A proposito di un Franciacorta spacciato per Champagne

Questione d’immagine o difetto di comunicazione?

Sono consapevole che per me, che non ho mai nascosto (anzi ne sono orgoglioso e la rivendico anche ora) la mia fede nerazzurra, scrivere questo post sia un modo un po’ masochista di rigirare il coltello nella ferita ancora sanguinante.
Il tema, difatti, sono i festeggiamenti per la conquista (meritata, mi tocca riconoscerlo) dello scudetto numero 18 da parte di quella che a me interista piace chiamare “l’altra squadra di Milano”.
Lo spunto per scriverne mi è venuto di un divertente, ironico e quanto mai azzeccato post – leggete qui – di Fabrizio Scarpato un appassionato di enogastronomia che interviene spesso su siti e blog del wine & food, pubblicato sul sito Internet del giornalista napoletano Luciano Pignataro.
Nel post si parla dei festeggiamenti per il 18° scudetto fatti a Roma dalla squadra di calcio che porta la maglia rossonera e di un clamoroso errore (si spera in buona fede) fatto dai vari cronisti televisivi che commentavano i festeggiamenti, a suon di grandi formati di bollicine allegramente stappate, della squadra.
Come scrive Scarpato, “cronisti e commentatori, satellitari, digitali e analogici, partecipano divertiti e consapevoli al rituale, sottolineando con una certa enfasi la qualità del liquido eruttante: Champagne, affermano. Champagne a fiumi, scorre lo Champagne, e finalmente lo Champagne. L’intervistatore a sua volta fradicio come un pulcino, tiene a precisare che l’allenatore al microfono non è madido di sudore, tantomeno piange calde lacrime di commozione per l’importante vittoria, ma è semplicemente e beatamente zuppo: di Champagne, ça va sans dire”.
Per poi aggiungere che “i giocatori in preda a raptus pompieristici si aggirano sul campo con belle bocce atte al solo sputacchiare, docciare o possibilmente inondare chiunque, malcapitato inebetito, passi loro accanto. Nulla da dire, è festa, s’è vinto, si esulta: a Champagne”.
Tutto bene, se non fosse che, come si vede bene dalla foto che apre questo post, pubblicata sul sito Internet della squadra vincitrice, “le belle bottiglie trasparenti con un vino di bel colore dorato ed una etichetta facilmente riconoscibile, erano jéroboam, e forse mathusalem, di bollicine italiane, anzi per la precisione di Franciacorta, anzi, con una certa e insopportabile dose di pedanteria di cui mi scuso, direi Ca’ del Bosco Cuvée Prestige”.
Altro che Champagne! “Sarebbe bastato dire Franciacorta, e invece Champagne, Champagne…Perché se c’è una festa d’alto bordo ci deve esser per forza Champagne?”.
Scarpato sottolinea l’atteggiamento “un pelino snob”, di quelli che “appena vedono una spuma bionda tra gente danarosa certificano che null’altro può essere se non Champagne. Invariabilmente e passivamente Champagne”, e si chiede “ma se quelle sul prato dell’Olimpico e sulle chiome brillantinate dei calciatori non lo erano, perché dirlo a priori, ciecamente, facendo prender aria ai denti?”.
Io, totalmente d’accordo con le sue osservazioni, voglio allargare il discorso e chiedermi (inutile chiederlo a quei “colleghi” della stampa sportiva, che nonostante conti tra le sue fila fior di gourmet come Gianni Mura e Tony Damascelli, e abbia avuto in passato protagonisti straordinari come Gianni Brera e Giovanni Arpino): sarebbe stato troppo “provinciale” dire Franciacorta?
E far notare, visto che anche quando in occasione delle premiazioni sul podio dei vincitori delle gare di Moto GP, che vedono da anni come sponsor una celebre azienda produttrice di Cava, spesso i commentatori parlano, a sproposito, di Champagne e non del metodo classico spagnolo, che la squadra rossonera stava brindando stappando magnum e doppi magnum di metodo classico italiano, prodotti nella zona di produzione leader in Italia?
Ma cosa diavolo bisogna fare perché ad un prodotto italiano, che non ha i numeri e la storia del celebre modello francese, lo sappiamo bene, ma é vitale ed in continuo operoso sviluppo, vengano finalmente riconosciute, nell’immaginario collettivo, quella notorietà, quella dignità, quell’essere sinonimo di qualità e di grande vino che non può mancare nei momenti di festa, che sono tranquillamente riconosciute, per antonomasia, al grande vino francese?
E ancora, colpa di un certo nostro irriducibile provincialismo, che ci fa credere, a prescindere, superiore, più qualificante, più appealing, più in grado di funzionare come status symbol e di darci lustro se lo scegliamo, il celebre prodotto francese (che è straordinario, quando è straordinario e che ha un nome che è tutto un programma e dice tutto), oppure colpa anche delle principali zone di produzione italiane di metodo classico a denominazione d’origine che non hanno ancora saputo comunicare in pieno il valore, la peculiarità, dei loro vini?
E si tratta solo di un problema d’immagine, dovuta ad un recente storia, solo cinquant’anni, della Franciacorta, oppure al fatto che il TrentoDoc sia stato per anni sinonimo di una sola azienda, che ha puntato più sul marchio che sul nome territoriale, oppure di un problema serio di comunicazione che non comunica abbastanza e che non riesce a raggiungere ancora in pieno il bersaglio?
E se le cose stanno in questo modo come bisogna agire, cosa bisogna fare, quali operazioni mettere in cantiere perché i metodo classico italiani, la cui qualità è innegabilmente cresciuta, possano apparire ai consumatori (mah sì, anche ai giornalisti sportivi) non il fratello minore o la versione “provinciale” dello Champagne, ma vini dotati di una loro ben precisa personalità?
Vini di cui ogni italiano deve essere orgoglioso e considerare come un fiore all’occhiello… Pur con tutto il doveroso rispetto per lo Champagne, ça va sans dire…

