Franciacorta Vintage Collection Dosage Zéro Noir 2005 Cà del Bosco

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero
Fascia di prezzo: più di 50 €

Giudizio:
5


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Complessità e alta progettualità per una bollicina “intellettuale” come poche

Ricordo bene, sono passati solo otto mesi, ma é come se fosse trascorsa una vita intera e nella mia testa fossero avvenute mille trasformazioni, o meglio nuove consapevolezze e scelte, perché nella vita arriva il momento in cui si aprono gli occhi e cadono le illusioni, la prima volta che degustai, ma che dico, bevvi golosamente e gioiosamente, questo vino.

Lo ricordo bene non solo perché il giorno dopo, 15 ottobre, sarei partito per un’indimenticabile tre giorni in Champagne, ma perché la presentazione di questo vino d’eccezione, meglio un Franciacorta d’eccezione, un Franciacorta riserva, (che non chiamerò cuvée de prestige perché non sono un provinciale e perché io non amo fare confusioni tra la Champagne e qualsiasi altra zona vinicola italiana e mondiale), fu un evento memorabile.
Con tanto di visite al vigneto in elicottero, spuntino sfizioso con vista lago, pranzo “griffato” in cantina con tripudio di tartufi e tanta allegria e in ognuno degli invitati quell’inconfessabile soddisfazione per aver fatto parte e contribuito anche noi, con la nostra modesta e trascurabile presenza, a quello che chi l’aveva organizzato voleva fortemente fosse un evento.

elicotteroCàdelBosco

Fu la classica “presentazione spettacolo”, fatta senza risparmio di energie e di pecunia, in stile Cà del Bosco, perché è di uno speciale millesimato della maison regina della Franciacorta tutta che sto per parlarvi, dove, evento nell’evento, era il ritorno della casa erbuschese ad uno stile di vino, tutto particolare, di cui era stata fatta una fiammeggiante e memorabile prova molti anni addietro, con un Blanc de Noir, credo portasse il millesimo 1980, commercializzato nel 1998, letteralmente da paura, tanto era buono.

BrutPinotnero1980

Ed inedito, a quei livelli qualitativi stellari, per gli scenari italiani, dove ad esempio una Maison direttamente concorrente, come griffe, della Cà del Bosco, la Ferrari di Trento, a questa tipologia rischiosa e impegnativa si sarebbe avvicinata solo molti anni dopo, con il Trento Doc Perlé Noir, ma non con gli stessi esiti trionfali dello Chardonnay di montagna celebrato come Giulio Ferrari Riserva del Fondatore.

MitorajCàdelBosco

E così lo scorso 14 ottobre eccoci, io ci ero già stato anni prima con il proprietario, ma in jeep, su alla Vigna Belvedere, a 466 metri di altezza, alta sul Lago d’Iseo, uno spettacolo di assoluta bellezza, con le vigne coltivate come giardini ed uno scenario luxe calme et volupté, mancavano solo le statue del grande scultore polacco Igor Mitoraj che fanno bella mostra di sé a poca distanza dalla pista per elicotteri davanti alla cantina ad Erbusco, a toccare con mano, ad ammirare il terroir dove era nato quel vino speciale.

MaurizioZanellaCdb

Un Franciacorta frutto della perizia tecnica di quello che oggi, insieme a Mattia Vezzola proprietario della Costaripa di Moniga sul Garda, è il più grande chef de cave della Franciacorta, Stefano Capelli, e dell’ambiziosa tenacia del deus ex machina di Cà del Bosco, che nonostante i propri molteplici impegni internazionali, dove va “in giro a cercare di vendere a trenta dollari. A dire “questa bottiglia è italiana e costa come Moët & Chandon”, e gli impegni istituzionali come presidente del Consorzio della zona spumantica bresciana, riesce a dedicare ancora tanto tempo ed energie alla sua creatura.

StefanoCapelli

E produrre vini – Cuvée Prestige a parte, di cui rispetto le logiche commerciali ma non mi fa impazzire di certo e non sceglierei mai al ristorante stellato o in un wine bar per fare la figura di quello che sa scegliere il brand ed il prodotto à la page, cult e modaiolo – che reputo, l’ho scritto tante volte in trentun anni che bazzico questa cantina e pensavo di conoscere bene il suo “Maradona”, straordinari esempi di genialità e inventività enoica italiana ed europea, prima che franciacortina.

Bando alle digressioni personali, e ai ricordi (e ai rimpianti) che lasciano il tempo che trovano e non fregano più di tanto alla gente: cos’ha di tanto speciale questo Vintage Collection Dosage Zéro Noir che Cà del Bosco ha iniziato a commercializzare a fine 2014 con un’infilata di tre millesimi, 2005, 2004 e 2001?
CàdelBosco-logo

Direi innanzitutto l’essere nata in un posto speciale, quel vigneto Belvedere dove tanti anni fa si fecero sperimentazioni viticole con un’uva bianca locale, l’Erbamatt, vigneto che fu origine di un bianco stranissimo ma niente male come l’Elfo (prodotto se ricordo bene in 4 versioni diverse, con presenza o meno di Sauvignon), un vigneto i cui suoli hanno un’origine geologica tutta particolare, perché solo una parte della tenuta, quella situata a nord est, “fu toccata dal ghiacciaio. Al suo ritiro, i connotati di questo suolo subirono un cambiamento profondo che ne determino una nuova tipicità. Su questo versante, infatti, rimasero i detriti rilasciati dai ghiacci: sassi tondeggianti divenuti caratteristici di questo territorio”. E questa situazione geologica si concretizza in un suolo morenico, adatto al conseguimento di maturazioni più spinte e un suolo autoctono, più profondo e a matrice argillosa, favorevole alla conservazione dell’acidità e allo sviluppo di aromi più fini e floreali”.

Su questo terreno speciale, 4,5 ettari di vigna, nel 1991 furono messi a dimora Chardonnay e Pinot nero e da quest’uva croce e delizia, da cloni poco produttivi, nasce il Blanc de Noir denominato Dosage Zéro Noir, da uve situate nella parte di vigna meglio esposta a sud e riparata dai venti freddi e dotata del migliore potenziale di maturazione. Oggi la conduzione di questo vigneto segue il protocollo biologico.

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E poi la specialità di questo Blanc de Noir denominato Dosage Zéro Noir a parte le modalità di lavoro in cantina e di affinamento – sul sito Internet aziendale vi potete leggere la minuziosa scheda tecnica – è dato dalla lunghissima permanenza sui lieviti delle tre annate commercializzate (ad un prezzo quasi da mutuo, ma credo che siano soldi, tanti, ben spesi, molto di più dei 4,25 euro o dei 6,90 richiesti per taluni Franciacorta “da battaglia dei poveri”), che sono 8 anni e 6 mesi per il 2005, 9 anni e sei mesi per il 2004, 12 anni e sei mesi per il 2001. Il duo Capelli-Zanella ritiene che “per raggiungere la sua massima espressione qualitativa e sviluppare il caratteristico profilo aromatico al Dosage Zéro Noir servono almeno 8 anni di affinamento. Un Franciacorta nobilitato dalla classificazione “Riserva” “.

E inoltre “per conferire più longevità a questo Franciacorta, ed evitare shock ossidativi e aggiunte di solfiti, il dégorgement avviene in assenza di ossigeno, utilizzando un sistema unico al mondo, ideato e brevettato da Ca’ del Bosco. Questa tecnica rende i nostri Franciacorta più puri e più gradevoli. Affinchè questo “blanc de noir” possa esprimersi con grande personalità e trasmettere la tipicità del terroir da cui è nato, abbiamo scelto di non aggiungere alcuna liqueur alla sboccatura, quindi di non dosare il vino. Ogni bottiglia confezionata viene marcata in modo univoco, per garantirne la tracciabilità”.
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E così un sabato sera, il 23, di fine maggio, la mia Musa ed io abbiamo deciso di non bere il solito Champagne, che pure tanto ci piace e quando ne stappiamo una bottiglia non succede mai e poi mai che ne resti qualche goccia in bottiglia.., ma di sacrificare l’esemplare n°53 (il lotto lo potete vedere nella foto della retroetichetta) del più giovane del trio di Dosage Zéro Noir (il 2004 l’avevamo già “seccato” un paio di mesi fa in compagnia della giovane e bella redattrice del Cucchiaio d’argento e del suo compagno), il 2005.

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Questo dopo aver testato, molto positivamente, e aver apprezzato alla grande un altro Franciacorta, un Brut Nature 2011 con sboccatura gennaio 2015, di cui vi parlerò – poiché sono “nemico della Franciacorta” o un traditore, come mi definisce qualche pirla o terrei atteggiamenti “da banderuola che va dove tira il vento” come sostiene qualcuno un po’ in confusione – nel corso della settimana.

Sarebbe lunghissimo, intrecciando le note di degustazione Sue e le mie, redatte in silenzio autonomamente e poi messe a confronto, salvo scoprire che avevamo avuto grossomodo le stesse impressioni, salvo l’essere andata Lei, come sempre accade, più in profondità e con intuizioni geniali, anche relative agli abbinamenti a tavola, raccontarvi questo capolavoro, ché tale lo è, di progettazione e realizzazione.

