Franciacorta Dosaggio Zero DiZeta 2009 La Rotonda

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot bianco
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
8.5


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Questa sì che è la Franciacorta che mi piace! Lo dico, lo ripeto e mi expo…ngo!

Allegria bella gente, buone notizie dalla Franciacorta! Da quella Franciacorta che mi piace tanto, quella più vera, quella che non cerca notorietà ed exposizione mediatica, pagata a caro prezzo (ma il gioco, alla fine, sarà valso la candela?) in mega rassegne stile Olimpiadi di Berlino del 1936, ma che si ricorda della propria origine autentica, contadina, viticola,. quella che mantiene il rapporto saldo con la terra, quella che le peculiarità di questa terra esalta e traduce in vini assolutamente unici e personali. Che solo dei provinciali potrebbero pensare di paragonare – sfidando il senso del ridicolo – all’inimitabile Champagne.
Lunedì scorso, 29 giugno, come ho raccontato qui, ho degustato, grazie alla perfetta collaborazione del Consorzio, che torno a ringraziare, una novantina di Franciacorta Extra Brut e Dosage Zero e come ho già detto, ho, enoicamente parlando, goduto come un riccio

Tante, ma tante bottiglie buone, cinque me le sono fatte tappare con sottotappi bidule e tappo corona dalla brava Silvia Filisetti e me le sono portate via (per riassaggiarle… balle, per berle e farle bere a persone a me care… mica posso far bere loro Prosecco e Trento Doc…) e una di queste cinque, che ho poi bevuto con il mio Amore, ricevendo la sua totale e competente approvazione, è stata la bottiglia, un Dosage Zero millesimato, di cui vi sto per parlare.

Non temete, anche se parlo di Dosage Zero non mi riferisco al solito Dosage Zéro che tutti abbiamo in mente quando parliamo di Franciacorta, il Dosage Zéro di riferimento (tale lo era anche nella mia degustazione del millesimo 2010: standing ovation e bottiglia avanzata destinata alla mia ex moglie… ) di una nota Maison, pardon, Cà di Erbu(o)sco, ma al vino di un’azienda di cui confesso non conoscevo l’esistenza (sono oltre già 110 gli imbottigliatori franciacortini, potrà sfuggirne qualcuna anche ad un franciacortista come me?), prima di questo assaggio.
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L’azienda, sita in quel di Calino, frazione di Cazzago San Martino, si chiama La Rotonda e, incredibile ma vero (ma dove sono stato in tutti questi anni e perché i cosiddetti wine talent scout franciacortini non me ne hanno mai parlato? Erano forse troppo impegnati nel provare ad erigere un culto narciso di se stessi?) , come mi ha raccontato l’enologo Giulio Salti “produce Franciacorta dal 1992. Per 20 anni la politica commerciale, se così si può definire, è stata quella di vendere il prodotto direttamente in cantina, precludendo così la possibilità di essere presenti sul mercato nazionale e di conseguenza di essere conosciuti.
Nel 2013 c’è stato un grosso cambio generazionale, è subentrato, per la gestione amministrativa e commerciale Alessandro, nipote dei soci fondatori ed io sono succeduto al precedente responsabile di produzione. Ora siamo una realtà molto giovane (abbiamo tutti circa 30 anni), ma supervisionata ancora dai fratelli Zanetti, ottantenni presentissimi in azienda”.

Ed è ancora Salti – e io prestissimo farò un salto in azienda…. – a raccontarmi tutto il resto, visto che il sito Internet aziendale è work in progress.

Ovvero che “la tenuta si trova a Calino, frazione di Cazzago San Martino, esattamente sulla sommità di una delle colline che delimitano il tanto decantato “anfiteatro morenico” della Franciacorta; l’area di proprietà è di 30 ettari dei quali circa 13 coltivati a vigneto. I più interessanti sono ovviamente i 9 ettari destinati alla produzione di Franciacorta, i restanti 4 sono a bacca rossa (Cabernet Sauvignon, Merlot, Barbera e Nebbiolo) e 1 ettaro di questi ultimi è stato estirpato in inverno per un cambio varietale.
I nove ettari destinati a Franciacorta Docg sono così suddivisi:
Pinot Bianco – Ha 2,31 – impianto del 1990 – sistema di conduzione Cordone Speronato Alto – si trova in una piana da circa 5 ettari a nord della cantina, rivolto verso il Lago d’Iseo.
Pinot Nero – Ha 1,20 – impianto del 1990 originariamente a Cabernet Sauvignon successivamente sovrainnestato con Pinot Nero – esposto a Nord e piantato in direzione Nord-Sud, con sistema di conduzione a Guyot.

Chardonnay – Ha 5,50 divisi in 8 appezzamenti, due esposti a Nord, due a Nord-Est, due a Sud-Est e due a Sud – 0,68 Ha sono di un recente impianto del 2011 condotto a Guyot, 2 Ha gestiti a Guyot piantati nel 2003, 1 Ha a Guyot Alto del 1990 e i restanti gestiti a Cordone speronato Alto sono impianti del 1991 In cantina abbiamo cercato di dare nuova vita ad una serie di prodotti avuti in eredità al nostro arrivo e il primo risultato è stato appunto il DiZeta 2009 che lei ha assaggiato”.

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Ma che assaggiato, ho dapprima degustato, poi Lei ed io abbiamo “seccato”, un vino, il DiZeta 2009, con i controfiocchi, con sboccatura maggio 2014, una cuvée composta per l’80% da Chardonnay e per il 20% da Pinot bianco, da vigneti di 20 anni in quel di Calino di Cazzago, con le uve dei singoli appezzamenti singolarmente raccolte e vinificate. Un Franciacorta Dosage Zero affinato 50 mesi sui lieviti con fermentazione dei vini in acciaio e parzialmente in barrique.
Le mie note di degustazione del 29 giugno dicono: bellissima vivacità e integrità di colore, un paglierino oro senza eccessi, con perlage fine sottile e continuo, naso frescom floreale, cremoso, con un leggero tocco di burro e pasticceria, una vena di frutta secca leggermente tostata sfumature di agrumi freschi e ananas e una buona vena salata e minerale. Attacco in bocca ben secco, deciso, incisivo, il vino ha continuità, nerbo acido preciso e ben bilanciato, bella freschezza, lunghezza e pienezza di sapore, bolla croccante e persistenza lunga.

E questo sarebbe un’esordiente o poco di più? Ma questo dà la “birra” a tanti di quei Franciacorta che sembra un veterano!

La Rotonda Franciacorta
Via Boschi, 1
25046 Calino di Cazzago San Martino – BS
Tel e Fax 030 7750909
e-mail info@larotondafranciacorta.it
www.larotondafranciacorta.it

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Champagne Rosé Sauvage Piper-Heidsieck

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot noir, Pinot Meunier
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8


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E con queste « bulles » nel bicchiere, la vie est en ros(é) !

