Contrordine: niente sorpasso del Prosecco sullo Champagne dice l’assessore Manzato

FrancoManzato

Ma nel 2011 “lo smemorato di Oderzo” aveva sostenuto proprio l’opposto

Era prevedibile che anche i più tenaci “propagandisti del Prosecco”, quali non mancano nella Giunta Regionale veneta, si accorgessero che il semplice gesto di piantare vigneti a profusione si traducesse inevitabilmente nel disporre di una quantità di uve da trasformare in vino e che questo vino non si vendeva da solo anche se porta il magico nome di Prosecco.

E che rischiava di vendersi a fatica e di generare indesiderati e dannosi processi di sottovalutazione e svendita sotto prezzo se la quantità disponibile risultasse superiore di molto alla pur entusiasta e generosa domanda.

Cos’hanno dunque fatto nel 2011 dopo che in po’ tutto il Veneto e decisamente in Friuli Venezia Giulia avevano piantato Prosecco, pardon Glera, un po’ ogni dove? Hanno deciso, le Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia congiuntamente, su richiesta del Consorzio di Tutela, il blocco di ulteriori nuovi vigneti, fissando il limite di 20.000 ettari complessivi piantati a Glera (16.500 Ha in Veneto e 3.500 Ha in Friuli Venezia Giulia).

E oggi, luglio 2014, anche a fronte di autorevolissime analisi che affermano mancare centomila ettolitri di Prosecco Doc per soddisfare appieno la domanda, questo dopo aver deliberato in giugno lo sblocco di centomila ettolitri, come ci ha informato pochi giorni fa un comunicato stampa, “la Giunta Regionale veneta, accogliendo la richiesta del Consorzio del Prosecco DOC, d’intesa con la Regione Friuli Venezia Giulia, ha prorogato di altri 3 anni il divieto di iscrivere agli albi della DOC Prosecco i vigneti Glera. L’obiettivo dichiarato è di stabilizzarsi su un massimo di 20 mila ettari totali, di cui 16.500 in Veneto e 3.500 nella regione confinante”.

Autore di questa dichiarazione l’Assessore all’Agricoltura della Regione Veneto Franco Manzato, il quale attribuiva la decisione di protrarre il blocco degli impianti alla volontà “di evitare crisi di prezzo di un prodotto che è orgoglio veneto a livello mondiale, diventa indispensabile limitarne la coltivazione affinché non si presentino esuberi di offerta sul mercato”.

LogoConsorzioProsecco

Sorvolando sulla rivendicazione di un “orgoglio veneto” per un vino che oggi non è più solo veneto, ma anche espressione del Friuli Venezia Giulia, occorre prestare attenzione al prosieguo del ragionamento di Manzato.

Dice l’Assessore Regionale: “Quando il sistema produttivo ha dato vita alla rivoluzione del Prosecco, legando il nome di questo vino al territorio e non al vitigno, e facendone una bandiera del Nord Est italiano – ha aggiunto – l’obiettivo non era, né è, quello di battere lo Champagne come numero di bottiglie, ma di dare testimonianza dell’origine e della qualità di una produzione nata e sviluppatasi qui, che si esprime in un sistema strutturato al cui vertice ci sono i Superiori DOCG di Conegliano Valdobbiadene e Asolo, e sulla cima il Cartizze. Il risultato è stato raggiunto brillantemente, per questo vogliamo dare seguito agli obiettivi posti tre anni fa”.

Avete letto bene? Si parla di una “rivoluzione del Prosecco” e si fa diventare lo stesso “una bandiera del Nord Est italiano”, come se un vino potesse avere una valenza politico-propagandistica.

E poi la perla: “l’obiettivo non era, né è, quello di battere lo Champagne come numero di bottiglie”, afferma l’Assessore. Lui, il responsabile delle Politiche Agricole della Regione Veneto, sostiene, oggi, che a sorpassare o “battere lo Champagne” non ha mai pensato e non pensa.

Peccato che tre anni fa, nel 2011, qualcuno che aveva il suo stesso incarico e si firmava con il suo nome, avesse apertamente parlato – ne avevo scritto qui – di “sorpasso sullo Champagne”.

E per l’esattezza, uso il virgolettato, riprendendo l’incipit del comunicato stampa N° 599 del 05/04/2011 della Regione Veneto intitolato “Vinitaly 2011. Il Prosecco prepara il sorpasso dello Champagne”, che dice: “Il Prosecco, spumante di territorio patrimonio del Nord Est italiano, quest’anno al Vintaly scalderà i muscoli, per prepararsi al sorpasso dello Champagne come numero di bottiglie prodotte, previsto per il 2012. Lo hanno annunciato stamani gli assessori del Veneto alla promozione Marino Finozzi e all’agricoltura Franco Manzato, nel presentare presenza, ruolo e valore della Regione ospitante alla grande rassegna mondiale dell’enologia”.