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Un Franciacorta complesso, dialettico, ricco di sfumature e un po’ concettoso (ritratto perfetto del suo creatore), che ti conquista più intellettualmente che “di pancia” o di cuore, che ammiri come un’opera d’arte mirabile, come un manufatto di alta ingegneria enoica, come un modo ben riuscito di tradurre in vino le ambizioni e le visioni di chi l’ha progettato e realizzato, tessera del mosaico dopo tessera.

Non si può del resto non rimanere ammirati, come lo siamo rimasti noi, dal colore paglierino dorato brillante e dallo spettacolo vivacissimo, scoppiettante, del perlage finissimo, di energia incontenibile nel bicchiere, danzante e saltellante, una meraviglia già di per sé.

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Ed è impossibile non rimanere soggiogati dal monumento di complessità e ricchezza di sfumature, le più incredibili, del bouquet, pardon, tavolozza aromatica, che non appena versato questo Franciacorta riserva 2005 scatena, unendo profondità a freschezza, salinità ad aromi quasi tropicali. Lamponi e ciliegia in evidenza, e poi tanta frutta tostata, mandorle e noci brasiliane, e ancora cioccolato bianco, frutta esotica, mango, ananas, cocco, quindi pompelmo e cedro, e un qualcosa che progressivamente si svela e che appare più che caffè sotto la specie dell’italianissimo cappuccino e della mou. Insieme ad un filo di créme brulée, pan brioche, burro e crema pasticcera, a comporre un insieme largo, pieno, spallatissimo, eppure fresco.

L’attacco in bocca conferma questo impianto importante, un gusto largo, succoso, avvolgente, di grande stoffa, con una bolla croccantissima eppur setosa, ciliegie e lamponi stratiformi, una vena di mandorla e poi un qualcosa che solo inizialmente potresti scambiare per una presenza di legno (ma Capelli sa lavorare e non fa, a differenza di altri chef de cave o aspiranti tali, vini legnosi, stucchevoli, gnucchi, pesanti…), ma che si rivela essere invece il bastoncino di liquirizia, non quella nera, ma il bastoncino legnoso.

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Il retrogusto è lunghissimo, richiama ancora melone e pesca noce, con una profondità, una persistenza, una larghezza, una tessitura da grandissimo vino. Anzi un grandissimo Franciacorta, che non ha bisogno di confronti e paragoni con vini, grandissimi e diversissimi, di altre zone dalle quali anche Cà del Bosco ed i suoi responsabili hanno imparato tutto. Terre e terroir unici che bisognerebbe rispettare, senza chiamarle inutilmente in causa, senza tirarle, come fa qualcuno in Franciacorta, per la giacchetta, con atteggiamento piuttosto provinciale, che dimostra una certa insicurezza.

Quanto agli abbinamenti, lascio la parola a Lei, che pure è autrice di larga parte delle notazioni organolettiche che vi ho proposto, perché di “bollicine” ne sa più di me. E ne sa davvero tanto. Anche se ci sono personaggi, e peggio per la loro dabbenaggine boriosa, che non l’hanno capito… Che non ci sono arrivati a capirlo… O non hanno voluto.

Eleganza

Lei vede bene questo Franciacorta Riserva Dosage Zéro Noir 2005, molto progettuale e molto intellettuale, su preparazioni di pesce in umido, su tonno rosso, ma anche su vitello tonnato, preparazioni a base di carni bianche come coniglio, faraona, tacchino, su una paella con coniglio e granchi, su un salame ben stagionato (come quelli che producono nella loro azienda agricola i Bariselli di Le Solive) e Parmigiano Reggiano di 36 e più mesi di stagionatura.

Ma la morte sua, Lei dice, e come non crederle?, è una scaloppa di foie gras, ad un foie gras preparato alla grande, come sanno fare in certi ristoranti in giro per l’Europa, e di fronte alla quale, come dinnanzi ad una bella quantità di caviale Beluga, lei sorride ingenua e torna felice e leggera come una bambina…

Believeinmiracles

Perché un grande vino riesce a fare anche questi miracoli…

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Franciacorta e Polonia una storia d’amore possibile: basterebbe volerlo…

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Splendido incontro tra chi produce vino e chi lo distribuisce in un Paese non tanto lontano

Merita segnalazione su Lemillebolleblog, che tanto spazio ha dedicato e dedicherà ancora in futuro alla Franciacorta e ai suoi vini, alla zona vinicola spumantistica bresciana, alle sue tante luci, ma anche a qualche sua contraddizione e problematica, la splendida visita fatta ieri del team dell’importatore polacco Kondrat Wina Wybrane che importa nella terra di Chopin fior fior di aziende italiane di qualità (cito Cavallotto nelle Langhe e Duca Carlo Guarini in Salento su tutte), alla storica azienda franciacortina Fratelli Berlucchi di Borgognato di Cortefranca in Franciacorta, guidata con il consueto polso fermo e con la sua proverbiale signorile eleganza dalla più grande Donna del vino Italiano, Pia Donata Berlucchi, e della sua bravissima figlia Tilli Rizzo, degna erede di cotanta madre.

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Il team di sette collaboratori di questo che in Polonia è considerato come uno degli importatori principali é stato guidato da Marcin Witek, stretto collaboratore e responsabile della parte acquisti e selezione dei vini dell’attore teatrale e cinematografico Marek Kondrat, che ha creato la sua wine company anni fa spinto da un’autentica passione per il mondo del vino. Marcin Witek che ho avuto il piacere di invitare a far parte della giuria internazionale dell’edizione 2013 di Radici del Sud.

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Ispiratrice di questo incontro esemplare tra chi produce vino e chi lo importa, commercializza, distribuisce e fa conoscere in un Paese estero, nella fattispecie la terra d’origine di Karol Wojtyla, uno dei più grandi Papi della Storia millenaria della Chiesa, un uomo portatore dei valori sacri della libertà e della democrazia e portabandiera della lotta contro la tirannide comunista, è stata la broker Elisabeth Babinska Poletti, che per prima ha introdotto bollicine della zona vinicola bresciana nel suo Paese (ed i vini del Garda bresciano) e nel novembre 2011, nel corso di un fantastico evento organizzato dalla principale rivista del vino polacca, Magazyn Wino, evento da lei fortemente voluto, che vide la partecipazione di qualcosa come 16 aziende franciacortine, venne premiata come Ambasciatrice del Franciacorta e del vino italiano di qualità in Polonia.

Elzbieta

L’incontro di lavoro di ieri, che ha compreso una lunga visita in cantine e a parte dei vigneti e la degustazione degli esemplari Franciacorta Docg della rinnovata serie Freccianera, ed uno squisito momento conviviale, che tutti gli ospiti hanno onorato festosamente, toccando con mano come un buon Franciacorta si abbini facilmente ai cibi, da un ottimo salame e un grana ben stagionato a ravioli burro e salvia, verdure fritte impanate, involtini con scampi e pancetta, ecc. ecc., è sicuramente servito a rafforzare il rapporto di collaborazione, già saldo, tra l’azienda franciacortina ed il proprio importatore.

FreccianeraFratelliBerllucchi
Rapporto in essere in una terra dove la conoscenza ed il consumo del vino sono in grande crescita, l’economia è sana, e incontro caloroso e festoso che ha rinsaldato i rapporti umani tra un personaggio simbolo come Pia Donata Berlucchi, oggi vice presidente dell’Onav dopo essere stata impareggiabile Presidente dell’Associazione delle Donne del vino, ed i propri referenti commerciali in un Paese di grande cultura e civiltà. Dove il vino è sempre più visto come un fenomeno di cultura, come espressione delle tradizioni di un popolo e strumento di dialogo tra lingue e culture diverse.

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Un bellissimo incontro cui ho avuto il privilegio, come amico della famiglia Berlucchi, di Elisabeth Poletti e di Marcin Witek, e come piccolo conoscitore delle vicende franciacortine, di prendere parte. Questa la Franciacorta che mi piace, questo il modo di fare business, ma con classe ed eleganza, che vorrei si diffondesse di più in questa splendida zona vinicola lombarda, questo un modo vitale e pratico di rendere omaggio alla Franciacorta e ai suoi tanti valori e contribuire a quella mission di espansione dell’export sui vari mercati che è stata giudicata una priorità assoluta dal Presidente in carica del Consorzio Franciacorta (che prese parte all’evento di Varsavia del 2011) e dal suo Cda, rinnovato sino alla fine del Grande Evento dell’Expo 2015.
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Finalmente!!!!! Il Franciacorta wine bar taglia il nastro ad Expo

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Un evento imperdibile per gli amanti dell’eno-glamour

Agli amanti del genere eventi mondani, con prevedibile presenza di vippume vario, starlettes tv, modelle, politici in cerca di notorietà, ricchi premi e cotillon, segnalo che domani, giovedì 21 maggio alle 18, presso la prestigiosissima, imperdibile sciccosa cornice di Expo, il luogo che ogni italiano degno di questo nome non può mancare di visitare – l’ha detto il nostro autorevolissimo Premier, vorrete mica smentirlo? – avrà luogo un attesissimo Evento.

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Alla presenza del rinnovato Presidentissimo del Consorzio Franciacorta, il dottor Maurizio Zanella, ovvero l’uomo che più di ogni altro all’interno del Consorzio bresciano ha voluto la costosissima – “un contributo cash di 380.000 euro e 80.000 euro in vino” – e assolutamente non discussa partnership Franciacorta official sparkling wine con Expo 2015 (di recente è stato “approvato il bilancio 2014 e 2015, del quale il budget straordinario relativo a Expo 2015 è di 1.530.000 euro”), ci sarà, probabilmente con forbici d’oro, il taglio del nastro del Wine Bar Franciacorta.

