Franciacorta Rosé P.R. Monte Rossa

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero

Giudizio:
7


In Franciacorta è in corso una vivace dibattito, che coinvolge sia il Consorzio che il centinaio di produttori associati, su quale debba essere lo “stile” di una delle due tipologie di Franciacorta Docg che negli ultimi cinque anni ha conosciuto il maggiore sviluppo.
Non sto parlando del controverso e discusso Satèn, bensì del Rosé. Io non credo che ci sia assolutamente bisogno di provare a stabilire, per disciplinare, quale debba essere la tinta canonica e la sfumatura di rosé più giusta.
Credo che stabilita come regola quale debba essere la presenza minima di Pinot nero nella cuvée sia pacifico e stia nella logica delle cose che ci si possa trovare di fronte a Franciacorta Rosé dall’intensità colorante più o meno spiccata, più color buccia di cipolla sangue di piccione oppure cerasuolo o lampone.
Dipende da quanto Pinot nero si usa e come lo si utilizza, se si pensa a quella quota come ad un’uva rossa da vinificare in bianco o se c’è pure una quota vinificata e trattata da rosso.
Il disciplinare in vigore dice che “la percentuale delle uve di Pinot nero, vinificate in rosato, deve essere almeno il 25% del totale” e credo che oltre a questa prescrizione non sia necessario spingersi.
Direi piuttosto che il Consorzio potrebbe/dovrebbe farsi sentire – ma è un discorso che investe anche altre zone vinicole e altre tipologie di vino – dai produttori e dissuaderli, per ora con le buone, dal compiacere una strana deriva che porta, perché il vino così risulta più morbido, piacevole, appealing, più facile da apprezzare, anche dal pubblico femminile, che risulterebbe essere il principale estimatore del genere, ad essere diciamo un po’ “generosi” con la percentuale di zuccheri.
Creando nei vini un fastidioso, stucchevole effetto caramelle e bon bon che io personalmente non posso soffrire.
A parte il fatto che parlare ancora, nel 2011, di vini “per le donne”, ovviamente intendendo che si tratta di vini più semplici o banali, fa venire a me, che pur non sono tacciabile di simpatie femministe, voglia di riesumare uno slogan vetero-femminista (e anche un po’ violento) tipo “colpirne uno per educarne cento” applicandolo all’autore di simile stupidità.
Io conosco molte donne, appassionate di vino, sommelier, conoscitrici o semplici consumatrici, che col ca… volo che vogliono un rosé edulcorato e senza… eno-attributi!
Allora, se Rosé deve essere che si usino le armi dello charme, della suadenza, dell’eleganza, della morbidezza voluttuosa, della seduzione per colpire e non certo quelle della banalità o della prevedibilità.
Questo detto e dichiarato ufficialmente qui che uno degli obiettivi che Lemillebolleblog si prefigge per il 2011, è quello di perlustrare l’universo in rosa del metodo classico italiano, in Oltrepò Pavese per il Cruasé e poi anche in Franciacorta, voglio parlarvi, completando il discorso già avviato con il Blanc de Blanc magnum fatto allegramente fuori con cognati (e cognate) a Natale, di un Rosé di Franciacorta che mi è piaciuto, certo, ma non mi ha entusiasmato.
Apparendomi molto lontano da quel paradigma del grande rosato franciacortino che è la fantasmagorica, anche nel prezzo, ahimé, Cuvée Annamaria Clementi di Cà del Bosco.
Parlo del Franciacorta P.R. Rosé, non millesimato, della Monte Rossa di Bornato, gustato a sua volta nella versione ad usum familiae ovvero in magnum.
Una cuvée composta per il 40% da Pinot nero, che secondo l’azienda conferisce “lunghezza e rotondità” al vino e per il 60% da Chardonnay, apportatore di “freschezza e piacevolezza”.
Bello il colore, non particolarmente intenso,  ma luminoso, che richiama il sangue di piccione ed un cerasuolo scarico, elegante il naso, fine, elegante, di immediata presa, con un bel gioco tra le note agrumate, netto il pompelmo rosa, ed i piccoli frutti di bosco, con fragoline a prevalere sul lampone o sul ribes, impreziosito da fragranti sfumature floreali.
Parte bene al primo impatto in bocca, pieno, ricco, succoso, molto sul frutto, dichiaratamente rotondo e morbido, come le curve di una pin up d’antan, e persino “burroso”.
Poi però, quando il vino dovrebbe spiccare il salto e non accontentarsi di questa dimensione rassicurante e accogliente, persino “ammiccante”, il residuo zuccherino, la dolcezza, la ricerca di piacevolezza appaiono, almeno al mio palato, un po’ eccessivi, impedendo al vino di giocare su più dimensioni e di andare in profondità.
Ma sono considerazioni un po’ da ricerca del pelo nell’uovo le mie, perché sono certo che alla stragrande maggioranza dei consumatori un Franciacorta Rosé del genere va benissimo tanto che invece di avanzare delle riserve come fa quel brontolone incorreggibile del sottoscritto si dedicherebbero, con piacere, a vuotare la buta, pardon, il magnum…

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