Su Oggi cucino di dicembre “bollicine” a go gò abbinate ai piatti delle Feste

Bollicineperlefeste
Ho già parlato della mia collaborazione, che è partita a luglio – e che è chiaramente annunciata sulla fascia alta dell’home page del blog, dove compare una striscia, suddivisa in varie sezioni attive (attualità, people, gossip, moda, bellezza, benessere, cucina, ecc.) cliccando sulle quali su viene rimandati alle sezioni stesse della versione on line, con il celebre settimanale RCS Oggi. E precisamente sia con la sezione cucina, che propone con periodici aggiornamenti una serie di ricette create dalla redazione e da una serie di food blogger partner, ma soprattutto con l’estensione cartacea del normale settimanale, il mensile Oggi cucino che in 75 pagine propone una sessantina di ricette e una serie di suggerimenti molti dei quali forniti dai foodblogger collaboratori per cucinare bene risparmiando.

Come ho già scritto, a partire dall’uscita di luglio Vino al vino cura due pagine nelle quali vengono proposti sei vini, di cui vengono fornite foto e soprattutto schede di degustazione, scelti in abbinamento alle dodici ricette che compongono il “tema del mese”.

Dicembre-oggicucino-ricette

E’ appena uscito il numero di dicembre e questa volta Vino al vino ha raddoppiato la sua presenza: il classico spazio con l’abbinamento dei vini ai piatti dei menu delle feste, nove vini, tra cui un Moscato d’Asti e un Franciacorta, ma anche una doppia pagina intitolata… “Bollicine per le feste”.

Cinque, ridotto lo spazio a disposizione, compresa una breve introduzione dove invito a “lasciare in soffitta la parola “spumanti” perché il termine non significa nulla. Un generico contenitore che indica vini profondamente diversi che hanno in comune solo le bollicine” i vini che ho scelto. Un Trento Doc, il Riserva 2008 di Letrari, un Alto Adige Doc, il Riserva Extra Brut 2009 di Arunda/Vivaldi, due Franciacorta, il Blanc de Noir 2007 di Monzio Compagnoni ed il Rosé Dosaggio Zero di Colline della Stella.

E infine, da abbinare a macedonia di frutta, piccola pasticceria, crostate, l’Oltrepò Pavese Sangue di Giuda di Francesco Quaquarini. Per il racconto e la descrizione dei vini, per godervi un numero ricco di ricette, suggerimenti utili per la tavola del Natale, accomodatevi in edicola. Oggi cucino viene via a solo un euro e mezzo. Buon appetito!

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Trento Pas Dosè Riserva 2009 Balter

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
4


TrentoDoc-sett2014 014

Voglio tornare, e lo faccio centellinando le molte frecce di cui dispongo, sulla bella degustazione di Trento Doc (una sessantina) che ho fatto a Trento a fine settembre. Uno dei vini che più mi ha colpito, e non è una sorpresa, trattandosi di un produttore di cui avevo già scritto, è stato il Trento Pas Dosè Riserva 2009 di Nicola Balter (riprendo la presentazione tratta da un precedente articolo) proprietario di un’azienda agricola di dieci ettari in un unico accorpamento posta sulla sommità di una collina a 350 metri di altezza sopra Rovereto, con una splendida vista sulla Vallagarina. Azienda familiare creata da Francesco Balter nel 1872 e dal 1990 condotta da Nicola e Barbara Balter.
Produttori di apprezzati Sauvignon e poi di rossi base Merlot, Cabernet e Lagrein i Balter hanno progressivamente aumentato la produzione di Trento Doc raggiungendo oggi quota 35 mila pezzi riferiti ad un Brut base affinato tre anni sui lieviti e poi ad un Brut riserva, creato in piccola quantità dal 1995 (3000 esemplari) che fa un lunghissimo affinamento di sette anni.

Balter, past president dell’Associazione dei Vignaioli del Trentino, segue una filosofia che riassume in queste parole: “la raccolta del frutto non è anticipata, il sostegno acido è comunque garantito dal microclima permettendo così di ottenere un grado di maturazione ideale per conferire al prodotto sapore, struttura e miglior predisposizione a lunghi affinamenti. La presa di spuma è ottenuta in un ambito di pressione atmosferica all’interno delle bottiglie leggermente inferiore ai normali standard determinando così caratteristiche di spumante da consumarsi anche a tutto pasto”.

Beh, questo Trento Doc Riserva, cuvée composa all’80% da Chardonnay e per il 20% da Pinot nero, da vigneti coltivati in parte a filare Guyot e in parte a pergola modificata trentina, su terreni collinari di origine morenica, che mostrano una buona presenza di scheletro su rocce calcaree, una tessitura di medio impasto con una buona dotazione di argilla, compie la propria fermentazione parte in acciaio, parte in piccole botti di rovere, dove almeno un quarto si affina, è resta sui lieviti la bellezza di sei anni, attendendo pazientemente il momento buono della maturazione. Senza fretta, senza forzare la mano, con la giusta calma.

Il risultato è davvero un Trento Doc con i fiocchi, colore paglierino di media intensità brillante, perlage fine anche se non molto intenso, profumi di agrumi e fiori bianchi in evidenza, di fieno ed erbe di montagna, a comporre un bouquet molto delicato. In bocca attacco ben secco, incisivo, nervoso, preciso, di bella verticalità mineralità e sale; un Trento Doc pieno di sapore, di grande freschezza molto piacevole e molto persistente.

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Erpacrife Dosaggio Zero Metodo classico

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Nebbiolo
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
4


Metodoclassico25-10-2014 008

Piccole bollicine di Langa crescono. Oggi sono in diversi, in terra di Barolo, recentemente ho parlato di quelle del Paruss, ma potrei parlare di Sergio Germano, Cordero di Montezemolo, Barale, Vajra, o quel pioniere del genere che è stato Rocche dei Manzoni, e poi Rizzi e Castello di Neive nella zona del Barbaresco, e Deltetto nel Roero, a dilettarsi con la “méthode champenoise” nella sacra terra di Langa.

