Franciacorta Rosé Ugo Vezzoli

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero, Chardonnay
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
4


FranciacortaRoségiugno2014 014

Ho scoperto con mia grande gioia un altro componente del club, che temo resterà a lungo un piccolo club, perché con solo 400 ettari di Pinot nero su 2750 complessivi non si possono fare miracoli, dei produttori di Franciacorta Rosé che potendo utilizzerebbero l’uva rossa borgognona in purezza. E per i quali il Rosé prevede Pinot nero a maggioranza.

E’ una piccola azienda, che dispone di 6 ettari e mezzo e produce meno di 50 mila bottiglie comprensive di Curtefranca e Igt, che ha una storia curiosa. Ha cantina e una parte dei vigneti amministrativamente situati non in Franciacorta, perché oggi la frazione San Pancrazio dove si trovano è una frazione di Palazzolo sull’Oglio, che non fa parte dell’area di produzione del Franciacorta.

In passato “il territorio di San Pancrazio era suddiviso tra tre comuni – Adro, Capriolo ed Erbusco – e quindi era a tutti gli effetti in Franciacorta, mentre ora non lo è più. Negli anni ’60, grazie ad un referendum popolare, è divenuto frazione di Palazzolo sull’Oglio (anche se dista poche decine di metri dal confine di Erbusco)”. Pertanto i vigneti di proprietà dell’azienda di cui stiamo parlando, e che porta il nome di Ugo Vezzoli, “sono per lo più situati nel comune di Adro e destinati alla produzione del Franciacorta. Altri vigneti, a San Pancrazio, nel comune di Palazzolo sull’Oglio, possono fregiarsi dell’iscrizione all’albo dell’Indicazione Geografica Tipica (IGT) Sebino”.

L’azienda produce quattro tipologie di Franciacorta, ovvero Brut, Brut millesimato, Satèn e Rosé e quest’ultimo ha potuto sinora essere realizzato solo con Pinot nero grazie alla disponibilità di un ettaro dedicato a questa varietà, e la produzione arrivava quasi a 6000 bottiglie. Purtroppo con l’estirpo di un vigneto lo scorso anno e a causa di condizioni climatiche sfavorevoli, con la vendemmia 2013 sono state prodotte poco più di 2000 bottiglie.

Nella produzione dei vini Vezzoli si avvale della consulenza del noto enologo Cesare Ferrari e nel caso del Rosé non c’é macerazione sulla buccia, il colore (molto tenue e scarico) deriva solamente dalla spremitura, la permanenza sui lieviti è minimo di 24 mesi ma si arriva anche a 30 mesi.

La tipologia di gusto è Brut, con un residuo zuccherino di circa 6 grammi litro, e la percentuale di Pinot nero varia dal 70 all’80% a seconda delle annate, completata da una parte di Chardonnay.

FranciacortaRoségiugno2014 013

Un recente assaggio di un campione di Franciacorta Rosé con sboccatura dichiarata del novembre 2013 mi ha molto positivamente colpito e credo che mi spingerà a fare presto visita alla cantina. Bello l’aspetto del vino nel bicchiere, con grande intensità di colore, un cerasuolo salmone scozzese con sfumature che virano verso l’arancio, perlage sottile, naso molto ricco, denso, fruttato, concentrato, con note di piccoli frutti rossi di bosco, spezie, accenni “cioccolatosi” e di rosa canina.

Bocca molto piena, gusto rotondo e succoso, con bella polpa e dolcezza calibrata, eppure molto dinamico e fresco sul finale, con una notevole piacevolezza di beva.

Azienda agricola Vezzoli Ugo
Via G.B. Vezzoli, 20
San Pancrazio di Palazzolo S/O ( BS)
Tel. 030-738018
sito Internet http://vezzolifranciacorta.com/index.php

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Trento Doc Rosé Opera Vitivinicola

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
3.5


RosèValdicembraErano tre anni che non mi capitava di assaggiare i Trento Doc prodotti, in seguito ad un’innovativa operazione imprenditoriale, che prevedeva il progetto architettonico di recupero ed ampliamento della cantina Napoleone Rossi, la più antica in Val di Cembra, fondata nell’800 e chiusa in anni recenti, da Alfio Garzetti e Bruno Zanotelli nella loro azienda denominata Opera Vitivinicola in Valdicembra a Verla di Giovo.

Una cantina che si inserisce in un paesaggio di notevole pregio ambientale, caratterizzato dai vigneti terrazzati che si estendono lungo la gola della vallata, e che si è dotata di un marchio che s’ispira alle diverse accezioni del termine “opera” in latino: lavoro, attività, opera, collaborazione; rappresenta, inoltre, l’acino d’uva ideale: ovvero il culto per la selezione delle migliori uve della Val di Cembra.

Nel 2011 mi era piaciuto, e ne avevo scritto qui, il Brut 2007, un Blanc de Blanc Chardonnay 100%, mentre ero rimasto perplesso di fronte al Rosé da uve Chardonnay 55% e Pinot nero 45%, ottenuto con una vinificazione che prevede caricamento in pressa di uva intera, pressatura soffice in bianco con resa del 60% e utilizzo solo del mosto fiore per lo Chardonnay, macerazione a freddo e successiva lenta pressatura soffice senza fasi di rotazione della pressa per il Pinot nero e fermentazione in acciaio.

Non mi aveva convinto tanto più che nell’articolo, decisamente positivo, sul Brut millesimato avevo inserito queste annotazioni: colore spento e triste, un buccia di cipolla grigiastro che mette malinconia, un naso decisamente più fine ed espressivo con una certa freschezza e sapidità non molto ricco e ampio ma preciso, bocca molle, spenta, senza slancio, monocorde con una vena leggermente dolce da vino prevedibile non di grande personalità e media piacevolezza facile, un po’ “ruffiano” e poco interessante.

