Perché “spumanti, no grazie”?

Alcuni amici, produttori di vino o semplici lettori, dopo aver preso visione del mio programma d’intenti contenuto in questo ed in quest’altro post, una sorta di programma di quello che sarà e quello che non sarà invece lemillebolleblog, mi hanno chiesto: ma perché ce l’hai tanto, che sembri quasi odiarla, con la parola spumante?
Domanda legittima, ma per la verità io quella parola non la “odio”. Mi sembra una parola sbagliata, ormai priva di un significato autentico, che possa rendere quello che avrebbe potuto essere un reale, corretto, utile significato di questo nome ormai improponibile.
Non la “odio” di certo, non ce n’è alcun motivo, e l’odio è un sentimento che sarebbe meglio se non albergasse in alcun cuore, tanto più quando si parla quella cosa gioiosa che è il vino, ma sono un po’ “incavolato” con persone e circostanze che in questi ultimi 15-20 anni, hanno sbagliato clamorosamente strategia e hanno fatto sì che quel nome di “spumante” (che poteva magari essere speso con intelligenza per costituire un nome comune, facilmente identificabile, che potesse distinguere i vari metodo classico, di varie zone, origini, denominazioni prodotti in Italia) venisse invece speso, malamente, per indicare praticamente tutti i vini con le bollicine possibili prodotti in Italia.
I metodo classico, certo, ma anche e soprattutto i vini prodotti con il metodo Charmat da vitigni aromatici e non, ed i vari “frizzantini” senza particolari pretese qualitative.
Non odio il termine “spumante” o “spumanti italiani”, dunque, ma trovo veramente privi di qualsivoglia contatto con la realtà delle cose e ben poco interessati ad informare correttamente i consumatori, tutte quelle persone, produttori di vino, consorzi, ente delegati alla promozione e comunicazione del vino, e soprattutto giornalisti, generici e specializzati, che ancora a fine 2010 (lo vedremo ancora sicuramente nei prossimi giorni, come l’abbiamo visto, con raccapriccio, lo scorso anno: vi ricordate la barzelletta del “brindo italiano”?…) invece di riferirsi alle singole denominazioni, che esistono e hanno un loro identità e dignità, si ostinano a parlare di “spumante” italiano come se fosse un’entità unica e ben definita.
E non, invece, un contenitore pieno di cose del tutto diverse tra loro. Con un unico elemento comune: il fatto che si tratti non di vini fermi, ma con le bollicine…
Perché non mi piace poi la parola “spumante” (singolare o plurale) e perché mi impegno a non utilizzarla se non per stigmatizzarne l’uso improprio? Perché “vini spumanti”, super generici, e magari “assortiti”, sono soprattutto quelli cui si accenna ad esempio in questo strillo pubblicitario (vedi foto di apertura) che appare su uno dei tanti volantini di offerte, a prezzi ultra stracciati, che riceveremo a casa da qui a fine anno.
Vini rispettabili, per chi desidera prodotti del genere, ma che mi rifiuto di accettare possano essere messi nello stesso “mazzo” insieme a ben altre bollicine, i metodo classico soprattutto, Franciacorta Docg, Alta Langa Docg, Oltrepò Pavese Docg, TrentoDoc (qui manca ancora la G…), Alto Adige Doc, ma anche Asti Docg e Conegliano Valdobbiadene Docg, che prevedono metodologie di produzione, tempi di lavorazione, artigianalità, manualità, savoir faire, completamente diversi.
Come assolutamente diverso deve essere il loro prezzo ed il loro uso e servizio a tavola.
Ecco perché di “spumanti” e “spumante italiano” (ma quale?) né tantomeno di Talento, non voglio sentire assolutamente parlare. E non parlerò mai qui, su questo blog…

3 commenti

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3 commenti

  1. Paulo Rota

    dicembre 9, 2010 alle 5:28 pm

    Leggendo il suo articolo sig.Ziliani non posso che rimanere esterrefatto nell’apprendere che,ancora una volta,si vuol fare di ogni erba un fascio anche quando si parla di vini.
    In effetti il termine spumante è più che riduttivo,proprio perchè non contiene (a livello di significato)i valori legati ai vini che lei cita,Franciacorta DOCG in primis(scelta che peraltro condivido visto che la tesi di laurea e il mio attuale stage è proprio in Franciacorta)e questa citazione viene fatta ovviamente senza però tralasciare nessun altro tipo di bollicina.
    Bè cosa si potrebbe aggiungere??Forse che ci sia il bisogno di imparare a non fare di ogni erba un fascio e ,soprattutto,ci sia l’esigenza di rafforzare ogni singola identità vitivinicola di ogni luogo(in questo caso le terre di produzione di bollicine ).
    Ovviamente l’atteggiamento che si viene a creare denominando sotto un nome solo più vini che sono “diversi” nelle loro identità singole e nelle loro qualità sensoriali diventa,purtroppo,controproducente e avvilente per ciò che sta dietro a tutti questi vini( lavoro di anni e anni,sacrifici per poter arrivare ad un’identità).

  2. Paulo Rota

    dicembre 10, 2010 alle 4:25 pm

    Buongiorno Franco;ho letto con piacere l’altro intervento da lei indicatomi su VinoalVino: non posso che essere pienamente d’accordo con quello che lei dice a proposito dell’impossibilità di creazione di un nome che possa racchiudere al suo interno tutte le diverse tipologie di bollicine italiane (che si tratti di Prosecco di Valdobbiadene,di Franciacorta DOCG ecc..).
    E le dirò che anche a me non dispiace che ogni zona di produzione(vitivinicola o meno)possa avere la propria “bandiera” e le dirò anche il perchè:ci troviamo in un’epoca dove molte realtà ( umane e di produzione) stanno gradualmente perdendo la propria identità ( anzi forse anche noi italiani abbiamo perso da tempo l’identità insieme all’amor patrio).
    Ed è piuttosto normale che, se già nelle persone si perde questo tipo di valore,anche in tutte le altre attività legate all’uomo ( nel caso specifico la produzione vitivinicola)si perde questo insieme di aspetti legati a disciplinari diversi,a terreni diversi,a filiere diverse.
    Questa brutta “piega” di voler concentrare tutte le realtà ( di qualsiasi entità esse siano)in una sola con un solo nome ha preso piede un pò ovunque..ed è proprio per questo che ci si trova a doversi confrontare su un tema del genere.

    C’é sicuramente bisogno di uno sforzo non indifferente per poter ritornare ad affermare un qualcosa che non sia fine a sè stesso quanto più al riconoscimento identitario dei valori legati (nel nostro caso) alle bollicine italiane;
    Qualcuno potrebbe obbiettare:” Ma chi la pensa come voi è retrogrado..volete rimanere da soli sul vostro cucuzzolo e continuare ad identificarvi come valligiani..”; in tutta serenità risponderei di pensare bene a quanto viene detto..”valligiani si,ma con dei valori dentro”.
    E chiudo con la strofa finale di una canzone di Giorgio Gaber, “Io non mi sento italiano” che mi sembra che calzi a pennello nel caso di chi vuol fare “di ogni erba un fascio”:
    “Mi scusi Presidente,ma forse noi italiani per gli altri siamo solo spaghetti e mandolini; allora qui mi incazzo,son fiero e me ne vanto…gli sbatto sulla faccia cosa è il Rinascimento”…nel nostro caso…non sbattiamo niente…qualche flute quante sono le tipologie di bollicine in Italia,stappiamo e versiamo!!!

    Paulo

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