Il primo soggetto a provarci forse, visto che quest’anno ha festeggiato il primo decennale di attività, corrisponde a quello strano nome in forma di acronimo che è Erpacrife, che corrisponde ad ERik, PAolo, CRIstian e Federico, e rappresenta un quartetto di giovani vignaioli formato da Erik Dogliotti (Castagnole delle Lanze), Cristian Calatroni (Montecalvo Versiggia), Paolo Stella (Costigliole d’Asti) e Federico Scarzello (Barolo).

Frequentando la Scuola Enologica di Alba ed essendo ognuno figlio di produttori di vino e vignaioli, pensarono bene di mettersi a produrre qualcosa un qualcosa d’intrigante e magico come una bottiglia di bollicine. Ma non il “solito” vino fatto con Chardonnay e Pinot nero, ma una bottiglia a base dell’uva più identitaria (non me ne voglia la Barbera) del Piemonte tutto, il Nebbiolo.

E così per realizzare questo loro progetto i quattro decisero di affittare circa un ettaro di vigna a Madonna di Como, posto noto anche per la produzione di ottimo Dolcetto. Nel 2000 il primo esperimento in 500 bottiglie e dieci anni dopo, anche se non hanno invaso il mercato, la produzione è decisamente aumentata.

Ed i risultati, come mi è capitato degustando in questi giorni una bottiglia di 2009, sempre dosaggio zero, con raccolta delle uve più precoce rispetto alle uve destinate al Nebbiolo da Barolo, criomacerazione, e con una parte della base dove la fermentazione viene fatta ultimare in legno, e 24 mesi almeno di riposo sui lieviti (in questo caso sono stati di più perché il mio campione di 2009 aveva come data di sboccatura primavera 2014), sono davvero notevoli.

Lo conferma il fatto che a trovare molto piacevole il vino sia stata anche la mia Lei, che ha mille pregi, ma che dico, un milione, ma ha come unico difetto di non amare i vini rossi e quindi Re Nebbiolo e di non subire, come me (ma sto parlando del Nebbiolo, non di Lei!) il suo fascino tremendo.

Metodoclassico25-10-2014 010

Insomma, senza tanti giri di parole, ‘sto Erpacrife 2009, tredici gradi, un pelino troppo per un metodo classico, mi è piaciuto senza né a né ma. Colore rosa antico – cipria, perlage sottile, e un profumo che insomma, ti porta subito in Langa e profuma di Nebbiolo: pesca bianca, un tocco di albicocca, qualcosa di agrumato, erbe aromatiche, piccoli frutti rossi, e soprattutto, insieme ad una suadente liquirizia (il bastoncino di legno, non quella nera) che ritroverò in bocca, sale e tanta terra.

Bocca ovviamente ricca, piena, di salda spalla, con una bollicina (posso dirlo? lo dico) un po’ “cazzuta”, con vinosità pronunciata, un tannino che si fa sentire e dice “ci sono!” e una vena leggermente amarognola, la liquirizia, sul finale, lungo e persistente. E ricco di sapore.

Quanto agli abbinamenti, Lei, che fa testo, dice che non è adatto al pesce, salvo l’aragosta al burro all’americana, (ma su un merluzzo o un baccalà, dico timidamente io…), ma chiama carne, faraona, fagiano, pernice rossa, oppure un pollo ruspante di fattoria, o un agnello leggermente al sangue. Sono totalmente d’accordo. E come potrei non esserlo visto che, come dice un antico motto, la carne è debole?

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Champagne Cuvée William Deutz 2002

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot noir, Chardonnay, Pinot Meunier
Fascia di prezzo: più di 50 €

Giudizio:
5


WilliamDeutz2002

Armonia ed eleganza fatte Champagne

Adesso, per favore, non cominciare a farmi la morale a tentare di farmi sentire in colpa. Ma come, con i mala tempora che currunt, con la crisi, la disoccupazione, tu hai la bella faccia di tolla di venire qui, tranquillo e pacifico, a proporci uno Champagne, una cuvée veramente de prestige, da 120 euro in enoteca! Ma non ti vergogni?

No che non mi vergogno, primo perché grazie al privilegio dato dal mio singolare lavoro (a volte ci penso: pagato per assaggiare vini, mi sembra davvero così strano..) determinati vini, come questo, mi vengono gentilmente proposti all’assaggio, quando non addirittura omaggiati e quindi per scriverne non ho dilapidato le mie (magre) sostanze, messe a rischio, come le vostre dall’incubo del prelievo forzoso UE.

E poi, scusate, se dovessi scegliere di quali vini scrivere, basandomi sul loro prezzo, e dovessi unicamente limitarmi a quelli risparmiosi, a quelli che “si possono permettere tutti”, che blog penitenziale e triste diventerebbe mai questo! La qualità, piaccia o meno, costa e si paga, e al mondo, per fortuna, così è la vita, ci saranno sempre persone che un centone per un grande Champagne, ma di quelli che ti lasciano senza fiato e ti riconciliano con la vita, sono disposte a spenderlo e quindi perché fare i falsi moralisti ed i farisei e non scriverne?

Eh oui, ça coute très chère cette Cuvée William Deutz 2002, intitolata al nome del fondatore e prodotta da un Maison la cui storia risale nientemeno che al 1838, e che da 18 anni è guidata, mano di ferro in guanto di velluto, da un personaggio affascinante come Fabrice Rosset, che in Deutz ha passato qualcosa come 40 anni della propria vita sino a salirne ai vertici, mais c’est une Cuvée inoubliale, indimenticabile.

Lo è perché si tratta di uno Champagne figlio della memorabile annata 2002 quando acidità e maturità del frutto compirono un percorso omogeneo e compiuto dando vita ad un millesimo considerato memorabile nella storia della Champagne. E lo è per il savoir faire che hanno maturato in questa Maison che mi piace perché raffinata e di profilo basso (speriamo che lo capiscano i nuovi importatori, la Eurofood dei giovani Caterina e Federico Boerci, che hanno rilevato quello che resta della mitica D & C di Zola Predosa, i quali alla presentazione milanese hanno dato la spiacevole impressione di non capire quale gioiellino raffinato avessero in mano…), anche se dal 1995 ha dato vita ad un sostanziale rinnovamento che ha portato la produzione da 600 mila a due milioni di bottiglie, da 42 ettari di vigna di proprietà, nonché da uve acquistate da conferenti di fiducia.
CuvéeDeutz2002

La storia di Deutz, come ho già scritto, qui e poi ancora qui, è quella, lo dice il nome, comune a quella di altre Maison champenoise create tra l’inizio e la metà del XIX secolo da tedeschi giunti in Francia dalla Renania. In questo preciso caso due persone che portavano il nome di William Deutz e Pierre-Hubert Geldermann di Aachen (Aquisgrana), stabilitisi ad Aÿ per lavorare rispettivamente come enologo e commerciale, dapprima con Bollinger.