Speravo che riassaggiandolo alcuni anni dopo questo Rosé affinato 24 mesi sui lieviti, ottenuto da uve vendemmiate a mano provenienti dai vigneti situati in Val di Cembra ad un altezza compresa tra i 400 e i 600 metri per lo Chardonnay e oltre i 550 metri per il Pinot nero “in modo da raggiungere la corretta maturazione mantenendo un buon tenore acidico”, da vigneti a pergola semplice trentina, con 3500-4500 piante ettaro, mi convincesse di più. E che si ponesse, come fanno tranquillamente alcuni Trento Doc di cui ho scritto, ad esempio quelli di Endrizzi, Balter, il Perlé di Ferrari, il Maso nero di Zeni, Maso Martis, Revì, a livello dei più interessanti Franciacorta Rosé e di qualche Oltrepò Pavese metodo classico Cruasé.

Invece, se si vanno a controllare le mie note di degustazione del 2011 con quelle del recente assaggio dello stesso vino, scritte ovviamente dopo una degustazione alla cieca e senza controllare quanto avessi scritto in precedenza, si ritrovano un po’ gli stessi elementi che mi avevano portato ad essere perplesso di fronte al vino.

Il colore non entusiasmante, rosa pallida con leggera vena tra l’aranciato ed il granato, cui fa fronte (positivo) un perlage fine e continuo, i profumi e poi il gusto tendenti fastidiosamente, secondo il mio personale gusto, al dolce, con il naso un po’ dolcino e confettoso con una vena di mandorla e caramello e poi in secondo piano pompelmo rosa e mandarino e soprattutto la bocca molto dolce e molle, senza tensione e dinamismo, con poca freschezza e nerbo, da vino che definirei confettoso e caramelloso, chiaramente desideroso di piacere, ma che a quelli, piuttosto pretenziosi sui Rosé, come me, non piace affatto. Peccato…

Opera Vitivinicola in Val di Cembra
via Tre Novembre 8
Verla di Giovo TN
tel: 0461 684302
E-mail: info@operavaldicembra.it
Sito Internet http://operavaldicembra.it/
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Il “Sistema Prosecco” secondo Wine Surf

LogoProseccoSuperiore

Spiegati in un originale articolo i motivi del suo successo

Per l’originalità delle conclusioni cui arriva e per le argomentazioni piuttosto personali va segnalato il recente articolo del giornalista toscano Carlo Macchi, pubblicato sul suo sito Internet Wine Surf, dedicato al “Sistema Prosecco”.

L’articolo – che potete leggere qui – si propone come una riflessione scaturita da un’ampia degustazione di Prosecco Superiore Docg recentemente fatta nella zona di produzione, degustazione che offre il destro sia per un commento relativo agli stili evidenziati e alla qualità dei vini, sia, cosa ancora più interessante, sulla realtà produttiva del popolare Charmat veneto, verso il quale Macchi ammette di essere stato in passato “un po’ prevenuto”.

Però, come scrive, “visitando cantine e parlando con i produttori  ho iniziato ad intravedere alcuni motivi del grande successo del “Sistema Prosecco” che condensati in tre parole si riassumono “nella frase Virtuosa unione tra mondo agricolo e commercio industrializzato, fortunatamente snobbata dalla stampa di settore.

Secondo Macchi “il prodotto Prosecco nasce da viticoltura vera, che specialmente in alcune zone collinari non produce certo più di tante denominazioni  blasonate”, e una volta vinificata l’uva “la stragrande maggioranza del vino fermo rimane in cisterna a bassa temperatura e solo delle piccole partite (diciamo attorno ad un ottavo-decimo della produzione totale)  vanno mensilmente o quasi in autoclave per essere spumantizzate.

Li vi restano mediamente trenta giorni  per poi essere imbottigliate e vendute. A questo punto il mondo agricolo passa la mano all’altro settore, consegnandogli un prodotto che ha come cardine, aldilà della buona qualità media “l’assoluta freschezza di un prodotto che per definizione deve essere fresco.”

Ottenuto un buon prodotto, entra in gioco quello che il redattore di Wine Surf definisce “commercio industriale” e in Italia, “prevede, per avere sempre dei Prosecco freschissimi da stappare,  ordini ogni trenta giorni e pagamenti relativi (cari produttori che di solito venite pagate a quattro-sei mesi quando va di lusso,  avete letto bene!). Praticamente i rappresentanti ogni trenta giorni vanno a riscuotere e fanno il nuovo ordine”.

Di conseguenza il Prosecco, secondo la lettura di Macchi, “è per nascita-definizione il primo vino che viene proposto (aperitivo a basso grado alcolico e dal prezzo contenuto) è di conseguenza anche il primo che viene servito e finito, il primo che viene riordinato, il primo che viene pagato e può permettersi di mantenere così questo circuito virtuoso che ha rispetto agli altri vini italiani dei ritmi praticamente “industriali”, ma si basa su un prodotto esclusivamente e prettamente agricolo”.

E pertanto “un metodo rodato che ha ritmi molto diversi da quelli del mondo agricolo permette ai consumatori di tutto il mondo di trovare nel loro bicchiere le caratteristiche che basilari per chi vuole bere un buon calice senza problemi: freschezza, piacevolezza, cremosità se bollicina e facilità di beva”.