Bere (e scrivere) di Champagne é un po’ come con le ciliegie. Una ciliegia (e un articolo) tira l’altra/o. E così dopo avervi magnificato ieri l’ottimo Brut millesimato 2005 di Paul Goerg, ottenuto da Chardonnay che non arrivano da un posto qualsiasi, bensì da Vertus, cittadina leggermente a Sud della famosa Côte des Blancs, culla dei più grandi Chardonnay della Champagne, e villaggio classificato Premier Cru, eccomi oggi a parlarvi, con altrettanto entusiasmo, di un altro Champagne. Di una tipologia di quelle che maggiormente adoro, il Rosé, proposto da una Maison molto più nota, e molto più grande di quella di cui ieri ho celebrato il valore.

Siamo a Reims, nella capitale ufficiale dell’AOC più celebrata del mondo, una cittadina linda dove sono stato per alcuni giorni lo scorso ottobre e dove non vedo l’ora di ritornare. Non tanto in veste di turista, ma per infilarmi, una dopo l’altra, in una serie di caves storiche e degustare tutto quanto mi sia possibile assaggiare.

Siamo centre ville, a poca distanza da quella meravigliosa Maison Charles Heidsieck dove lo scorso 16 ottobre mi sono divertito come un matto, come ho raccontato, tra l’altro anche qui (un bellissimo portale, dove, improvvisamente, hanno scoperto che i piatti, le ricette, la cucina, possono benissimo fare a meno dei vini… E che il vino non fa audience…).

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E’ solo un grande muro, alto, a separare la Charles Heidsieck da un’altra Maison, Piper-Heidsieck, che oggi è della stessa proprietà, ma che ha una storia personale lunghissima alle spalle. Che si condensa in queste note, che trovate su Wikipedia, “fondata nel 1785 da Florens-Louis Heidsieck, dal 1839 ha aggiunto ad Heidsieck il cognome Piper dal cugino del fondatore, Henri-Guillaume Piper, che lo seguì insieme a Christian Heidsieck nella conduzione della maison. Alla fine degli anni ’80 la casa è stata acquisita dal grande gruppo Rémy Cointreau e dal 2011 i due marchi principali, Piper-Heidsieck, e Charles Heidsieck, sono di proprietà del gruppo Européenne de Participation Industrielle (EPI), mentre un terzo marchio, Heidsieck & Co Monopole, è dal 1997 di proprietà della famiglia Vranken”. O notizie che potete leggere qui o sul sito Internet aziendale Piper-Heidsieck..

Stessa proprietà, ricchissima, con interessi differenziati in vari campi, moda, vino, abbigliamento per bambini, ecc. ma assoluta indipendenza produttiva, e risultati che, qualsiasi Champagne della gamma degusti (pardon, bevi: certi Champagne non si degustano, si spremono le bottiglie sino all’ultima goccia) sono strepitosi. Non solo quando si bevono fiammeggianti Cuvée de prestige come questa che ho già celebrato, ma, come ho potuto fare, con tutti gli altri Champagne firmati dal grande chef de cave Régis Camus.

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Questo Brut Rosé Sauvage non millesimato è un rosé d’assemblage, quello di un classico come il loro Brut al quale é aggiunta una generosa proporzione di vini rossi fruttati figli della Champagne. Una cuvée composta a maggior parte da Pinot noir, qualcosa come 100 crus de Champagne et di Pinots Meuniers della Grande e Petite Montagne de Reims.

Il risultato è una bottiglia (non cercate in retroetichetta la data di sboccatura o il dosaggio degli zuccheri, il 90% degli Champagne su questo tema cruciale tacciono e si fanno bagnare il naso, in tema di completezza dell’informazione ai consumatori, dalla Franciacorta…), che quando la versi, e magari l’abbini a del tonno rosso, del vitello tonnato, del roastbeef, un carpaccio, di carne bianca ma anche di pesce, oppure su del pesce in umido con pomodoro, una zuppa di pesce o più precisamente brodetto, caciucco o bouillabaisse, va via, soprattutto se la condividi, come una scheggia.

Bellissimo il colore, che “les français” definiscono testualmente “teinte rouge vermillon, flamboyante“ e che io, più semplicemente chiamo cerasuolo-amarena, abbastanza carico e splendente, e spettacolare il perlage, fine, continuo, con andamento ruscellante. Una roba bella da vedersi, uno spettacolo. Come la Binoche…

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Il naso è intensamente vinoso, si sente che di Pinot noir ce n’è, espressivo, con tanta frutta, con note molto ben espresse di lampone, ribes, ratafia, ciliegia, pompelmo rosa, arancia rossa e una quota di erbe aromatiche, di rosa, di crema pasticcera, una vena appena speziata che non impedisce al vino di esprimere una quota importante di sale e di mineralità e una freschezza aromatica innegabile.

La bocca è larga, succosa, di buona sostanza, con tanta frutta a strati, ma senza alcun eccesso dolce o marmellatoso, con una bella tensione, un andamento diretto, incisivo, nervoso il giusto (anche se questo Champagne non avrà meno di 8-9 grammi di zucchero litro), molto piacevole, con una bella vena terrosa e calcarea, una persistenza lunga, ricca di sapore e di grande soddisfazione.

Il che, per uno Champagne che nelle enoteche on line trovate, in Francia, proposto intorno ai 30-35 euro, mica 70-80 euro come certi fenomeni italici, significa una semplice cosa: ottimo rapporto prezzo-qualità. E garanzia, senza esitazioni, da parte mia…

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Champagne Premier cru Brut 2005 Paul Goerg

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9


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Champagne, e che altro ?, per festeggiare l’arrivo dell’estate

Ed eccoci arrivati a luglio e come festeggiare il vero arrivo (basta sentire il caldo feroce che fa) dell’estate, l’irrompere della libertà da ogni costrizione di sorta, se non stappando e gustando Champagne?

Due i sentimenti, entrambi di derivazione musicale, e dovuti alla mia non più tenera età, che mi nascono svoltando la pagina del calendario e approdando su quella di luglio. Il ricordo, quanti decenni sono trascorsi, di Riccardo Del Turco, che nel suo tormentone hit dell’estate del 1968 cantava “luglio sarebbe un grosso sbaglio non rivedersi più” e ancora “mi dicevi luglio ci porterà fortuna poi non ti ho vista più. Vieni da me c’è tanto sole, ma ho tanto freddo al cuore se tu non sei con me”.
E poi il saggio Francesco Guccini (auguri per i tuoi recenti 75 anni, saggio poeta!) che in quell’assoluto capolavoro che è la Canzone dei dodici mesi, dedica a luglio queste parole: “Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leone, riposa, bevi e il mondo attorno appare come in una visione, come in una visione…”

Scopriremo

E allora che luglio e che estate comunque siano, che tipo d’estate lo scopriremo, giorno dopo giorno, vivendo, e un’estate che voglio consigliarvi di iniziare con uno Champagne davvero buono (sarò fortunato, ma nove volte su dieci quando stappo e bevo Champagne casco sempre benissimo, e non mi accade come in altre zone spumantistiche d’imitazione – ma diffidate dalle imitazioni, sempre imitazioni restano, anche se piene d’ambizioni e sussiegose – dove talvolta le delusioni e le banalità sono cocenti, anche se fanno sorridere per la loro ingenuità), prodotto da una Maison produttrice che si chiama Paul Goerg.

