Eno-disinformazione: per certi americani sono Prosecco e Asti gli “Champagne” italiani

Acciperbacco quanto devono ancora darsi da fare i produttori dei diversi metodo classico a denominazione d’origine italiani, franciacortini, trentini, oltrepadani, altoatesini, altolanghetti, per farsi conoscere.
E soprattutto per far capire, in Italia e nel mondo, non solo che non hanno nulla a che fare con gli “spumanti” generici, quelli che in finale di 2010 si vendevano a 3-4 euro, o meno, ma anche con le bollicine da uve aromatiche prodotte con il metodo Charmat come i vari Prosecco, Doc o Docg, o l’Asti.
Anche non volendo presentarsi, perché sarebbe sciocco, come la “risposta” (oggi le comiche: 20 milioni di bottiglie contro 300) italica al modello storico rappresentato dallo Champagne, è giusto far capire che almeno metodologicamente parlando, trattandosi comunque sempre di “méthode champenoise” o se preferiamo definirli vini nati con la tecnica della rifermentazione in bottiglia, uno Champagne è ben più “vicino” ad un Franciacorta e ad un Trento Doc che ad un Asti o a un Prosecco…
Allora, cari produttori di metodo classico italiani, anche se le quote delle vostre bottiglie che vendete all’estero, dove nell’area anglo-americana li definiscono “sparkling wines” e li mettono nello stesso contenitore con i vini prodotti in California, Australia, Nuova Zelanda, e persino India o nel Sussex inglese, sono piccole quote, decisamente minoritarie rispetto al fatturato messo a segno sul mercato italiano, datevi da fare, comunicate con chiarezza la vostra peculiarità e differenza.
Se così farete, ci saranno minori probabilità che si verifichi il comico qui pro quo, anzi misunderstanding, in cui è incorso, per sua ignoranza, ma anche perché i nostri produttori non hanno saputo comunicare sufficientemente bene e con forza, il wine writer statunitense Casey Phillips che in un articolo dedicato agli sparkling wines di tutto il mondo pubblicato sul Chattanooga Times Free Press, in un box intitolato Champagne by any other name (che potremmo liberamente tradurre come “gli altri nomi dello Champagne”: nomi che non ci sono perché “il n’y a de Champagne que dans la Champagne”) è arrivato a proporre come “equivalente” dello Champagne in Spagna il Cava, in Germania e Austria i Sekt, in Portogallo l’Espumante, ricordando che in Francia si producono anche Crémant de Bourgogne e de Loire (dimenticandone svariati altri) e proponendo per l’Italia nientemeno che Prosecco e Asti – leggete qui. Non ci sono parole…
Per fortuna che negli Stati Uniti ci sono altri commentatori di cose vinicole ben più informati e preparati, ad esempio il buon Gregory Dal Piaz (di origine trentina, anzi nonesa) che in questo recentissimo articolo pubblicato sul sito Internet Snooth, scrive testualmente “Italy is one of the world’s largest sources of sparkling wines and many are quite well known, though some are lurking just on the edge of fame. Prosecco from the Veneto is much like Cava in that the more common bottlings tend to be sweetish, though Prosecco’s flavors are generally more orchard fruit-driven and perhaps ultimately simpler than Cava.

