Dolomiti Brut Rosé Pojer e Sandri

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero

Giudizio:
9


Ho già espresso, in un articolo pubblicato qualche mese fa su Vino al vino il mio consenso per la scelta di quello che considero come uno dei portabandiera del vino trentino e uno dei migliori esponenti di quell’Associazione dei Vignaioli che ha alzato la testa e deciso di opporsi, anche con decisioni clamorose, allo strapotere delle mega cantine cooperative (sto parlando di Mario Pojer, responsabile con Fiorentino Sandri della cantina Pojer e Sandri di Faedo) di non proporre al pubblico i propri metodo classico con il marchio del TrentoDoc.
Troppa la confusione nel mondo bollicinaro trentino, che continua ad essere composto, Ferrari a parte, da svariate realtà che propongono indifferentemente Charmat e metodo classico, e che magari invece di rivendicare il marchio associativo del TrentoDoc si propongono all’insegna di quell’arma spuntata che è il Talento, perché il lavoro di aziende agricole che hanno testardamente ancora un’idea artigianale e non massificata del vino come questa, possa essere percepito.
E possa distinguersi in un insieme indistinto dove quella del metodo classico non è una filosofia ben precisa ma spesso una scelta commerciale dettata dal semplice fatto che oggi le “bollicine” sembrano “tirare”.
Pojer ha scelto di non presentare i suoi metodo classico come Trento Doc e di avvalersi, come già per altri vini, dell’Igt Vigneti delle Dolomiti, anche per una scelta stilistica precisa, perché i suoi non sono solo una cuvée non solo di uve, Chardonnay e Pinot nero, da vigneti a “pergoletta trentina aperta” con 6500 viti ettaro, bensì una cuvée di due annate.
Questo per trovare una sintesi ideale ed un giusto punto di maturazione per le proprie bollicine. Bollicine che sono anche da un mix di microclimi e situazioni diverse: il conoide del comune catastale di Faedo in località Pianezzi a 500 metri di altezza con esposizione Sud-Ovest e la località Palai a 700 metri di altezza con esposizione Sud, posizioni entrambe piuttosto ventilate per l’influenza dell’Ora del Garda (il celebre vento che trae origine dal non lontano grande lago).
Composizione geomorfologica particolare anche dei terreni, visto che Faedo è posta “tra la formazione permiana della piattaforma porfirica (roccia vulcanica) e i depositi werfeniani di arenarie, siltiti, marne, calcari, e dolomie”. Un terreno, quindi, “variabile in profondità da 30 a 100 cm, è di tipo limoso–calcareo e poggia su un conglomerato marnoso”.
Pinot nero e Chardonnay sono generalmente raccolti da metà settembre ai primi di ottobre di modo da raggiungere la piena maturazione e consentire al vino una vita abbastanza lunga e un’evoluzione positiva anche a 5-6 anni dall’epoca di sboccatura.
La tecnica di produzione di questo Dolomiti Brut Rosé prevede che la fermentazione della base avvenga in piccoli fusti di rovere, il Pinot Nero in particolare viene posto in fusti precedentemente usati per invecchiare il distillato “Divino”. I vini base rimangono 6 mesi sul proprio lievito, con “l’effetto della clessidra” che prevede che settimanalmente il vino vada rimescolato. A primavera si passa alla rifermentazione in bottiglia. La sboccatura si effettua a non meno di 18/24 mesi di permanenza sui lieviti.
In retroetichetta non viene chiaramente indicata la data di sboccatura, ma da numero del lotto penso di poterla collocare a luglio 2009.
Come ho trovato dunque all’assaggio (e poi alla beva) questo Dolomiti Brut Rosé che si fregia di una bellissima etichetta che riprende un particolare di un’incisione di Albrecht Dürer, che durante i suoi viaggi in Italia per conoscere l’arte di Mantegna, Leonardo, Raffaello passò per Faedo e “fotografò” con i suoi acquarelli i paesaggi trentini?
Personalissimo già dal colore, rosa antico buccia di cipolla, salmone scarico, con una leggera affascinante nota ramata, bella la presa di spuma e fine e continuo il perlage, molto continuo nel bicchiere, e ancora più personale e di gran fascino il bouquet, decisamente variegato e complesso, ben secco e deciso, con un bel mix tra le note fruttate, che evocano lamponi e ribes, più che ciliegia, accenni agrumati che richiamano il cedro e la buccia di mandarino ed un carattere spiccato di montagna che richiama i fiori  ed il fieno messo a seccare in alpeggio.
Il tutto completato da un’atmosfera aromatica del tutto intrigante tra la pasticceria e le drogherie d’antan, dove note speziate, di frutta secca, di orzo e cioccolato si uniscono ad evidenti note di pane tostato.
La bocca è decisamente più morbida, suadente, cremosa, di quel che il naso facesse presagire e si offre ampia, carnosa, generosa, di spalla salda, ben strutturata e consistente, con una grandissima freschezza e vivacità, un grande nerbo (con un preciso retrogusto agrumato), una mineralità e un “sale” davvero da grande vino. Il tutto con una persistenza lunga e scattante e una grande piacevolezza e un finale, preciso, incisivo, che richiama la mandorla.
Vino di forte personalità e armonia, che potrete proporre, se chi beve con voi apprezza un gusto deciso, un’idea del rosé del tutto aliena da belletti, merletti e rossetti, ma direi piuttosto maschia e senza furberie e concessioni, come aperitivo, ma che apprezzerete soprattutto se abbinato ad una bella trota di torrente, ad un roast beef, ad antipasti freddi a base di carne e di pesce e perché no, ad una classica carne salada trentina.
Qualunque sarà l’abbinamento questo Brut Rosé, metodo classico con i fiocchi, farà mirabilie…

 

2 commenti

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2 commenti

  1. Silvana Biasutti

    maggio 9, 2011 alle 10:21 am

    Già dal nome è molto attraente. La tua descrizione fa il resto.
    Non so niente di bollicine, se non quello che mi sanno dire quando mi capita di berle.
    Questo mi dà modo di avere opinioni da “consumatore medio”; non mi importa molto delle denominazioni, mi interessa che sia buono e che ispiri buoni pensieri, come le buone bollicine sanno fare!

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