LogoProseccoDocg

Inoltre il giornalista toscano è arrivato alla conclusione che al Prosecco, anzi, al “Sistema Prosecco” ha fatto bene “l’essere stato scoperto solo di recente dalla stampa di settore” ed il fatto che “la stampa italiana abbia snobbato per anni il Prosecco ha permesso a questo di svilupparsi senza doversi snaturare puntando a fare il fatidico “vinone da premio”, ma  cercando di migliorare, pian piano la produzione. Essendo considerato  fino a poco tempo fa sempre e comunque un  prodotto di serie B da noi soloni, ha avuto tutto il tempo per piazzarsi con calma sul mercato con un prodotto agli antipodi di quello che fino a 10 anni fa veniva osannato (a torto o a ragione) come grande vino”.

In effetti Macchi ha ragione nel sottolineare che il Prosecco, Docg e soprattutto Doc, è stato fortunatamente immune dall’effetto guide, ovvero dalla tendenza dei produttori a realizzare vini “monstre” pensati non per il consumatore, ma per riscuotere il consenso delle guide, e il mondo Prosecco ha pensato soprattutto a fare vini semplici e diretti che piacessero, si vendessero in quantità sempre più grande e consentissero di fare tanti “schei”.

Quanto alla stampa, è vero che oggi tanti hanno “scoperto” il Prosecco e ne scrivono dopo averlo ignorato per anni, anche senza considerarlo, come penso nessuno lo consideri e come non credo vada considerato, “di serie B”. Ma, come sempre accade, bisogna fare la tara a questo improvviso interesse e ricordare che tanti scrivono di Prosecco non solo per compiacere i consumatori, che questo vino hanno ormai adottato – soprattutto in tempi di crisi – in tutto il mondo, ma perché è un vino trendy e di moda. E quindi la stampa ne scrive.

Macchi chiude la sua analisi sostenendo che “il bello del Prosecco DOCG sono 70 milioni di bottiglie che garantiscono non ciò che avrebbe voluto la stampa specializzata, ma quello che semplicemente chiede un mercato globale dove oramai con Prosecco si identifica la bollicina italiana”.

Osservazione giusta, ma che non rende il “Sistema Prosecco” immune da una serie di problemi e contraddizioni, che spesso questo blog ha sottolineato, e dal fatto che il successo attuale, innegabile, potrebbe non essere infinito e che l’eccesso di produzione, cui si è cercato di ovviare chiudendo la stalla, ma solo quando i buoi erano in larga parte scappati, rischia di creare una domanda superiore ad un’offerta pur robusta.

E di questo fatto le prime ad essere danneggiate sono le aziende del Conegliano Valdobbiadene Superiore Docg, che subiscono la concorrenza spietata di un Prosecco Doc che grazie ad una massa critica nettamente superiore, 243 milioni di bottiglie di Prosecco Doc contro 68 di Prosecco Docg, può abbassare i prezzi. E presentarsi tranquillamente, soprattutto sui mercati esteri, come un Prosecco che ha tutti i titoli per essere concorrenziale anche se non ha la tradizione, la storicità, il blasone del Superiore. Un vino perfetto per quei nuovi consumatori che non conoscono la differenza tra Doc e Docg, non hanno grande cultura del vino, ma si limitano ad acquistare e bere Prosecco…

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Franciacorta a prezzi da Prosecco nel cremonese e in provincia di Vicenza

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Qualcuno vuole spiegarci perché possa accadere?

Non si può far finta di niente, nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi. I lettori di Lemillebolleblog sono attenti e collaborativi e si fanno sentire.
E ogni tanto, e queste segnalazioni-evidenze fanno terribilmente a cazzotti con l’immagine giustamente alta e ambiziosa che la zona vinicola bresciana della Franciacorta è riuscita a costruirsi in solo poco più di cinquant’anni di storia, mandano brevi note, corredate da fotografie come queste che pubblico oggi, che documentano l’insano costume – per il quale vorrei tanto capire a chi vada attribuita la colpa – di (s)vendere dei vini targati Franciacorta Docg, a prezzi terribilmente bassi. A prezzi ai quali non si trova (quasi) un Prosecco Doc di quelli da battaglia.

2014-06-16 11.45.11

Due lettori, che ringrazio per la segnalazione, hanno documentato la presenza di un “Franciacorta DOCG che ho acquistato SOLO per curiosità in un supermercato della catena Famila, in provincia di Cremona, a 3,90 euro”. L’etichetta porta lo sconosciuto nome di Cella.
E di un altro Franciacorta, con tanto di fascetta Docg, presso il Supermercato della catena Fratelli Lando a Gambarare (VE), targato Vigna del Sole venduto a 3,50 euro. In questo caso sappiamo che sarebbe stato prodotto a Cellatica (c’è il numero ICQR). E figura non se reale o di fantasia, il nome del distributore.

VignadelSole5

La domanda, che i consumatori, gli appassionati della e dei Franciacorta si pongono, si pongono è molto semplice: come è possibile che possano essere in commercio dei Franciacorta Docg, non degli “spumantini” qualsiasi, a dei prezzi tanto bassi, tanto ridicoli, tanto pericolosi per la credibilità, pienamente meritata, di quella che con il Trentino è sicuramente la capitale del metodo classico italiano?

VignadelSole4

Qualcuno vuole rispondere, farci capire, dare risposte a chi si ritrova sullo scaffale Franciacorta dal prezzo tanto squalificante?

etichetta e controetichettaCella

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Ecco perché il Prosecco non potrà mai “tirare la volata” allo Champagne

ProseccochampagnesalesWEB

Champagne loves Prosecco: solo un titolo ben riuscito

Voglio tornare brevemente sulla nota, pubblicata mercoledì 20, dove esprimevo incredulità sul fatto che il mondo Champagne possa non avere paura, ma anzi “accogliere la crescita del Prosecco in terra britannica con piacere”, convinto che “grazie al boom delle bollicine venete, e più in generale di tutti i vini spumanti, la platea dei consumatori (di Champagne – ndr) è destinata ad ampliarsi”.