La fondazione avviene nel 1838, due anni dopo che nel 1836 Jean-Baptiste François aveva messo a punto un processo di dosaggio, la réduction François, in grado di stabilire con precisione la quantità di zucchero ottimale, grazie a un enometro preposto allo scopo. Dopo il 1906 la proprietà passa all’erede René Lallier-Deutz e negli anni successivi le cantine Deutz ebbero gravissimi danni in seguito ai moti del 1911 e ai due eventi bellici mondiali che seguirono.

Negli anni 80 il proprietario André Lallier-Deutz decise per una diversificazione delle attività acquisendo non solo delle nuove cantine in California e Nuova Zelanda ma anche delle compagnie di navigazione fluviali. I profitti della Deutz subirono un duro colpo, pare a causa di una recessione seguita alla guerra del Golfo del 1991, tanto da dover cedere il 63% della propria società alla Louis Roederer.

Tutti questi stravolgimenti, che avrebbero stroncato qualsiasi azienda, non impedirono a Deutz di mantenere la totale autonomia produttiva ed una identità di brand assolutamente indipendente, tanto che, parole di Fabrice Rosset, Deutz “la bella addormentata nel bosco”, non “appartiene a Roederer”, che considerano anzi una Maison concorrente.

La produzione di Deutz non si dichiara “biodinamica”, ma rispettosa dell’ambiente ed è questo il messaggio trasmesso ai vignerons conferenti, che forniscono il 60% dell’uva elaborata, la vinificazione delle uve avviene per singolo villaggio, i vini fanno tutti la fermentazione malolattica e nel Brut base, che copre l’85% della produzione, vino che ovviamente mi piace, ma non mi fa impazzire, le vere mirabilie di Deutz sono altra cosa…, viene compiuto un assemblaggio di 35-40 vini diversi, con una degustazione à l’aveugle, fatta dalla squadra dei tecnici, persone, dice Rosset, che hanno “la lumière dans les yeux”…
FabriceRossetPoi questo presidente charmant e charmeur (non posso non riconoscerlo, anche se continuo a preferire les femmes…), “è solo la qualità del vino presente nell’assemblaggio che conta ed il millesimato non deve penalizzare il Brut base”. Altra cosa che mi piace di quest’uomo, che si definisce “un soldato che lotta per la sorte dello/a Champagne”, è l’affermazione, convinta, secondo la quale da Deutz “non abbiamo bisogno dell’apporto del legno” e noi “il nostro ego lo lasciamo nel guardaroba”. Il che detto da un francese è ancora più ammirevole.

Cosa sia questa Cuvée William Deutz 2002, di cui all’assaggio ci è stata offerta una dose quasi omeopatica, ma di cui dopo, lasciando i “colleghi” presenti alla conferenza stampa (non parlo degli amici Cesare Pillon e Enzo Vizzari, che sono fuggiti via subito dopo la presentazione) ad abbuffarsi al magro buffet, mi sono ampiamente rifatto, grazie alla preziosa collaborazione del direttore marketing D & C, Michele Morisi, e di un suo collaboratore, Stefano Balduzzi, che mi hanno fornito una bottiglia, fredda al punto giusto, che ho quasi interamente “seccato”, è presto detto: un capolavoro.

Una meraviglia di Champagne d’assemblage, che prevede un 55% di Pinot noir da vigneti di Ay, Mareuil-sur-Ay, Bouzy, Louvois e Ambonnay, un 35% di Chardonnay di Avize e Le Mesnil-sur-Oger, e un tocco in arrivo dalla Montagne de Reims, e un 10% di Pinot Meunier (che Rosset adora, ma esclude un giorno di vinificare in purezza), che arriva da Pierry e Chatillon-sur-Marne. Il vino resta sui lieviti da 8 a 10 anni e questo 2002 riceve un dosaggio degli zuccheri, che non ci credereste mai sia tale assaggiandolo, di 9 grammi per litro. La vendemmia del 2002 iniziò il 12 settembre con un grado alcolico potenziale di 11 ° e acidità di 7 grammi litro.

E allora questa Cuvée William Deutz 2002 che ci hai tanto decantato? Semplice, un sogno di eleganza e purezza, colore paglierino dorato, perlage sottile e continuo ed un naso complesso, fresco, vivo, di grande delicatezza, dove si colgono nocciola, mandorla, pesca bianca, mirabelle, accenni di miele e di pasticceria, di fiori bianchi e forse un briciolo di frutta esotica. Un insieme suadente, carezzevole, affascinante come il sorriso di una bella donna di classe.

L’attacco in bocca è soave, rotondo, delicato, leggermente cremoso, di grande equilibrio e armonia, eppure largo e carnoso sul palato, con una bella maturità di frutto e una grande freschezza. Vino importante, “le Champagne est un vin sérieux” ricorda Rosset, con spalla larga, ben asciutto, gusto mediamente secco, di assoluta piacevolezza, finale lungo e persistente che “gioca” nella tua bocca con una eco lunghissima.

Una Cuvée, nonostante e grazie all’annata 2002, ancora giovanissima e che durerà a lungo nelle vostre cantine se avrete il coraggio e la costanza di lasciarla evolvere ancora un po’. Ad ogni modo, anche se costa quasi un occhio della testa, Chapeau, un Champagne… de chevet…

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Bollicine mon amour: sabato 15 e domenica 16 vini mordaci di scena a Salsomaggiore

Bollicinemonamour2014

E’ notorio che a Parma e dintorni vanno matti per Champagne e “bollicine” varie. Naturale quindi che proprio nella città cara a Stendhal nascesse una associazione culturale denominata “Bollicine Mon Amour”, che da alcuni anni dà vita ad una rassegna, dedicata ai “vini mordaci”, ai vini che “busciano”, che quest’anno, sabato 15 e domenica 16, avrà come sede in un luogo dove si “passeranno le terme” in maniera molto più piacevole che nella maniera tradizionale.