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Un Wine Bar dove, è bene precisarlo perché non ci siano equivoci, non saranno serviti, nonostante confronti improbabili più volte provincialmente fatti con questo capolavoro francese, Champagne, e nemmeno il Trento Doc di una nota casa trentina, “scelto dal Padiglione Italia quale brindisi dei momenti ufficiali della rappresentanza del nostro Paese a Expo Milano 2015” e nemmeno il Conegliano Valdobbiadene Docg. Ma come, il Franciacorta non doveva essere il solo “official sparkling wine dell’Expo”? e il 26 gennaio nella conferenza stampa alla presenza del Ministro Martina, e del sottoscritto, “il Commissario Expo, Giuseppe Sala non aveva affermato che “non ci saranno più gare per altri vini”?).

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Il tutto si terrà, presso il Decumano 67 H16, alla presenza dell’Assessore al Commercio turismo e terziario della Regione Lombardia, Parolini.

Il sottoscritto avrebbe voluto, infrangendo una promessa, ovvero quella di tenermi lontano dai ludi di regime di Expo, essere presente all’Evento, perché semel in anno un po’ di paillettes e di prestige non fanno poi così male.

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Ma poiché l’invito a partecipare mi è stato inoltrato solo nel pomeriggio di martedì 19 dal mega ufficio stampa milanese consortile e la registrazione per i media, come potete leggere qui, è severa e prevede che “La registrazione dovrà essere completata con almeno 48 ore di anticipo rispetto all’arrivo, per consentire i regolari controlli di sicurezza”, mi sarà materialmente impossibile partecipare. A meno che io scelga di finanziare in qualche modo il governo Renzi acquistando il biglietto o spacciandomi per under 30 mi iscriva al PD per avere un biglietto scontato.

Poiché queste eventualità non appartengono per fortuna ai miei orizzonti mentali, non potrò partecipare al taglio del nastro, ma farò qualcosa di ugualmente utile, forse più utile, per le sorti della zona vinicola bresciana che nel cor mi sta. Domani sarò in Franciacorta, in visita ad un produttore serio che conosco da molti anni e accompagnerò l’importatore dei Franciacorta di questa azienda in un Paese estero serio e meritevole di rispetto, importatore che sarà in visita a questo produttore.
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Non sarà forse un modo concreto e utile il mio di rendere omaggio alla Franciacorta e contribuire alla sua mission di espansione dell’export sui vari mercati che è stata giudicata una priorità assoluta? Il Presidente in carica ed il suo Cda non dovrebbero forse ringraziarmi per questo servizio loro gratuitamente offerto?

Ziliani-Baroloboys

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Extra Brut Kaskal Rivetto: il Nebbione esce dalle nebbie e si manifesta

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Nebbiolo
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
4.5


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Un bel metodo classico base Nebbiolo prodotto da un barolista in gamba

Le mie perplessità sulla confusione che sembra regnare nell’universo delle bollicine piemontesi non si può dire che le abbia nascoste in questo articolo di ieri, che sicuramente avrà fatto esclamare a qualche buontempone: “ma che banderuola Ziliani, ora si è messo a lavorare per l’Alta Langa Docg?”.

Ovviamente questo non corrisponde al vero, perché anche i boriosi o le persone in malafede – ce ne sono, eccome se ce ne sono… – sanno che il mio cuore, bollicinosamente parlando, batte per la Champagne in primis e per la Franciacorta (nonostante alcuni…), e che la mia difesa delle ragioni dell’Alta Langa Docg sono esclusivamente oggettive. E non legate ad un particolare affetto, visto e considerato che nel team Alta Langa c’è un’azienda storica che una volta amavo e che ora ho in gran dispitto se penso al personaggio privo di scrupoli che ci ha messo le mani sopra…

FarinettiOscar.BerlusconiSilvio

Nel pezzo di ieri accennavo ad una particolare modalità di espressione della produzione di metodo classico piemontesi in regime di Nebbiolo in purezza (così almeno ci viene dichiarato), ovvero al progetto Nebbione, recentemente presentato alla stampa, figlio di un’intuizione del bravo enologo Sergio Molino, bravo nonostante viva in quel di La Morra (dove vi consiglio caldamente una visita all’esemplare Cantina Comunale e all’ottimo macellaio Alessandro Garello)…, e per essere più precisi il progetto Nebbione metodo classico Extra Brut, ovvero “vino spumante bianco e rosato ottenuto con il metodo della rifermentazione in bottiglia” ovvero “vitigno di origine: Nebbiolo 100%, solo la punta sana dei grappoli”, e ancora “prolungato contatto con i lieviti (minimo 40 mesi), sboccatura con limitato dosaggio (max 3 g/l), solo tipologia extra brut”.

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Il progetto ha visto sinora l’adesione di sei aziende, ovvero Cascina Ballarin e Cantina Reverdito di La Morra, Franco Conterno Cascina Sciulun di Monforte d’Alba, Rivetto di Sinio, Travaglini di Gattinara e la Cooperativa La Kiuva di Arnad in Valle d’Aosta. E altre due aziende sono in procinto di aderire. Si tratta di un’idea nata all’inizio del 2010 e vuole rappresentare un concetto innovativo di produzione di metodo classico basati sul Nebbiolo.

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Molino è partito dall’evidenza che eliminando la parte apicale del grappolo di Nebbiolo, quella che presenta caratteristiche più simili a quelle di un vino bianco che di un rosso, quella più ricca di acidità, con un più basso contenuto di zuccheri e maggiori aromi minerali, si ottengono migliori vini base Nebbiolo, nella fattispecie migliori Barolo e Gattinara Docg.

Ma l’eliminazione di questa sommità del grappolo costituisce in qualche modo una forma di spreco e pertanto si vorrebbe ovviare a questo spreco di uva riutilizzando e valorizzando questa parte di Nebbiolo. Questo ha portato ad un gruppo di lavoro formato da sei aziende con le quali abitualmente Sergio Molino collabora e ad un progetto di metodo classico molto ambizioso, esclusivamente tipologia Extra Brut, con lungo affinamento, almeno 40 mesi, sui lieviti.

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I primi vini che sono stati ottenuti non sono ancora tutti sul mercato, dove esordiranno ufficialmente, con tanto di presentazione in pompa magna, dall’ottobre 2015, ma alcuni colleghi che li hanno assaggiati la scorsa settimana, cito uno su tutti, Pierluigi Gorgoni (nella foto sopra), del cui palato e della cui integrità morale e intellettuale mi fido ciecamente, me ne hanno parlato, in particolare del Nebolé di Travaglini ottenuto a Gattinara su terreni rocciosi con presenza di granito, porfido, ferro, fortemente acidi esposti a sud, (la produzione dell’annata 2010 è di 2200 bottiglie) benissimo.

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Cosa ha fatto allora il vostro cronista? Giovedì pomeriggio, prima di fare un salto da Davide Rosso per assaggiare un Barolo da mille e una notte, la sua prima interpretazione, vendemmia 2011, del mitico cru Vigna Rionda, la porzione già proprietà Canale, ho deciso di salire fino a Sinio, poco oltre Serralunga d’Alba, insieme al mio amico, prima che collega, polacco Marek Bieńczyk (nella foto qui sopra con Rivetto) romanziere, saggista, traduttore in polacco di Kundera, Barthes, Cioran, nonché raffinato conoscitore di vini, cui si avvicina con la sensibilità di un raffinato intellettuale e filosofo, prima che ispirato wine writer. E a Sinio abbiamo puntato decisi sulla cantina di quel simpatico “matto” di un Enrico Rivetto, il cui ottimo Langhe Nascetta avevo scoperto, quattro anni fa, nientemeno che in quel di Varsavia

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Enrico lavora sempre benissimo, la Nascetta è sempre all’altezza, complessa e minerale, ricca di nerbo, ed i suoi Barolo, il Leon riserva e soprattutto la Briccolina, figlia di una macerazione lunga che protrae sino a 45 mesi (ehi Barolo boys, andate a scopare il mare con le vostre allucinanti idee di macerazioni “sveltina” e con le vostre ridicole balle cinematografiche!) sono esemplari, e soprattutto la Briccolina 2010 mi ha entusiasmato con la sua cremosità succosa, con i tannini soffici, la finezza, l’eleganza suprema da stile classico e tradizionale (no barrique, no Berlusconi!), ed il suo Nebbione ha confermato che lui, e suo padre Sergio (gran personaggio), tra vigna e cantina si destreggiano bene.

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 Il suo metodo classico base Nebbiolo l’Enrico, che parla, beato lui, il polacco (io sono fermo a poche parole basilari tipo kocham cie e moje kochanie…) l’ha chiamato Kaskal, che significa viaggio in antico sumero e l’ha ottenuto da uve Nebbiolo che arrivano da vigne come San Bernardo e Briccolina, da terreni di tipo elveziano, argilloso-calcareo (marne blu) con reazione sub-alcalina, e l’ha fatto, come da disciplinare del Nebbione, affinare oltre 40 mesi, l’ha voluto Extra Brut, anzi Dosaggio zero, l’ha dégorgiato nel gennaio 2014 e ne ha prodotte 1200 bottiglie.