Una Maison, l’ho già scritto parlando di un buon rosé, attiva da oltre mezzo secolo, che prende nome dal quel Paul Goerg che ne fu sindaco nel 1876, che elabora uve che non arrivano da un posto qualsiasi, bensì da Vertus, – cittadina leggermente a Sud della famosa Côte des Blancs, culla dei più grandi Chardonnay della Champagne, e villaggio classificato Premier Cru. Anzi, con 564 ettari di vigna, piantati per l’85% a Chardonnay, è il secondo più ampio villaggio della Champagne ed il maggiore del dipartimento della Marne.

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Alla Paul Goerg, che per inciso è da qualche tempo distribuita in Italia da Ruffino Constellation Brands, è tradizione produrre Champagne Premier Cru che, dicono, “traducono in vino la piena espressione dei terroir di Vertus e dell’uva Chardonnay”, grazie ad un gruppo di vignaioli intraprendenti e appassionati che controllano 120 ettari e realizzano cuvées che vengono affinate lungamente sui lieviti e presentano uno stile specifico.

Il Paul Goerg che ho scelto per augurarvi buona estate e buona navigazione a questo blog, che vi terrà compagnia, non abbiate timore (o, nel caso, rassegnatevi) ancora per lungo tempo, è un Brut millesimato 2005, Chardonnay 100%, con basso dosaggio degli zuccheri, intorno ai 6 grammi litro, cinque anni minimo di permanenza sui lieviti. A me e a chi in passato assaggiava con me – a proposito, il buon Ligabue, grande interista (un po’ troppo di sinistra per i miei gusti) canta in Un amore pronto a sudare, che “un amore che comincia d’estate, è un amore in salute” e che “un amore che comincia d’estate si è perso la primavera ma non lo si vedrà mai pensare all’autunno imminente”…

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Tutto bello, ma un amore che finisce proprio ad inizio estate non ha ancora pensato nessuno a cantarlo? Forse il grande Bruno Martino nella suprema Estate, poi reinterpretata genialmente da Michel Petrucciani o da Chet Baker

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Ma bando alle malinconie e torniamo alle nostre dorate bollicine, prodotte in una zona dalla fortissima identità e dall’orgoglio incrollabile, che non si sognerebbe mai di organizzare una degustazione comparativa con metodo classico di altri Paesi e zone produttive (che siano un po’ chauvinistes e provinciali questi Champenois?) per un vino che mi è piaciuto senza riserve, colore paglierino brillante luminoso, perlage sottile, continuo, che si dispone a nuvolette nel bicchiere, ed un naso che colpisce per la perfetta sintesi di complessità, freschezza ed eleganza, con note di papaja e ananas essiccato, agrumi, mandorla fresca, glicine, accenni di nocciola e un tocco di pasticceria che richiama burro e meringa, il tutto in una cornice di perfetta eleganza, di fragranza aerea.

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E poi la bocca, che bocca, Paul Eluard, che d’amore se n’intendeva, diceva

« Mon amour pour avoir figuré mes désirs
Mis tes lèvres au ciel de tes mots comme un astre
Tes baisers dans la nuit vivante
Et le sillage de tes bras autour de moi
Comme une flamme en signe de conquête
Mes rêves sont au monde
Clairs et perpétuels »

una bocca rotonda, succosa, di grande armonia, croccante, con le bollicine a solleticarti dolcememente il palato, e poi il dominio della pietra e del sale ad imporsi, un retrogusto che richiama la mandorla, ma croccante e salata, una grande freschezza, un’armonia, un equilibrio, una capacità di farsi bere da applausi. Da regalarti la felicità, gustandolo come aperitivo, portandolo a tavola in abbinamento a capesante, risotto con funghi, filetti di pesce persico, un’orata o un branzino al sale, o un risotto o una pasta con zucchine e gamberetti, o delle animelle appena scottate, o ancora delle cozze alla marinara o dei semplici spaghetti con pangrattato capperi e acciughe o olio d’oliva, bevendolo lasciandoti cullare dai ricordi.

E ancora il sommo Paul Eluard, poeta a me carissimo, che cantava:

amour
“Je t’aime pour ta sagesse qui n’est pas la mienne
Pour la santé
Je t’aime contre tout ce qui n’est qu’illusion
Pour ce cœur immortel que je ne détiens pas
Tu crois être le doute et tu n’es que raison
Tu es le grand soleil qui me monte à la tête
Quand je suis sûr de moi“…

CocoChanelChampagne

Champagne, Champagne a fiumi s’il vous plaît…

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A proposito della maxi degustazione di Franciacorta Docg di ieri…

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Conferme, sorprese, outsider ma anche qualche delusione…

Oggi avevo previsto di parlarvi, cosa che non faccio stranamente da tempo, anche se nel contempo le mie degustazioni/bevute di grandissimi esempi di quella AOC storica, unica e inimitabile si sono ripetute, di Champagne, ma ho dovuto cambiare programma. E vi parlerò, non potevo fare diversamente, dopo il maxi assaggio di ieri, di qualcosa che con lo Champagne non c’entra assolutamente nulla, ovvero di Franciacorta Docg.

Grazie alla disponibilità (cui è doveroso rendere merito) del Consorzio Franciacorta e alla perfetta organizzazione disposta da una collaboratrice di cui il Consorzio stesso dovrebbe essere orgoglioso, la giovane, dolcissima, bella (lo dico con assoluto affetto paterno) seria e professionale Silvia Filisetti, aiutante dell’ottima Monica Faccincani, responsabile dell’Ufficio tecnico, ho potuto assaggiare in tutta calma, nel migliore dei modi, in degustazioni effettuate rigorosamente alla cieca, Silvia ne è testimone, qualcosa come 90 Franciacorta, scelti tra due delle tipologie che (con il Rosé) prediligo: Extra Brut e Dosaggio Zero.

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Voglio innanzitutto plaudire alla correttezza delle aziende franciacortine, anche di quelle che, recenti oggetto di miei attacchi rivolti non tanto ai loro vini, quanto alle loro politiche commerciali e di prezzo, hanno ritenuto (tranne una, che ringrazio per avermi risparmiato di degustare i suoi mediocri vini, misteriosamente ma non tanto premiati da qualche guida…) di partecipare alla mia degustazione e offrire i loro campioni.

Uno spirito decoubertiano e rispettoso del mio lavoro di cui non trovo traccia, ad esempio, nell’area del Trento Doc, dove da alcuni anni ai miei assaggi organizzatimi dall’Istituto Trento Doc, non partecipano, pensando di boicottare me, ma in realtà boicottando la loro intelligenza (che, strano ma vero, esiste) alcune note aziende. Per non fare nomi, ma cognomi, Rotari, Cesarini Sforza, e salvo un solo striminzito campione, l’azionista di maggioranza e padrone della denominazione, le Cantine Ferrari di Trento, quelle dello Spumante Ferrari, come si legge passando davanti alla cantina in autostrada.