Tutto questo giro di parole per dire che sarà Salsomaggiore Terme, nota anche per ospitare il concorso di Miss Italia, ed il Palazzo dei Congressi, la sede di Bollicine mon amour 2014, manifestazione nata “per promuovere e valorizzare le piccole realtà produttive di “bollicine” con metodo classico ed i loro territori, provenienti dalle regioni più vocate di Francia e d’Italia”.

Sabato dalle 12 alle 20 e domenica dalle 11 alle 20, a Salso si potranno degustare bubbles & bulles, qui il catalogo completo degli espositori, note e meno note, o tutte da scoprire (sapevate voi che a Felsina, Castelnuovo Berardenga, patria di Chianti Classico stellari, si producono bollicine a base di Sangiovese, Pinot nero e Chardonnay? Io manco me lo sognavo…) provenienti da Champagne, Bourgogne, Jura, Limoux, Loire, Alsace. Oltre che da Franciacorta, Oltrepò Pavese, Trentino, oltre che Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche e Puglia.

Temo che anche quest’anno dovrò saltare l’appuntamento e perdermi qualcosa di speciale, ma sono sicuro che tutti quelli che potranno andarci ritornando a casa non mancheranno di esclamare sospirando: “bollicine, mon amour”!

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Oltrepò Pavese Pinot Nero Brut 137 e Cruasé 145 Manuelina

Denominazione: Oltrepò Pavese Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
4

Denominazione: Oltrepò Pavese Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
4


ManuelinaBrut
Avevo promesso di dare uno sviluppo al post scritto a caldo relativo all’andamento sorprendentemente favorevole della mia ampia degustazione di metodo classico targati Oltrepò Pavese fatta in quel di Riccagioia recentemente. Ed eccomi puntualmente a farlo, parlando non di uno dei vini o delle aziende che hanno trovato una conferma qualitativa nel mio assaggio, bensì dei vini di un’azienda che è stata per me un’autentica rivelazione, nel senso che non l’avevo mai sentita nominare né avevo provato alcuno dei suoi vini.

Parlo dell’azienda Manuelina posta in frazione Ruinello di Sotto di Santa Maria della Versa, un’ azienda “sconosciuta” ai più, ma che da tanti anni si affaccia sul panorama dell’Oltrepò Pavese. L’azienda, con il suo vecchio nome, Azienda Agricola Achilli Luigi, inizia la sua storia nella prima metà del ‘900 quando Luigi Achilli insieme al fratello Guido Achilli, decide di non limitarsi ad una produzione per il consumo personale o di pochi affezionati amici/clienti, ma di farne una professione vera e propria. I risultati di questa scelta presto arrivano facendo conoscere questa piccola realtà a molte famiglie che dalla città, il sabato e la domenica, vengono ad acquistare direttamente in cantina per lo più vino “sfuso”. Una grande passione che Luigi Achilli trasmette ai figli Paolo e Antonio.

La modifica del nome in Azienda Agricola Manuelina è storia di oggi, una “scelta avvenuta per ragioni commerciali, per distinguersi dalle numerose cantine “Achilli” presenti nel comune di S. Maria della Versa”. Si è così registrato un nome semplice e famigliare (Manuela è il nome di una delle figlie di Paolo) in modo tale da portare avanti un’immagine diversa.

Oggi l’Azienda Agricola Manuelina conta su 22 ettari di vigneti di proprietà, e produce, vinifica e imbottiglia direttamente in azienda circa 3500 q.li di uva. In altre parole ci troviamo di fronte ad una classica azienda a conduzione famigliare, di quelle, mi ha raccontato Manuela Achilli, “dove ci metti tanta buona volontà e tanto lavoro cercando sempre di fare del tuo meglio e visto che di persone si tratta è composta da Paolo Achilli (mio papà) che si occupa della campagna e della vinificazione, Antonio Achilli (mio zio) che si occupa di tutto quello che è il post vinificazione e della vendita e io che invece mi occupo di carta… Più un collaboratore fisso e qualche avventizio”.

La produzione, 1620 ettolitri nell’ultima vendemmia, era ed è destinata in toto a privati (“i nostri primi clienti, mi ha detto ancora Manuela, mio papà iniziò negli ’70 quella che era la classica vendita porta a porta), enoteche e ristoranti e “mio zio proseguì verso la fine ’80 inizio ’90”, e Manuelina vende principalmente in Lombardia e parte del Piemonte, e al momento non esporta anche se sta cercando trovare uno sbocco ed un contatto anche per poter far conoscere la propria produzione all’estero.
BrutManuelina

I vini prodotti sono quelli della “tipicità oltrepadana”, ovvero Bonarda vivace, Bonarda ferma Pà Luigi dedicata al nonno, Pinot Nero in tutte le sue varianti, rosso (Solonero), vinificato in bianco vivace, vinificato in rosa vivace, metodo Charmat, e poi, Riesling vivace, Moscato, Sangue di Giuda e ancora Chardonnay, Pinot Grigio, Barbera, Cabernet Sauvignon.

E’ ancora Manuela Achilli a dirmi che “tutta la raccolta avviene manualmente e per questa vendemmia, visto l’andamento climatico, abbiamo deciso di non produrre i due metodo classico da Lei degustati Pinot Nero Brut 137 e Cruasé 145, in quanto abbiamo preferito non produrre piuttosto che fare qualche cosa che non ci soddisfacesse”. Per gli Achilli produrre i due Pinot nero metodo classico è stata un po’ “una sfida”, perché “fare spumante riteniamo sia un salto di qualità”.

Il Pinot Nero Brut che ho assaggiato, 100% Pinot Nero, è una vendemmia 2010 con sboccatura settembre 2013, e 24 mesi di permanenza sui lieviti “e cerca di esprimere tutte le caratteristiche degli spumanti dell’Oltrepò Pavese, quindi freschezza e acidità, con un’acidità complessiva di circa 7,5 gr/lt, mentre il Cruasé è una vendemmia 2011 con sboccatura giugno 2014, anch’esso Brut con una leggera macerazione di alcune ore per estrarre la minima quantità di colore e come il “fratello” é 100% Pinot Nero con un’acidità di circa 7,5 gr/lt. Questo il racconto di sé stessi e del proprio lavoro fatto dagli Achilli, ora il mio racconto e le mie impressioni, entrambe positive, sui vini.