Capisco che la memoria dei politici italiani è corta, flessibile, lacunosa e che ammettere oggi, quando si conferma il blocco degli impianti di Glera, di aver sostenuto tre anni prima che “I dati e le valutazioni degli esperti ci confermano che il 2012 sarà l’anno del sorpasso del Prosecco spumante sullo Champagne per numero di bottiglie vendute in tutto il mondo” è un po’ imbarazzante.

Per questo propongo all’Assessore una soluzione indolore: cambiare nome, non farsi chiamare più Franco Manzato bensì lo “Smemorato di Oderzo” (luogo di nascita del politico). Per il prossimo nome, nel caso si rendesse necessario cambiare identità, pensiamoci per tempo…

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Franciacorta Dosaggio Zero Superno Marzaghe

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
4


FranciacortaRoségiugno2014 076

Non chiedetemi troppe notizie su questa azienda di Erbusco. Né andatele a cercare sul sito Internet che spicca per lo stile e il design un po’ naif ed il linguaggio talvolta immaginifico – esempio: “l’ingegnosa finezza dello Chardonnay” – ma che non fornisce molte notizie sull’azienda e su chi l’ha creata. Salvo riferirci la leggenda secondo la quale “c’è dell’oro sotto la nostra vigna nella Terra di Marzaghe. Un agnello d’oro, nascosto dai Longobardi,
i grandi allevatori e mercanti di greggi”.

Maggiori informazioni sull’Azienda Agricola Marzaghe (che si autodefinisce “giovane, dinamica, amichevole, cordiale”) cercherò di reperirle facendole magari una visita per scoprire se oltre al Franciacorta Dosaggio Zero Superno, che ho assaggiato e mi ha positivamente sorpreso, siano validi e interessanti anche gli altri Franciacorta, Brut, Brut millesimato, Satèn, Rosé, e una Riserva annunciata come work in progress.

L’unica cosa che posso dire è che l’azienda è proprietà della famiglia Lamberti, famiglia che “da sempre possiede sei ettari di vigneto che ha conservato nonostante abbia orientato in altra direzione la sua capacità imprenditoriale”. Vigneti posti nel cuore della Franciacorta, tra il Monte Alto ed il Monte Orfano, in quella Terra di Marzaghe così definita dallo storico Gabriele Rosa, nativo di Iseo, e da pochi anni fonte di uve che vengono direttamente trasformate in vini e non vendute a terzi.

Sul vino definito sempre con linguaggio molto originale “vino di natura, superbo ed eterno nel proporre il suo carattere deciso e crudo”, ci viene detto che compie una parziale fermentazione in barrique di rovere e un lungo affinamento sui lieviti, almeno 30 mesi, e che si tratta di una cuvée delle migliori uve composta per il 90% da Chardonnay, e per il 10% da Pinot nero e che il dosaggio degli zuccheri è di due grammi litro. Altro non ho da dire se non che la sboccatura è del luglio 2013 e che il vino mi è piaciuto ed è stato tra i dosaggio zero che ho preferito, riscontrandovi delle caratteristiche esemplari nella sua tipologia.

Colore paglierino con sfumature leggermente ramate, brillante e luminoso, mostra un bel perlage sottile e continuo. Naso molto secco, deciso e preciso, con note di fiori bianchi, agrumi e mandorla e una bella vena fresca e salata, molto nitida. Attacco in bocca molto vivo, nervoso, sapido di bella incisività, con sviluppo ben articolato e verticale, una bella tensione e ricchezza di sapore, equilibrio e piacevolezza e una persistenza lunga che facilita la beva.

Azienda Agricola Marzaghe
Via Consolare, 19 – 25030
Erbusco (BS)
Telefono: 0307760585
Fax: 0307267245
Email: info@marzaghefranciacorta.it
Web: www.marzaghefranciacorta.it

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Franciacorta Dosaggio Zero Nihil Tenuta Ambrosini

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
3.5


NihilDosZero

A circa un anno di distanza dal mio articolo sul loro Franciacorta Satèn torno a parlare di quella piccola e agguerrita realtà produttiva che è la Tenuta Ambrosini di Cazzago San Martino, animata dalla famiglia stessa, dai tre fratelli Francesco, Mariuccia, Sergio e dal venticinquenne suo figlio Lorenzo, diplomato in agraria e appassionato cantiniere. L’azienda si avvale della consulenza dell’enologo Roberto Pepe.

Gli ettari vitati sono otto, sei ettari vitati intorno alla sede di Cazzago San Martino e altri due ettari in affitto nella zona di Monterotondo, e la produzione viaggia intorno alle 70 mila bottiglie, comprendendo oltre a due rossi fermi, non Curtefranca e ad un bianco base Chardonnay, sei tipologie di Franciacorta: Brut (cuvée di Chardonnay, Pinot nero, Pinot bianco), Millesimato (Chardonnay in purezza), Satèn, l’Extra Brut Santa Caterina (85% di Chardonnay con un 15% di Pinot nero), il Rosé (55% di Pinot nero e 45% di Chardonnay) e l’ultimo arrivato, da un paio d’anni, il Dosaggio Zero denominato Nihil, a sua volta una cuveè composta dall’85% di Chardonnay e 15% di Pinot nero.