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Bene, cosa mi ha detto la degustazione, alla quale mi sono accostato né favorevolmente predisposto né tantomeno prevenuto, ma con spirito assolutamente oggettivo, con la volontà di giudicare sine ira et studio, dei Franciacorta Docg fatta ieri? Che almeno le due tipologie da me scandagliate in un vasto e rappresentativo numero di campioni sono ricche di vini che meritano l’assoluto rispetto e la considerazione da parte degli appassionati di “bollicine” metodo classico.

DiZetaLaRotonda

Sono anni che degusto Franciacorta, e checché ne possa dire qualche imbecille che infesta, a mò di zecca, questo blog, di Franciacorta ne capisco e ne so ed erano anni che non riscontravo un livello qualitativo tanto elevato e diffuso. Vini che abbinano complessità, freschezza, spalla e struttura ad un equilibrio, ad una piacevolezza, spesso ad un’eleganza e ad una mineralità, che ne facilita, elemento imprescindibile per me per un buon metodo classico, la beva.

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E, cosa interessante in questa mia lunga, ma divertente, anche se molto impegnativa degustazione, è che accanto ad alcuni nomi classici della denominazione, che hanno fatto, lo ribadisco, assaggiati alla cieca senza conoscere il nome del produttore, un figurone, parlo di Cavalleri, Cà del Bosco, Vezzoli, Derbusco Cives, Il Mosnel, Enrico Gatti, Ferghettina, Villa, Maiolini, Fratelli Berlucchi, Barone Pizzini, solo per fare qualche nome.

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O di aziende che classiche e di riferimento lo sono diventate, parlo di Bosio, Camossi, Colline della Stella, Cola, Contadi Castaldi, Le Quattro Terre, Sullali, Castelveder, Vigneti Cenci, Clarabella, Facchetti, mi sono piaciute con alcuni loro vini, senza se ne ma, alcuni outsider o nomi a me abbastanza sconosciuti. Parlo di Cascina San Pietro, Corte Aura, La Rotonda, Vigne Note (sempre in lizza per il premio di etichetta tra le meno appealing che ricordi…), Castello di Gussago, La Valle…

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Poi, rispettando la verità e sacralità della degustazione alla cieca, devo prendere atto che mi sono piaciuti alcuni vini di produttori con i quali non ho particolari rapporti di amicizia o simpatia, anzi, o i cui prodotti in passato tendevano puntualmente a non piacermi. Parlo, per non fare nomi, di Ricci Curbastro, Bersi Serlini, Ronco Calino. Dei cui vini che, senza conoscere il nome dei produttori, ho apprezzato (sorprendente, in magnum, l’Extra Brut riserva Centoventi 2004 di Ronco Calino, uno dei vini più buoni di tutto il mio assaggio), sicuramente e doverosamente scriverò.

Centoventi

Perché sono un giornalista serio che scrive dei vini e non di produttori con i quali non andrebbe sicuramente a cena. Un giornalista che, calmata l’incazzatura, tornerà di sicuro a scrivere anche degli ottimi prodotti (passiamo a vini rossi, seri e importanti, come i Rossese di Dolceacqua) di Giovanna Maccario, il cui boicottaggio da parte mia, un po’ rodomontescamente annunciato via Facebook mi è valso il titolo di “pericolo pubblico”, manco fossi uno dell’Isis, e la partecipazione, che tanti hanno detto essere stata positiva, ad una trasmissione radiofonica molto discussa.

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E quindi anche se del past president del Consorzio Franciacorta e oggi presidente FederDoc (un tempo gli dissi che studiava da Ministro delle Politiche Agricole: per ora non ci è ancora arrivato, ma è ancora giovane e rampante per poter ottenere anche quella carica…), non sarò certo amicone, non lo sono mai stato (a pelle non ci siamo mai stati molto simpatici…), non sorprendetevi se scriverò bene, ma modo mio, di un paio di Franciacorta di Riccardo Ricci Curbastro, figlio di un non dimenticato grande franciacortista come Gualberto.

Perché Franco Ziliani (il vostro umile cronista, non il geniale inventore del e della Franciacorta) e Lemillebolleblog sono e saranno ancor più così: prendere o lasciare…

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Maxi degustazione di Franciacorta Docg oggi a Erbusco

ZilianiFrancotiratore

90 “bollicine” franciacortine mi aspettano, perché ve le possa raccontare qui

Inutile nasconderlo. Con la Franciacorta, non intesa come zona, ma con gli organismi istituzionali che regolano la vita di questa bella zona vinicola lombarda che in molti giudicano la capitale del metodo classico italiano (non dirò la Champagne d’Italia perché mi sembra troppo provinciale e fuori dalla realtà affermarlo…) diciamo che ci sono state delle vivaci schermaglie, delle decise divergenze di opinioni in questi ultimi mesi.

E questo blog “bollicinaro”, che ovviamente si occupa, come non potrebbe occuparsi, di Franciacorta Docg, che con i suoi 15-16 milioni di bottiglie prodotte è la leader indiscussa dei vini italiani prodotti con la tecnica della rifermentazione in bottiglia, e conta ormai su qualcosa come circa 110 marchi imbottigliatori, e conosce assolute eccellenze (come pure prodotti assolutamente ordinari e non esaltanti per qualità) ha ovviamente reso conto di questo diverso sentire.
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Non tanto sulla vocazionalità, indiscussa, se non di tutta la zona, di larga parte, della zona vinicola che giace tra Monte Orfano e Lago d’Iseo, ma su questioni diciamo legate al marketing e alla commercializzazione, questioni varianti dai prezzi troppo bassi (sui quali, lo ripeto, il Consorzio Franciacorta non può fare nulla e non può intervenire) con i quali una minoranza di vini finiscono sugli scaffali, al costo e al valore della partecipazione ad una manifestazione come Expo, che si sta sempre più rivelando non il luogo di dibattito sui temi dell’agricoltura e dell’alimentazione, ma una vetrina di questo marcio e corrotto sistema politico e dei suoi degni rappresentanti istituzionali, e, nel “migliore” dei casi, un’altra, inutile, vacua, Vinitaly Vanity Fair.

E poi ci sono stati altri punti di attrito tra questo modesto e attempato cronista e gli organi istituzionali consortili, alcuni anche antipatici e umanamente dolorosi, ma è inutile che ne parli ancora tanto sono ormai chiari agli occhi di tutti.
tirasuicler

La cosa importante, la cosa fortemente legata anche al futuro di questo blog, che nonostante alcuni miei “scazzi” e forti delusioni e serie tentazioni di “tirà giò la cler” andrà regolarmente avanti al motto di “tira sü i cler!” i , battagliero come sempre e teso ad informarvi su quelle che io considero le più importanti produzioni metodo classico italiane e, ça va sans dire, francesi o spagnole, è che la vita, e le degustazioni continuano. E che avrò un sacco di vini, spero, di cui rendervi conto, cari lettori/consumatori, tanti Champagne che ho bevuto in questi ultimi mesi, e altri che sono già in cantina, pronti per l’assaggio, e tanti metodo classico italiani che assaggerò nei prossimi 10 giorni.

