Anche ad anni di distanza dalla sboccatura i Franciacorta sanno difendersi bene!

A proposito di una verticale di Franciacorta Diamant Pas Dosé millesimato Villa

Ennesima conferma di un’evidenza che incontra un numero sempre maggiori consensi tra gli appassionati delle bollicine metodo classico.
Non è affatto vero, non sta scritto da nessuna parte che un buon Franciacorta (ma lo stesso discorso vale esattamente anche per uno Champagne e per larga parte dei migliori “champenoise” italiani a denominazione d’origine) non si possa bere e apprezzare se non a breve tempo dalla data di dégorgement (o sboccatura). Che, insomma, sia in qualche modo dotato, manco fosse uno yogurt, di una sorta di scadenza che “impone” il consumo entro una data fissata.
Anche senza chiamare in causa le suggestive tesi sul dégorgement di uno champagnista sommo come Bruno Paillard, secondo il quale la sboccatura è “un intervento chirurgico, più precisamente un trapianto, che necessità di un periodo di degenza prima che il vino possa tornare al suo pieno stato di forma”, teoria sull’evoluzione del vino in bottiglia dopo la sboccatura che lo porta a commercializzare addirittura “una collection di anciens dégorgements che testimoniano l’evoluzione e la trasformazione dei vini in bottiglia”, basta chiamare in causa l’esperienza di degustazione di ognuno di noi per trovare esempi di bottiglie che, quando sia possibile risalire alla loro epoca di sboccatura tramite l’indicazione in retroetichetta tuttora facoltativa, ci sorprendono per la loro positiva evoluzione e per il loro stato di forma.
Chiunque abbia partecipato come me, che ho dato ampio e dettagliato resoconto dell’evento qui, sul sito Internet dell’A.I.S., alla verticale di otto annate del Franciacorta Diamant Pas Dosè millesimato dell’azienda Agricola Villa di Monticelli Brusati, 37 ettari vitati posti su terreni che sono di natura geologicamente diversa rispetto a gran parte della Franciacorta, non di origine morenica, bensì strati argillosi superficiali che si alternano a marne stratificate che rendono il suolo ricco di sostanze di nutrimento e una produzione (comprensiva dei Curtefranca Doc) che supera le 300 mila bottiglie, si sarà facilmente accorto che, guarda caso, i vini che ci hanno colpito di più non sono tanto quelli più giovani e di più recente epoca di sboccatura.
Bensì vini, parlo del 2004, del 2003, del 2001, del 2000, rispettivamente degorgiati nell’aprile 2009, nel giugno 2008, nel giugno 2005, e addirittura nel marzo 2004, ovvero a due, tre, sei e persino sette anni da oggi che li abbiamo potuti bere.
Certo, le bottiglie da noi assaggiate non si sono mai mosse dalla cantina, venivano dalla riserva personale del fondatore dell’azienda Villa Alessandro Bianchi, hanno goduto di condizioni di conservazione che possiamo definire ideali, eppure, basta leggere le mie impressioni di degustazione riportate nell’articolo per imbattersi, persino nel caso del sorprendente 2003 (ma a Monticelli Brusati e dintorni i vigneti godono di condizioni particolari, di un terroir che assicura equilibrio e profondità anche nelle condizioni più difficili) in ripetute note che parlano di freschezza, integrità, energia, di vena acido-sapida intatta, di grande allungo verticalità e sale.
Morale: chi glielo va a dire a chi scrive nella scheda tecnica del proprio vino ed in retroetichetta “da non invecchiare più di due anni”, che certi metodo classico, quando hanno personalità, tempra e stoffa, ed un terroir d’origine particolarmente vocato, danno il loro meglio, tirano fuori tesori di complessità e vitalità, decisamente molto tempo dopo?
E che in Francia, come scrive l’amico wine writer inglese Michael Edwards nella parte introduttiva ad una degustazione di Champagne Extra Brut pubblicata sul numero di luglio di Decanter, è normale parlare di “very long-term life of a Champagne, 20 years or more”, di una vita lunga di questi grandi vini, valutata in vent’anni e oltre?
Come convincere i produttori che un grande metodo classico italiano non è mica, pur con tutto il dovuto rispetto, un Prosecco?

 

 

 

2 commenti

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2 commenti

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  2. Daniele

    giugno 20, 2011 alle 11:23 am

    Buongiorno Franco,
    mi aggancio provenendo fresco fresco da una degustazione di una riserva di Franciacorta Gatta Arcano Riserva 1994.

    12 anni sui lieviti, sboccatura 2006.

    E’ stato a dir poco emozionante, superando a mio modesto parere, i 90 punti.
    Non posso che condividere quanto scritto

    Daniele

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