Gli Ambrosini lo definiscono “un Franciacorta trasparente, allo stato puro” “nel quale l’assenza di alcun dosaggio fa così emergere tutte le peculiarità del terroir franciacortino”. Da un punto di vista puramente tecnico nulla di speciale da segnalare: raccolta manuale con selezione dei grappoli, pigiatura soffice in pressa pneumatica, fermentazione in acciaio a temperatura controllata, affinamento di sette mesi in acciaio e una permanenza sui lieviti di 24 mesi, per una produzione di 7000 esemplari.

Il recente assaggio di una bottiglia con sboccatura risalente all’autunno 2013 mi ha convinto ma non conquistato: colore paglierino intenso, perlage fine sottile e continuo, si propone con un naso complesso e molto particolare, speziato con un ricordo di zafferano, note di mela matura, di ginger e chinotto, di albicocca secca zafferano che torna in retrogusto. In bocca é molto fresco, simpatico, vivace, con una bolla non aggressiva, e un buon equilibrio, ma con una certa carenza di complessità e sviluppo e con un finale leggermente dolce che mi ha lasciato leggermente perplesso.

Da un Dosaggio zero lecito attendersi più carattere, una maggiore grinta e struttura.

Tenuta Ambrosini
via della Pace 60
Cazzago San Martino BS
tel. 030 7254850
e-mail info@tenutambrosini.it
sito Internet www.tenutamabrosini.it

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Il Cava in forte ripresa in Spagna, ma lo Champagne in Francia continua a faticare

D.O.CAVA_
Sono consapevole del rischio di essere smentito quando verranno resi noti i dati relativi alle “expéditions ” de Champagne di maggio e giugno, ma basandomi sui dati relativi al primo trimestre 2014 penso di poter tranquillamente far notare una situazione molto singolare.

La crisi economica, la contrazione della disponibilità all’acquisto, continua a mordere in tutta Europa, forse con la sola eccezione della Germania, che appare in ripresa. Eppure sembra che in un Paese, la Francia, che sembrava più in salute o se vogliamo dire meno in difficoltà rispetto ai colleghi del sud dell’Europa, ovvero Spagna, Italia e Grecia, le cose, almeno secondo un particolare indice, non vadano bene.

Il particolarissimo indice prescelto è rappresentato dall’andamento delle vendite nei primi tre mesi del 2014, sui mercati interni di Francia e Spagna, dei due metodo classico nazionali, lo Champagne ed il Cava.

In Spagna, Paese che credevamo ancora attanagliato da una crisi economica molto grave, il Cava, che ha fatto registrare incrementi complessivi delle vendite pari al 18,06%, ha visto le vendite crescere di 5.341.157 unità sino a toccare quota 16.952.808 con un incremento del 45,98%.

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In Francia invece, nel primo trimestre 2014, le spedizioni di Champagne, che rappresentano il 49% del totale, hanno registrato un calo del 2,2%, che in aprile è salito al 6,5%. Del resto l’esistenza di un “caso mercato francese” era apparsa evidente anche a gennaio, quando esaminando l’andamento delle vendite del dicembre 2013, che avevano segnano un incremento dell’otto per cento rispetto al dicembre 2012, si era visto che a fronte di una crescita del 18,2 nei Paesi dell’Unione Europea e del 14,9% nel resto del mondo, in Francia la crescita si era limitata ad un 3,2%.

E così può accadere che sia sui mercati esteri che in Francia lo Champagne (i giornali francesi ormai lo scrivono chiaramente) debba far fronte alla concorrenza “des vins effervescents venus d’Espagne (cava) ou d’Italie (prosecco) vendus deux à trois fois moins chers”, degli spumanti spagnoli (Cava) o italiani (prosecco), da due a tre volte meno cari. Si legge anche che in Francia una parte dei tradizionali clienti di Champagne sono passati, oltre che al Cava, quinto posto per la Francia nella classifica dei Top 10 Cava importers, con una crescita percentuale nel primo trimestre 2014 del 16,69% e un milione e mezzo circa di bottiglie importate nel 2013, anche ai vari Crémants (Loire, Bourgogne, Alsace, ecc.) o all’AO Saumur.

Sicuramente le più concrete motivazioni di questo calo delle vendite di Champagne in Francia, (che restano comunque attorno al 55% complessivo) sono di ordine economico e stanno portando una serie di ex clienti dello storico méthode champenoise a cercare, nella produzione francese ed in quella estera, delle alternative più risparmiose, ma forse esistono altri motivi di ordine psicologico relativi ad un’idea dello Champagne come “prodotto di lusso”, che inducono i consumatori a passare dallo Champagne ad altri vini “pétillant”.

