Cruasè, Un’opportunità per l’Oltrepò Pavese, se…

Il buon Gianluca Ruiz De Cardenas, piccolo produttore oltrepadano, ma soprattutto fine testa pensante e coscienza critica dell’Oltrepò vinicolo, dopo essere intervenuto, qualche tempo fa, sui “disciplinari degli spumanti classici Oltrepò Pavese”, mi ha fatto un nuovo grande regalo inviandomi una sua riflessione sul tema Cruasé, ovvero il marchio di punta su cui il Consorzio Oltrepò punta per qualificare la propria produzione di metodo classico.
Più che rispondere io (ma mi tengo sempre pronto a farlo se fosse il caso) penso sarebbe interessante fossero i produttori di Cruasé oltrepadani a replicare e a dire la loro su un tema che credo debba interessarli…
Mi auguro che questo appello questa volta non rimanga inascoltato… Buona lettura!

“A differenza di quello che sembra pensare Franco Ziliani (vedi degustazione del Cruasè Mazzolino su questo blog), il nome Cruasè non è banale e l’operazione sottostante non è infondata.
Premesso che è impossibile trovare un nome che metta tutti d’ accordo, soprattutto nel Paese dei campanili e delle liti condominiali, direi che questo è  piuttosto efficace  sia come forma che come contenuto. E’ vero, coniuga due parole francesi, ma questo in enologia non guasta mai: cru e rosè,  e oltretutto la parola stessa potrebbe essere francese solo che si scrivesse Croisè, ma il risultato fonetico è identico. Fa anche venire l’ acquolina in bocca perché è parente stretta del croissant, il delizioso cornetto che rompe il digiuno (breakfast).
Di lunghezza perfetta, né troppo né poco, è pronunciabilissimo ed esce tutto d’ un fiato, senza sforzo. Ricordo perfettamente le dispute che divamparono quando, una trentina d’ anni fa, i signori di Champagne riuscirono, giustamente, a cancellare dal resto del mondo la dizione “Méthode Champenoise” e gli spagnoli scelsero sveltamente quello splendido nome che è “Cava”, per designare i loro Spumanti con rifermentazione in bottiglia. Sembrò che senza un nome unitario per gli Spumanti Classici (SC) italiani tutto sarebbe naufragato e si scatenarono le proposte più varie e cervellotiche, tra le quali poi l’unica che raccolse un numero, del resto esiguo, di consensi fu il desolante “Talento”.
Inutile dire che, pur vivendo ancora in teoria, questo nome è semplicemente ignorato da mercato e dai consumatori.
E’ chiaro che un solo nome per le quattro zone di SC italiane non è praticabile, e subito ciascuna scelse, con varia fortuna, la territorialità quale discriminante.
(Il Cava ebbe poi un successo strepitoso – nel mondo, non in Italia – tanto che le due case che praticamente lo monopolizzano, sono diventate le due singole maggiori produttrici mondiali di SC, superando ciascuna il colosso di Champagne Möet e Chandon. Ma questo è merito del nome? Nossignori, ci vuole ben altro).

