamente sarà meglio che le commissioni tecniche si dedichino ad altre più commendevoli e utili attività…
Fatta questa lunga e doverosa premessa – e aspettando di avere presto l’occasione di poter effettuare un’ampia degustazione del più ampio numero possibile di Franciacorta Rosé, per avere una cognizione ancora più chiara dello status quo – è ovvio ricordare come ci si trovi di fronte sul mercato a Rosè franciacortini profondamente diversi tra loro.
Una eterogeneità, di colori, gusti, caratteristiche, filosofie, ancora più spiccata rispetto a quella, già considerevole, che si può riscontrare nell’altra tipologia oggi particolarmente in voga, quella del Satèn…
Personalmente, da antico appassionato, da molto prima che accennasse a diventare “trendy”, dei Rosé di Franciacorta, ho le idee molto chiare su quello che mi piace e non mi piace nell’ambito dei Rosé di questa denominazione.
Non mi piacciono, anzi respingo in toto e non bevo, né tantomeno consiglio di bere, i Rosé furbetti, quelli dai colori stranamente intensi quando non paradossali, quelli stupidamente piacioni dai profumi di caramella e di fragola, quelli morbidoni, rotondi come un’ammiccante pin up, con residui zuccherini al limite dell’insulso, privi di nerbo, noiosi e prevedibili come una tirata del Berlusca contro i magistrati…
Vini che meriterebbero, anche da parte del Comitato tecnico consortile, un deciso richiamo (al buon senso e alla decenza), perché, come ho già scritto, è del tutto insensato compiacere una strana deriva che porta, perché il vino così risulta più morbido, piacevole, appealing, più facile da apprezzare, anche dal pubblico femminile, che risulterebbe essere il principale estimatore del genere, ad essere diciamo un po’ “generosi” con la percentuale di zuccheri.
Creando nei vini un fastidioso, stucchevole effetto caramella e bon bon, magari frutto di interventi in laboratorio, che io personalmente non posso soffrire.
Mi piacciono invece e ne scrivo e li consiglio caldamente (basta cercare nell’archivio di questo blog per avere la mappa chiara di ciò che mi garba) i Rosé franciacortini dove i produttori accettano la “sfida” con il Pinot nero e soprattutto quelli che affidano interamente (o in larghissima parte) la barra della conduzione delle loro bollicine en rosé a questa uva esigente, difficile, ma grandissima.
Ho già cantato recentemente le lodi di tre aziende che con i Rosé stanno facendo benissimo, mi riferisco a Camossi e Colline della Stella, e poi a Il Mosnel, e qualche tempo prima di un altro Rosé che ho definito da sogno, la Cuvée Annamaria Clementi Rosé di Cà del Bosco, e oggi voglio aggiungere senza esitazioni al novero ristretto dei “miei” migliori Rosè di Franciacorta il Rosé, non millesimato, interamente a “trazione” Pinot nero, di un’azienda e di un produttore del quale mi “toccherà” scrivere altre volte, tanto sono rimasto favorevolmente colpito, nel corso di una visita fatta in questi giorni, dall’intera gamma dei Franciacorta prodotti. Nonché dalla chiarezza di idee e dal modo pragmatico di fare del suo responsabile e deus ex machina.
Sto parlando dell’azienda agricola di Giuseppe Vezzoli a Erbusco, coinvolto con altri amici e soci in un’altra avventura, quella della nuova casa denominata Derbusco Cives, cui dedicherò prossimamente altro articolo.
Sul Rosé Vezzoli – che solo nel 1994 produceva 4000 bottiglie di Franciacorta e oggi è arrivato alla rispettabile quota di 200 mila, considerando il vigneto l’elemento fondamentale di ogni discorso sui vini di Franciacorta e pensando che per fare cose veramente serie le vigne debbano avere almeno vent’anni – ha le idee molto chiare.
E lo dimostra non solo lavorando sul Pinot nero (di cui ha fortuna di poter disporre di un considerevole numero di ettari) ma rifuggendo da ogni tentazione di fare vini furbetti e ammiccanti e avendo scelto di rimanere nell’ambito dei 4 grammi zucchero litro che assicurano una caratteristica di dolcezza calibrata e di nerbo al suo vino.
Prodotto in diecimila esemplari nella produzione espressione dell’annata 2007 che ho degustato, che sono raddoppiati con i vini della vendemmia successiva.
Idee chiare, anche nel modo di dare informazioni al consumatore (nelle retro-etichette di tutti i Franciacorta sono indicati mese e anno di sboccatura e mese e anno della data del tiraggio), che si traduce in un’esemplare chiarezza produttiva (la cantina è all’insegna di un’ammirevole razionalità e di una dotazione tecnica d’avanguardia) che prevede che le bucce del Pinot nero dopo la pressatura rimangano a contatto con il mosto per almeno tre ore, con successiva fermentazione in vasche d’acciaio e maturazione di sette mesi, con tiraggio dei vini il maggio successivo, con una permanenza di 24 mesi sui lieviti.
Perché mi è piaciuto, e senza esitazioni, il Franciacorta Rosé di Giuseppe Vezzoli da uve della vendemmia 2007, data di tiraggio maggio 2008, sboccatura agosto 2010?
Perché è autentico innanzitutto, perché si capisce subito che non è costruito o improvvisato, perché è buono e si fa bere splendidamente bene, perché abbina mirabilmente struttura a fragranza, calibrata fruttuosità a freschezza. Bello già dal colore, che definirei salmone, cerasuolo scarico, più che buccia di cipolla, bellezza che continua nel perlage fine, sottile e continuo e soprattutto nel naso, variegato, vivo, elegante, succoso di ribes e mirtillo, forse un pizzico di ciliegia (e non di fragola), con una bella vena floreale che richiama rosmarino e fiori bianchi, e una leggera vena agrumata, il tutto in una cornice di suadente finezza, dove sono più le mezzetinte e le sfumature aromatiche che i colori accesi a dominare.
Bellissimi i profumi ma ancora meglio vanno le cose successivamente quando il vino entra in bocca e subito s’impone per il nerbo vivo, la calibrata polposità del frutto, la grande energia, la croccantezza friabile della bolla, l’ampia tessitura, il bellissimo gioco dolce-salato che mette in scena, il perfetto equilibrio tra tutte le sue componenti, ma anche, sempre di un Pinot nero in purezza si tratta!, una persistenza lunga e una spalla salda.
Il tutto senza forzature, senza sgomitare, abbinando alla struttura, un sale, una leggiadria, un garbo, raffinato e deciso, un carattere spiccato e soprattutto una trasparente piacevolezza e bevibilità da Franciacorta di categoria superiore.
In altre parole un Franciacorta paradigmatico, di assoluto riferimento. Come direbbero in quella celebre zona francese (come si chiama?) chapeau Mesdames et Messiurs!

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