TrentoDoc Extra Brut Riserva Lunelli 2002 Ferrari

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay

Giudizio:
9


Quale importanza riveste per il consumatore medio, l’indicazione presente sulla retroetichetta di uno Champagne o di un metodo classico a denominazione d’origine italiano, della data di sboccatura o “dégorgement” di un vino?
L’indicazione dell’anno (qualcuno indica addirittura il mese) in cui è terminato il periodo cruciale della rifermentazione in bottiglia e sono stati espulsi i lieviti residui, e comincia il periodo in cui comincia la fase più o meno lunga, dipende dal tipo di annata, dal tipo di vino, dal lavoro del produttore, dalle sue ambizioni (oltre che dalla tenuta del tappo, vera forca caudina in agguato) di evoluzione del vino.
Un’evoluzione che può portare vantaggi, lo sviluppo di una maggiore complessità, che si sconta generalmente con una perdita di freschezza, oppure portare ad un’involuzione, ad un deperimento naturale del vino.
Questa indicazione può essere considerata come un puro dato tecnico, quale il numero di lotto o di registro d’imbottigliamento, o deve invece essere vista, come l’indicazione dell’annata nel caso di un millesimato o delle uve utilizzate per una cuvée, come un’informazione utile o addirittura doverosa da fornire al consumatore?
Su questo tema, apparentemente accademico, o riservato ad un numero ristretto di addetti ai lavori, si è recentemente innescata una bella discussione – di cui si attendono evoluzioni e sviluppi – per merito del wine talent scout Giovanni Arcari e del suo vivace blog Terra uomo cielo, che in due distinti post, che potete leggere qui e poi ancora qui, ha proposto di rendere non facoltativa questa indicazione, considerandolo un modo utile “per far accrescere la cultura del “metodo classico” che nel nostro paese risulta ancora acerba”.
E dichiarandosi certo che “ogni indicazione che contribuisca a creare informazione trasparente ed a confortare il consumatore e l’appassionato in termini di conoscenza del prodotto e fiducia nel produttore sia solo da incoraggiare”.
Questo non solo perché, come scrive, “oggi la data di sboccatura riportata in etichetta o retroetichetta sia considerata un nota di serietà e professionalità da ascrivere al produttore”, ma considerandola un modo molto trasparente e onesto di comunicare a chi quella bottiglia acquista e intende consumare in quale fase della sua evoluzione quella bottiglia sia.
Perché è molto meglio saperlo se quella bottiglia che troviamo sullo scaffale o che ci viene proposta al ristorante possa essere – sorprese ed eccezioni sempre all’ordine del giorno a parte – una bottiglia ancora vitale, oppure “stanca” o peggio ancora in parabola discendente, priva di quella freschezza, di quel nerbo, di quel brio, che è lecito attendersi in una bottiglia di metodo tradizionale.
Anche un altro scrittore di cose vinicole, Angelo Peretti sul suo sito Internet Gourmet, è intervenuto sul tema, sostenendo che “sarebbe importantissimo sapere quand’è stata degorgiata quella bottiglia di bolle che stai per stappare, perché da quella data dipende lo stadio evolutivo del vino che ti troverai nel bicchiere.
Sarebbe ora di scriverla sempre e comunque la data di sboccatura, almeno sugli spumanti delle denominazioni più importati. Aspetto dunque con ansia che ci sia chi dà il buon esempio, aspetto il primo consorzio spumantista che prenda il coraggio a due mani e modifichi il disciplinare di produzione rendendo obbligatoria l’indicazione della data di sboccatura”.
In attesa che qualcuno, magari il Consorzio Franciacorta, cui Arcari ha lanciato la palla oppure altri Consorzi, dal TrentoDoc all’Alta Langa, esamini questa proposta, sull’onda della sana provocazione di Arcari non ho mancato di interrogarmi quale importanza abbia per me essere a conoscenza o meno della data di sboccatura di un vino.
E soprattutto se io preferisca vini dove il dégorgement sia fresco o recente, nell’ordine di pochi mesi o di un anno, o se invece il mio gradimento vada a vini che hanno potuto contare su un’evoluzione più lunga dall’epoca in cui gli ultimi lieviti residui sono stati espulsi.
E mi sono anche chiesto se a certi vini non giovi addirittura l’essere stappati e goduti dopo che la sboccatura è ormai un ricordo e sono trascorsi diversi mesi, o addirittura anni.
Una risposta, ovviamente parziale, a questo interrogativo di scuola, al quale non può essere ovviamente offerta una soluzione unica, mi è venuta, com’era giusto che fosse, dalla pratica, ovvero dallo stappare e degustare, anzi, in questo caso direi proprio gustare, nei primi giorni di aprile, un metodo classico importante, una riserva di cui veniva dichiarato in retroetichetta che la sboccatura risaliva al 2009. Ovvero ad un periodo intorno all’anno e mezzo e più di tempo.
Il vino in oggetto è veramente un prodotto ambizioso e importante, trattandosi nientemeno che del TrentoDoc Extra Brut Riserva Lunelli della casa Ferrari di Trento, di cui ho degustato non l’annata 2003 attualmente in commercio, bensì il primo millesimato commercializzato, il 2002. Vino che ha conosciuto una maturazione sui lieviti selezionati pari a circa 8 anni.
Un TrentoDoc messo alla prova assaggio a nove anni e mezzo dall’epoca della vendemmia.
Un Blanc de Blanc, ottenuto, dice la scheda tecnica, da una “accurata selezione di sole uve Chardonnay, raccolte con vendemmia manuale”, provenienti dal maso di Villa Margon, vigneti di proprietà della famiglia Lunelli sulle alte colline sopra Trento.
Un vino definito, con le parole un po’ iperboliche che spesso vengono utilizzate nelle descrizioni e nelle schede aziendali della aziende vinicole, “un millesimato di straordinaria struttura, affascinante sintesi di innovazione e tradizione. E’ il naturale complemento della collezione di etichette della casa: un’eleganza a cui l’elevazione in legno conferisce una ricchezza intrigante ed un’armonica complessità”, idealmente dedicato a Bruno Lunelli, che fu un grande imprenditore, figura fondamentale nella storia del Ferrari, tanto che fu lui nel 1952, quando “il Ferrari si raccontava in meno di diecimila bottiglie l’anno”, ad acquistare, “indebitandosi fino al collo, la cantina fondata cinquant’anni prima da Giulio Ferrari: una piccola realtà produttiva, ma con un grande marchio, di cui Bruno Lunelli aveva compreso le straordinarie potenzialità, innamorandosene”.