Behonest

Perché oggi sarò proprio in Franciacorta, ad Erbusco, per l’assaggio, per il quale ringrazio il Consorzio Franciacorta per la consueta signorile disponibilità e per avermelo organizzato ( con la perfetta collaborazione della giovane, bravissima Silvia Filisetti), immagino come sempre benissimo, anche se Lemillebolleblog è solo un blog, letto e rispettato anche all’estero, e non (deo gratias!) una guida, di qualcosa come 87 vini di due precise tipologie che ho scelto, quelle che amo maggiormente insieme al Rosé, ovvero Extra Brut e Dosaggio Zero (per la precisione 36 extra brut di cui 13 senza annata e 23 millesimati e 51 dosaggio zero, di cui 16 senza annata e 35 millesimati).

Ed il prossimo 7 luglio sarò invece a Torrazza Coste, presso il Centro di Ricerca formazione e servizi della vite del vino, alias Riccagioia, per degustare un tot (il numero lo scoprirò solo vivendo…), di metodo classico targati Oltrepò Pavese. Consorzio per il quale dovrei condurre, il prossimo 11 luglio una degustazione (ne parleremo a tempo debito, se all’epoca quella struttura sarà ancora intera e non sarà stato teatro di qualcosa di sgradevole, che di questi orridi tempi di violenze e di minacce alla nostra civiltà non è assolutamente da escludere e che personalmente pavento…) in un particolare luogo dove mi ero ripromesso pubblicamente di non mettere piede e nel quale, forse, lo ripeto, farò ingresso per la prima volta. Esclusivamente per motivi di lavoro, non perché abbia sposato la filosofia trionfalistica e vacua di questa rassegna a risonanza universale…

TomStevensonOltrepò16-02-2015 020

Perché tutto questo “pistolotto”? Semplicemente, come faccio sempre con i miei blog (e vedremo se a fine anno riusciremo ad aggiungerne un terzo…) per darvi conto di quello che faccio e per mettere le mani avanti nel caso martedì ed eventualmente mercoledì dovessi tardare ad aggiornare il blog e postare nuovi contributi.

Elmundocambia

Perché la giornata, anche se la nostra vita ormai va tremendamente di corsa ed è come centrifugata e impazzita, è fatta sempre e comunque di 24 ore e non di 48, perché alcune ore devo giocoforza dedicarle al riposo, e perché oltre al vino, e alla scrittura e ai blog, c’è la Vita e in questa estate che é arrivata io desidero fortemente e golosamente viverla e dedicarle (con tutto quello che comporta, ovvero amore, musica, libri, amicizie) tutto il tempo che merita.

Siphappens

Perché si vive una volta sola, al di là di quello che ci dicono, a mio avviso prendendoci garbatamente in giro, le varie religioni…

vitsasola2

A presto dunque su Lemillebolleblog e prosit!

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Arturo Bersano millesimato 2011 Brut metodo classico Bersano

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
8


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Il ritorno alla grande di una storica azienda vinicola piemontese

Ottime notizie dal Piemonte: una storica casa vinicola è tornata agli antichi splendori! La mitica Bersano di Nizza Monferrato, che nacque negli anni Venti del secolo scorso quando Giuseppe Bersano acquisì dai Conti della Cremosina l’omonima cantina con vigneti, e poi si sviluppò quando il figlio maggiore, il grande Arturo Bersano, nel 1935 lasciò perdere l’attività di avvocato per dedicarsi alla propria azienda agricola e vinicola, dando vita negli anni Sessanta alla Bersano Vigneti, ovvero l’azienda agricola della Bersano vini, è tornata alla grande. Forte di 230 ettari vitati, di uno staff tecnico e manageriale di prim’ordine (le famiglie Massimelli e Soave), di una volontà tenace di ritornare a recitare il ruolo da protagonista che le compete.

La riprova di questo ritorno l’avevo già avuto a maggio ad Alba, nel corso di Nebbiolo Prima, degustando una mirabolante versione del Barolo riserva 2005, da vigne in Serralunga d’Alba, e ne ho avuto folgorante conferma giovedì sera a Milano, grazie ad una verticale di cinque meravigliose annate di Barolo, 2010, 2000, 1996, 1974 e 1958, svoltasi presso la suggestiva Enoteca Duomo 21, ad un tiro di schioppo dalla Mia Bela Madunina, verticale impreziosita dalla presenza di un grande sommelier francese, nonché produttore, Philippe Nusswitz, Meilleur Sommelier de France 1986 che ha riconosciuto la grandezza e l’unicità del Nebbiolo e del Barolo che ne nasce.

Serata splendida che nemmeno la professionalità piuttosto “zoppicante” di una certa sommelière, che dicono essere “un fenomeno”, ma che secondo me dovrebbe tornare all’asilo, che non è riuscita a cogliere il nettissimo sentore di tappo nella prima bottiglia del magnifico 1996 che ci ha tranquillamente servito come se fosse a posto, mentre non lo era (fantastica invece la seconda bottiglia servita su indicazione di uno dei proprietari e mia…), è riuscita a rovinare.

Ma che ci azzecca il Barolo (il Barolo va bene ovunque e comunque, anche a fine giugno, anche con 26 gradi, anche se qualche sommelière non sa cosa sia o non lo capisce… E il Barolo, anche se vecchio, non c’entra nulla nella liqueur di un’Alta Langa serio, e quando lo si usa, é solo per un’ennesima stupida farinettata…) si dirà a questo punto qualcuno con Lemillebolleblog?

Niente paura, non voglio parlarvi qui, lo farò su Vino al vino, di quei fantastici Barolo, ma voglio rimanere nel mondo delle bollicine perché prima della degustazione nebbiolesca ho fatto un felicissimo incontro, una retrouvaille direbbero i francesi, con un altro vino targato Bersano, con un metodo classico che un tempo era un punto di riferimento, tanto che nel 1988 Antonio Piccinardi e Gianni Sassi selezionarono l’allora riserva 1985 nel loro aureo Champagne & Spumanti. 100 champenois, volume di grande formato edito da Mondadori. La cui lettura consiglio alla sommelière, che un po’ di cultura e di storia non fanno mai male…

All’epoca la cuvée era composta da uve Pinot grigio e Pinot nero “allevate nei vigneti delle valli alte dell’Oltrepò Pavese”, ora il Pinot grigio è sparito ed è rimasto il Pinot nero, sempre fornito da storici conferenti oltrepadani, e ci troviamo di fronte ad un Blanc de Noir, ad un metodo classico, affinato 30 mesi sui lieviti, che si chiama ancora, come un tempo, Arturo Bersano.