Secondo questa lettura, data da un sito Internet italiano, ma di cui non ho trovato testuale testimonianza negli articoli dedicati a questo tema dagli organi di stampa britannici, il boom del Prosecco, cresciuto in un solo anno del 54% in UK e “capace di conquistare gli scaffali dei supermercati e i banconi dei bar, rendendo le bollicine improvvisamente giovani e popolari” sarebbe un “bene anche per lo Champagne, che in futuro potrà contare su una platea più ampia”.

Come osservavo nel precedente post, se l’italiano ha ancora un senso, dalla lettura della nota si evincerebbe che il mondo dello Champagne in qualche modo “benedica” il successo del Prosecco e lo consideri un “alleato” per ampliare il mercato delle “bollicine” ed il numero di consumatori che le prediligono ai vini fermi. Una benedizione strana alla luce dei numeri di fine 2013 in UK che vedono il Prosecco salire fortemente e lo Champagne scendere.

Risultati commerciali a parte, ci sono altri due elementi che rendono un’ipotetica “alleanza” o un accordo di non belligeranza tra Champagne e Prosecco impensabile e utopico anche per i due Consorzi del Prosecco, quello del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg e quello del Prosecco Doc, e lunare, per non dire stravagante o altro, l’idea che il Prosecco possa “tirare la volata” e non invece “fare la guerra” allo Champagne. Sono considerazioni sia di tipo economico che legate al gusto.

E’ chiaro a tutti che ovunque, anche in UK, primo mercato estero dello Champagne, il prezzo di uno Champagne, anche il più cheap, è decisamente superiore e non di qualche penny, al prezzo di un Prosecco, anche il più costoso nella gamma dei Prosecco Superiore. Il cui volume di vendita in UK è inferiore al volume di vendita del Prosecco Doc.

CaliciProsecco

Il consumatore medio inglese che ha scelto il Prosecco e ha determinato il successo dello Charmat veneto-friulano lo ha fatto sia per il suo easy drinking style, per il suo essere non impegnativo, perché ormai lo trova facilmente ovunque, ma soprattutto per un prezzo che rispetto a qualsiasi Champagne è clamorosamente concorrenziale. E questo in tempi di crisi economica – che tocca anche il Regno Unito – è cruciale e vincente.

Per questo motivo chi si abitua a comprare Prosecco e a pagare il prezzo, accessibile e talvolta cheap, al quale lo “spumante” del nord est è disponibile in UK, molto difficilmente passerà allo Champagne e sarà disponibile a spendere molto di più per bere il vino francese. Se ci si abitui a pagare poco per un prodotto facile e che non mette in difficoltà (ma che non fa nemmeno sfiorare l’eno-empireo…) e che è diventato trendy, per quale motivo si dovrebbe sborsare molto di più per un prodotto che anche dal punto di vista gustativo è ben più impegnativo?

onlyProsecco
Come può il Prosecco essere un ponte verso il progressivo passaggio allo Champagne? Non può esserlo e non solo perché lo Champagne costa molto di più, ma soprattutto perché lo Champagne e i vari Prosecco presentano un gusto profondamente diverso. Se ci si abitua al gusto del Prosecco, rotondo, morbido, abboccato, con un residuo zuccherino ben presente, con una componente fruttata molto diretta, e poi ai profumi, dominati da una componente aromatica intrigante e diretta, non ci si potrà poi trovare a proprio agio con i profumi, non aromatici, molto più complessi, ricchi di sfumature, non elementari, e con il gusto, molto più secco anche nel caso dei Brut che arrivano ad utilizzare sino in fondo i 9 grammi di zucchero per litro, con un nerbo acido importante, un dinamismo, uno scatto, e una tessitura, più ricca e articolata, rispetto a quella della media dei Prosecco, di un buon Champagne.

In UK chi si è abituato a bere Champagne molto difficilmente passera, e si ritroverà nel Prosecco. Chi si fa la bocca e forma il proprio gusto su quello del Prosecco, e mi riferisco ai nuovi consumatori, a quelli giovani, a quelli che hanno una disponibilità di spesa ridotta, e che trovano easy e non impegnativo lo Charmat veneto-friulano, è improbabile possa poi passare, dovendo inoltre spendere di più e adattare il proprio gusto a quello del vino francese, allo Champagne.

ItaliaProsecco

Appartiene solo alla fantasia e ai sogni pensare ad un consumatore, onnivoro, e soprattutto bubbles fan, che apprezzi e consumi indifferentemente Prosecco e Champagne, il primo nella quotidianità e il secondo nelle “occasioni speciali” e che li ami entrambi perché hanno le “bollicine”….

Per questo motivo credo che titolare “Champagne loves Prosecco“, come ha fatto disinvoltamente un sito Internet italiano, costituisce sicuramente una brillante trovata giornalistica, alla quale plaudo, ma non rispecchia la realtà delle cose, perché il Prosecco non potrà mai “convertire” vecchi o nuovi consumatori alla causa dello Champagne. E ne sarà sempre, come dimostra il calo dei consumi avvenuto in UK nel 2013, un competitor, non certo un, più o meno consapevole, alleato.

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Trento Doc Abate nero Brut Rosé

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
3.5


AbateneroBrutRoséQuella dell’Abate Nero di Trento è sicuramente una delle aziende più storiche del Trento Doc, considerato che la sua fondazione ha luogo 41 anni fa, nel 1973, dall’iniziativa di tre soci, Claudia Moser, Walter Valentini e Eugenio De Castel Terlago e da un’idea di Luciano Lunellieccellente tecnico che ancora oggi regge le fila. Ai tre soci a metà anni Ottanta, si affiancò Alfonso Trentin, proveniente da un’altra azienda storica, Equipe 5 (oggi diventata un marchio della Cantina di Soave).