Parto dal Brut Pinot nero 137, colore paglierino verdolino traslucido, naso fresco, vivo, floreale, di bella fragranza e definizione, con note nitide di agrumi, mandorla, fiori bianchi e una nocciola fresca non tostata. Attacco, piacevole, bocca fresca, viva, salata, con bel nerbo acido e vivace articolazione: il vino ha spalla larga, ma anche profondità, vivacità, bell’equilibrio sapido e finale lungo e molto piacevole.

SatenManuelina

Il Cruasé 145 si propone con un colore buccia di cipolla, cipria vivace, un bel perlage abbastanza fine, naso sottile vivo salato, con una bella vena minerale che prevale su ribes e lampone e gusto ben secco, teso, sapido e minerale con una bellissima acidità che spinge, grande equilibrio, ricchezza di sapore ed un’indubbia eleganza. Insomma, un Oltrepò Pavese che non ti aspetteresti e quando lo scopri ti fa veramente piacere che esista.

Az. Agr. Manuelina
Fraz. Ruinello di Sotto 3/a
24047 S. Maria della Versa  (PV)
Tel. 0385/278247 – Fax 0385-278749
e-mail info@manuelina.com
sito Internet www.manuelina.com

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Champagne Rosé Brut Paul Goerg

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot noir
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
4


RoséPaulGoerg

Prendete nota amici miei, appassionati dei rosati con le bollicine. Non è solo l’Italia il bel Paese dove si può tranquillamente, come i disciplinari e gli usi consentono, produrre un Rosé metodo classico con una quota nettamente minoritaria (in Franciacorta basta solo il 25%) di Pinot nero. Questa cosa, apparentemente incongrua, perché io resto dell’idea che un grande Rosé metodo classico pretenda almeno un 50%, se non il 100% di Pinot nero, accade anche in Francia. E non nell’universo dei vari Crémant, ma nientemeno che nella Champagne.

Questa riflessione, vagamente oziosa, mi è venuta alla mente degustando uno Champagne Rosé che mi è piaciuto, averne di Rosé così, ma quando sono andato a controllare la composizione della cuvée mi ha lasciato di stucco, quando ho scoperto che il Pinot noir contribuiva solo per il 15%. Contro un 85% di Chardonnay.

Il colore, un rosa antico salmone pallido, già faceva presagire una presenza di uva rossa borgognona limitata, ma poi assaggiando il vino, che si faceva notare per il suo equilibrio, la vinosità appena accennata e ben calibrata, la freschezza, per la sua piacevolezza, favorita anche da un dosaggio degli zuccheri abbastanza generoso, 8-9 grammi, ho capito bene che a caratterizzare questo Champagne era davvero lo Chardonnay. Un Rosé, come lo definisce la Maison produttrice, Paul Goerg, “ typé Blanc de Blancs”.

Poco Pinot noir dunque, ma lo Chardonnay che viene utilizzato in questa Maison, attiva da oltre mezzo secolo, che prende nome dal quel Paul Goerg che ne fu sindaco nel 1876, non arriva da un posto qualsiasi, bensì da Vertus, – cittadina leggermente a Sud della famosa Côte des Blancs, culla dei più grandi Chardonnay della Champagne, e villaggio classificato Premier Cru. Anzi, con 564 ettari di vigna, piantati per l’85% a Chardonnay, è il secondo più ampio villaggio della Champagne ed il maggiore del dipartimento della Marne.

Alla Paul Goerg, che per inciso è da qualche tempo distribuita in Italia da Ruffino Constellation Brands, è tradizione produrre Champagne Premier Cru che, dicono, “traducono in vino la piena espressione dei terroir di Vertus e dell’uva Chardonnay”, grazie ad un gruppo di vignaioli intraprendenti e appassionati che controllano 120 ettari e realizzano cuvées che vengono affinate lungamente sui lieviti e presentano uno stile specifico.

Oltre al Rosé che ho degustato, si producono un Brut Blanc de Blancs, l’Extra Brut Absolu, il Brut Tradition (dove il Pinot nero pesa per il 40%), e un Brut millesimato. Oltre alla cuvée de prestige denominata Lady, 85% di Chardonnay scrupolosamente selezionati dallo chef de cave.

GoergRosé

Tornando al nostro Rosé, non millesimato, tre anni di paziente affinamento sui lieviti seguiti da 6 mesi di ulteriore riposo dopo il dégorgement, devo dire di averlo trovato, e ho il conforto della mia Lei, equilibrato, ben fatto e ricco di charme. Senza essere spudoratamente charmeur.

Il colore io l’ho già definito e la Maison lo definisce in maniera suggestiva “la couleur des roses d’Antan à des reflets légèrement saumonés“, il perlage è sottilissimo, fluente e a “nuvolette” e il bouquet delicato, dove le note di piccoli frutti rossi di bosco, soprattutto ribes più che lampone o fragola sono presenti, ma dove si colgono con altrettanta evidenza note di pesca bianca, di mela, di melograno e un tocco di crema pasticcera.

L’attacco in bocca è moderatamente secco, direi piuttosto cremoso, suadente, morbido, leggermente burroso, con uno sviluppo più verticale che largo, anche se al vino non fanno certo difetto spalla, struttura salda e bella persistenza, ed il Rosé, perfetto come aperitivo, si fa apprezzare per la sua eleganza, la bolla croccante, la piacevolezza d’insieme.

Quanto agli abbinamenti, la Maison suggerisce un carpaccio di bue, una tartare di salmone, del gaspacho o del jambon de Bayonne. Oppure, ma mi sembra che la struttura non regga, uno squisito gigot d’agneau al latte con cottura rosata.

La mia Lei, che ha folgorazioni con le quali concordo sempre – e non solo perché ne sono innamorato – concorda, ma propone anche mariage con pesce di mare non salsato, gamberetti in insalata, gamberoni e scampi alla griglia.