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La versione 2011, con sboccatura 2014, che ho assaggiato in magnum, ma che dico assaggiato, ne ho gustati tre bicchieri, con il consenso di Philippe Nusswitz, mi ha convinto, anche se, detto con franchezza, l’avrei preferita magari un po’ più secca, con un minore dosaggio di zuccheri, (penso che siamo intorno agli 8 grammi, vero Roberto Morosinotto?) e mi è piaciuta perché il vino è buono, godibile, si fa bere benissimo, e pur essendo di fatto un Oltrepò Pavese non è gnucco, pesante, noioso e monocorde come tanti metodo classico oltrepadani, perché è elegante, ben fatto.

E ha un solo, clamoroso, difetto, si presenta come Talento, ovvero tenendo in vita un’esperienza di denominazione collettiva dei metodo classico che è morta, defunta, in completa putrefazione. Basta visitare il sito Internet dell’Istituto, non aggiornato da illo tempore, per capire, che Talento riposa in pace, amen.

Questo piccolo problemino a parte, il vino (sono curioso di provare presto anche il Rosé) è buono, pulito e giusto, colore paglierino scarico brillante e luminoso, perlage finissimo e continuo, naso molto fine, elegante, fragrante, con note di fiori bianchi, nocciola, pesca bianca, agrumi, crosta di pane, ananas in evidenza, un attacco in bocca vivo e nervoso, di salda energia, uno sviluppo largo e profondo, una buona ricchezza di frutto, acidità ben calibrata, una bella sapidità e un’interessante persistenza, con una piacevolezza davvero notevole.

E brava la Bersano, bentornata sul palcoscenico della qualità, nel posto, in primo piano, che le spetta!

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EXPOrience La Montina, per portare in Franciacorta tutti i visitatori di Expo 2015

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Aggiornamento del sito Web aziendale ad uso di tanti i fan dell’universale planetaria rassegna

Ricevo questo comunicato stampa dall’azienda agricola franciacortina La Montina, un tra le aziende storiche della Franciacorta, che “si sviluppa su di una superficie vitata di circa 72 ettari, dislocati in 7 Comuni della Franciacorta. Vigneti, con giacitura preminentemente collinare, impiantati su terreni calcarei e limo-argillosi con una resa circa di 100 quintali per ettaro con densità di 5.400/7.000 ceppi per ettaro. La produzione media è di 380.000 bottiglie annue”.

Mi sembra una trovata intelligente, che viene incontro alla richiesta di tanti di avere una risposta a questa semplice domanda: ma a fronte di un mega investimento come quello fatto dalla zona spumantistica bresciana, accettato all’unanimità dal CDA (anche se poi, sotterraneamente circolano mugugni che hanno ragion d’essere relativa, perché era in quella sede che la decisione andava eventualmente contestata, non altrove) quale ritorno stanno ottenendo le aziende franciacortine e franciacortiste?

La Montina e i colli di Monticelli Brusati

E quanta gente, in arrivo dal mondo grazie ad Expo, conoscerà la Franciacorta, deciderà di visitare la Franciacorta, scoprirà i Franciacorta Docg?

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In attesa di avere dati precisi, a fine 2015, sul rapporto costi – ricavi, sui benefici che la convinta partecipazione della Franciacorta ad Expo avrà, si spera, portato alla zona vinicola posta tra Lago d’Iseo e Monte Orfano, in attesa di recarmi io stesso in visita alla tanto discussa e discutibile Esposizione universale (ci andrò prima di luglio, in un’occasione e con modalità che annuncerò a tempo debito), pubblico il comunicato relativa alla pensata internettiana de La Montina e delle sue rinnovate pagine Web.

Come diceva Chiambretti: comunque vada, sarà un successo!…

ExporienceMontina

“Per orientarsi in Franciacorta ora basta un click. Grazie a EXPOrience, il nuovo progetto studiato dalla storica cantina franciacortina La Montina di Monticelli Brusati. Una rete online, ma soprattutto una rete di persone, realizzata per tutti i turisti che arrivano in Franciacorta durante il periodo dell’Expo.

La Montina, dedicando a EXPOrience una sezione speciale del proprio sito (www.lamontina.it), ha creato una finestra per mostrare al turista quanto di meglio offre la Franciacorta. Semplice, ordinata e completa, EXPOrience è una pagina all’interno della quale trovare consigli riguardo i migliori ristoranti della zona, gli hotel in cui soggiornare, le attività da praticare, le manifestazioni.

Suddividendo il tutto per macro aree tematiche (servizi, cultura, tempo libero ed eventi), grande spazio è dato alla sezione eventi, costantemente aggiornata con le proposte e le iniziative de La Montina, del Consorzio Franciacorta e dei partner che hanno aderito al progetto.

FranciacortaExpo

Spinta dall’importante vetrina offerta da Expo Milano 2015 al Franciacorta (Official Sparkling Wine), La Montina ha deciso di promuovere al meglio il territorio che è la sua origine e la sua fortuna. Per farlo ha scelto dei partner di assoluto livello e qualità garantita, pronti ad accogliere i visitatori e a supportarli al meglio durante la loro permanenza in Franciacorta e sul vicino lago d’Iseo, con cui costituisce un’unica area turistica.

Fondamentale per ampliare il bacino informativo di EXPOrience, il supporto di Itinerari Brescia a cui è collegato. Un portale unico e ricco di informazioni, che consente ai turisti una panoramica completa dell’offerta culturale e ricreativa di Brescia e della sua provincia.

Così La Montina ha deciso di giocarsi la partita con Expo Milano 2015, prendendosi cura del turista. Facendo sistema, puntando sul suo territorio e sulla collaborazione con persone che lo vivono e lo respirano”.

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Franciacorta Dosage Zero Vezzoli

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
8.5


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Un Franciacorta esemplare prodotto con la particolare tecnica definita “solo uva”

Vi avevo promesso una seconda puntata, dopo questo articolo della scorsa settimana sugli esemplari Franciacorta di Giuseppe Vezzoli e della sua famiglia. Errore, non ci sarà solo una seconda puntata, questa, ma ne seguirà una terza, perché all’articolo su questo eccellente Dosage Zero non millesimato (e perdono solo per questa volta l’amico Giuseppe perché insiste ad utilizzare per questo vino un termine francese: cari franciacortini, non sarebbe ora di finirla di usare termini che vengono dal mondo della Champagne e provare ad usare, fregandovene delle sicure accuse di provincialismo, fantasiosi termini italiani o persino bresciani magari da individuare con concorsi d’idee promossi via Web?) ne seguirà un altro, dedicato ad altri eccellenti Franciacorta di questa esemplare cantina di Erbusco.