La cantina ha sempre mantenuto un carattere piuttosto appartato badando esclusivamente a produrre al meglio delle proprie capacità e se si visita il sito Internet aziendale si nota un certo quale pudore nella comunicazione e informazioni molto essenziali. E’ un peccato questa ritrosia a raccontarsi perché Luciano Lunelli è uno dei personaggi principali nella storia della spumantistica metodo classico trentina e avrebbe mille storie e aneddoti da raccontare e potrebbe farlo, vincendo la propria ritrosia, propria sulle pagine Web aziendali.

E qualcosa di più, e di meno generico, ci si potrebbe attendere nello spazio riservato all’azienda dal sito Internet dell’Istituto del Trento Doc dove in omaggio ad una politica di comunicazione un po’ “favoleggiante” dell’ente collettivo del metodo classico trentino, leggiamo che “l’impegno pluridecennale dell’azienda Abate Nero si dimostra nella produzione delle ‘cuvèe’ gioiose: progettate pazientemente e frutto di cernite meditate direttamente tra i filari delle viti dolomitiche. Le uniche ad imprimere finezza e identità ad uno spumante autenticamente di “territorio”.

Il che, se ho capito bene quello che si voleva esprimere, è un dire e non dire che ad Abate Nero si usano uve di alta collina, se non “di montagna”, per conferire carattere ai vini.

E’ un vero peccato questa comunicazione molto misurata e che poco comunica, perché al di là del fatto che oggi l’azienda produce sei diverse tipologie, ovvero Brut, Extra Brut, Extra Dry, Brut Rosé, Brut millesimato Domini e Brut Riserva Cuvée dell’Abate, ben poco ci viene detto circa la provenienza delle uve.

Per l’Extra Brut si parla di “diversi comuni viticoli della provincia di Trento in zone collinari con ottima esposizione e vocazionalità”, per la Riserva Cuvée dell’Abate “vigneti più vocati e con ottima esposizione del Trentino nelle colline di Trento e Lavis”, il che è qualcosa in più, ma non molto…

Anche nel caso della composizione delle varie cuvée vengono citate le uve presenti, ma senza precisare le proporzioni (e tutti sappiamo che c’è una differenza fondamentale in una cuvée tra una presenza del Pinot nero pari al 10% o al 40%…) e così anche nel caso del Rosé, che curiosamente non viene dichiarato in etichetta come Trento Doc, ma come “Vino spumante di qualità Brut Rosè”, o “Spumante metodo classico Brut Rosé”, non è dato sapere più della definizione generica: “Uve: Chardonnay – Pinot Nero”, con il sospetto che la seconda uva sia decisamente minoritaria. Ma potrebbe anche darsi che la foto utilizzata nel sito ritragga una vecchia versione del Rosé, prima che diventasse (ma lo è oppure no?) Trento Doc.

Ci viene detto che il vigneto è la “Classica pergola semplice trentina con densità d’impianto di circa 3500/4000 ceppi per ettaro”, che l’affinamento sui lieviti si protrae per 15 mesi e che il dosaggio degli zuccheri per litro è di sei grammi e mezzo e per il resto bisogna accontentarsi.

Peccato perché questo Rosé, che si presenta con un colore non proprio spettacolare e invogliante, ovvero un rosa pallido con sfumature grigiastre, e con un naso non molto espressivo e spumeggiante, ma nitido, con una prevalenza delle note agrumate su quelle di piccoli frutti e con note floreali, una certa dose di sale e una leggerissima vena minerale, non sarebbe male.

Ci sarebbe poi da discutere, ma lo sanno anche i sassi che preferisco i rosé più secchi, sul gusto, di media intensità con una certa consistenza succosa di piccoli frutti, ma leggermente troppo dolce anche se ha un certo equilibrio e piacevolezza, cosa che lo rende più appetibile per i normali consumatori e una buona persistenza.

Ma forse, alla prima occasione in cui mi capiterà di incontrare Luciano Lunelli, anche questo, come la timidezza nella comunicazione, sarà sicuramente un valido argomento di discussione…

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La crescita del Prosecco in UK “benedetta” dallo Champagne

Informazioneindipendente

La singolare conclusione di un sito Internet vagamente prosecchista

Vi propongo un piccolo esercizio linguistico e interpretativo molto salutare per chi è appena rientrato dalle ferie ed è ancora intorpidito dagli ozi agostani. Leggete, partendo dal titolo, “Champagne loves Prosecco“, questo corsivo pubblicato lunedì 18 nella news letter quotidiana di un sito Internet che sembrerebbe avere un occhio di riguardo per il mondo del Prosecco e per alcuni produttori importanti in particolare.

Il corsivo si riferisce ad un’analisi della situazione del mercato inglese degli sparkling wines, Champagne in primis e altre “bollicine”, effettuato da una nota Maison de Champagne, Lanson.

Una premessa indispensabile. Il Regno Unito si è confermato nel 2013 il primo mercato export dello Champagne con 30.786.727 bottiglie, ma con un calo da non trascurare di un milione seicentotremila pezzi (1.663.708). Rispetto al 2007, quando si superò quota 39 milioni, il decremento è quasi di otto milioni e mezzo di esemplari e dal 2010 al 2013 di quattro milioni settecento.

