Il Franciacorta non è uno Champagne


Si comincia a parlare sempre più spesso, anche all’estero, di Franciacorta. E lo si fa non solo nei Paesi considerati tradizionali mercati del vino, ma anche nelle nuove realtà emergenti come la Polonia.
Merito di appassionati, competenti “ambasciatori”, che sono riusciti a far progressivamente conoscere le bollicine bresciane in quel Paese, prima tra tutti la cara amica Elisabeth Babinska Polettileggete qui un’intervista che mi ha rilasciato lo scorso anno – che con intelligente opera di proselitismo ha introdotto il metodo classico prodotto tra Monte Orfano e Lago d’Iseo presso importatori, ristoratori, e giornalisti, e di bravi giornalisti, attivi su riviste molto seguite, su carta e su Internet, che hanno “sposato” la causa del Franciacorta e hanno fatto visita alla zona.
Tra questi operatori dell’informazione uno spazio a parte merita un altro ambasciatore dei nostri vini in terra polacca, Mario Crosta (collaboratore regolare del sito Enotime con la sua rubrica dedicata all’Est Europa) che in Polonia vive da anni.
Mario è un grande appassionato dei Franciacorta Docg e l’ha dimostrato di recente con un ampio articolo dal titolo emblematico, Il Franciacorta non è uno Champagne, che ha pubblicato sul seguitissimo sito Internet Vinisfera di un altro ottimo wine writer di Cracovia, Mariusz Kapczynski. Articolo che Mario e Mariusz mi hanno consentito di ripubblicare, nell’eccellente traduzione di Elisabeth Babinska Poletti, su Lemillebolleblog. Un grazie a tutti loro e buona lettura!

Il Franciacorta non è uno Champagne
In questo testo voglio fare riferimento ad alcuni commenti del testo del blog Sstarwines che riguardano questo tema.
Il Franciacorta non è uno Champagne. Nemmeno sotto l’aspetto della qualità, che in questi due vini non si può paragonare, perché di simile hanno soltanto il metodo di produzione del vino in cantina.
Il terroir è completamente diverso (terra, geomorfologia, clima, somma annuale delle giornate di sole, ecc. ecc) ed è per questa ragione che sono coltivate diversamente anche le varietà di uva.
Climi diversi

Sottolineo che è un errore affermare che il Franciacorta sia meglio o peggio del suo collega francese, perché se ne differenzia sensibilmente. Il Franciacorta non è né migliore né peggiore dello champagne; è semplicemente diverso.
Nelle vigne di una regione “calcarea” com’è la Champagne si notano tre caratteristiche: la produzione media per ettaro è di 20 tonnellate; la densità delle viti è di 7-8 mila piante per ettaro; la concezione dello champagne è la “cuvée”, vale a dire una miscela che unisce molti vini prodotti separatamente, provenienti da molte vigne (in alcune cantine ho contato fino a 60 “componenti”) con diversi livelli di maturazione delle uve.
Nella regione della Franciacorta tutto questo non avviene così, anche se ottenere qui delle uve con un tale livello di qualità adatta alla spumantizzazione sarebbe come un sogno.
Per raggiungere questo livello adeguato i produttori di Franciacorta devono limitare la produzione a 10-12 tonnellate per ettaro e diradare gli impianti (le densità dei nuovi vigneti sono superiori a 4500 piante per ettaro, ma in quelli terrazzati o con una forte pendenza supera le 2500 per ettaro, con filari distanziati di 2,50 metri).
Oltre a ciò, in ognuna delle tenute della Franciacorta distribuite su 2.000 ettari (ad eccezione della più grande – Ca’ del Bosco – di 154 ettari) non ci sono così tante vigne così diverse a disposizione di un’unica proprietà per poter ottenere una vera e propria cuvée “di molte vigne”.
Frazionamento degli appezzamenti
In questo terreno morenico della Franciacorta nel 1993 gli scienziati hanno documentato la presenza di una settantina di differenti micro-terroirs. Da non molto, in genere in tutta la DOCG, ogni vignaiolo monitora le differenze nel tipo di terra (da cui deriva la differenza di maturazione dell’uva) nelle singole particelle della stessa vigna.
Qui il clima è cosi diverso da quello della Champagne che i vini di base chardonnay, pinot nero, pinot bianco della regione Franciacorta raggiungono maggiore pienezza, maggior fruttato, maturano un tenore alcolico naturale superiore più in fretta che nella Champagne, tuttavia hanno un’acidità sensibilmente inferiore rispetto a quella che caratterizza tipicamente i vini di base utilizzati per le cuvée degli champagne.
Per questa ragione i vignaioli devono ottenere in un altro modo l’equilibrio del gusto e ad ogni modo il vino finale non è simile a uno champagne. Qui fate attenzione: a mio parere soltanto Berlucchi (oltre a fare anche alcuni altri vini Franciacorta) produce qualche milione di bottiglie di vino molto simile a uno Champagne (del tipo Cuvée Imperiale), ma che non può essere definito Franciacorta perché viene da una miscela di viti o di vini dell’Oltrepo Pavese, di Franciacorta, del Trentino e dell’Alto Adige.
In questo caso la denominazione “Franciacorta” sull’etichetta non è ovviamente permessa.
Ancora un’osservazione, contenuta nella discussione on line che ho ricordato all’inizio; l’opinione sul Franciacorta Montina è molto “soggettiva”, come spesso succede nel mondo del vino.Dal 1978 ho assaggiato quasi tutti i tipi di Franciacorta e confesso che preferisco i Brut “più muscolosi” ed i Riserva di molte altre cantine, quindi la coscienza non mi permette di lodare questo che è uno dei produttori tra i più ospitali per i Polacchi.
In Franciacorta si può sentire la differenza nei vini di ogni annata – quello che proviamo oggi è di solito nettamente migliore di quello che provavamo una volta. Il genio dei vignaioli, cosi come la loro attività enologica, non permette ancora di dominare completamente la natura, a causa dai un’esperienza relativamente breve (solo 50 anni) e di una produzione ancora limitata (solo 10 milioni di bottiglie nel 2010).
Al contrario la Champagne ottiene un equilibrio sempre simile tutti gli anni e questo grazie alle ricordate cuvée “di molte vigne”, dove interviene inoltre un’esperienza di 300 anni per una produzione di oltre 300 milioni di bottiglie ogni anno. Con lo Champagne si può sempre stare tranquilli, anche se si tratta di giudicare una qualsiasi piccola maison.