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Del prezzo non parliamone, per ora, perché il progetto Nebbione se ha un punto debole è la parte commerciale, perché i prezzi ai quali penserebbero di vendere (che conosco e taccio volutamente, sia quelli ai ristoratori sia di vendita in cantina) sono fuori di testa. Più alti di quelli di un valido Franciacorta (ce ne sono tanti, perbacco!) e di larga parte degli Alta Langa Docg

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Costi, un po’ eccessivi, a parte, il Kaskal di Rivetto mi è piaciuto, mi ha dimostrato carattere, personalità, piacevolezza, freschezza ed equilibrio, nerbo acido al punto giusto, mineralità e sale, profumi che evocano agrumi, crosta di pane, mandorle, fiori bianchi, una bella sapidità, ed un gusto ben secco, vigoroso, nervoso, ricco di energia, una bolla di buona croccantezza, bella coerenza tra naso e bocca, un piglio dinamico e verticale, una capacità di farsi bere notevole.

Porcaccia la miseria Enrico, non potevi farmelo scoprire prima il tuo Nebbione Kaskal, così che magari isponendone di una buta mercoledì scorso l’avrei potuto portare a cena dal tuo collega Fabio Alessandria ed evitare la figura da ciula che ho involontariamente fatto, proponendo agli amici un Franciacorta presunta “cuvée de prestige” della serie, malinconica, “vorrei ma non posso”, lo stappo e non riuscirei a berlo manco morissi di sete?

Ziliani-Boatti

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Occhio amici piemontesi: lo “spumante” non è un semplice vino bianco con le bollicine!

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A proposito della sparkling-mania nelle terre del Nebbiolo

E’ proprio vero che s’impara sempre qualcosa quando si viene nelle Langhe. Non solo un’ovvietà lapalissiana, ovvero che il Barolo quando è in piena forma, quando si esprime nelle grandi annate e nei crus giusti, è il più grande vino del mondo e non ci sono discussioni.

Ma si può scoprire venendo in Langa, come è capitato a me la sera di domenica 10, all’aperitivo di benvenuto di Nebbiolo Prima, ovvero l’anteprima delle nuove annate di Roero, Barbaresco e Barolo, una cinque giorni nel corso della quale abbiamo degustato qualcosa come 480 vini (e sono ancora vivo!), aperitivo che si è svolto in un posto spettacoloso come il Castello di Guarene, che in Piemonte quella del metodo classico è diventata una moda. Che le bollicine, con la tecnica della rifermentazione in bottiglia, si sono messi a produrle una quantità di produttori impensabile. E che alcune bottiglie sono buone, molto buone, altre fanno leggermente pena, perché produrre metodo classico non è come produrre un vino qualsiasi (o un prosechin…), ma ha bisogno di un serio lavoro progettuale, in vigna ed in cantina. E di una testa, di una mentalità da metodo classico.

LangaBarolo

A Guarene ho scoperto che oltre ai 15 produttori della denominazione ufficiale e seria del metodo classico piemontese, ovvero l’Alta Langa Docg, metodoclassicisti si sono inventati un po’ tutti. Utilizzando per la produzione delle loro “bulles” non solo le uve canoniche degli “champenois”, ovvero Chardonnay e Pinot nero, bensì Arneis – voglio a questo proposito citare un’esemplare riserva 2008 dello storico produttore roerino Angelo Negro con sboccatura 2014 – e ogni genere di variazioni sul tema: Nebbiolo in purezza, Pinot nero in purezza, Pinot nero e Nebbiolo, ecc. ecc.

Tutto questo può apparire divertente e simpatico dal punto di vista del consumatore, che si trova così di fronte ad un panorama bollicinaro piemunteis vivacissimo e articolato, all’interno del quale troviamo produttori del Roero, dell’area del Barbaresco e dell’area (sacra) del Barolo, o produttori astigiani, o di zone che per poco non fanno parte della zona di produzione del Barbaresco come l’ottimo Valter Bera di Neviglie, autore di un Alta Langa esemplare e paradigmatico, nonché di un Langhe Nebbiolo, l’Alladio, superiore a tanti Barbaresco Docg. Ma dal punto di vista normativo e della chiarezza della comunicazione siamo di fronte ad un bel “rebelot”, come si dice a Milano.

macedonia

A rendere più variopinta questa macedonia mista o insalata russa (scegliete quale, a vostro gusto) dove il consumatore deve muoversi con cautela e discernere attentamente tra il grano ed il loglio, tra il vero ed il fasullo, qualche giorno dopo la serata di gala al Castello di Guarene il vostro osservatore e cronista di cose bollicinose si è trovato di fronte ad un’altra sorpresa. Parlo della presentazione, svoltasi mercoledì sera, cui ero invitato, ma alla quale non ho potuto partecipare impegnato com’ero a bere Barolo fiammeggianti e a scoprire che ci sono Franciacorta che si atteggiano a “strafighe”, ma che alla prova del nove sembrano solo patetiche patetiche carampane rugose che si credono giovani e irresistibili, di un nuovo progetto.
Progetto del quale per ora accenno solo brevemente, rimandandovi a domani per il suo racconto e la descrizione di uno dei vini nei quali l’idea si è concretizzata, che si chiama Nebbione metodo classico Extra Brut, ovvero “vino spumante bianco e rosato ottenuto con il metodo della rifermentazione in bottiglia” ovvero “vitigno di origine: Nebbiolo 100%, solo la punta sana dei grappoli”, e ancora “prolungato contatto con i lieviti (minimo 40 mesi), sboccatura con limitato dosaggio (max 3 g/l), solo tipologia extra brut”.

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Ma cosa diavolo succede dunque? Per capire meglio cosa succede ho fatto qualche telefonata a persone informate dei fatti, ovviamente il nome dei miei interlocutori non lo rivelerò nemmeno se mi minacciassero di tortura, ovvero costringermi a bere tre bottiglie di Prosecco, e ho capito alcune cose.

E ho scoperto, che qualcuno fa il furbo, qualcuno non la racconta giusta, qualcuno prende scorciatoie dolciastre o dolcettose, altri non ti raccontano la pura verità, e tanti, ma non lo ammetteranno mai, si danno alle bollicine, anzi allo “spumante” come lo chiamano senza pudore, non perché folgorati sulla via di Dom Pérignon, ma solo perché lo “spumante” è di moda, o percepito come tale, perché dicono si venda più facilmente, perché consentirebbe margini di guadagno teoricamente maggiori. E taluni scoprono le doti del Nebbiolo da spumantizzare perché hanno uve Nebbiolo in eccesso e dei loro pregiati vini Doc e Docg nebbioleschi, invenduti, ne hanno piene le cantine.

Ho scoperto, ad esempio, che non corrisponde al vero il fatto che diversi produttori si trovino costretti a produrre “spumanti” generici e non Alta Langa perché il disciplinare dell’Alta Langa è fermo, inamovibile, bloccato come un compartimento stagno e non prevede o sembra prevedere la possibilità di produrre e qualificare come Alta Langa vini prodotti utilizzando Nebbiolo. Il disciplinare dell’Alta Langa in realtà prevede l’utilizzo per una quota minima del 90% di Pinot Nero e Chardonnay, ma già contempla, anche se non lo si squilla ai quattro venti, una quota minoritaria di Nebbiolo fino al 10%.

AltaLanga

Non è vero che quello dell’Alta Langa Docg sia un disciplinare bloccato in eterno, che la denominazione non intende crescere, che è refrattaria alle ragioni (ed emozioni) del Nebbiolo. Innanzitutto l’iter per cambiare un disciplinare oggi è lunghissimo e prevede un paio d’anni minimo e quindi una variazione di disciplinare con maggiore apertura al Nebbiolo potrebbe già essere stata avviata, e inoltre per cambiare un disciplinare e renderlo più “filo-Nebbiolo” occorrerebbe dimostrare scientificamente e storicamente che la modifica ha ragione d’essere, che l’Alta Langa Docg ha davvero bisogno di una variazione, che il Nebbiolo, che pure è un’uva miracolosa, sia davvero un elemento migliorativo in un metodo classico basato su Pinot nero e Chardonnay. Insomma, bisogna capire se il Nebbiolo dia davvero qualità intrinseche ad un metodo classico e se quella del Nebbiolo sia davvero la strada maestra.

