TrentoDoc Perlé 2005 Ferrari

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay

Giudizio:
8


Con oltre mezzo milione di bottiglie prodotte, vendute ad un prezzo variante dai 25 ai 30 euro, il TrentoDoc Perlé rappresenta una parte significativa della produzione, da calcolare intorno ai 4 milioni e mezzo di pezzi, delle celebri Cantine Ferrari di Trento.
Ed in effetti in cantina a Ravina di Trento i Lunelli ed il loro enologo e direttore di produzione Ruben Larentis, giudicato quest’anno enologo dell’anno da una guida, si coccolano letteralmente questo prodotto di qualità indiscutibile (ai quali hanno recentemente affiancato un Perlé in versione Rosé ed un Blanc de Noir, il Perlé Noir) che potremmo collocare a metà tra il TrentoDoc base, quello che troviamo anche nella Grande Distribuzione Organizzata (dove negli ultimi dieci giorni del 2010 si poteva trovare, a prezzi incredibilmente bassi, intorno ai 7 euro, anche il suo principale competitor, la Cuvée Imperiale Brut della Guido Berlucchi) e le cuvée più importanti.
Tra cui spicca – conto di raccontarvi presto la nuova annata – il mitico Giulio Ferrari Riserva del Fondatore.
Il Perlé conta su molti estimatori, anche il sottoscritto, che apprezzano la personalità di questo millesimato Blanc de Blanc ottenuto solo con uve Chardonnay provenienti da vigneti di proprietà, situati in collina nei dintorni di Trento a 300-700 metri esposti a Sud-Est e Sud-Ovest e sottoposto ad un lungo affinamento in bottiglia, generalmente intorno ai 50 mesi.
Un vino che ha una lunga storia, visto che è stato prodotto per la prima volta giusto 40 anni fa, in quel 1971 che noi barolisti ricordiamo come un’annata memorabile, eppure…
Non voglio intaccare un piccolo monumento, un caposaldo della storia del TrentoDoc, però questa nuova edizione, annata 2005, non mi ha interamente convinto.

Splendido il colore paglierino oro brillante, magnifico, sottile, continuo, zigzagante nel bicchiere, il perlage, e molto convincente il naso, ben secco, deciso, maschio, profumato di frutta secca e di fieno, di mela renetta, crosta di pane e lieviti, con accenni di miele, a determinare un bouquet diritto, ben sapido, nervoso il giusto.
Non mi ha gratificato fino in fondo e ha suscitato qualche perplessità, dal puro punto di vista della piacevolezza e dell’articolazione, l’aspetto gustativo, perché il vino, oltre a riproporre anche sul palato il suo timbro ben secco e deciso, una struttura di apprezzabile ampiezza, un’indubbia sapidità e una bella componente minerale, mi è sembrato condizionato e frenato, nella prestazione complessiva, da una certa eccessiva durezza, meno avvertibile quando il vino viene abbinato ai piatti e non solo proposto da solo come aperitivo, che rende il vino un po’ prevedibile e un filo unidimensionale.
Insomma resta sempre uno dei punti di riferimento del TrentoDoc il Perlé Ferrari, ma un filo di morbidezza e cremosità in più (cosa non difficile da ottenere, credo, dall’abbondante Chardonnay di cui si dispone), una grana un po’ meno cruda, sarebbe, anche per me che pure amo i metodo classico affilati, verticali, i meno “ruffiani”, una bella cosa…

1 commento

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Un commento

  1. luigi fracchia

    gennaio 5, 2011 alle 7:01 pm

    aspettavo questo suo post e nel leggerlo mi chiedevo se queste crudezze di certi produttori (che ho peraltro riscontrato anch’io nel mio piccolo) in qualche maniera non siano indotte dalla stampa, che, ormai disamorata dalle morbidezze di qualche anno fà, ora ricerca una purezza dei vini come pura espressione del terroir e non delle abilità tecniche dello chef caviste.
    Forse questi vini pagano lo scotto di essere i primi e a fronte di queste durezze organolettiche, bisognerebbe per poter giudicare, aspettare del tempo affinchè la materia, gli acidi, la co2 e gli aromi si fondano e si ammorbidiscano in un naturale processo di evoluzione.

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