La forza della differenza

Il Franciacorta e lo champagne sono dunque dei vini così differenti (così come si differenziano tra di loro Cava, Prosecco, Sekt o Igristoje) che collocare tutte queste “bollicine” in un’unica tipologia sarebbe un errore. Dovremmo al contrario differenziarli, così come facciamo con i vini rossi o bianchi, che non sono uguali, ma questo lo sanno proprio tutti.
Per le bollicine la confusione persiste ancora, forse a causa di una conoscenza superficiale. Ancora oggi abbiamo a che fare con “champagne” gasati artificialmente, quelli che hanno rovinato in Polonia la cultura del bere i diversi vini rifermentati di tutto il mondo e ne hanno ostacolato l’importazione.
Un tempo l’occasione di bere Champagne ce l’aveva solo la nomenclatura e basta. E oggi? Che cos’è il Cava? Che cos’è il Trento? Che cos’è il Franciacorta? Soltanto da non molto si può scegliere le migliori bollicine tra tutte le altre. Ogni vino è ambasciatore del proprio terroir e non è soltanto una bevanda. Quando apro una bottiglia so sempre che in essa non c’è solo un vino ma molto di più: desideri, sogni, aspettative.
Per quanto riguarda le bollicine, tutti ci perdiamo ancora. Perché trattiamo questi vini come bevande per le occasioni speciali o le feste. Non abbiamo addirittura una cultura sufficiente o esperienza con questi vini. Sottolineo che sono dei vini e il vino è re sulla tavola durante i pasti. Qui beviamo quasi soltanto i vini fermi, anche se champagne, spumanti e vini frizzanti ci permettono veramente una scelta più ampia dei cibi da abbinare: antipasti, frutti di mare, crostacei, pesce, carni bianche anche grigliate, formaggi, risotto, paste con sughi anche piccanti, pizza, pasticcini, torte ecc. ecc. (naturalmente secondo le varie tipologie di sapore che derivano dal contenuto di zucchero residuo e dal tempo di permanenza sui lieviti).
Residui zuccherini: senza dosaggio (pas dosé, dosaggio zero, naturale, 0–2 g/l), extra brut (fino a 6 g/l), brut (fino a 15g/l), satèn (cremant blanc de blancs, 12-20 g/l), sec (17-35 g/l), demi-sec (33-50 g/l).
Permanenza sui lieviti
Alcune parole per quanto riguarda la maturazione del Franciacorta. Il tempo minimo di permanenza sui lieviti (anche il tempo minimo di conservazione dal primo giorno della raccolta dell’ultima partita di uve) è il seguente: Franciacorta – 18 mesi (25),
Franciacorta Rosé – 24 (31),
Franciacorta Satèn – 24 (31),
Franciacorta millesimato – (d’annata) 30 (37),
Franciacorta riserva – 60 (67).
Oggi la cultura del bere di qualità aumenta in tutto il mondo e cresce in modo proporzionale la domanda di bollicine. La Champagne vuole aumentare la superficie coltivata, perché la produzione attuale è insufficiente, non copre le richieste del mercato, ed il Franciacorta può parlare di un grande aumento e di successo, ad ogni anno che passa si producono milioni di bottiglie in più (per es. nel 1995 sono state vendute 2,8 milioni di bottiglie, 5,3 milioni nel 2005 e 10 milioni nel 2010, ma saranno 13 milioni nel 2011).
Tuttavia, mentre nei vini normali siamo in grado di giudicare tutti i valori, nelle bollicine ci perdiamo, siamo ancora lontani da una conoscenza completa.
C’è bisogno ancora di molto tempo e di molte degustazioni per degustatori, insegnanti dei corsi sul vino, sommelier, scrittori del vino e amanti del vino. I Franciacorta presentano di tanto in tanto problemi con l’acidità, cosa che notiamo facilmente perché lo Champagne ci ha abituato all’acidità da 300 anni – mentre la mineralità e il fruttato caratterizzano di più il Franciacorta. Lo stile del Franciacorta è ancora molto diversificato.
Poiché la tradizione della produzione di questo vino è relativamente recente, ancora oggi i vignaioli cercano di trovare una loro strada ed un loro stile. Alcuni tentano una produzione basata su una nota leggera, che dovrebbe rinfrescare il nostro gusto, mentre altri accentuano un carattere più strutturato e complesso, più pieno di materia, lasciandolo maturare più a lungo sui lieviti. Altri ancora vedono il futuro legato ad uno stile più raffinato ed elegante.
Anche se una gran parte di loro ha dei vini veramente interessanti da proporre, a volte però rimangono soffocati, nascosti all’ombra delle marche più conosciute.
Vi potete informare (in italiano) sul nuovo blog di Franco Ziliani (www.lemillebolleblog.it). Visitatelo, vale la pena!
Mario Crosta
(traduzione: Elisabetta Babinska Poletti)”