Con il Nebbiolo, alcuni casi lo dimostrano, si possono ottenere dei validi metodo classico, ma da chi fa Nebbiolo “spumante” bisogna pretendere che l’uva sia di qualità rigorosa, che la vigna sia davvero nata per fare “spumante”, perché a farlo con i diradamenti del Nebbiolo non si va lontano e la qualità, lo si sa bene, non è mai il risultato di una seconda scelta di uve. Domanda: quanti sono oggi i vigneti di Nebbiolo progettati per fare espressamente “spumante”? Mi pare siano ben pochi. O forse nessuno…

Kaskal

Scegliendo invece di lavorare nell’ambito dell’Alta Langa Docg, senza pretendere che l’attuale 10% di Nebbiolo implicitamente consentito diventi un 90%, si possono ottenere ottimi risultati. L’Alta Langa Docg mi risulta aver fatto da alcuni mesi programmi e azioni concrete per il proprio futuro ed è indubbiamente una denominazione non bloccata ma open (il Consorzio ha la piena volontà di mettere in piedi una sperimentazione seria sull’utilizzo del Nebbiolo e al Consorzio di tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani lo sanno bene…) con una crescita potenziale e reale interessante, con una propria vitalità. Dimostrata dal fatto, non secondario, che il Consorzio dell’Alta Langa Docg ha lottato con la Regione Piemonte per ottenere l’autorizzazione ad impiantare nuovi vigneti e rendere possibile la nascita di nuovi produttori e aumentare una massa critica che attualmente non è grandissima.

vignetiAltaLanga

Oggi Alta Langa Docg significa 15 aziende, 600 mila bottiglie prodotte, 110 ettari in produzione, 25-30 ettari di nuovi impianti che entreranno a breve in produzione, una richiesta, accolta dalla Regione Piemonte, di aumentare gli ettari vitati, ottenendo il permesso di piantare altri 90 ettari di vigna, cioè 30 ettari all’anno per tre anni. Tra qualche anno gli ettari vitati saranno 200, ed il bando che si è concluso da pochissimi giorni per sfruttare i nuovi diritti d’impianto, ha ricevuto domande che da sole coprono la disponibilità per l’intero triennio, suscitando un enorme interesse trasversale, di piccole aziende, grandi nomi dell’enologia albese, “rinoceronti” e piccoli viticoltori.

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Quale conclusione trarre da questo confuso, intrecciato e diversificato improvviso interesse per le “bollicine” da parte del mondo vinicolo piemontese e langhetto? Io direi che se ne possono trarre almeno tre: che devono stare alla larga dall’Alta Langa Docg tutti quelli che non credono nel progetto o non l’hanno capito. Che a quelli che si tengono volutamente e e orgogliosamente lontani dalla Docg del metodo classico piemontese, manco fosse una cosa orribile o pericolosa, bisognerebbe dire “mettetevi anche voi a fare Alta Langa e non sprecate energie nel produrre qualcosa che non c’è e non ostinatevi a cambiare una denominazione che ha raggiunto una sua faticosa identità”.

Raù

E poi bisognerebbe ricordare quello che diceva in una sua celebre poesia Eduardo De Filippo: “o ’rrraù non è carne c’ ’a pummarola, ovvero che uno spumante metodo classico piemontese non si ottiene mischiando vini bianchi e rossi, e non è una sorta di carne con la semplice aggiunta di pomodoro.

E soprattutto, ad uso e consumo soprattutto dei più distratti (o dei più furbi?), ho avuto la conferma che un metodo classico è tutt’altra cosa che un semplice “vino bianco con le bollicine”. La Champagne, e nel suo piccolo anche la Franciacorta, insegnano…

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In vino veritas, tanto più a Barolo e dintorni

EleganzaArmani
E dei vini presunti grandi le bottiglie restano semi piene… 

Lo sanno anche coloro che non frequentano mai, e forse ciò giova alla loro salute mentale, i miei blog, che la Langa del Barolo è la terra del vino al mondo che più amo, dove ogni volta che vi faccio ritorno, e sono ormai 32 anni dalla prima visita, fatta al mitico “cunt” Paolo Cordero di Montezemolo all’ombra del cedro del Libano dell’Annunziata d’la Mura, il mio cuore subisce un soprassalto emotivo unico e imparagonabile a quello che mi danno altre zone vinicole che pur amo profondamente. Parlo della Champagne, della Vallée d’Aoste, della Bourgogne, dell’Alto Adige – Süd Tirol, del Salento, della Toscana di Montalcino e, del Cirotano in Calabria e, me ne stavo dimenticando, della Franciacorta.

LangaBarolo

Tornare in Langa e soprattutto aggirarmi, come ho fatto per sei lunghi, intensissimi, meravigliosi giorni, tra Alba e Verduno, tra Barolo, Castiglione Falletto, Monforte d’Alba e Serralunga d’Alba, tra Treiso e Barbaresco, spingendomi sino a Vergne e La Morra, godendo lo splendore della conca d’oro vitata di Novello (bella nonostante vi abbia abitazione un personaggio che disprezzo), è stato vivificante e mi ha offerto mille occasioni di riflessione. E di post che vi “sbolognerò”, preparatevi, sui due blog.

Quando vengo in Langa ci sono visite ad alcuni produttori che sono di prammatica, perché prima che produttori sono veri amici, di quelli che non tradiscono, che non ti tirano coltellate alle spalle, che non ti raccontano ridicole balle spaziali pensando che tu sia tanto pirla da bertele, e una di queste è sempre dall’amico, da quanti anni?, Fabio Alessandria, anni 41 beato lui, ma purtroppo gobbo malefico, ovvero rubentino.
VerdunoPelaverga

Fabio Alessandria è oggi, con la presenza sempre vigile dei genitori ed il conforto della moglie, splendide persone, il pilastro di un’azienda di stile tradizionale come piace a me, ovvero la storica Comm. G.B. Burlotto, sita in quella Verduno sulla quale da anni cerco di attirare le attenzioni dei più attenti. Non solo perché è culla dell’intrigante e, dicono, afrodisiaco Pelaverga, ma perché facendo parte dell’area di produzione del Barolo ha al suo interno cru (o M.G.A.) di assoluta magnificenza, tipo Massara, Neirane, Pisapola, San Lorenzo, per non citare che il re, il Monvigliero. Cru da cui nascono Barolo di un’eleganza, di una suadenza aromatica, di una bellezza che mi fanno letteralmente andare in brodo di giuggiole.

Burlotto

Ma che c’azzecca il pur grandissimo Barolo, caro al cor di Ziliani, in un blog delle bollicine? C’entra eccome, perché quando vengo a trovare Fabio, che produce anche un rosato del mio privilegio, l’Elatis (purtroppo nel 2014 l’ha saltato), è antica consuetudine che dopo la degustazione dei suoi magnifici vini in cantina o nella cappelletta sconsacrata si vada a cena insieme e si beva una bella bottiglia di bollicine come si devono. Qualche volta sono bottiglie che porto io, altre volte le porta Fabio, oppure le scegliamo nella fornitissima carta del “ristorante di casa”, l’ottimo Falstaff che dista dalla cantina 500 metri e ancora meno dall’eccellente agriturismo La locanda dell’orso bevitore, gestito dalla sorella, architetto, di Fabio.

JuanchoMarek

Questa volta, in occasione della visita che avevo fissato da tempo per mercoledì sera, ignorando che fosse la serata della partita di ritorno (o la va o la spacca) di Champions League tra il Real Madrid ed una squadretta, come si chiama?, di Torino, specialista in scudetti rubati, sono tornato a Verduno non da solo, ma accompagnato da due colleghi e amici fraterni, lo spagnolo e madrileno Juancho Asenjo, uno al quale il mondo italiano, se non fosse spesso distratto e ingrato, dovrebbe elevare un monumento per quanto ha fatto per la diffusione della cultura del vino italiano di qualità in Spagna, ed il polacco, mio coetaneo, Marek Bieńczyk, romanziere, saggista, traduttore in polacco di Kundera, Barthes, Cioran, nonché raffinato conoscitore di vini, cui si avvicina con la sensibilità di un raffinato intellettuale e filosofo.

MarekBeppe

Bene, sapendo che questa volta avrei avuto questo parterre de rois di commensali, quale bottiglia di bollicine avevo portato da casa? Inizialmente avevo pensato ad uno Champagne, ma poi, un po’ per il mio sempiterno attaccamento ai colori del e della Franciacorta, un po’ perché avevo letto che qualcuno l’aveva definita, con molta fantasia, “la Champagne italiana”, un po’ ancora perché avevo appreso che in una degustazione – confronto non ufficiale ma ufficiosa o chissà come definirla, che si era tenuta, ovviamente all’insaputa del Consorzio Franciacorta e dei suoi responsabili, nel corso dell’ultimo Vinitaly, alcuni Franciacorta erano andati alla grandissima, ho pensato che Franciacorta dovesse essere.

Degustazioned'autore

E non un Franciacorta qualsiasi, ma una “cuvée de prestige”, una di quelle bottiglie che dovrebbero fare notizia, non per il suo prezzo da Circo Togni, più caro di un vino autenticamente spaziale come il fantasmagorico Brut Nature 2006 di Roederer (ne scriverò prestissimo), bensì per il suo valore intrinseco, perché, dicono, rappresenterebbe la tenace ricerca di una perfetta armonia.

Bene, non mi sono fatto mancare nulla, packaging flamboyant, annata importante, presentazione da vino leggendario, librettino di spiegazione plurilingue compreso russo e giapponese, e allora arrivati a tavola, prima che cominciassero le danze dei Barolo – io dalla cantina mi ero comunque portato una mezza bottiglia dell’amato Langhe Freisa per non rimanere in crisi di astinenza da tannini – abbiamo proceduto, o meglio l’ha fatto il patron del Falstaff, lui stesso incuriosito da tanto teorico splendore, dalla presenza nel suo locale di una bottiglia teoricamente da leggenda, all’apertura con tutti i crismi del “mega Franciacorta”.