E non si può attribuire il calo del consumo della bevanda nazionale in Francia ad un calo del turismo estero, perché le cronache dicono che c’è stato un significativo aumento. Forse di un turismo portato a spendere meno, a bere Crémant, invece che Champagne…

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Prossimamente nei vostri bicchieri: in arrivo il Crémant de Savoie

VinsdeSavoie

Dalle uve delle vendemmia 2014 vini in vendita a fine 2015 

Novità interessante per gli appassionati dei metodo classico francesi che si presentano al pubblico con il nome collettivo di Crémant. Dopo i sette Crémant già esistenti, Alsace, Bourgogne, Bordeaux, Loire, Limoux, Jura e Die, è in arrivo, basterà attendere un anno e mezzo almeno, l’ottavo, il Crémant de Savoie.

Nei giorni scorsi si è avuta difatti la notizia che a cinque anni dalla presentazione del dossier che chiedeva l’istituzione di questa nuova AOC, l’Inao e l’Unione Europea, hanno dato semaforo verde. Dalla vendemmia 2014 i produttori della Savoie potranno ricavare uve che consentano loro l’elaborazione di Crémants che non potranno essere commercializzati prima della fine del 2015.

Come si capisce facilmente, con regole di produzione che prevedono un minimo di 12 mesi di permanenza sui lieviti, si punta ad ottenere dei vini di pronto consumo e di non particolare complessità.

Nella regione alpina della Savoie che conta su tre AOC, 20 denominazioni geografiche e 23 vitigni diversi, ci sono 2000 ettari vitati, per una produzione di 16 milioni di bottiglie, 70% delle quali rappresentate da vino bianco (un 4% costituito da mousseux) e quella del Crémant de Savoie sembra rappresentare una possibilità interessante sia per il mercato interno che per i mercati esteri.

Come saranno questi Crémant savoiardi è difficile immaginarlo per ora. Sicuramente avranno un carattere molto personale e se così si può dire regionale, visto che il disciplinare di produzione prevede che il 60% della cuvée sia composta da uve locali Jacquère e Altesse (10% dell’estensione totale), con la prima (l’uva più diffusa, occupa il 50% del vigneto) presente almeno al 40%. Il resto della cuvée verrà da uve Chasselas (oggi presente per un 5% del vigneto della Savoie), Aligoté e Chardonnay. Che dire allora se non che chi vivrà berrà (il Crémant de Savoie…)?

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Trento Doc Brut Valentini di Weinfeld Vivallis

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
3.5


WeinfeldValentini

Qualche giorno fa, sfogliando l’ancora interessantissimo volume Spumante trentino, pubblicato nel 1999 dal medico (e appassionato di vini) Andrea Andreotti, mi sono imbattuto in un passaggio che ricordavo di avere già letto, ma di cui, a differenza degli amici di Trentino wine blog, che ne hanno parlato giusto due anni fa, non avevo mai scritto.

A pagina 189 si legge che “Arminio Valentini, che fu anche sindaco di Calliano” località della Vallagarina, “si può dire sia stato il primo spumantista del Trentino. Già nel 1899, come documentato da una pubblicità sulla stampa di allora”, esattamente “la Strenna dell’Alto Adige”, “si produceva a Calliano uno Champagne A. Valentini, che, tra l’altro, veniva distribuito da un altro nome famoso, Cesare Battisti. La famiglia Valentini era allora grande proprietaria terriera, fornitrice di vino alla Casa imperiale d’Austria, tanto da essere insignita nel 1760 del titolo nobiliare di Weinfeld”.

Rimando alla lettura dell’articolo di Trentino wine blog per gli aspetti relativi al fatto che il Cesare Battisti citato fosse proprio il celebre patriota, cosa possibile visto, scrivono, che “i genitori dell’eroe irredentista, a Trento erano titolari della nota Drogheria Battisti di via Dordi. La stessa in cui lavorerà, negli anni Venti, anche Bruno Lunelli, geniale capostipite della famiglia che oggi controlla il marchio Ferrari. Verosimile che in una drogheria si vendesse, appunto, anche vino e Champagne. Storie di spumantisti e di pionieri trentini del metodo classico che magicamente si intrecciano in questa città di mezzo“.

ChampagneValentini

Quello che trovo interessante sottolineare è che contrariamente a quanto sostiene l’agiografia corrente, anche se fondamentale nella storia e nello sviluppo della spumantistica metodo classico in provincia di Trento, il mitico Giulio Ferrari (nato nel 1879, ovvero 31 anni dopo Valentini) non fu il primo “champagnista” trentino, ma venne preceduto di qualche anno da Arminio de Valentini di Weinfeld. Giulio Ferrari arrivò dopo, nel 1902, ma rispetto a Valentini seppe andare più lontano e sviluppare, anche grazie alla sua formazione specifica e alle sue indubbie capacità, l’idea vincente di produrre anche in terra trentina un vino “spumeggiante” quale quello prodotto in Francia.