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  2. max

    maggio 10, 2011 alle 12:17 pm

    Ciao,

    ad onor di cronaca, va precisato che il giorno lunedì 9 maggio, in un servizio curato dal giornalista Carlo Pelegatti, durante la trasmissione “StudioSport” andata in onda su Italia 1, specificava che le bottiglie erano Franciacorta. (non dimentichiamo che uno degli sponsor della squadra più titolata al mondo è appunto la prodruttrice delle bottiglie menzionate, ovvero al ca del bosco).

  3. Giovanni Arcari

    maggio 10, 2011 alle 1:13 pm

    Caro Franco, il problema non è come si comunica, ma cosa. Quando la comunicazione sarà sostenuta da cose concrete, la cui veridicità sarà valutabile anche dal consumatore medio, avremo uno specchio reale dell’identità di un territorio fatto di suoli, aspetti climatici, vitigni e dalla cultura dell’uomo che produce vino all’interno di quei confini.
    La Franciacorta, così come Trento, Cava, ecc. continueranno a essere considerati i “fratelli stupidi” della Champagne, perché l’unica cosa che emerge con inequivocabile chiarezza è il metodo di produzione che è lo stesso dei francesi, con l’unica differenza che loro l’hanno legato indissolubilmente al territorio e alla cultura del fare vino in quella regione, da secoli.
    Noi no, perché non abbiamo ancora capito che il valore della nostra identità passa dalla tutela del territorio e dalla capacità dell’uomo di esprimerla in una bottiglia di vino.
    E’ come voler copiare un abito di Armani, avendo però una materia prima -la stoffa- completamente differente da quella che usa il plastificato Giorgio. Magari dovrò tagliarla e cucirla in maniera differente, dovrò colorarla in altro modo, avrò la necessità -per via della trama della stessa- di un taglio completamente diverso rispetto all’Armani Style. Quindi avrò preso spunto dalla cultura sartoriale di altri, ma solo per accrescere e modificare la mia al fine di creare un prodotto unico, che rappresenterà la mia identità e non non quella di altri.
    Qui c’è ancora gente che cerca il comune denominatore, quell’elemento che esprima la Franciacorta in ogni bottiglia, senza capire che sta nell’espressione della diversità -figlia di una corretta applicazione delle tecniche di produzione- il valore della nostra identità.
    Sto con i giornalisti “ignoranti” perché la loro mancanza è solo colpa nostra.