Invinoveritas

Tappo perfetto, bicchieri ampi all’altezza della situazione, ma non appena abbiamo portato al naso i calici, sulla sala è calato un silenzio più gelido di un iceberg. Cosa stava succedendo? Niente di speciale, semplicemente che l’atteso capolavoro, che la cuvée de prestige de noantri lombardi, che l’ipotetico vanto della Franciacorta tutta, in grado di spezzare le reni a quei provinciali di francesi, si stava rivelando un vino muto. Un vino che non ci trasmetteva nulla (a me invece un furibondo giramento di palle…), se non il ritratto della sua sconfinata presunzione, del preteso volersi mostrare grande per rivelarsi però, alla prova dei fatti, piccolo, impotente, insomma un vorrei ma non posso bollicinaro.

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Materia nel bicchiere ce n’era, con quella cuvée composta per il 45% da Pinot nero (inutile precisarlo, di coltivazione e provenienza esclusivamente franciacortina, come da disciplinare, magari fosse arrivato, come è tassativamente, filosoficamente e deontologicamente proibito, dall’Oltrepò Pavese, dall’Alto Adige o, magari!, dalla Montagne de Reims), ma trattavasi di una materia inerte, pesante, che non riusciva a spiccare il volo, tanto il vino era ancorato al suolo da una quantità di legno, di vaniglia, da un dosaggio e da una liqueur, da un dichiarato tentativo di mostrare i muscoli, che gl’impediva letteralmente di avere e sciorinare quelle doti che spiccano in un metodo classico davvero grande, ovvero eleganza, croccantezza della bolla, verticalità, leggerezza e freschezza. Grasso era grasso, certo, ma della grassezza degli obesi, ai quali non chiederesti mai di cimentarsi in un leggiadro pas de deux, tanto risulterebbe prevedibilmente goffa la sua grottesca performance.

Thruth in the wine

Un Franciacorta che rivelava chiaramente come la fermentazione fosse stata effettuata parzialmente in botti di legno e con affinamento sui lieviti prolungato per diversi anni, ma un Franciacorta per i quale sia il sottoscritto che Fabio Alessandria che il proprietario del Falstaff abbiamo trovato la definizione perfetta che ci è stato difficile tradurre in spagnolo ed in polacco (con l’aiuto del francese che Marek parla alla perfezione) ma che in lombardo ed italiano recita “gnucco”, ovvero pesante, fiacco, monotono, monodimensionale, senza eleganza e un po’ grossolano-volgarotto.

Un Franciacorta che aspirava ad essere grande ma che invece alla prova del bicchiere si rivelava un po’ patetico, tanto che in cinque non riuscimmo a finire la bottiglia, che rimase malinconicamente piena a metà sul tavolo. Dove finirono regolarmente vuotate le bottiglie di Langhe Freisa e di Barolo Monvigliero, annate 2011 e 2001, e di Barolo Acclivi di Fabio.

Signorisinasce

Quale morale trarre da questa storia? Semplice: che io sono stato un pirla nello scegliere il Franciacorta da proporre come campione bollicinaro, non dico in funzione anti-Champagne, alternativo o addirittura superiore all’inimitabile modello francese, non sono tanto stupido da pensare una sciocchezza del genere, della serata.

Cignonero

Non farò il nome dello sfortunato e goffo “cigno nero” che ho maldestramente scelto, posso dire senza tema di smentita che avrei fatto figura infinitamente migliore con i miei amici puntando su una qualsiasi bolla di Cavalleri, per me il punto di riferimento assoluto franciacortino, sul sorprendente Brut Nature di Facchetti, sull’Extra Brut di Barboglio de Gaioncelli, sulla riserva Pas Dosé QDE del Mosnel, sul Dosaggio zero 2010 di Corte Fusia, sul Blanc de Noir riserva 2007 di Monzio Compagnoni, sui magnifici, ché per me rimarranno sempre tali, splendenti, puri, autentici come la vera amicizia, Vintage Collection Dosage Zero, Brut e Satèn di Cà del Bosco, o come il sensazionale, mais oui, l’ho decantato lo scorso ottobre anche in Francia, Vintage Collection Dosage Zéro Noir, o la Cuvée Anna Maria Clementi di quella che io continuo a considerare la Maison numero uno di Franciacorta. Cui concedo che produca e venda, a 17 euro più Iva, senza scontistica, alla ristorazione, nella GDO lo troviamo intorno ai 24 euro, un milione e mezzo di pezzi di quella Cuvée Prestige che a me non dice più di tanto, ma di cui rispetto la logica commerciale.
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Avrei potuto cascare meglio quella sera, scegliendo tra le tante belle cose prodotte, senza voler per forza fare gli “sboroni”, da Enrico Gatti, Giuseppe Vezzoli, Colline della Stella, Fratelli Berlucchi, Camossi, Elisabetta Abrami, Bosio, Colline della Stella, Castello Bonomi, Uberti, Quadra, Derbusco Cives, Faccoli, La Boscaiola, San Cristoforo, Monte Rossa, Villa, per citare i primi nomi che mi vengono in mente.
EleganzaInnata

Ho scelto invece un Franciacorta che vorrebbe, nonostante la mia sommessa preghiera agli amici franciacortini espressa lo scorso ottobre su questo blog che ormai una parte di Franciacorta mal sopporta (perché racconta quello che vede e non fa sconti a nessuno e rifiuta di credere alle fiabe e ricorda che non tutto va bene madama la marchesa e che non di solo Expo vive l’uomo…) “fare a botte” con lo Champagne. Ma così facendo a uscirne con le ossa rotte é solo lui, rivelando la propria natura provinciale, la carenza di eleganza, che è un dono naturale, é innata, o la si ha, o non la si può comprare. Anche se si hanno tanti soldi… La perfetta armonia non la si costruisce, la si ha dentro…

Mutandeaugurali 008

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Franciacorta Pas Dosé Récemment dégorgé 2006 Cavalleri

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: più di 50 €

Giudizio:
5


2015-05-08 17.09.02
Come era logico prevedere, i miei ultimi post, molto tranquilli, molto cronistici, molto ligi ad un mio personale senso del dovere, dove ho raccontato, da vecchio, inossidabile, convinto amico della Franciacorta e del Franciacorta Docg, che nonostante gli splendori non tutto va bene madama la marchesa nella zona vinicola bresciana, che ci sono delle contraddizioni, delle scelte discutibili, degli errori, delle intollerabili indulgenze, dei nascondimenti di testa sotto la sabbia, che un cronista, se degno di questo nome, tanto più se amico della Franciacorta, non può ignorare, hanno fatto discutere.

testasabbia

E come raccontavo in questo post, dove vi ho segnalato un Franciacorta vero, un Franciacorta orgogliosamente contadino ma della serie serie scarpe grosse cervello fino (e piacevolezza a prova di bomba), qualcuno, forse un po’ in confusione o preso da un ego ipertrofico (ancora più grande del mio, il che é preoccupante…), mi ha accusato di “slealtà”, di tenere un “atteggiamento da “bandierina” che va dove tira il vento”.
Franciacortalogo_EXPO

In cosa consista la mia “slealtà” ed il mio atteggiarmi a “bandierina” qualcuno magari un giorno me lo spiegherà, se non è troppo impegnato con le luci ed i lustrini dell’Expo, su cui la zona vinicola bresciana ha investito molto, in immagine e in soldi – “il budget straordinario relativo a Expo 2015 è di 1.530.000”- con il consenso ufficiale di tutti.
Non una voce contraria, così mi hanno raccontato, si è levata nella recente assemblea dei soci, peraltro non molto frequentata, tantissime le deleghe…, che ha riconfermato “fino al 16 dicembre 2015 Maurizio Zanella alla guida del Consorzio Franciacorta e le cariche precedenti, i vice Presidenti Maddalena Bersi Serlini, Silvano Brescianini e l’intero Consiglio di Amministrazione”, anche se poi ci sono produttori, molto “coerenti”, che al telefono con me parlano in un certo modo, dicono che non si può andare avanti così, che bisogna cambiare, poi in assemblea tutti a cuccia. Allineati e coperti…
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Mi piacerebbe davvero scoprire in che cosa io sarei stato sleale, nello scrivere di Franciacorta, squallidi anche dal punto di vista organolettico, svenduti a 4,25 euro? Nel denunciare una brutta deriva che coinvolge una MINORANZA di produttori, ma comunque produttori che sputtanano l’immagine e la credibilità della MAGGIORANZA costituita da quelli seri? Nel ricordare, a chi dovrebbe saperlo, che in Franciacorta un produttore aderente al Consorzio non dovrebbe produrre spumanti Charmat? Che ci sono produttori importanti, uno che entrerà nel prossimo Cda, il simpatico Loris Biatta delle Marchesine, (se ricordo bene è interista come me: ma lo sanno gli altri del Cda, tutti o quasi milanisti?) che accanto ai Franciacorta producono anche dei VSQ?

Bene, se scrivere queste cose, da cronista indipendente, vuol dire essere sleale, nei confronti dei seguaci del non vedo non sento non parlo (e non scrivo) io sono orgoglioso di essere “sleale” ma di essere leale nei confronti dei lettori ai quali mi rivolgo, non avendo mai fatto dell’embedded wine journalism, ma del giornalismo intellettualmente onesto. Libero, che fa opinione, fa discutere e non scorre come acqua sul vetro. Come le parole di tanta stampa di regime. Conformista e un po’ lecca…

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E pertanto eserciterò la mia “slealtà”, in attesa di raccontarvi di una serie di Champagne da urlo, che non sarò tanto provinciale da paragonare o mettere a confronto con dei Franciacorta, che ultimamente non solo ho degustato, ma bevuto con grande gioia insieme al mio amore, che la Franciacorta ama, ma quando può scegliere chissà perché preferisce bere Champagne (che provinciale!), scrivendo… di un Franciacorta.