Ma perché ho parlato di questa pagina di storia e dello “Champagne Valentini” prodotto a Calliano, tra Trento e Rovereto, con buon successo sui mercati austriaci? Perché mi è capitato recentemente di bere una bottiglia del Trento Doc Brut Valentini di Weinfeld della cooperativa Vivallis di Nogaredo e mi è piaciuto, volendone scrivere, ricostruire la storia. Che nasce nel 1993 quando l’attuale Vivallis si chiamava ancora SAV, storica cooperativa fondata nel 1908 da Don Giovanni Battista Panizza, e tre persone, esattamente Flavio Salvetti,Leonello Letrari e Mauro Baldessari, suggerirono alla Sav – Vallis Agri di produrre questo metodo classico in omaggio a Valentini. Anche in considerazione del fatto che Vivallis era stata proprietaria, per diversi decenni, della “Cantina Valentini” di Calliano.

Inizialmente, come si legge sul libro di Andreotti, il Brut era una cuvée dove figurava per il 20% del Pinot bianco, oggi invece è uno Chardonnay 100% Vivallis, cooperativa che dispone di oltre 700 ettari di vigneti coltivati da 730 soci, seleziona a circa 400 metri di altezza da vigneti coltivati a pergola trentina semplice sulle colline dei Praolini in località di Volano, una microzona particolare con “accentuata escursione termica”.

ValentiniWeinfeldIntendiamoci, il vino, che trascorre 30 mesi di affinamento sui lieviti (dai 18 iniziali), è buono, tipico ma non straordinario e mi sembra trovare il suo più corretto utilizzo non a tavola, ma servito come aperitivo e bevuto con salatini e stuzzichini vari nel rito dell’happy hour.
Colore paglierino di media intensità con una buona brillantezza, perlage abbastanza sottile, si propone con un naso molto agrumato, con pompelmo in evidenza, e note di fiori e fieno secco in una cornice di apprezzabile freschezza e fragranza, con una certa vena minerale. La bocca è molto lineare, fresca, incisiva, con buona ricchezza di sale, acidità abbastanza bilanciata e una leggera dolcezza probabilmente dovuta ad un dosaggio degli zuccheri che sfrutta fino in fondo i nove grammi litro consentiti alla tipologia del Brut. Ma il vino è decisamente pulito, gradevole, tecnicamente ineccepibile.

Un piccolo rilievo, in conclusione, riservato agli autori dei testi del sito Internet della Vivallis, che nella pagina riservata al Brut Valentini di Weinfeld riescono nel doppio “capolavoro” di definirlo “Trentino DOC Spumante Valentini”. Il che dimostra, una volta di più, come sia complicato convincere i produttori trentini a chiamare Trento Doc i loro metodo classico…

Vivallis
Via Brancolino, 4
38060 Nogaredo – Trento
Tel. +39 0464 412073
e-mail info@vivallis.it
sito Internet www.vivallis.it

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Bottiroli invita gli esercizi pubblici oltrepadani a riscoprire l’autarchia enoica

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Ma perché il nuovo direttore del Consorzio non ci aggiorna sull’operazione Cruasé?

A tre mesi dalla nomina di Emanuele Bottiroli a nuovo direttore del Consorzio tutela vini Oltrepò Pavese era lecito attendersi molto di più di quello che c’è stato, un cambio di passo soprattutto dal punto di vista della trasparenza e della comunicazione, considerata la storia di Bottiroli, giornalista e copywriter, che è stato promosso direttore da responsabile stampa del Consorzio vini.

Forse mi sarò distratto ma la “comunicazione”, se vogliamo definirla così, è rimasta quella ben poco comunicativa di sempre. Un’unica iniziativa, di cui si é avuta notizia visitando il sito Internet consortile, è stata l’idea di Bottiroli di pubblicare “su Youtube, Facebook, Twitter e sul sito  del Consorzio un video messaggio ai titolari di bar, ristoranti, alberghi e tutti i pubblici esercizi del territorio perché diventino sempre più ambasciatori dell’Oltrepò Pavese. Non si può pensare – sottolinea Bottiroli – di poter fare a meno di bar, ristoranti e alberghi per la promozione e il posizionamento delle nostre etichette di qualità”.

Ecco quindi l’appello “agli imprenditori della ricettività più aperti e intelligenti” perché diano più spazio nei loro locali alla produzione di una zona che “dispone di 13500 ettari a vigneto e produce il 65% del vino di Lombardia”.

Se devo confessare quello che penso di questa iniziativa dico che fa persino tenerezza vedere nel 2014 il direttore di un Consorzio riscoprire l’autarchia enoica e invitare ristoratori, baristi, albergatori della provincia di Pavia e oltrepadani a diventare “sempre più ambasciatori dell’Oltrepò Pavese”. Il che, tradotto in soldoni, equivale ad un’implicita ammissione che questi pubblici esercizi non siano poi dei gran clienti e non dedichino troppa attenzione alla produzione locale se un direttore di Consorzio si fa venire la bella idea di lanciare un simile appello.

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A suo modo si tratta di una comunicazione e di un marketing innovativo perché a differenza delle altre zone vinicole lombarde e italiane che vedono impegnati i loro protagonisti in giro per il mondo a promuovere e cercare di vendere i loro vini, Bottiroli riscopre il pregio autarchico del porta a porta, della vendita sul territorio di origine, dell’invito, che pure ha una sua logica, agli esercenti autoctoni a proporre Bonarda, Pinot nero, Sangue di Giuda, Cruasé e metodo classico base Pinot nero invece di Pinot grigio delle Venezie, Prosecco, Soave o Chianti classico o chissà che.

