Franciacorta Francesco Jacono riserva 2002 Villa Crespia Arcipelago Muratori

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay

Giudizio:
7


Domanda (spero non oziosa): siamo sicuri che un lunghissimo affinamento sui lieviti, protratto per molti anni, addirittura per multipli di quei canonici 24 mesi che per molti produttori e zone produttrici di metodo classico italiani costituiscono il termine canonico, la soglia, una sorta di colonne d’Ercole, oltre alla quale è rischioso avventurarsi, giovi sempre alle bollicine italiane? E fino a quale punto una pur legittima ricerca di complessità e “importanza” nei vini, che si pensa di perseguire anche attraverso una lunghissima permanenza sui lieviti, non arriva invece a pregiudicare quell’elemento fondamentale in ogni metodo classico degno di questo nome che è la piacevolezza, la facilità di beva, di più, quella sorta di “magia” che fa sì che quando si stappa una bottiglia di bollicine di quelle giuste questa si vuoti velocemente e fa venire addirittura voglia di berne una seconda?
Queste riflessioni mi sono venute alla mente degustando il Franciacorta Docg di punta, la “cuvée de prestige” di Villa Crespia, azienda franciacortina dell’universo Arcipelago Muratori, che ha creato aziende satelliti anche in Campania e Toscana.
Un vino, il Franciacorta Francesco Jacono riserva 2002, definito dallo stesso produttore “la massima espressione di Villa Crespia”, che “vanta un affinamento di oltre 90 mesi”, di cui ben 84, ovvero sette anni, di rifermentazione e affinamento sui lieviti in bottiglia.
Vino importante e ambizioso, visto che il prezzo in enoteca varia tra i 40 ed i 45 euro.
Che tipo di prodotto è questa Cuvée che l’azienda – che per inciso definisce “Villa Crespia la Cantina di Franciacorta destinata alla produzione degli spumanti metodo classico che si fregiano della Denominazione d’Origine Controllata e Garantita (DOCG)”, utilizzando un termine, “spumanti”, che in Franciacorta vedono come il fumo, anzi il napalm, negli occhi – dice dovrebbe esprimere “tutta la freschezza dello Chardonnay in purezza a dosaggio zero”? E’ un vino sicuramente pensato con grandi ambizioni, prodotto con Chardonnay proveniente da un vigneto tra i migliori di tutta la Franciacorta, il Rampaneto, tre ettari circa, 5000 viti per ettaro, su suoli morenici profondi collinari, che ha espresso uve raccolte il 19 settembre 2002, sottoposte ad una vinificazione che prevede per una parte l’uso della macerazione pellicolare, fermentazione alcolica svolta parte in acciaio e parte in legno, malolattica parzialmente svolta, e affinamento del vino in vasca per cinque mesi e parte in legno di rovere per 6-12 mesi.
E poi dosaggio zero, ovvero nessuna aggiunta di liqueur, secco e deciso.
Vino che nel pensiero di Francesco Iacono, un ricercatore di primario valore che ha partecipato svariati anni fa ad un fantastico lavoro di zonazione condotto in Franciacorta per individuare la natura dei terreni. Lavoro che ha portato alla scoperta che nel piccolo territorio conosciuto con questa denominazione, poco più di 2000 ettari, ci sono ben sei ambienti diversi, vuole veramente essere un vino speciale.
Eppure all’assaggio mi ha colpito, e non poteva essere diversamente, ma non mi ha conquistato, sembrandomi un po’ troppo contratto in quel suo sforzo scoperto di essere una cuvée speciale, da… effetti speciali.
Colore paglierino oro barocco carico, perlage sottile e continuo, di bella finezza, si propone subito nel bicchiere con un naso fitto, ben maturo, con note di frutta secca e agrumi canditi, di fieno secco e créme brulée, di agrumi canditi, di uvetta, ananas, spezie orientali ed una leggera nota di vaniglia, a comporre un insieme compatto e complesso.
Bouquet aromatico da vino di quelli che vogliono colpire e sorprendere per la loro densità ed intensità, ma che sembrano tenerti leggermente a distanza e quasi non ti invitano ad entrare, con fiducia ed emozione, nel loro mondo. Bocca altrettanto impressionante, ben secca, asciutta, molto strutturata, con una vinosità pronunciata che già si rivelava anche nell’esame olfattivo, vino ben spallato, sostanzioso, decisamente pieno (un Franciacorta importante da godere a tavola e da abbinare a preparazioni le più impegnative e ricche di sapore), dotato di una buona maturità di frutto, di una freschezza decisamente rilevante considerando che si tratta di un millesimo 2002. Eppure, nonostante le sue dimensioni, il suo corpo, le sue “misure” fatica a scattare l’innamoramento, il colpo di fulmine, e l’apprezzamento rimane più intellettuale che emozionale, perché il vino, forse in virtù di un affinamento troppo prolungato, appare un po’ bloccato, e la beva non risulta così piacevolmente contagiosa come era, sono pronto a scommetterlo, nelle ambizioni del tecnico e dei produttori.
Domanda ingenua da non tecnico: non sarebbe stato forse meglio, per esaltare più freschezza, piacevolezza, nerbo, scatto, accontentarsi di un affinamento sui lieviti meno “monstre”?    

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