Un vino splendente prodotto da un’azienda storica, ed esemplare, alcuni vini della quale possiamo trovare anche nella grande distribuzione, (dove ci sono ormai tanti Franciacorta proposti a prezzi correttissimi, non sottocosto come fanno alcuni… ), io ricordo di averlo visto da Auchan a Bergamo. Dove l’azienda é presente al di là della propria volontà, grazie a misteriose “triangolazioni” cui si cerca inutilmente di venire a capo.
Un Franciacorta Docg che ha sempre dato lustro alla gloriosa denominazione Franciacorta, perché Giovanni Cavalleri, è della Cavalleri di Erbusco che parlo, è stato un grandissimo, indimenticabile, signorile, leale, uomo di parola, uomo tutto d’un pezzo, uomo vero, presidente del Consorzio Franciacorta, una persona stupenda, che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui posso dire, senza millantare, di essere stato amico.

Cavalleri

Scomparso prematuramente Giovanni, quasi dieci anni fa, il 7 novembre 2005, (ma il suo ricordo rimane indelebile in ognuno che abbia avuto la fortuna di conoscerlo…) l’azienda Cavalleri non ha sbandato di un solo millimetro ed è andata avanti, mostrando la via, dando esempio, produttivo, etico, di correttezza, con la guida della figlia che da più tempo e con più vigore l’aveva affiancato, quella Giulia, donna con gli attributi, che conosco e di cui sono amico dal lontano 1987.

DilettaGiuliaCavalleri

E accanto a Giulia sono cresciuti e si sono fatti sempre più le ossa, insieme al collaudatissimo staff tecnico, enologico, agronomico, commerciale (un saluto, inevitabile, al vecchio caro amico Aldo “Pagnù” Pagnoni), due ragazzi, Diletta, figlia di Giulia e Francesco, figlio di Maria, sorella di Giulia. Ragazzi tosti, il secondo entrerà nel nuovo Cda del Consorzio Franciacorta, Diletta ha sempre più spazio, perché la mamma ha scelto finalmente di godersi la vita (ecco perché non ha voluto entrare nel Cda del Consorzio…) che assicurano un futuro luminoso a questa meravigliosa azienda agricola erbuschese, sulla cui storia potete trovare notizie in questo mio articolo.

GiuliaCavalleri

E’ una gioia per me potervi parlare di Franciacorta, cosa che, con il permesso o meno di qualcuno, continuerò a fare, perché non sono afflitto da snobismo antifranciacortino, atteggiamento che aborro, cogliendo l’occasione offerta da un assaggio, ma che dico assaggio, da una sana bevuta, un magnum, seccato in due, fatto venerdì sera.

Merito della mia Lei, che quando sono andato a trovarla, lei ama farmi delle sorprese, a volte belle, a volte ve le raccomando…, mi ha detto a bruciapelo: “in frigo c’è un magnum. Dimmi tu se è ancora buono o è ossidato”.

In verità lei, l’adorabile “canaglia”, il magnum l’aveva già aperto, l’aveva provato prima che arrivassi io, sapeva benissimo, perché di vino ne capisce eccome, che il vino, un Franciacorta Pas Dosé millesimato Récemment dégorgé 2006 proprio di Cavalleri, non solo era buono, ma fantastico, in splendida forma. Tanto più se si considerava la scritta che figurava in etichetta e retroetichetta: “dégorgement 2011”.

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Avete letto bene, “dégorgement”, non sboccatura – roba che se si accorge qualcuno, ci organizza sopra, ma poi dice che lui non c’entra e non ne sapeva nulla, che la cosa non figurava nei programmi ufficiali, quindi non è esistita, e se è esistita lui non era stato avvertito, lui era ufficiosamente contrario – un provincialissimo (un altro? E basta, che palle!) confronto sfida Franciacorta vs. Champagne. Dove qualche Franciacorta in particolare, perché oggettivamente è gran buono, fa un figurone della madonna…
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Ma bando agli scherzi – altrimenti dopo le accuse di slealtà mi beccherò l’accusa di mangiare i bambini, di essere amico dell’Isis e magari, non sia mai, rubentino o peggio ancora, bilanista – perché questo Pas Dosé 2006, prodotto in un ristretto numero di esemplari, come mi ha raccontato al telefono Aldo Pagnoni, non sorpreso più di tanto del mio entusiasmo, perché recentemente anche Marina Bersani (un cognome che mi dice qualcosa, e che mi è mille volte più simpatico di un brutto cognome: Renzi) dell’Enoteca Archer di Modena (via Cesare Battisti 54, tel. 059237656) era rimasta molto positivamente impressionata, è una cosa serissima. Molto più seria di una certa Franciacorta, che la serietà e la coerenza sembra considerarle come un optional, tanto più se si considera che la sboccatura risale a quattro anni orsono.

Innanzitutto il colore, che Lei ha definito tassativamente “color Cavalleri”, ed in effetti spesso gli Chardonnay, soprattutto quelli che compongono vini capolavoro come questo, leggete le note tecniche:

  • Prima annata di produzione: 2006
  • Numero di bottiglie prodotte: 11.500 da 0,75 lt e 980 Magnum da 1,5 lt
  • Vitigni: Chardonnay
  • Vigneti: Chiosino, Favento, Seradina, Seradina Sotto
  • Periodo di vendemmia: Ultima settimana di Agosto.
  • Produzione media in vigna: 60 quintali/ettaro
  • Resa di vinificazione: 45% (45 lt di vino da ogni quintale di uva)
  • Cuvée: Chardonnay (100%) della vendemmia 2006, fermentato in acciaio per l’80% e per il 20% in barrique.
  • Tiraggio: 15 maggio 2007
  • Affinamento sui lieviti: 4 anni
  • Remuage: Manuale di 4 settimane
  • Degorgement: 12 gennaio 2011.

E le note analitiche:

  • Alcool: 13% vol
  • Zuccheri: 2 gr/lt
  • Acidità totale: 7,7 gr/lt
  • pH: 3,07
  • Solforosa libera: 10 mg/lt
  • Solforosa totale: 60 mg/lt
  • Estratto secco: 21,2 gr/lt

sono uno spettacolo già per gli occhi, un paglierino oro squillante, pieno di luce, multiriflesso, indomito, dal perlage finissimo e danzante nel bicchiere, nuvolette in forma di valzer, distrattamente ondeggianti nel calice, secondo un loro disegno capriccioso e divertito.

Erbusco

Poi questo calice d’oro perlinato te lo porti al naso e immediatamente scopri che non sei a Reims, Epernay, Avize, Mesnil-sur-Oger, ma sei ad Erbusco, nelle meravigliose vigne Chiosino, Favento, Seradina, Seradina sotto, dove lo Chardonnay regala tesori di complessità e freschezza, una solarità tutta franciacortista, inimitabile e unica, tutta ananas, pompelmo, miele d’acacia, meringa, frutta gialla ben matura, pesca noce su tutto, e poi frutta secca, noce soprattutto, a volontà, a strati, a comporre un insieme, fruttato e floreale, perché ci sono anche i fiori bianchi, gli agrumi, di una meravigliosa e inebriante ricchezza e densità.
Eppure fresco, vivo, elegante, suadente, senza ostentazioni, senza inutili pose da primi della classe, tipo “io sono stato all’Expo e tu no…”, fine come sanno esserlo solo i vini di caratura superiore. Che hanno conosciuto una fermentazione di una piccola parte, il 20% in questo caso, in legno, ma di legno non rivelano nessuna traccia.

E poi la bocca, che l’è mia straca se la sa mia de… Franciacorta buono, dico parafrasando un detto bergamasco e ricordando un altro grande amico della Maison Cavalleri, un collega galantuomo che ci ha lasciati troppo presto, Francesco “Franz” Arrigoni e che probabilmente si trova nel cielo dei giusti insieme a Giovanni Cavalleri e dirà “ma sempre a rompere le palle Zilioni?”, con la o, come diceva spesso lui, scherzando con il suo volto incorniciato da barba da eternamente ragazzo e i suoi occhi azzurri da buono…

Arrigoni

Una bocca da inchinarsi caro Franz, viva, croccante, larga, di grande ampiezza e struttura, succosa, godibile, energica ed energetica, eppure dotata di una freschezza, di un dinamismo, di una pulizia, di un equilibrio e di un’armonia di tutte le componenti, di una piacevolezza, di una classe, da lasciarti senza fiato, fresco sul palato, sapido, in grado di chiamare sorso dopo sorso, di farsi bere e poi bere e poi bere. Tanto da lasciare “el pintun”, il magnum, perfettamente vuoto. Meravigliosamente e gioiosamente vuoto.