TappiChampagne

Tutte le analisi hanno attribuito questo calo alla crisi economica, che ha portato diversi consumatori di Champagne a cercare alternative più risparmiose e più cheap. Che sono rappresentate dal Cava spagnolo, le cui spedizioni in UK (secondo mercato export assoluto) nel primo trimestre 2014 raggiungono quota 5.807.572 milioni di bottiglie (a un milione e mezzo di distanza dalla Germania) con un aumento di 638.956 unità pari al 12,36% rispetto al primo trimestre 2013, e soprattutto dal Prosecco, le cui vendite nel 2013 sono aumentate del 54%.

Se la matematica non è un’opinione se le vendite di Champagne calano e salgono quelle del Prosecco (Doc e Docg) anche i bambini capirebbero che questo decremento avviene in qualche modo, in una percentuale che non sono in grado di stabilire, per merito/colpa del Prosecco, che in qualche modo erode una parte del mercato, la più debole, quella rappresentata dai consumatori occasionali, quelli che scelgono “bubbles”, poco conta quali esse siano, dello Champagne.

MappacompletaterritoriProsecco
Fatta questa doverosa introduzione, leggete con attenzione quello che il sito Internet italiano, anzi toscano, scrive a proposito: “Lo Champagne non ha paura, anzi, accoglie la crescita del Prosecco in terra britannica con piacere, forte di una crescita lenta ma continua, e della consapevolezza che, proprio grazie al boom delle bollicine venete, e più in generale di tutti i vini spumanti, la platea dei consumatori è destinata ad ampliarsi. A dirlo un report di Lanson.

Il limite dello Champagne, infatti, sta proprio nel prezzo, un ostacolo importante, specie per i più giovani che, nei locali e nei pub d’Inghilterra, si focalizzavano su bianchi e rosati. Almeno fino al boom del Prosecco, cresciuto in un solo anno del 54%, e capace di conquistare gli scaffali dei supermercati e i banconi dei bar, rendendo le bollicine improvvisamente giovani e popolari. Un bene anche per lo Champagne, che in futuro potrà contare su una platea più ampia.”.

Se l’italiano ha ancora un senso, dalla lettura della nota si evincerebbe che il mondo dello Champagne in qualche modo “benedica” il successo del Prosecco e lo consideri un “alleato” per ampliare il mercato delle “bollicine” ed il numero di consumatori che le prediligono ai vini fermi. Una benedizione strana alla luce dei numeri di fine 2013 in Uk che vedono il Prosecco salire fortemente e lo Champagne scendere.

A dire il vero quelli della Lanson (la Maison francese che ha diffuso questo rapporto) sono anni che insistono a dire che l’ascesa del Prosecco fa bene allo Champagne (venendo poi smentiti dai numeri) e già nel marzo 2012 su Decanter si poteva leggere una dichiarazione di non ostilità nei confronti dello Charmat veneto.

imagination au pouvoir
Stupefatto che quelli della Lanson possano aver rilasciato dichiarazioni così amichevoli nei confronti di quello che è e resta un competitor (agguerrito) e non si è trasformato in un alleato, ho cercato di saperne di più e ho trovato sul Web tre news relative al Lanson report apparse intorno a ferragosto sulla stampa britannica.

Un articolo di Harpers – leggete qui – uno di The Drinks Business – leggete qui – e uno di The Grocer – leggete qui.

Forse il mio inglese non è oxfordiano e perfetto come quello dei redattori del sito italiano che ha dichiarato apertis verbis che “Champagne loves Prosecco”, ma potete dirmi dove nei tre articoli inglesi trovate testualmente affermato che “Lo Champagne non ha paura, anzi, accoglie la crescita del Prosecco in terra britannica con piacere” e che il boom del Prosecco sarebbe “un bene anche per lo Champagne”?
Io sinceramente non trovo l’equivalente inglese di tali affermazioni tanto perentorie e vagamente filo-prosecchiste, per cui se qualcuno di voi volesse aiutarmi gliene sarei profondamente grato. Per completezza dell’informazione, ovviamente…

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In Canada “il consumatore non conosce la Doc o la Docg, acquista del Prosecco”

GuideRevelChampagne
Lo afferma Monsieur Bulles, Guénaël Revel

Uno degli aspetti più interessanti del bimestrale cartaceo del Consorzio Prosecco Docg, dal titolo di Conegliano Valdobbiadene. Colline del Prosecco Superiore, è rappresentato dal puntuale ascolto del punto di vista di giornalisti e operatori esteri sulla situazione e le prospettive del Prosecco Docg nei loro Paesi di origine. Nell’ultimo numero che ho ricevuto, giugno 2014, viene pubblicata un’intervista a due operatori, un giornalista e una buyer, di un terra molto importante per il consumo e l’apprezzamento del vino italiano, il Canada.

Si tratta di Guénaël Revel, insegnante, autore, cronista alla radio e alle televisione a Montréal, autore della Guide Revel des champagnes et des autres bulles la sola opera in lingua francese, dedicata a tutti i “vins effervescents” elaborati nel mondo, per la sua passione soprannominato Monsieur Bulles (titolo anche del suo peraltro non aggiornatissimo wine blog) e Barbara Philip, Master of wine, responsabile acquisti del Monopolio canadese della British Columbia.

Entrambi gli intervistati raccontano la wine scene canadese, dove il consumo di vino pro capite è arrivato a 24 litri, e parlano con entusiasmo, come si potrebbe fare altrimenti di fronte ad interlocutori tanto gentili, che li hanno invitati nella zona di produzione del Superiore, del Prosecco storico.