Da lui, direttore di un Consorzio importante come quello oltrepadano, mi sarei aspettato che collaborasse con i produttori per dare vita, come fanno generalmente i suoi colleghi, ad iniziative tese non a mantenere il vino locale in provincia di Pavia, ma a portarlo fuori, a farlo conoscere e vendere nel resto d’Italia e soprattutto all’estero. Considerando, aspetto non marginale, che quando si esporta, i soldi li si porta a casa più velocemente e facilmente, mentre vendendo in patria (e magari l’Oltrepò è una felicissima eccezione) ci si deve scontrare con l’emergenza chiamata difficoltà d’incasso e riscossione, insolvenza.

E invece di vestire i panni di un Nanni Moretti e confessare “Io sono un autarchico”, ci raccontasse finalmente a che punto sia l’operazione Cruasé, purissimo Rosé, se procede e come, quante bottiglie se ne producano e se ne vendano, se la produzione aumenti o sia stabile quanti soggetti ne siano realmente produttori (si vocifera che una cantina sociale lo produca per più di un marchio…), se l’idea di rendere il Pinot nero metodo classico rosé la piramide della produzione oltrepadana stia avendo successo.

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Se siano previsti altri appuntamenti dopo quelli annunciati e svolti nel lontano 2011. Se i consumatori abbiano recepito cosa sia un Cruasé o lo richiedano quando vanno al bar o al ristorante. E già che ci siamo, nel darci la diagnosi e parlarci dei progetti relativi al Pinot nero rosé metodo classico, il Cruasé insomma, il direttore del Consorzio volesse anche aggiornarci sulla situazione del metodo classico Docg in genere, darci dei numeri senza dare i numeri, farci capire se la situazione sia statica o in movimento, se ai produttori di buone “bollicine” metodo classico, che assolutamente non mancano, venga in qualche modo offerto un aiuto, da una situazione generale in divenire e non fossilizzata, per farsi conoscere meglio, per proporsi sui vari mercati.

E quando dico mercati non sto pensando a quelli settimanali di Broni o di Stradella, di Torricella Verzate o di Voghera ai cui responsabili Bottiroli ha dimenticato di indirizzarsi nel suo video-messaggio, moderno per la tecnica usata, ma tanto antico nel pensiero…

 

 

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Franciacorta Vigna Dorata Extra Brut e Rosé

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
4

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero, Chardonnay
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
4


VignaDorataExtraBrut

Fa sempre piacere scrivere di un’azienda di cui in passato non si è mai scritto. Un silenzio che non deve significare necessariamente che precedenti assaggi non avessero convinto, ma semplicemente essere dovuto al fatto che i produttori non li avessero presentati in assaggio. O che io non mi fossi accorto del loro valore. Capita.

E’ dunque per la prima volta che mi capita dunque, merito di un recente ampio assaggio di circa 150 campioni, di scrivere dell’azienda Vigna Dorata, che ha cantina e vigneti, 6 ettari, situati nella frazione Calino di Cazzago San Martino. Nemmeno vent’anni di storia per questa realtà produttiva creata nel 1995 da Luciana Mingotti e dal marito Virgilio Rocco, entrambi provenienti da famiglie di agricoltori e viticoltori, che producevano vino già negli anni Trenta del Novecento, dove oggi operano anche i figli, Luisa, studi di enologia e viticoltura, e Fabio che si è assunto l’onere di essere il cantiniere.

I vigneti, coltivati a Chardonnay, Pinot Nero, Cabernet, Merlot, Nebbiolo e Barbera (ovviamente alla produzione di Franciacorta è abbinata quella di tre Curtefranca Doc), si trovano, rivolti a sud e in leggera pendenza, su terreni morenici, ai piedi della collina e la loro posizione, se si li osserva secondo una certa angolazione, li fa apparire di colore dorato. Ecco dunque spiegato il nome suggestivo dell’azienda, la cui produzione, in gran parte basata su cinque Franciacorta (Brut, Satèn, Satèn Millesimato, affinato tra i 40 e i 50 mesi, Extra Brut e Rosé) è intorno alle 70-80 mila bottiglie, una parte interessante delle quali, circa un trenta per cento, viene esportato in Europa. Una volta conquistato il proprio spazio di mercato l’azienda ha costruito una moderna e razionale cantina dove ogni fase di preparazione dei vini dispone di un proprio spazio.

La mia recente degustazione non ha riguardato i vini prodotti in maggiore quantità, ovvero Brut e Satèn, bensì Extra Brut e Rosé, tipologie destinate a palati un po’ più complessi e a gusti ben determinati e quindi disponibili in quantitativi inferiori.