Insomma, stappatelo questo Rosé e fateci sapere…

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Brut (Rosé) metodo classico 2010 Parusso

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Nebbiolo
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
4


BrutMetoclassicoParusso

Un Rosé a base di uve Nebbiolo da Barolo. Di Monforte d’Alba

La “notizia” la piccola notizia, visto che stiamo sempre nel nostro circoscritto mondo del vino e non l’annuncio di una breaking news che riguarda qualche guerra, attentato o importante ricerca scientifica, è che sto per presentarvi un vino prodotto da un… Barolo boys, non so quanto e se pentito. Sicuramente non uno dotato della spocchia e dell’arroganza intellettuale di qualche presunto capataz o Maître à penser dei miei stivali, ma di certo un produttore che di quel presunto movimento “rivoluzionario” che ha segnato per certi versi la storia di quel vino sommo che è il Barolo ha fatto parte.

Però, rispetto ad altri, penso a rinoceronti e personaggi vari, Marco Parusso, dell’omonima azienda agricola posta in Monforte d’Alba località Bussia (non so se mi spiego) è indubbiamente dotato di quella simpatia e di quell’ironia e sense of humour o di quel rifiuto di credersi dei padreterni infallibili, che manca totalmente nella gran parte dei componenti di quel clan.

A questo punto qualcuno penserà che stia andando fuori strada e mi vorrà ricordare che siamo su Lemillebolleblog e non su Vino al vino e che se devo parlare di Barolo devo trasferirmi lì. Obiezione fondata, ma solo parzialmente, perché anche se ho nominato, e come potevo non farlo, l’attività di barolista (autore di vini che raramente, Marco lo sa, mi hanno emozionato, anche se i vigneti si chiamano Mariondino, Bussia, Le Coste di Monforte, ma lui, testa dura, si ostina ad usare le piccole botti di rovere francese: è, o è stato un Barolo boys, bisogna capirlo…), di Parusso, il vino di cui voglio parlarvi non è un Barolo, bensì un Brut metodo classico.

Perché il “Paruss” è uno di quei matti, e che Bacco li benedica e ce li conservi, che ha pensato bene che poiché il Nebbiolo è così grande e unico e la Langa la sua heimat, e proprio in Piemonte sono storicamente nate le prime “bollicine” metodo classico italiane, ad opera di Carlo Gancia, nell’anno di grazia 1865, forse era il caso di vedere cosa succedesse utilizzandolo come “base spumante”.

Ma al Paruss, scuola enologica di Alba terminata nel 1986 e un’azienda condotta in tandem con quella santa donna di sua sorella Tiziana (sopportare un fratello così assicura di certo la santità), non bastava produrre un metodo classico qualsiasi. Non gli bastava usare il Nebbiolo invece di Chardonnay e Pinot nero piantati ad uopo. ‘Sto fenomeno ha pensato bene di produrne uno tutto particolare, un po’ bizzarro e “arneis” come lui.

Come riporta il sito Internet aziendale, le uve Nebbiolo, provenienti da un vigneto da cui Parusso potrebbe tranquillamente ottenere Barolo, “vengono vinificate in bianco. Viene utilizzato solo il 40% del mosto, cioè la parte migliore, detta “mosto fiore”. La fermentazione del mosto fiore avviene con lieviti autoctoni parte in vasche d’acciaio e parte in legno. Il vino viene sottoposto a continui bâtonnage alfine di conferirgli rotondità e struttura. Prima di Natale alla base spumante viene aggiunto del mosto di uva Nebbiolo lasciata riposare in cantina per 30-40 giorni a temperatura e umidità controllate, mosto che servirà per attivare la seconda fermentazione in bottiglia. Si esegue quindi il tiraggio aggiungendo i lieviti alla massa e si va in bottiglia per ottenere la presa di spuma”.

MarcoParusso

Avete capito bene, il Paruss, aggiunge una sorta di “mosto di passito di Nebbiolo” che ha lasciato in appassimento controllato un mese e mezzo e la stessa uva base che viene utilizzata, il mosto fiore, viene lasciata a riposare per una settimana prima della vinificazione.

L’idea, lui Barolo boy, quindi teoricamente un modernista rivoluzionario (come Bartolo Mascarello era notoriamente un tradizionalista conservatore…), l’ha presa nientemeno che dal passato, dalla tradizione, perché Gancia usava il mosto di Moscato per favorire la rifermentazione in bottiglia. Lui, Parusso, lo fa anche per dare finezza alla bollicina, per rendere il vino più pastoso e morbido, più cremoso.

E poi l’aggancio alla storia, al passato, Parusso lo dichiara apertamente, quando scrive “era il 1787 quando il Presidente Americano Jefferson bevve un vino rosso di Nebbiolo trovandolo vivace come Spumante. Da quel momento si ritrovano sempre più tracce sull’uso del nebbiolo come base spumante. Si legge inoltre di varie prove di spumantizzazione del nebbiolo nel Castello della Volta di Barolo, nella Tenuta Reale di Pollenzo e nel Castello di Novello nella prima metà dell’800. A questa storia oggi vogliamo dare seguito presentandovi il nostro Parusso Metodo Classico annata 2010”.

E così, dopo un riposo di 30-36 mesi sui lieviti, qualche mese di affinamento in cantina, via sul mercato, da aprile di quest’anno, la sboccatura è del 17 dicembre 2013, dove il vino esce, parola del Paruss, “a prezzo sostenuto, perché con quelle uve potevo benissimo produrre del buon Barolo”. Il che, trattandosi di Parusso, e non dei Mascarello, di Beppe Rinaldi, di Cavallotto o Comm. G.B. Burlotto, è tutto da dimostrare… Anche se il loro distributore é di primario valore, Cuzziol

Scherzi a parte, ma Marco è uno di quelli che non se la tirano e sanno stare al gioco, questo Brut Rosé, non dichiarato come tale in etichetta, ma Rosé a tutti gli effetti, Nebbiolo 100%, è un vino che mi ha intrigato (ho scelto attentamente il verbo) quando l’ho degustato.

Parussometodoclassico

Non mi ha conquistato, come non ha conquistato e so bene perché, trattandosi di una bianchista che non ama i rossi, la mia adorata Lei, che l’ha trovato eccessivamente vinoso, ma mi ha incuriosito, mi ha fatto riflettere, trattandosi di un metodo classico totalmente anomalo, non paragonabile ad altri, piacevole per alcuni versi, meno per altri.