Vorrebbero tanto dire che a casa loro il Prosecco Superiore è veramente avvertito come superiore, per qualità, storia, origine, lunga esperienza delle case produttrici, legame consolidato con la zona di produzione. Si capisce che piacerebbe loro veramente tanto dire, fuori dai denti, che il Conegliano Valdobbiadene è tutta un’altra cosa, non solo per loro che sono degli esperti, ma, quel che più conta, per i consumatori, rispetto al Prosecco Doc.

Ma poiché sono persone serie non possono esimersi dal dire le cose come stanno, e per dirla con Revel, l’introduzione dal 2009 della Doc e della Docg “è ovviamente una bella evoluzione”, ma “il consumatore non conosce spesso la Doc o la Docg, acquista del Prosecco”. E per ammorbidire un po’ la durezza o il realismo della propria affermazione, lo sanno anche i sassi che la stragrande maggioranza dei consumatori esteri acquistano del Prosecco senza chiedersi se sia Doc o Docg e soprattutto guardando al prezzo, Revel aggiunge che “è importante spiegare che la differenza non è solo territoriale ma anche gustativa perché il Prosecco Superiore è molto più che un Prosecco”.

ProseccoCanada

E qui sarebbe stato bello apprendere dalla voce del giornalista canadese in cosa consista questa “differenza gustativa”, forse consistente nel fatto che “introducendo la Docg nel 2009 i produttori hanno inviato un messaggio chiaro. Il loro vino è di grande qualità ed ogni fase della produzione è precisa e controllata”. Ma, accidenti, lo stesso Revel non può non dire che “spesso solo gli esperti comprendono appieno queste differenze, mentre il consumatore classico non sempre riconosce la differenza gustativa”. E allora, visto che sei un comunicatore perché non gliela spieghi caro Monsieur Bulles?

Non sempre perfettamente lucido nelle proprie affermazioni Revel chiude l’intervista alternando un giudizio ben poco condivisibile e un po’ astruso, secondo il quale “il Prosecco oggi è un successo commerciale che tra gli elementi di spiegazione ha la scelta di utilizzare il metodo italiano e questa scelta è molto chiara” – verrebbe da chiedergli se invece produrre bollicine con il metodo classico della rifermentazione in bottiglia o méthode champenoise costituisca una scelta confusa… – ad una valutazione realistica.

Circa le prospettive del Conegliano Valdobbiadene in Canada si dichiara “ottimista perché si consumano più bollicine che in passato. La domanda è maggiore dell’offerta e ciò è molto incoraggiante per il superiore, ma attenzione agli abusi di marketing. Bisogna infatti essere prudenti perché nel nostro mercato vi è una grande concorrenza nel settore degli spumanti ed il consumatore non è fedele ad un prodotto ma ad una fascia di prezzo”. Come volevasi dimostrare: “il consumatore non conosce spesso la Doc o la Docg, acquista del Prosecco”, basta che il prezzo equivalga a quello che il consumatore è disposto a spendere.

FascettaDocgProsecco

Quanto alla buyer Barbara Philip, dimostra un realismo pari a quello del wine writer e alla domanda, peraltro piuttosto ingenua, “Qual’è la percezione del nostro vino nel vostro Paese? Si conosce l’area storica di Conegliano Valdobbiadene e il consumatore sa distinguere il Prosecco Superiore?” risponde laconica: “ad oggi i consumatori non conoscono ancora le differenze tra il Prosecco Doc e il Prosecco Superiore Docg e non sanno dove è collocata la zona storica del Conegliano Valdobbiadene”.

Ma la buyer canadese é, anche lei, ottimista, (perché non dimostrarsi tali di fronti ad interlocutori tanto gentili… e poi la zona del Prosecco storico è bellissima, ci si mangia bene, vale la pena tornarci in ogni stagione…) pensa ad un futuro “incremento delle importazioni del Prosecco Superiore Docg”, magari grazie ad un packaging ben studiato “il confezionamento della bottiglia rappresenta un elemento di grande interesse che attira molto la curiosità dei consumatori” e finisce l’intervista con uno “zuccherino”.

ChampagneMonsieurBulles

Cosa costa difatti dichiarare che il Prosecco Superiore è un prodotto che viene consumato nel fine settimana, durante i “fine dinners” (al posto dello Champagne) e nelle occasioni di festeggiamenti ed eventi speciali”?

Fenomenale questo consumatore canadese, “non conosce spesso la Doc o la Docg, acquista del Prosecco” e basta, “non apprezza ancora le differenze tra il Prosecco Doc e il Prosecco Superiore Docg”, però lo sceglie al posto dello Champagne per le “grandi occasioni”…
Chissà cosa arriverà mai a fare quando sarà sufficientemente acculturato sulle prosecchiane mirabilie…

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Franciacorta Dosage Zero 2009 & Cuvée Monogram Rosé Castel Faglia

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
4

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
4


Franciacorta-giugno2014-1 102Dovrò chiedere, la prossima volta che lo incontro, a Sandro Cavicchioli, grande lambruschista nell’azienda omonima ora proprietà GIV, e ottimo produttore di metodo classico, perché mai continui a mantenere frammentata in due linee per 13 referenze totali la produzione dei Franciacorta che ottiene dalla tenuta, rimasta a proprietà familiare, Castel Faglia posta in frazione Calino di Cazzago S. Martino, 17 ettari, con vigneti in parte su gradoni dominati dal castello dell’antico proprietario che si chiamava Faglia.

Due linee ho detto, quella denominata Castel Faglia, che prevede Brut, Extra Brut, Satèn, Blanc de Blancs, Rosé, Rosé Extra Brut, Dosage Zero, e la linea Monogram cui fanno parte Brut, Satèn e Dosage Zero millesimati, Blanc de Blanc Brut, Satèn e Rosé. Il Brut e il Satèn millesimato si differenziano per la forma della bottiglia.