There are also some remarkable Metodo Classico-style wines produced in Italy, particularly in Lombardia and Trentino, that can compete with the world’s finest.
These are wines that are generally based on the classic blends of Champagne (Chardonnay and Pinot Noir) with winemaking that can be indistinguishable from their French cousins. The pricing of some can make it difficult to be particularly enthusiastic about recommending them, but the truth is the can be mighty fine indeed”.
E per fortuna c’é anche, come ho scritto qui, uno dei più intelligenti e acuti wine blogger americani, W. Blake Gray, che sul suo The Gray Market Report in un articolo che potete leggere qui, ricorda ai suoi lettori che “Good sparkling wine costs more than good still wine because it requires more effort. The wine is fermented twice; once in a tank or barrel, and again in the bottle to produce the bubbles.
There’s a lower limit to how much you can pay for bubbly and not expect to get swill. What is that lower limit? About $10 for Prosecco, which is made more cheaply — essentially carbonated like soda pop — and about $15 for everything else.
If you think you don’t like sparkling wine — or you think it gives you a headache — you almost certainly have only been drinking the cheap stuff. I can’t count the number of people for whom I’ve had the pleasure to pour their first glass of good sparkling wine. It’s a mind-opening experience; bubbly really does make life better”.
Ricordare che una buona bottiglia di “bollicine” ha dei costi dovuti alla sua particolare metodologia produttiva, che occorre spendere almeno 10 dollari per un Prosecco e 15 per un altro vino per assicurarsi di avere una qualitá decente, che se si hanno avute cattive esperienze con gli sparkling e si é stati colpiti dal mal di testa molto probabilmente é perchè ci si trovava di fronte ad una bottiglia mediocre, che bere un buon “sparkling wine” é un’esperienza che apre la mente e rende la vita migliore, questa sì che é ottima informazione!
Certo W. Blake Gray aggiunge anche che “nothing against Prosecco, which is a fun wine, but it is to good sparkling wine what Velveeta is to cheddar”, che non ha nulla contro il Prosecco, ma un buon sparkling wine (e penso alludesse a vini metodo classico a denominazione d’origine) “é tutta un’altra cosa”, alludendo alla differenza tra un formaggio commerciale come il Velveeta ed il Cheddar originale, ma, acciperbacco, come contestare la liceità e la fondatezza, del resto i gusti sono gusti, di un’affermazione del genere?

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  2. Hande

    gennaio 3, 2011 alle 1:23 pm

    ah! mio discorso preferito…

    io nel 2010 ho servito franciacorta (e anche qualche trento e alto adige – tutti metodo classico) a circa 500 ospiti americani dei miei degustazioni. Comincio sempre chiedendo se conoscono qualche bollicine d’Italia e sento sempre, ma davvero sempre, Prosecco, e dopo anche qualche Asti. Mai sentito uno degli soprascritti. E dopo aver degustato e imparato un pochino, dicono tutti, ma tutti 1.”non sapevo che questi esistano” e 2.”mi piace piu di champagne”. Produttori Italiani di metodo classico devono lavorare su questo!

  3. Strappo

    gennaio 3, 2011 alle 3:32 pm

    C’è sempre, Hande mia, il problema dell’enotecaro moyen americano che non vuole muoversi un millimetro per informarsi neppure informare i suoi clienti. Si pensa solo al prezzo. Il Prosecco è cheap, ci sono le bollicine e basta. Al consumatore medio dà un po’ di piacere, fa un po’ la festa e basta,

    La Franciacorta, sostengo, non è una “vendita facile” (an easy sell) in questo periodo economico. Costa quanto uno Champagne veritiero e gli manca secoli di tradizione e glamour, raccontati ad nauseam in libri canzoni film, che distinguono lo Champagne. E’ forse il trionfo del marketing Champenois, nonché le caratteristiche particolari del vino, ma la Franciacorta rimane una cosa oscura e poco compreso sulle nostre sponde selvagge.

    Spesso i beni di lusso diventano feticci. La sfortuna del Franciacorta è di concorrere con uno di essi.

  4. Hande

    gennaio 3, 2011 alle 4:28 pm

    Terry, 100% d’accordo! Franciacorta e anche altri buoni metodo classico d’Italia sono troppo cara per concorrere con cheap prosecco/generic spumante, e troppo nuovo/senza storia per concorrere con champagne. Per questo credo che produttori devono creare una storia (terroir?) da raccontare, informare, informare, informare; non vuole essere champagne (ridicolo!) ma un altra cosa.

  5. Strappo

    gennaio 3, 2011 alle 4:48 pm

    La creazione della Storia sarà il gran lavoro dei produttori. O di un produttore che pensa “fuori della scatola,” per introdurre un americanismo.

  6. Giacomo Mela

    settembre 12, 2011 alle 3:07 pm

    Comunque non dobbiamo meravigliarci tanto se l’immagine che no, italiani, abbiamo presso diverse nazioni è questa. Siamo noi che dovremmo interessarci se il nostro modo di comunicare e di inviare informazioni arriva a destinazione o si perde per strada, o vinene stravolto, in fondo ognuno è vittima del suo modo di rapportarsi con gli altri abitanti del mondo. Spesso nelle manifestazioni internazionali mi è capitato di constatare quanto sia limitata e poco rappresentato il potenziale espressivo e comunicativo della bella Italia. In fondo chi è attivo e opera bene sarebbe da incentivare e non da……ostacolare

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