The Rosé Brut millesimato 2006 Velenosi

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero, Chardonnay

Giudizio:
6


C’è poco da dire, me ne convinco sempre di più, bottiglia dopo bottiglia che assaggio. Nel difficile campo del metodo classico non bastano la tecnica, il savoir faire del produttore, la scelta di usare proprio le uve che classicamente, in Francia e altrove, vengono utilizzate per ottenere ottimi prodotti.
Non bastano la scienza enologica, le ambizioni, l’applicazione se la terra non ha la vocazione non tanto a produrre vini, ma quella particolarissima, sofisticata complessa tipologia di vini che sono quelli ottenuti con il metodo della rifermentazione in bottiglia.
Ecco perché, nonostante i vitigni impiegati siano, salvo piccole differenze, gli stessi, ci sono zone che emergono e s’impongono, che acquisiscono riconoscibilità, immagine, prestigio, fiducia da parte dei consumatori, e altre che, invece, anche se magari vantano un ottimo pedigree per la produzione di vini bianchi, rossi e rosati fermi, sulle bollicine non riescono ad ottenere più di tanto. Anche se la voglia di fare e bene, ci sarebbe.
Per cui, capisco benissimo le logiche, soprattutto commerciali, che ora che il segmento delle “bollicine” tira, o quantomeno dimostra di essere meno in difficoltà rispetto a quello dei vini fermi, inducono un numero sempre maggiore di aziende ad inserire nella propria gamma anche dei metodo classico, così come in tempi più recenti hanno inserito un rosato e ancora prima un vino da dessert, ma se la zona non è adatta non si possono di certo fare miracoli. E non si può pensare di ottenere vini di personalità a dispetto dei santi…
Considerazioni, queste, che mi sono venute alla mente degustando un metodo classico Rosé, un millesimato 2006 con sboccatura 2010, ottenuto da uve Pinot nero, 80%, e Chardonnay, 20%, prodotto in Centro Italia, in quella regione bellissima che sono le Marche, da un’azienda che stimo moltissimo per i suoi vini tranquilli, Rosso Piceno, Falerio dei Colli Ascolani, Lacrima di Morro d’Alba, Offida Pecorino, la Velenosi vini creata nel 1984 ad Ascoli Piceno da Angela ed Ercole Velenosi.
Apprezzo tantissimo la simpatia, la grinta e la capacità imprenditoriale di Angela, coadiuvata in azienda da bravissimi collaboratori e assistita enologicamente da un consulente come Attilio Pagli.
Mi piace il suo modo di fare, la voglia di fare crescere sempre di più la sua azienda, ma di fronte al suo The Rosé metodo classico, prodotto per la prima volta nel 2003, da uve provenienti da vigneti di proprietà posti nella zona di Ascoli Piceno, duecento metri di altezza, terreni di medio impasto, prevalentemente argilloso con dotazione naturale di minerali e microelementi, con resa per ettaro contenuta nell’ordine degli 80 quintali, devo dirle, pur con tutta la simpatia, che non ci siamo.
Non perché manchino le competenze e le capacità in azienda, ma perché con ogni probabilità manca quella sorta di “génie du terroir”, che esiste in Champagne e a casa nostra in Franciacorta, in Trentino, in alcune zone dell’Alto Adige e dell’Oltrepò Pavese, in quella area che oggi prova a proporsi con il nome di Alta Langa, per ottenere un metodo classico che non sia una semplice esercitazione tecnica, un compitino ben eseguito, ma che sia dotato di una vera e propria personalità distintiva.
Bello il colore nel bicchiere, un rosa salmone buccia di cipolla leggermente ramato, di carattere il naso, ben secco, deciso, perentoriamente vinoso, forse anche troppo, con una certa suadenza e fragranza aromatica, con le classiche note di pompelmo rosa, fiori bianchi, lieviti, crosta di pane, ma senza quelle note di piccoli frutti di bosco che sarebbe lecito attendersi da un Rosé dove il Pinot nero è protagonista.
Bocca altrettanto ricca, molto strutturata, piena, ma troppo secca, e ancora tanto vinosa, con un’acidità quasi tagliente che spinge, non ben bilanciata da una dolcezza del frutto, e con una nota di mandorla amara sul finale, per regalare quella piacevolezza che, anche in un uso “gastronomico” del vino, ovvero non servito di certo come aperitivo, ma portato a tavola e abbinato a preparazioni saporite, dovrebbe emergere e non emerge.
Come pure quel modo di disporsi sul palato, elegante e ammiccante il giusto, morbido appena, che nel vino, afflitto da una secchezza eccessiva, da un carattere più da rosato con le bollicine che da Rosé, emerge.
Colpa di nessuno, perché non tutte le zone d’Italia, come ho detto, sono in grado, per microclima, conformazione dei terreni, per quel quid che fa la differenza, per produrre metodo classico. Meglio, forse, come già fanno altri con buoni risultati, cimentarsi con il Verdicchio, anche in versione “spumante”, che ostinarsi con Chardonnay e Pinot nero…

1 commento

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Un commento

  1. Alessio Blanchi

    aprile 15, 2011 alle 12:11 pm

    Pienamente d’accordo con Ziliani (che esorto a deliziarci più spesso con degustazioni marchigiane). Comunque ottimi risultati si possono ottenere anche con Pecorino e Passerina nel sud delle Marche.

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