L’Extra Brut è una cuvée formata all’85% da Chardonnay e per il 15% da Pinot nero, provenienti dalla vigna denominata Sala-Colle, condotta a cordone speronato e guyot, con 5000 piante ettaro, e la tecnica di vinificazione prevede spremitura di uva intera e un affinamento minimo di 18 mesi con un dosaggio degli zuccheri di 3 grammi litro. All’assaggio ho trovato un vino colore paglierino di bella intensità con perlage sottile e continuo, naso maturo, carico, piuttosto citrico e agrumato con nette sfumature di cedro, accenni di erbe aromatiche e frutti bianchi per un insieme di bella freschezza e vivacità. L’attacco in bocca è ben secco, ampio, con una certa cremosità, largo sul palato, ricco e persistente, con bel finale vivo su nota di mandorla e nerbo acido spiccato.

VignaDorataRosé

Il Franciacorta Rosé invece, una cuvée formata all’80% da Pinot nero e per il 20% da Chardonnay provenienti dalle vigne Cava e Stresa poste in località Sala di Cazzago S. Martino, vigne esposte a sud ovest a 230 metri di altezza allevate a cordone speronato con 5000 piante ettaro, vede un dosaggio degli zuccheri da Brut di 7 grammi litro, e da 24 a 36 mesi di affinamento, con macerazione a cappello sommerso della durata da 5 a 8 ore, con una parte del vino che si affina in legno.

Colore buccia di cipolla con leggere sfumature che tendono al ramato, perlage abbastanza sottile, naso molto secco, deciso, strutturato, con accenni leggermente speziati, di caffè e cioccolato, di erbe aromatiche alloro e piccoli frutti rossi, bocca che parte secca e ricca di nerbo e si allarga piuttosto carnosa e ampia, ma con notevole freschezza e sale, bell’equilibrio e piacevolezza di beva. Due buoni Franciacorta e il mio proposito di tenere d’occhio questa azienda anche per gli altri vini.

Azienda agricola Vigna Dorata
Via Sala, 80
25046 Calino di Cazzago S.M. (BS)
Tel. 030 7254275
E-mail: info@vignadorata.it
Sito Internet www.vignadorata.it

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Perlagebox: Champagne da scoprire in abbonamento

Perlagebox

Un’iniziativa del sito Spumeggiando

Siete appassionati di Champagne e volete scoprire nuovi produttori e nuovi stili e provare vini che si trovano al di fuori dei grandi circuiti distributivi, che sono poco noti perché opera di piccoli produttori? Volete essere periodicamente sorpresi e ricevere regolarmente tre o sei bottiglie semplicemente sottoscrivendo una formula di abbonamento?
Non dovete far altro che accogliere l’iniziativa del sito Internet Spumeggiando (già Vendite Champagne) che propone Perlagebox ovvero un servizio che consente di ricevere con cadenza mensile oppure bimestrale una speciale selezione di Champagne corredati da schede tecniche e da informazioni sul produttore e le zone di provenienza delle uve.
Quale che sia la periodicità scelta, la formula di PerlageBox prevede tre spedizioni, quindi o 9 o 18 bottiglie dilazionate nel tempo, scelte per innanzitutto per il loro rapporto prezzo qualità.
Se si sceglie il PerlageBox da sei, si riceveranno due bottiglie per tipo, e nel caso della scelta del PerlageBox Pink, saranno previste due bottiglie di Champagne Rosé.
Nella selezione di Spumeggiando sono inseriti produttori se non completamente sconosciuti, certamente al di fuori dei grandi circuiti distributivi. “E’ sempre possibile che un produttore selezionato per un box sia anche importato da alcune enoteche o ristoratori su scala locale o comunque limitata”.
La scelta dei produttori varia da récoltant manipulant che vinificano esclusivamente le proprie uve, ma anche piccole aziende che lavorano uve acquistate da terzi, l’importante è che il risultato sia soddisfacente. I costi sono interessanti perché i prezzi a bottiglia si aggirano sui 25 euro.
Per informazioni: +39 0365 1896031
info@perlagebox.it http://perlagebox.it/ oppure http://www.spumeggiando.com/

 

 

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Franciacorta Brut Rosé 2009 Cavalleri

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero, Chardonnay
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
4.5


CavalleriRosé

Cosa mi ha detto la degustazione (coperta, ovvero alla cieca, senza conoscere i nomi dei vini che via via assaggiavo) di 59 Franciacorta Rosé fatta a fine giugno a Erbusco? Innanzitutto che è in aumento il numero dei vini di questa particolare tipologia ben fatti, piacevoli da bere, più strutturati o delicati, corrispondenti a quel che è logico attendersi da un Rosé, ovvero eleganza, piacevolezza, equilibrio, freschezza.

Irrisolte, come già sapevo, sono rimaste due questioni tra loro connesse. In primo luogo se sia indispensabile utilizzare Pinot nero in purezza per ottenere un valido Rosé, o quantomeno una percentuale nettamente maggioritaria rispetto all’altra uva utilizzata, lo Chardonnay, e in seconda battuta se sia possibile arrivare ad una gamma cromatica dei vini meno eterogenea. La foto che ritrae sei calici dimostra come si abbiano idee (e risultati) molto diversi tra loro, con colori varianti dal rosa pallido sino al cerasuolo scarico, dal buccia di cipolla al rosa antico al melograno, a seconda della percentuale di Pinot nero utilizzato nella cuvée.