Bello il colore, sangue di piccione – buccia di cipolla (che nelle prossime annate, mi dice Paruss, dovrebbe essere più intenso), perlage abbastanza fine e continuo, e un naso complesso, compatto, denso, fitto, che evoca note di pesca bianca, piccoli frutti rossi, un tocco di albicocca e di erbe aromatiche, crosta di pane, abbastanza aperto e delicato, anche se non finissimo.

La bocca ovviamente, trattandosi di un metodo classico base Nebbiolo, è ampia, carnosa, di spalla salda, strutturata, ed il gusto ben asciutto, direi anzi mediamente secco, e la persistenza è lunga e piena, e la vinosità, anche al palato, molto pronunciata e sapida.

Il tannino si fa sentire, senza essere aggressivo, mancano però i dettagli, ovvero lo scatto, la profondità, il morso dell’acidità, la finezza e la croccantezza della bolla (al palato prevale più la sensazione di un vino fermo che di un vino con le bollicine) e la sensazione, dovuta forse alla giovane età del vino, al fatto che per Paruss in fondo si tratta delle prime esperienze, finisce per essere quella di un vino incompiuto e riuscito per due terzi, cui manca qualcosa per essere completo. E convincere sino in fondo. La votazione, 4 stelle, é un filo generosa, 3 stelle e tre quarti sarebbe quella giusta…

Ma averne comunque di prime prove come questa, che confermano che Monsù Nebbiolo è sempre un gran vino e Paruss un simpatico “matto” anche se, nessuno é perfetto, Barolo boy!

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Cresce fortemente la percezione del Franciacorta tra gli italiani

AstraRicerchelogo

I risultati, ampiamente positivi, di uno studio di Enrico Finzi – Astra Ricerche 

Datemi pure del franciacortista (del franciacortino no, perché sono milanese e vivo a Bergamo e non sono nativo di Rovato e dintorni), ma di fronte a questi dati, eloquenti e positivi, sfido anche il più tenace eno-snob antifranciacortino, a non essere soddisfatto. Mercoledì è stata presentata la ricerca quantitativa Il Franciacorta ed il Franciacorta commissionata dal Consorzio Franciacorta a quel grande e simpaticissimo studioso che è Enrico Finzi, Presidente di Astra Ricerche, sociologo e giornalista.

Una ricerca che viene a tre anni da una precedente ricerca, che indagava l’immagine delle bollicine bresciane presso i connazionali. E oggi si è tornati a interrogare gli italiani su Franciacorta, il vino e il suo territorio. Mi limiterò, andando di corsa, ma riservandomi di tornare con calma sull’argomento la settimana prossima, a pubblicare larga parte del comunicato stampa che sintetizza e commenta i risultati scaturiti dall’indagine di Finzi e dei suoi collaboratori, indagine realizzata tra il 2 e l’8 settembre mediante 1501 interviste on line somministrate con il metodo C.A.W.I. a un campione rappresentativo degli italiani 18-70 enni pari a circa 40.900.000 persone.

Come scrive il comunicato del Consorzio Franciacorta, “Dall’indagine emerge un generale rafforzamento del posizionamento di alto livello del Franciacorta, sia da un punto di vista strettamente enogastronomico (gusto, abbinamenti, eccellenza del prodotto) che da un punto di vista più valoriale, per cui Franciacorta è sinonimo di qualità e prestigio. Inoltre, quando Franciacorta è associato a brand di categoria merceologiche diverse, questi sono di alto profilo e con un ottimo standard qualitativo. I marchi citati, ad esempio Audi e Armani, possono essere ricondotti a prodotti di “lusso”.

In dettaglio, “il 95,3% del campione dichiara di conoscere il Franciacorta. Questa percentuale lo pone al primo posto rispetto ai competitor tradizionali (Prosecco, Asti, Champagne, Trento ecc.). Notevole l’incremento di otto punti percentuali rispetto a tre anni fa. Il numero delle persone interpellate che dichiarano di non conoscerlo scende dal 12,5% del 2011 al 4,7% del 2014, con un significativo calo del 7,8%.

La conoscenza di alcuni competitors, ovvero Champagne, Trento Doc, Oltrepò Pavese, Alta Langa, oltre ad Asti e Prosecco Docg, è nettamente inferiore: 88,7% per l’Asti, 85,7% per lo Champagne, 69,8% per il Prosecco Docg, solo il 32,5% per il Trento Doc (che cresce dal 23,4%), meno noto dell’Oltrepò Pavese Docg conosciuto da un 45,4%. Tornando alla ricerca, “il vissuto del Franciacorta, rilevato dalla ricerca, è particolarmente positivo e in netto miglioramento rispetto alla precedente indagine.

Le evidenze più significative emergono rispetto al prezzo, il 9% in più considera che il vino abbia un prezzo medio o elevato ma giustificato dalla qualità e dal prestigio; il + 5% pensa sia un vino buono da bere, il + 4% che sia gradito ai giovani; il + 3% che sia originale e non banale, infine anche la qualità e il prestigio percepiti registrano un + 3%.

Franciacorta-regalo
La notorietà e la qualità percepita portano il Franciacorta a essere considerato, insieme al Brunello di Montalcino e allo Champagne, particolarmente adatto per un regalo, il 54% degli italiani lo predilige ad altri vini. Per quanto riguarda le occasioni di consumo il Franciacorta si conferma un vino per le occasioni speciali, le ricorrenze, i regali e i festeggiamenti; a tavola è per lo più considerato un vino da abbinare ai piatti a base di pesce (76% con i primi; 73% con i secondi alla griglia o al forno)”. Questo anche se, ahimé, uno zoccolo duro formato da un 71,5% di persone che noi comunicatori dovremo educare ulteriormente, continua a giudicare ideale un abbinamento del Franciacorta a dolci e dessert…
Abbinamenti-Franciacorta

Un altro aspetto importante che emerge dalle ricerca è l’avvenuta destagionalizzazione dei consumi (su cui si può ancora molto fare), visto che il 56,7% degli interpellati lo giudica un vino adatto per tutte le stagioni.