Un vino ambizioso che prevede una lavorazione in legno, in botti di rovere austriaco, sulla falsariga di quello stile che Bruno Lunelli amava impiegare all’epoca nei propri vini. Pratica rischiosa che se non tenuta attentamente sotto controllo e calibrata rischia di consegnare dei vini stile “vorrei ma non posso”, molto ambiziosi, dichiaratamente ambiziosi, ma che alla prova assaggio difettano di piacevolezza e di equilibrio.
Cosa che non accade affatto, lo riconosco con grande piacere, dopo aver un po’ “maltrattato” in precedenti prove di degustazione, l’ultima uscita del Giulio Ferrari oppure il Perlé noir, o il Perlé Rosé, alcuni vini, i più importanti, di casa Ferrari, con questa bottiglia di TrentoDoc Extra Brut Riserva Lunelli 2002 trovata in splendida forma, direi di più in una fase evolutiva ancora ascendente, senza nessun segno di stanchezza o tantomeno d’involuzione.
Iniziamo dalla spuma, che si sviluppa intensa e crepitante nel bicchiere e da un perlage spettacolare, di preziosa finezza e intensità, vivace, dal percorso imprevedibile e zigzagante nel bicchiere, per soffermarci sul colore, un paglierino oro intenso dalla luminescente vivacità colmo di riflessi, vivo, spettacolare per brillantezza.
E poi è subito il naso a colpire, così intenso, ricco, compatto, complesso, con quella nota inizialmente burrosa, quasi grassa che poi apre davvero ad una “trama fitta e avvolgente” di sfumature, fiori gialli, frutta secca tostata, cioccolato bianco, ananas e pompelmo, note leggermente vanigliate e dolci che virano verso il caramello e la crème brulée, a comporre un insieme che colpisce per la sua tenuta, la sua forza, ma che riesce ad essere sempre pieno di energia e fresco.
Quindi, perfettamente coerente, la bocca, ampia, succosa, di grande pienezza e larghezza, con una componente vinosa ancora molto evidente, una grande struttura che dà peso e profondità al vino, saldo sostegno, lunga persistenza e gusto ricco, il tutto in una cornice di perfetta armonia tra tutte le parti, con il giusto corredo acido che spinge, assoluta continuità e dinamismo, ma con una freschezza, una bella componente sapida ricca di nerbo, che non viene mai meno e che innerva e vivacizza il vino e gli impedisce, nonostante il suo volume, la sua trama fitta e ricca, di essere eccessivo, di perdere in piacevolezza.
Vino importante (il prezzo in enoteca, a trovarlo ancora, dovrebbe aggirarsi tra i 35 ed i 40 euro) in grado di reggere gli abbinamenti ai piatti più strutturati, di pesce ovviamente, ma anche di carni bianche, per una soddisfazione gustativa, un piacere di berlo, davvero di quelle da ricordare.

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