4 commenti

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4 commenti

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  2. Mario Crosta

    marzo 10, 2011 alle 3:00 pm

    Ostiassa, Franco!
    Ma che sorpresa!
    Stavo scrivendoti un commento sull’Oltrepo (che non mi esce mai dal cuore) e cosa mi hai combinato?
    Mah…
    Spero che un modesto contributo come quello che ho pubblicato in polacco dal comune amico Mariusz “kapka” Kapczynski (che riprende un tema affrontato prima sul blog di “sstar” e poi sul blog di Wojciech “nerval” Bonkowski che glorificava, secondo me sbagliando, uno dei produttori) possa servire ad aprire qualche porta in piu’ in quel Paese del Baltico in cui vivo. Magari ci vorranno molti anni, ma non c’e’ da spaventarsi: Elzbieta va avanti e indietro in continuazione, e’ tenace, fa assaggiare il vino in sua presenza alle temperature giuste a chi non lo conosce (e sia il rose’ che il satèn sono particolarmente adatti alle cucine orientali, slave, magiare, asburgiche) e se non viene fregata da qualche produttore che si rimangia le parole (e gli ordini…) puo’ veramente fare tanto.
    E’ alle sue difficolta’ che mi ero ispirato per l’articolo, perche’ tanti fanno di tutte le bollicine un fascio, senza capire che sono vini di terroir e che vanno promossi con il loro terroir, non per far concorrenza all’ottava meraviglia del mondo. La domanda di metodo classico e’ in continua espansione in tutto l’est europeo. Ieri la televisione polacca ha detto che in 5 anni si prevede una crescita del 25% (oggi il consumo e’ ufficialmente a 5,4 litri pro capite) dell’importazione di vini italiani, in particolare metodo classico.
    Ovvio che non c’e’ soltanto la Franciacorta. Quando ho cominciato a bere io, alla fine degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70, si e’ sviluppata una serie da Rossi di Montelera, Contratto, C.S.S. Maria la Versa, Equipe 5, Ferrari, Berlucchi, Monte Rossa, Il Mosnel e via via tanti altri ottimi metodo classico, sempre piu’ buoni, sempre piu’ sani, sempre piu’ affidabili.
    Guai a farne di ogni erba un fascio. vanno trattati come siamo abituati finalmente a trattare i rossi, differenziandoli, abbinandoli nel modo giusto e smetterla di considerarli solo dei vini da feste e da torte…

  3. sstar

    maggio 10, 2011 alle 1:10 pm

    Quel testo del blog Sstarwines? Link non fonctione 🙂

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