In una valutazione complessiva del Franciacorta – gli interpellati erano chiamati ad esprimere voti da 1 a 10, il 73,1% ha espresso un giudizio che va da 8 a 10, mentre solo un 2% ha espresso un giudizio negativo con voto da 1 a 5, ed un 17% ha dato un voto variante da 6 a 7.

Cresce poi, passando dal 10,9 al 15,7% il numero delle persone che affermano di aver bevuto regolarmente il Franciacorta dal settembre del 2013 ad oggi. Confesso di non essere stato interpellato in questa indagine, ma di riconoscermi in questa categoria… L’87,5% degli interpellati afferma di pensare di bere Franciacorta anche nel prossimo anno.

destagionalizzazione

Quanto all’acquisto del Franciacorta, il 39,4% afferma di comprarlo per sé, per autogratificarsi, il 30,8% per regalarlo ad altri. Non mancano poi i super entusiasti, ovvero un 68,7% che lo giudica di qualità non inferiore allo Champagne ed un 52,6% che pensa addirittura che sia superiore al modello francese.

E le negatività? Non mancano. Un 51,7% lo giudica “troppo caro”, un 66,9% dotato di un prezzo medio alto, mentre, passando alla percezione del territorio Franciacorta, di cui parlerò in un secondo articolo, un 66,6% giudica il territorio come popolato “da tante fabbriche grandi e piccole”, e un 66,5 sostiene che la Franciacorta, la zona, non il vino, ha fatto poco per farsi conoscere.

Insomma, per raggiungere pienamente quel “connubio vino-territorio” che il Presidente del Consorzio Franciacorta Maurizio Zanella giudica “strategico per noi”, la promozione del territorio deve sforzarsi di raggiungere lo stesso passo che ha raggiunto, con i risultati dimostrati dalla ricerca, la promozione e la comunicazione del vino.

Signori Sindaci dei 18 comuni della Franciacorta, forza e coraggio e datevi da fare. Magari ricorrendo ad un semplice slogan che vi regalo: “Franciacorta, la terra del Franciacorta Docg”.

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Franciacorta Dosage Zero E’ssenza Cascina Clarabella

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
4


Franciacorta-giugno2014-1 049

Scusate innanzitutto la fotografia che illustra questo post. Fa un po’ pena, (colpa mia), ma vi assicuro che la qualità del vino è di gran lunga superiore….
Siamo in Franciacorta, in un posto, come ho già avuto modo di scrivere, un po’ speciale, Cascina Clarabella dove, come già detto e come ora riprendo puntualmente, si è sviluppato un meritorio progetto “Cascina Clarabella” che “ha il fine di promuovere percorsi di cura ed assistenza e di sviluppare attività produttive per la creazione di opportunità lavorative per persone con disagio psichico”.
Creato nel 2002 nell’area rurale Ca’ de pole di Iseo nel cuore della Franciacorta è un Consorzio di cooperative sociali che comprende le cooperative sociali Diogene, Is.Pa.Ro, Clarabella e Airone”. Questo progetto “ comprende anche un agriturismo e una fattoria didattica e la parte che interessa particolarmente a noi è di competenza di Clarabella Società cooperativa sociale agricola Onlus, la cui azione è dettata da una serie di principi, etici ed esistenziali, ben esposti sul sito Internet: “la nostra esperienza nasce dalla tipica “saggezza” contadina, in base alla quale tutti sono a loro modo abili, quali che siano il livello culturale o le condizioni mentali, perché le piante e gli animali non discriminano nessuno, non si voltano dall’altra parte e crescono sane chiunque le accudisca. Il mondo dell’agricoltura ha sempre rappresentato un ambito privilegiato di attenzione e di applicazione per la cura, e soprattutto per quella che ora chiamiamo riabilitazione, in tutta la storia della psichiatria moderna.
L’azienda agricola in cui erano impegnati i ricoverati non mancava mai nella “città dei matti”, prima di tutto perché era funzionale alla sua gestione economica, anche se aveva più funzione di intrattenimento degli “ospiti” e di sfruttamento per il mantenimento del manicomio piuttosto che funzione terapeutico-riabilitativa”.
E così in ogni settore della produzione, che oltre al vino comprende mieli e olio extravergine, la cooperativa garantisce assunzioni e tirocini a persone con disagio psichico. E conforme a questa impostazione di base, che rispetto massimamente e che ammiro (per pigrizia, più che per indifferenza, non svolgo alcuna attività socialmente utile e tendo a nutrire profonda stima per chi le svolge) Clarabella “ha scelto di offrire prodotti etici e servizi di qualità nel rispetto della persona e dell’ambiente: in questo caso, la vitivinicoltura biologica”.
Si producono Franciacorta in questa realtà e davvero di interessantissimo livello. Come questo Dosage Zero E’ssenza non millesimato, 95% Chardonnay con un saldo del 5% di Pinot nero, da un vigneto a Guyot con densità di 6500 piante ettaro denominato “cascina” e adiacente alla cantina, fermenta in acciaio e per il 15% in barriques non nuove, riposa 24 mesi sui lieviti per poi proporsi al nostro assaggio curioso.
E fa una gran bella figura, quantomeno al mio palato, assetato di vini diretti, non dolcioni, non arruffianati da un eccessivo dosaggio di zuccheri, che garberà alla dose meno colta dei bevitori di metodo classico (anche quelli franciosi) ma a me fanno venire noia e latte alle ginocchia, con il suo colore paglierino verdognolo brillante, il perlage sottile e continuo, il naso molto agrumato, con mela e fiori bianchi ,accenni citrini, e una bella apertura e fragranza.
E poi con l’attacco fresco e vivo di grande equilibrio e piacevolezza, con un bel sale che percorre il gusto, ben secco, deciso, con acidità bilanciata e persistenza lunga. Ottimo da aperitivo o su frutti di mare per la sua salinità spiccata. Questa la Franciacorta, viva, dinamica, che mi piace!

Clarabella Soc. Coop. Soc. Agr. Onlus
via delle Polle, 1800 25049 Iseo (Bs)
tel. 39.030.9821041
prenotazioni +39.335.1809785
fax +39.030.9896131
e-mail clarabella@cascinaclarabella.it
sito Internet http://www.cascinaclarabella.it/index.php?lang=it

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