Leggendo attentamente il sito Internet aziendale mi pare di aver capito che buona parte dei vini della linea Monogram vengano da speciali selezioni di uve poste in Calino di Cazzago S. Martino e che il Satèn Millesimato sia “ottenuto dai migliori cru provenienti dai centenari terrazzamenti di cui dispone l’azienda”, come pure il Monogram Zero, “la Cuvée di prestigio di Castel Faglia” sia “ottenuta dai migliori cru grazie all’ottimale esposizione dei centenari terrazzamenti di cui dispone l’azienda”.

Ma per il resto le mie sono solo congetture e impressioni (può darsi che le due linee siano destinate a differenti canali della distribuzione, con la Monogram appannaggio di Horeca) e comunque fa testo quanto l’azienda afferma sulle proprie pagine Web, ovvero che “per Castel Faglia è di fondamentale importanza la selezione delle uve con le quali produrre i propri Franciacorta. Castel Faglia infatti ricava le proprie uve non da grandi vigneti ma da piccoli appezzamenti coltivati come preziosi giardini, il cui risultato è quello di sviluppare grappoli con caratteristiche aromatiche differenti”. Vini “che siano piena espressione del territorio” e di uno stile “basato sulla continua ricerca dell’armonia tra intensità e freschezza, tra personalità e piacevolezza”.

Precisato tutto questo devo dire che il mio ultimo assaggio, fatto a fine giugno, ha visto un vino per ognuna delle due linee in degustazione e che entrambi mi sono piaciuti e mi hanno convinto mostrando carattere, una padronanza tecnica notevole e una indubbia piacevolezza.

Il primo assaggio è stato quello del Castel Faglia Franciacorta Dosage Zéro Millesimato 2010 ottenuto dall’unione delle migliori cuvée prodotte con uve Chardonnay (80%) e  Pinot Nero (20%), 20% delle uve fermentano in barrique ed il vino sosta 30 mesi minimo sui lieviti. La sboccatura era del 2013. Ovviamente al momento del dégorgement non riceve aggiunte di zuccheri. L’aspetto visivo è stato pienamente soddisfacente, con un colore paglierino di bella trasparenza e limpidezza e vivacità, perlage sottile, naso fresco, complesso, elegante, con note di agrumi, alloro, cioccolato bianco, un accenno di pietra focaia, mandorla e fiori bianchi. Attacco ben secco e deciso in bocca, con nerbo vivo, energia, carattere, una consistenza abbastanza cremosa sul palato e una persistenza lunga che invita a bere.

MonogramRosé

Il secondo vino che ho degustato, alla cieca, in una batteria di una sessantina di rosè franciacortini è stato il Franciacorta Cuvée Monogram Rosé, non millesimato, che l’azienda presenta come “la Cuvée di prestigio di Castel Faglia ottenuta dai migliori cru grazie all’ottimale esposizione dei centenari terrazzamenti di cui dispone l’azienda. Esprime tutto il carattere e l’eccellenza dello stile di Castel Faglia. Uno stile che si sviluppa nell’intensità di sapori ricchi e complessi in perfetta armonia al profumo fine ed elegante. È il risultato di un sapiente assemblaggio di Chardonnay e Pinot Nero in percentuali variabili”. Quale siano esattamente le percentuali non è dato saperlo, non si capisce perché, anche se la mia impressione è che il Pinot nero non sia dominante e che contribuisca per il 30-40% massimo.

Colore molto delicato, un rosa antico molto pallido, brillante, perlage sottile e continuo e naso intensamente agrumato e con note di piccoli frutti rossi in evidenza e una leggera vena floreale molto piacevole, salato aperto e fresco. L’attacco in bocca non ha grande ma il gusto è ben sapido, con acidità che spinge bene e dà verticalità e slancio al vino che ha finale lungo e vivo e si fa bere molto bene. Non un Rosé di grandissimo impegno e struttura, ma un vino equilibrato, elegante, che potrete proporre, oltre che a tavola, come piacevole aperitivo.

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Non è Ferragosto se non è bagnato dalle “bollicine”

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Chi ha mai detto che quelle “bollicine” che siamo abituati ad abbinare al momento festoso del Natale o della fine dell’anno (anche se questo blog sostiene che ogni giorno sia valido per stappare e gustare a tavola un buon metodo classico) non vadano benone invece a quel giro di boa dell’anno (e del periodo festivo) rappresentato da Ferragosto e dintorni?

Vanno magnificamente bene non solo perché, meteo pazzo permettendo, quel giorno particolare, collocato proprio alla metà del mese per antonomasia dedicato alle vacanze, è un giorno, sin dall’epoca romana del feriae Augusti, dedicato al festeggiamento e al riposo. E vanno bene, servite fresche al punto giusto e non ghiacciate, nonostante molti preferiscano loro bianchi e rosati fermi (che sono parimenti indicati, ci mancherebbe…), su larghissima parte dei piatti che gusterete nel periodo di ferragosto.

L’ho già scritto molte volte, su tutte le preparazioni a base di pesce, soprattutto quello di mare, sui crostacei e sui frutti di mare, sulle grigliate e sugli umidi, sui primi piatti (paste e risotti) dove il pesce è protagonista, su primi con pesce e verdure, su pasta fredda o insalata di riso, su antipasti a base di salumi, su arrosti freddi e salmone (fresco o affumicato), sul vitello tonnato e sul roast beef dove saranno particolarmente indicati metodo classico Rosé, potete dare un brio particolare al vostro Ferragosto stappando metodo classico. A voi la scelta, meglio ovviamente quelli a denominazione d’origine, Doc o Docg.

Buon Ferragosto a tutti e prosit!

 

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