  4. kenray

    maggio 10, 2011 alle 4:22 pm

    noi milanisti siamo diversi.
    valiamo.
    brindiamo italiano.

    non come certi parenti alla lontana…

  5. Silvana Biasutti

    maggio 10, 2011 alle 6:35 pm

    Come non intervenire qui – dopo decenni di ininterrotta fede milanista, caro Franco.
    Una fede un po’ attenuata dall’aver vissuto a stretto contatto di gomito con un presidente un po’ ingombrante…

    Dunque: ciò che conta è che cosa si comunica, ma anche come e quando (che vuol dire ancora come), e a chi.

    Esiste una cosa chiamata ‘tone of voice’, cioè il trattamento che si usa, che è sostanza e non corollario.

    E’ tutt’altro che provinciale celebrare una bella vittoria con un Franciacorta; e dichiararlo non è per niente provinciale.

    Quello che bisogna tener presente è ciò che conta davvero, nella comunicazione: il fattore continuità.
    In tempi di tuttoesubito, in cui viviamo, bisogna essere più lucidi che mai ed essere capaci di resistere alla tentazione di acchiappare le occasioni.

    Per cominicare non ‘si acchiappano le occasioni’, si scelgono.
    E questa era una bella scelta. Se il Franciacorta avesse – in questo caso – celebrato tempestivamente e pubblicamente, in modo adeguato, avrebbe moltiplicato valore e risonanza: era ai detentori della denominazione che spettava cavalcare la vittoria, se erano gli sponsor, e non ai giornalisti. In questo caso un bell’annuncio pub sarebbe stato perfetto!

  6. Mugellesi Ivano

    maggio 10, 2011 alle 6:55 pm

    Quoto Ken.Noi non siamo avanti siamo DAVANTI,anche nel festeggiare…

  7. Marco

    maggio 12, 2011 alle 8:35 am

    D’ora in poi… Bellavista!!!

  8. Marossi

    maggio 13, 2011 alle 5:39 pm

    Caro Ziliani,
    ora le do il colpo di grazia, lo stesso che ha ricevuto chiunque ami il vino italiano ieri sera.
    Programma popolare, Un Medico in famiglia. Prodotto italiano su Rai Uno.
    Scena di gaudio in pizzeria: la famigliola vuole festeggiare. Chiama il cameriere.
    Champagne!
    Il cameriere è imbarazzato: niente.
    Con sguardo di chi si accontenta, il cliente riprova: “Spumantino?”.
    Niente.
    IL cameriere, quasi vergognandosi propone “Un prosecchino?”
    E il cliente fa la faccia di uno che sta accettando un calcio negli zebedei.
    No comment.

  9. Luca

    maggio 16, 2011 alle 10:35 am

    Sulla Gazzetta dello Sport di oggi hanno scritto correttamente che il Milan festeggia “con l’ormai immancabile Franciacorta”. La rosea è sempre la rosea.

  10. Matteo

    maggio 24, 2011 alle 5:04 pm

    Da milanista e produttore di Franciacorta mi chiedo: ma quanti di quelli che hanno citato (a sproposito) la parola CHAMPAGNE durante i festeggiamenti ne sanno veramente di vino?
    Cerco di mettermi nei panni di un telecronista che di vino non capisce nulla (e non posso fargliene una colpa): che colpa ne ho io?
    Il mio è stato un errore, ma non per questo devo essere messo in croce.
    Dovremmo fare dei processi ogni volta che parliamo di iPod ed invece è un lettore mp3 qualunque e così via…
    Da piccolissimo produttore quale sono mi farebbe estremamente piacere che la gente riuscisse a distinguere una bottiglia da un’altra, ma non mi aspetto certo che inizi a farlo Fabio Caressa.
    Sarei ben più felice che nei locali dove vado a bere l’aperitivo (specialmente nella provincia di Brescia e spesso nella stessa Franciacorta), quando chiedo un Franciacorta non mi si chieda “lo vuole fermo o con le bolle”????
    NEMO PROFETA IN PATRIA…

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