Tornando al Cruasè, in questo panorama frammentato, dare un nome non a tutto lo SC dell’OP, ma alla sua versione che più si collega al Pinot Nero, il Rosè, ha certamente un fondamento.
Dopo aver ignorato per decenni questo vitigno,  salvo che nelle vendite di uve agli spumantisti di altre zone, ora forse si esagera enfatizzando il Pinot Nero in ogni occasione, a proposito e a volte a sproposito, e ormai credo che anche gli scolaretti sappiano che l’OP ha 3.000 ettari di pinot nero.
Visto che lo SC Rosè non ha altre zone di elezione in Italia e  che l’OP ha una qualificazione, se non altro quantitativa, per identificarsi col vitigno che, tecnica a parte, anche nell’ immaginario collettivo si collega con questa versione dello SC, perché non farne una bandiera?
Si troveranno critici a bizzeffe, nella nutrita falange di detrattori sulla quale l’OP può sempre contare, che disapprovano questa come ogni altra iniziativa locale, ma personalmente apprezzo il programma e pur essendo, come produttore, in dissenso con gli altri disciplinari degli SC oltrepadani (ma questa è un’ altra storia), aderisco sia alla DOCG SC Rosè che al marchio Consorziale Cruasè del quale stiamo parlando.
Detto questo, mi guardo bene dal pensare che, trovato il nome, sia tutto risolto. Anzi, i trabocchetti sono pronti, primo tra tutti quello della faciloneria. Ma ci sono anche limitazioni obiettive: gli SC Rosè sono un piccolo mercato, stimato tra il 3 ed il 5% di quelli bianchi, quindi, dato e non concesso che il Cruasè possa attirare anche parte dei consumi di Rosè delle altre zone, si tratterebbe comunque di numeri modesti.
Sperare poi che un’efficace promozione possa spostare consumi dagli SC bianchi ai Rosè, per incrementarne il mercato complessivo, mi sembra azzardato.
Il tutto poi, sia chiaro, riguarda solo il mercato italiano, perché quello dell’ esportazione è notoriamente precluso ai nostri SC per la formidabile concorrenza dello Champagne e del Cava.
Vedo nei supermarket svizzeri, accanto agli immancabili Champagne, bottiglie di Cava allo stesso prezzo del Prosecco, unico Spumante italiano, insieme all’Asti, a tener alto (si fa per dire) il prestigio della spumantistica italiana nel mondo: peccato che siano entrambi  metodo Italiano-Martinotti-Charmat (chissà quando si deciderà per un solo nome), quindi non della categoria alla quale il mercato attribuisce il maggior pregio degli Spumanti. Penso sia evidente che il livello qualitativo di ogni vino dipende dal produttore e non da disciplinari che la fervida fantasia italica riesce, quando vuole, a dribblare con disinvoltura, o da marchi collettivi anch’ essi di manica larga, quanto a pregio.
Escluso a priori che la totalità delle aziende, in questa come i qualunque altra zona, riesca a produrre  al  massimo livello qualitativo, resta da sperare che un numero sufficiente di produttori possa mantenere elevato il pregio  degli  SC oltrepadani Rosè con marchio Cruasè, in modo da non tagliare subito le gambe al successo dell’ iniziativa.

Gianluca Ruiz De Cardenas

Il rischio dei marchi collettivi è infatti quello che alcuni prodotti scadenti o anonimi vanifichino gli sforzi dei migliori produttori, che non saranno più identificati solo col proprio nome, ma anche con quello del marchio, che in questo caso sarebbe svilito.
Particolarmente forte sarà infatti la tentazione di avvalersi dell’ombrello del marchio per facilitare la vendita di prodotti di dubbio pregio, magari da parte di chi non ha alcuna esperienza di spumantizzazione.
Mi rendo conto che per promuovere il marchio bisogna raggiungere una certa massa critica, ma il crinale è molto stretto perché se per farlo si apre a chiunque  pensi di poter diventare spumantista da un giorno all’ altro, si può mettere a repentaglio tutta l’iniziativa.
Le produzioni di pregio sono sempre una strada lunga ed impervia che non consente scorciatoie, ma che nel tempo paga. L’OP ne ha particolarmente bisogno non avendo mai brillato nel settore degli SC, nè da un punto di vista qualitativo né quantitativo ed ora avrebbe l’opportunità di emergere in un settore non vasto, ma ben connotato quale quello degli Spumanti Rosè.
Mi auguro che sia possibile, con l’ottimismo della speranza, perché sarebbe un peccato che questa operazione, fortemente voluta dal Consorzio Vini DOC OP, prendesse subito una strada sbagliata”.
Gianluca Ruiz De Cardenas

n.b.
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4 commenti

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4 commenti

  1. Laura

    febbraio 8, 2011 alle 10:54 pm

    Riflessioni assai argute. Comunque ritengo che da un punto di vista del marketing il nome faccia la sua parte (anche se non mi spiego come il nomaccio Cava possa influire positivamente) anche se, come sottolinea Gianluca Ruiz De Cardenas, dietro ci vuole ben altro.
    L’ Oltrepò ha in mano una bella carta da giocare.

  2. Marco

    febbraio 9, 2011 alle 1:40 pm

    Perchè “il nomaccio Cava”? Io trovo che vada a pennello e sinceramente non riesco a spiegarmi questa negatività nei confronti del Cava.

    • Gianluca

      febbraio 24, 2011 alle 6:59 pm

      Vedo che l’ argomento sta scivolando sul Cava, ma vorrei più pareri sul Cruasè.
      Piace il nome e pensate che l’ operazione abbia un senso? Non vorrei che andasse a finire come il Parmigiano Reggiano; si pensa che siano tutti uguali, ma non è così.

  3. gigi stradella

    settembre 4, 2012 alle 12:58 am

    Molto interessato a questa impresa,sia come utente appassionato che come cliente .

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