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Il Franciacorta che vi raccomando senza se e senza ma dell’erbuschese Vezzoli (che però dovrebbe anche urgentemente mettere mano al proprio bruttino, superato e non aggiornato sito Internet) è il suo Dosage Zero, sintesi (le percentuali non ce le dice, ma di Pinot nero ce n’è parecchio e si sente…) di Pinot nero e Chardonnay, lungamente affinato, minimo 36 mesi, ma spesso l’affinamento viene ulteriormente protratto, sui lieviti, con rabbocco, dopo la sboccatura (nel mio caso datata gennaio 2015). In futuro questo Dosage Zero verrà prodotto ricorrendo esclusivamente a lieviti indigeni (che non sono sinonimo di aborigeni o di “simpatici” invasori) e va ricordato che i Franciacorta vezzoliani sono prodotti con “il metodo che prevede che per il dosaggio del vino non si aggiunga vino, ma mosto. Solo uva, nient’altro che uva”

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Ovvero vino base ottenuto da uve mature (per salvaguardare l’acidità si pressa meno), invece dello zucchero aggiunta di mosto delle stesse uve conservato a freddo, e o poi si prosegue con il metodo classico o “metodo Franciacorta”, ovvero presa di spuma in bottiglia, remuage, sboccatura dove invece dello zucchero viene aggiunta una piccola parte di mosto dell’ultima vendemmia, e via. Una tecnica messa a punto da Giuseppe Vezzoli in collaborazione con l’ottimo enologo, consulente di tante aziende franciacortine, Nico Danesi.

Buonissimo questo Dosage Zero, come ha decretato anche la mia Lei, che prima o poi figurerà come co-titolare e seconda firma di questo blog (di “bollicine” ne capisce più di me, degusta meglio di tanti degustatori pseudo professionisti, ha sensibilità, cultura e classe: merce rara sotto certe latitudini…).

Colore paglierino oro brillante, molto luminoso, vivo, perlage sottilissimo e continuo, di grande continuità ed esuberanza nel bicchiere, e subito, dal primo impatto, un naso vivo, fresco, affilato, nervoso, di nitida definizione ed eleganza, molto diretto, integro, con note di mandorla fresca, ananas, fiori bianchi, agrumi, un accenno di crème brulée, e poi pesca noce, ma bianca, a comporre un insieme molto accattivante, fragrante, ben sapido con una leggera vena finale quasi marina e “ostricosa”.

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Attacco in bocca diretto, con acidità in perfetto equilibrio con il frutto, buona ampiezza sul palato e persistenza lunga e verticale, gusto salato, lungo, profondo, con una bella croccantezza della bolla, grande energia, continuità, una vena che richiama la mandorla nel retrogusto e una piacevolezza che ne facilita davvero, con due come noi poi…, la beva.

Ribadisco il concetto, anche per i più distratti e duri di comprendonio: questa è la Franciacorta, questi sono i Franciacorta che mi piacciono, che vi consiglio, per i quali garantisco e metto, senza timore di perderla, la faccia!

E se un Franciacorta lo garantisce un… Franco Ziliani, potete crederci!

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Cari spumantisti, la qualità parte anche dal tappo! Storie di tappi e tapini…

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Brutti tappi spesso pregiudicano il risultato finale

Voglio raccontarvi, anche oggi vado di fretta (ultimamente la mia vita è come centrifugata e corre ad una velocità che la fa in barba ai multavelox…) un breve apologo. Niente di speciale, solo riflessioni nate dalla degustazione, ma che dico, dall’apertura di due diverse bottiglie di metodo classico.

Mi capita quasi quotidianamente, con un Lemillebolleblog da tenere vivo con sempre nuovi contributi, e che continuerà ad essere vivo, qualsiasi cosa possa accadere, anche nei prossimi mesi, vivo, combattivo, propositivo, critico, incazzoso quando serve, e sempre senza guardare in faccia a nessuno, ma attento a segnalarvi le tante cose buone che incontro (faccio un po’ di fatica quando si tratta di Prosecco, ma è solo colpa del mio palato più in sintonia con i metodo classico che con gli Charmat aromatici…), di stappare bottiglie di “bollicine”.

Lo faccio talvolta da solo e, molto più spesso con la mia Lei che per i tappi e la loro qualità ha una particolare sensibilità e riconosce al volo eventuali difetti, anomalie e problematiche che possano presentare. E che possano trasmettersi, condizionandone l’ottimale performance, ai vini. Insomma, se un vino saprà di tappo lei lo capisce già prima di assaggiarlo.
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Nei giorni scorsi ci è capitato di assaggiare due metodo classico, uno, base Chardonnay, prodotto in una zona “spumantistica” celebrata, da un produttore che io considero un classico della sua denominazione. Il secondo un outsider, trattandosi di un metodo classico Rosé base Nebbiolo prodotto da un piccolo produttore piemontese. In piccole quantità. Dei vini di entrambi ho già scritto bene in passato, e contavo di scrivere anche questa volta. Invece…

Invece scriverò di un solo vino, perché l’altro sapeva inesorabilmente di tappo. Guardate le foto con i due tappi e ditemi se già dalla vista dei sugheri, uno tappava un Rosé millesimato 2011 base Nebbiolo, l’altro un non millesimato Dosaggio Zero da uve dell’annata 2010.

Il tappino striminzito, che aveva un naso già sgradevole, muffoso e fungino, era quello del piccolo metodo classico rosé piemontese annata 2011, l’altro, bello, trionfante, ben gonfio, morbido, turgido nella sua integrità, era quello di un Franciacorta.

Morale della favola? Il Franciacorta l’abbiamo gustato e io ne scriverò domani, dell’altro, di cui tacerò il nome del vino e del produttore, l’abbiamo provato, abbiamo riscontrato, dapprima dai profumi corrotti e poi dal gusto, inconfondibilmente sugheroso, asciutto e amaro sul finale, astringente, e l’abbiamo giudicato imbevibile. Ed il vino è finito nel lavandino.

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Senza possibilità d’appello, perché il produttore, bontà sua, ha pensato bene di non ridurre del 50% la possibilità di rischio (ma temo si tratti di un problema non di quella bottiglia, ma di tutta la partita di sugheri, davvero mediocri) inviandomi, sua sponte, per l’assaggio, una sola bottiglia.

Quale la conclusione? Non entro nel merito della scelta del produttore, che è una brava persona, di cui avrei voluto nuovamente scrivere bene, che le sue “bollicine” le fa con assoluta passione e non per moda, di inviarmi un unico esemplare (cosa che fanno sempre più spesso i produttori che, per loro decisione, mi inviano dei campioni da assaggiare) ma entro nel merito della scelta di un “ingrediente” fondamentale come il sughero che tappa la bottiglia.

Una cattiva scelta del sughero, la decisione di risparmiare qualcosa, un pizzico di “sfiga” ed ecco il risultato di tanto lavoro, di tanta passione, andato a ramengo… Ci pensi la prossima volta, amico produttore piemontese (preciso che non vendo tappi e non ho da raccomandare nessuno) quando sceglierà i fornitori per il suo metodo classico.

E già che c’è, visto che po’ di marketing sta anche nella presentazione del vino e delle bottiglie, nel modo di porsi e presentarsi, pensi magari dopo aver visitato questo sito Internet, che testimonia la passione di chi le colleziona e ricorda che “l’invenzione della capsula risale al lontano 15 novembre 1844, quando Adolphe Jacquesson, un produttore di Champagne di Chalon-sur-Marne, depositò il brevetto della gabbietta metallica preformata, che in breve tempo sostituì i vari sistemi utilizzati fino ad allora per fissare il tappo alla bottiglia, e che consistevano essenzialmente in legature, fatte a mano, con cordicelle di iuta e fil di ferro”, perché non pensa a personalizzare un poco, e rendere meno anonima triste e un filo funebre la sua capsula?
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L’ho fotografa accanto a quella del produttore franciacortino, potrà vedere facilmente anche lei che grande differenza fa…

Perché, come ci insegnano gli americani, anche nel vino business is business e come sappiamo tutti (non lo sa probabilmente Rosy Bindi e non lo sa di certo il bruttino zanzaroso Giuseppe Cruciani…) “anche l’occhio vuole la sua parte”… O no?