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Notoriamente il disciplinare di produzione attuale recita che è sufficiente utilizzare una percentuale del 25%, ovvero un quarto della composizione complessiva della cuvée per produrre un Franciacorta Rosé, dose che mi sembra un po’ troppo ridotta anche se il realismo m’impone di ricordarmi che piantati a Pinot nero sono solo 396 ettari sui 2746 complessivi della denominazione. E visto che è impossibile fare miracoli, prima di aggiornare il disciplinare e aumentare la percentuale prevista bisognerebbe piantare più Pinot nero, per disporre della materia prima necessaria.

Fatta questa premessa, devo dire che nella degustazione mi sono piaciuti sia Rosé nella cui cuvée il Pinot nero dominava nettamente oppure recitava da solista sia Rosé dove l’uva borgognona era in una percentuale di poco superiore al 25%. E mi sono piaciuti sia vini di aziende di storia più recente (cito Derbusco Cives, Camossi, Colline della Stella, Santus, Castel Faglia, Cascina San Pietro, Bosio, Corte Bianca) sia aziende che ormai sono attive da decenni in Franciacorta e ne hanno determinato la storia e lo sviluppo. Parlo di Bellavista (con la nuova etichetta rosa acceso), Cà del Bosco, Uberti, Villa, San Cristoforo, Ricci Curbastro, Faccoli, Cola, Guido Berlucchi, Fratelli Berlucchi, Ferghettina, Vezzoli Ugo, Castelveder.

Tra i Rosé che mi sono maggiormente piaciuti figura un vino che sposa in toto la filosofia del mariage tra due vitigni, con un matrimonio un’uva, il Pinot nero, è leggermente superiore, con il suo 60%, rispetto al 40% portato in dote dallo Chardonnay, un vino che non è nato da poco perché per il Rosé c’è curiosità e richiesta, ma la cui prima edizione risale a 26 anni fa al 1988. Sto parlando, ed è ovvio e naturale che il vino mi piacesse (l’ho sempre apprezzato ogni volta che l’ho bevuto…), del Brut Rosè millesimato, annata 2009, di un pilastro dell’historia franciacortina come la Cavalleri di Erbusco.

Inutile raccontare qui, e meglio rimandare alla narrazione ben fatta nel sito Internet le vicende relative all’azienda e limitarsi a ricordare che i Cavalleri possedevano terreni in Erbusco già nel 1450 e che nel 1990 Giovanni Cavalleri fu tra i fondatori del Consorzio Volontario di Franciacorta del quale ricoprirà anche l’incarico di Presidente. E che i loro Franciacorta sono dei punti di riferimento paradigmatici della denominazione.

RoséCavalleri

Il loro Franciacorta Rosé, 6600 le bottiglie prodotte, da vigneti denominati Bolesine, Chiosino, Paradiso, Pio IX Est, Seradina sotto (qui rappresentata la mappa dei cru aziendali) prevede fermentazione e affinamento in acciaio per l’80% e in barrique vecchie per il 20%, con produzione media in vigna di 60 quintali ettaro e da 45 litri di vino da ogni quintale di uva.

Nel caso dell’annata 2009 alla Cavalleri raccontano così le scelte fatte a proposito del loro Brut Rosé: “Le uve dell’annata 2009, in Franciacorta, raggiungono la maturazione fenolica grazie ad una primavera equilibrata e ad un’estate intensa e prolungata. Lo Chardonnay, che costituisce il 40% di questa cuvée, dona grande maturità, struttura ed eleganza. La combinazione con la vena acida e l’impronta tannica tipiche del Pinot Nero (60% della cuvée) genera un Rosè caratterizzato da ricche sensazioni olfattive di frutti rossi, da un ottimo equilibrio al gusto e da grande beva. I 40 mesi sui lieviti (8 in meno rispetto alle precedenti annate) hanno contribuito ad esaltare le molte sfaccettature di questo vino, senza intaccarne vivacità e semplicità”.

Raccolta nella terza settimana di agosto, tiraggio effettuato ad aprile 2010, sboccatura fatta nell’agosto 2013, con dati analitici che parlano di un grammo litro di zuccheri, 7,1 di acidità totale, pH di 3,20, solforosa totale a 50 mg/lt.

Il risultato è all’insegna dell’eccellenza: colore rosa pallido appena accennato ma brillante e luminoso, perlage sottile e continuo, naso ben secco, sottile, con note di frutta secca tostata e agrumi in evidenza, di piccoli frutti rossi di bosco e grande fragranza floreale. Bocca fresca, viva, salata, molto piacevole, con grande equilibrio sul palato. Un Rosé ben calibrato, non molto strutturato, ma dinamico, ricco di energia e nerbo con una vivace sapidità che dà persistenza e piacevolezza al gusto.

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