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Miracolo in Franciacorta. In coda di sabato pomeriggio: per una rock star? No per una grande scrittrice

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Presentato alla Fratelli Berlucchi il nuovo romanzo (franciacortino) di Sveva Casati Modignani

Sabato pomeriggio sono stato testimone di un “miracolo”. Uno di quei miracoli che si registrano, che possono registrarsi, se qualcuno non fa il sabotatore, in quella terra magnifica e un po’ contorta che è la Franciacorta. Un sabato pomeriggio di fine giugno, annuncio d’estate, con tanta ricca borghesia già in vacanza (beata lei…) chi al mare, chi in montagna, chi al lago, in una delle aziende storiche, in una delle aziende simbolo, in una delle aziende orgoglio di questa Franciacorta che amo, ho visto una fila di oltre cento persone ordinatamente in attesa.

Aspettavano di andare al supermercato? Direi proprio di no. Aspettavano l’arrivo di un politico (di qualsiasi colore) per prenderlo a pernacchie e male parole? Purtroppo no. Attendevano frementi l’arrivo di una starlette televisiva tipo Lucarelli, di un reduce del Grande Fratello, di una rock star? Niente affatto.

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Tutto queste persone, ben vestite, eleganti il giusto ma senza sfarzo, tutta questa sana borghesia bresciana e franciacortina ha atteso di poter essere ammessa alla presentazione del nuovo libro, La Vigna di Angelica, di una scrittrice italiana di enorme popolarità, autrice di una trentina di romanzi tradotti in venti Paesi, che hanno venduto oltre undici milioni di copie, Sveva Casati Modignani, ovvero la milanese Bice Cairati. Il tutto organizzato nella cornice più giusta per questo momento cultuirale, la storica azienda agricola franciacortina Fratelli Berlucchi.

Dove opera e dà un tocco di eleganza al tutto, quella signorilità che altrove spesso fa difetto, quell’autentica Signora, quella grande Donna del Vino, che è, mi alzo in piedi e invito anche voi a fare altrettanto, Pia Donata Berlucchi.

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Una bella presentazione animata da Pia e da suo fratello Marcello e dal bravo vice direttore del Giornale di Brescia Claudio Baroni. Con la regia, dietro le quinte, della figlia di Pia, Tilli.

Il tutto davanti ad un pubblico attento, entusiasta, curioso, che ha ascoltato quella scrittrice popolare ma colta, raffinata e, posso dirlo?, una gran bella Donna, complimenti Bice!, raccontare la propria attività di scrittrice, le proprie idee sulle donne e sugli uomini, e anticipare qualcosa – il libro, forte di 476 pagine è succoso e molto appassionante – di questa sua ultima creatura.

Opera che è ambientata nel mondo del vino, che vede protagonista il mondo del vino e, grazie ad un capolavoro di product placement che non è marketing studiato da qualche fenomeno del business, magari bocconiano, ma merito unico di Pia Donata Berlucchi e delle sue amiche delle Donne del vino, che hanno saputo raccontarsi a Sveva/Bice e incuriosirla, e spingerla a scrivere della “meraviglia di aziende vinicole guidate da donne, che attraverso la loro attività creativa esprimono le loro qualità migliori”, è ambientato non nella solita Toscana o chissà dove, bensì in Franciacorta, in un borgo dal nome di Borgofranco che ricorda tanto Borgonato di Cortefranca.

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Tornerò a parlare con calma del libro, dopo che l’avrò divorato, e di questo incontro nel corso del quale l’autrice ha regalato perle di saggezza e buonsenso ricordando (ed è proprio il caso nella Franciacorta di oggi, molto Expo-oriented o purtroppo meno contadina) che “avere la cultura della terra significa rispettarla”.

Oggi vado un po’ di fretta, perché devo tornare in Franciacorta, per l’ora di pranzo, per celebrare in un ristorante che amo, la Locanda Burro e alici di Erbusco, un momento privato e felice, il compleanno (auguri vita mia!) della Donna che amo e che la Franciacorta ben conosce e, nonostante tutto, ama…

Ma ci tengo a sottolineare – oltre alla presenza ieri di personaggi legati all’azienda come l’enologo Cesare Ferrari, l’agronomo Renzo D’Attoma, l’enologo Luca Cerruti, di Anna Pesenti responsabile dell’Ufficio stampa delle Donne del Vino, dell’enotecaria Paola Longo, e, devo rendergli merito, anche se non amo i suoi vini (e non l’ho nascosto) di Bruno Muratori (chapeau!): non ho notato, a parte l’affascinante Arianna Vianelli, che purtroppo l’ha recentemente lasciato (auguri bellissima!), nessuna presenza dell’attivissimo Consorzio – la felicità di questo incontro, la sete di cultura, anche quella più semplice, legata alla figura e all’opera di una scrittrice che non si vergogna, ma è orgogliosa di essere definita “popolare” e di largo successo, che ha espresso.

La bellezza di un sabato pomeriggio (cui ha fatto seguito una bella cena per happy few, dove, invitato, ho potuto parlare con Bice/Sveva e approfondire utili discorsi sul mondo del vino e sulla Franciacorta ed il suo futuro con i membri della famiglia Berlucchi, parlo dei fratelli Berlucchi, non di altri Berlucchi, non confondiamo…), trascorso in un bel posto, con bella gente, tra persone di garbo, parlando di vita, d’amore, di vino, della nostra Italia, che sarebbe così bella se gli italiani imparassero ad amarla…

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Un sabato pomeriggio franciacortino, nel nome di quella cultura che all’amata Franciacorta, terra che non posso far altro che amare, e profondamente, farebbe tanto bene. Per aiutarla a crescere, a riscoprire le proprie radici contadine, per ricordarsi che il vino non è solo business, marketing, vetrine scintillanti e rassegne planetarie, ma che è fatica, sudore, terra, ed emozione, tutto quello che sta dietro ad un calice, spumeggiante, di questa operosa zona vinicola bresciana, lombarda, italiana.

Evviva la Franciacorta, evviva Sveva Casati Modignani, franciacortina ad honorem (e troppo generosa nelle sue dediche…), evviva le Donne del Vino e soprattutto evviva la più grande tra loro, quella Signora stupenda, quella Donna di classe che è l’inimitabile, inossidabile, irriducibile Pia Donata Berlucchi!

2015-06-21 08.49.10

Questa è la Franciacorta che amo e alla quale sono pronto a dedicare molti altri anni della mia attività di cronista del vino. Irriverente, critico, indipendente, insomma…Franco Ziliani….

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