Un capolavoro. Un segno scintillante ed esemplare di quella Franciacorta che amo e alla quale ho dedicato tanti anni della mia attività professionale, della mia scrittura, della mia passione, e che richiamerò sempre, con amore, al proprio impegno fondativo, alla propria missione di essere bandiera del migliore metodo classico italiano. Senza compromessi, come amava dire Veronelli.

schienadritta

Che mi diano pure, se vogliono prendere in giro se stessi, dello sleale” o della “bandierina” che va dove tira il vento”: io franciacortista sono e resto forse più di quelli che, tacciandomi di cose tanto assurde, non riescono a ferirmi. E tanto meno mi spezzano o mi abbattono. Perché io non “faccio lo Ziliani”. Franco Ziliani (il giornalista libero, non il geniale inventore della Franciacorta, al quale m’inchino) sono nato e resto. “Io comunque io, comunque vada, sia molto in alto che nella strada“. Con orgoglio. A testa alta…

Io-giugno2009-scettico

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Franciacorta Brut Nature Facchetti

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero, Chardonnay
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
4.5


FacchettiBrutNature
Da una piccola azienda di Erbusco vini autentici e senza compromessi

Di questo Franciacorta, questo Franciacorta vero, di quelli che danno veramente lustro, per personalità, autenticità e capacità di trasmettere in bottiglia la verità della terra dove nascono, non troverete traccia sulle guide. Il produttore, un po’ naif, sinora, ma credo che quest’anno le cose cambieranno, i campioni per le degustazioni non li mandava, preferendo concentrarsi sul lavoro in vigna e in cantina.

E non troverete traccia di questo Franciacorta in quella vetrina delle vanità, anche franciacortine, che è l’Expo, rassegna spettacolo fortemente voluta da questo regime per cercare di nascondere le proprie magagne, le assurde contraddizioni, il fatto che Expo sia nata tra insopportabili scandali, ruberie, porcate varie.

Chi sono questi“poeti” che disdegnano le guide? Giuseppe Facchetti ed i fratelli Luciano, Attilio, Erminia e Carlino, figli di Pietro Facchetti, vignaiolo storico nel cuore della Franciacorta, nel cuore di Erbusco che della Franciacorta è la capitale. Per anni i Facchetti hanno coltivato i vigneti, oggi quasi sei ettari, non come un hobby, perché contadini orgogliosamente restavano, ma dedicando energie e tempo anche ad altre attività.

Poi la famiglia ha pensato, visto che la Franciacorta nel frattempo cominciava ad assumere una notorietà e un’importanza che pochi avrebbero immaginato (ha fatto miracoli questa Franciacorta e nessuno deve permettersi di pregiudicarne, anzi, sputtanarne l’immagine e la credibilità svendendo a prezzi da prosecco!) di mettersi seriamente a produrre vini, fermi come i Curtefranca bianco e rosso, e soprattutto Franciacorta Docg, facilitati dal possesso di vigne in posizione strategica, benedetta da Bacco.

E sorretti da una filosofia molto semplice ma meravigliosa, fare dei Franciacorta che si bevano, da uve mature al punto giusto, che conservino un giusto corredo acido, freschezza e sale, e con spremiture leggere, per avere una base pulita e ricca di energia per andare vicino a zero nei dosaggi e non aggiungere troppi zuccheri. Il minimo possibile. Lasciando che siano altre zone – e aggiungo io, altri produttori franciacortini, a pasticciare con dosaggi e liqueur, per realizzare vini costruiti e spettacolari che piacciano alle guide…

Oggi l’azienda, anche se vede i Facchetti concordi nella conduzione, con la consulenza del mitico Cesare Ferrari, cerca un po’ modernizzare un po’ le cose, di introdurre una fase evolutiva della tradizione, senza stravolgere nulla, perché non c’è nulla da cambiare, se non magari comunicare un po’ di più. Non aver paura a farlo con intelligenza, non ci si contamina, fa parte del gioco, raccontando chi si è, cosa si fa, come e dove lo si fa. E con quale spirito.

Oggi la famiglia Facchetti, la cui cascina la si incontra prendendo la strada che sale dalla sede del Comune di Erbusco verso la sede di un noto ristorante dove ha operato per anni il sommo chef Gualtiero Marchesi, inutile dire come si chiamasse il ristorante e l’azienda, notissima, che ha creato quella struttura, e poco prima di arrivare a destinazione s’imbocca una stradina sulla sinistra, produce quattro Franciacorta, Brut, Satèn, Rosé (che i Facchetti mi dicono di voler mettere maggiormente a fuoco, che deve entrare più a fondo nelle corde, ma che producono con un bel 35% di Pinot nero) e un Brut Nature (di cui, non si dovrebbe dire, circolano due versioni profondamente diverse, entrambe da provare) la cui versione con preponderanza di Pinot nero (un 80%) con una quota di Chardonnay, espressione della vendemmia 2010, eccellente in Franciacorta, mi ha veramente colpito in un recente assaggio.

Un Brut Nature propostomi, per gioco, alla cieca, da una mia amica, che l’azienda conosce da anni. Che vino è?, mi ha chiesto, servendomelo nel bicchiere. Facile dire che si trattasse di un Franciacorta, ma nella mia ridda di ipotesi, sentivo importante una presenza di Pinot nero, ho pensato che si trattasse del vino di un’altra notissima – nessuna pubblicità, nel caso si rivolgano a VinoClic – Azienda di Erbusco. O di un Franciacorta, data la grande mineralità riscontrata, del Mosnel. Azienda che cito volentieri, perché mi sembra che i Barzanò, Lucia e Giulio, tengano la barra dritta tracciata dalla loro mamma. Quella Signora che rinuncio alla produzione di charmat, all’epoca di fondazione del Consorzio, 1990, per fare in modo che Franciacorta diventasse sinonimo di metodo classico.
pinocchio

E che oggi magari s’inca…volerebbe, anche se era una gran Signora, vedendo che un’azienda di Franciacorta, tanto per non fare nomi, 1701 Franciacorta, qui il sito Internet, produce disinvoltamente una “Cuvée Première” definita “Bollicine Pop” descritta con queste parole: “Accanto al DOCG è concesso spazio alla voglia di sperimentare. Nasce così 1701 Cuvée Première: sempre da vigneti biologici e biodinamici (in attesa di certificazione), lavorate con metodo charmat (detto anche “metodo italiano”) per dare vita a bollicine “pop”, a portata di tutti i gusti (e tutte le tasche), un tocco di spensieratezza nelle occasioni più conviviali”.

Bollicine pop “l’altra parte di noi”, scrivono, ma mi sembra una parte che con la Franciacorta vera, quella voluta dai Paolo Rabotti, Giovanni Cavalleri, Albano Zanella, Emanuele Barzanò Barboglio, Pia Donata Berlucchi, Franco Ziliani, (quello vero, non il vostro modesto cronista) e da qualche altro pioniere fondatore, c’entri come i cavoli a merenda.

Come pure gli “spumanti VSQ” prodotti con altrettanta disinvoltura da produttori, di Franciacorta, che hanno nome e blasone. E hanno rivestito, e rivestono, importanti cariche istituzionali. Nel Consorzio e altrove…. Tanto per non nasconderci dietro ad un dito.

BrutNatureFacchetti

Tornando ai Facchetti e al loro Brut Nature, affinato oltre 30 mesi sui lieviti, rivelatosi come tale una volta scoperta la bottiglia, devo dire che il vino, dal grande rapporto qualità prezzo, mi è piaciuto moltissimo, con il basso dosaggio di zuccheri, tre grammi, l’acidità viva, superiore a 7, la dichiarata provenienza da vini base di ottima qualità, esaltate in cantina da una lavorazione intelligente e senza prevaricazioni. Senza la presunzione che traspare spesso in alcuni Franciacorta, poco bevibili, molto meno bevibili non dico di un buon Champagne, lì siamo su un altro pianeta, ma di alcuni buoni Trento Doc, Oltrepò Pavese Docg e Alto Adige. E di alcune “bollicine” senza denominazione prodotte in Valle d’Aosta piuttosto che in Sicilia o in Toscana.

Bello il colore paglierino oro, brillante luminoso, fine e continuo il perlage, e naso che parla subito di Franciacorta, di terra, di pietra, ben deciso, secco, con note di mandorla e nocciola non tostate, di fiori secchi, di agrumi e di ananas, di pesca noce, crosta di pane, senza note di frutta esotica o accenni di surmaturazione. Un naso schietto, diritto, incisivo, positivo, senza finzioni: vero. Ancora meglio in bocca, croccante, nervosa, sapida, con un gusto equilibrato, piacevole, gustoso, un’acidità che fa salivare la bocca e invoglia al bere, con un bell’allungo dinamico, una ricchezza di sapore di nerbo e di sapore che conquistano. Tanto che in due la bottiglia è stata subito “seccata” e gioiosamente.

E bravi i vignerons e le vigneronnes Facchetti: questa è la Franciacorta, vera, che mi piace, che fa vini a misura di consumatore, che vorrei vedere protagonista, invece di altre aziende furbette, in quel mare magnum, molto costoso per i produttori franciacortini, che è la vetrina governativa dell’Expo!

Azienda agricola Facchetti

Via Case Sparse, 6 25030 Erbusco (BS)

Tel. 0307267283

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Scuse doverose a Intravino: sullo stupido tasting Champagne vs Franciacorta quel blog non ha raccontato balle

Scuse
L’inconsapevolezza si espande, irrefrenabile, ad Erbusco e dintorni…

Devo delle scuse, doverose e sentite, assolutamente sincere e dovute non perché su Facebook l’editor di quel blog ha minacciato di querelarmi (ho ricevuto avvisi del genere da ben altre potenze, editoriali e produttive e non mi sono cacato sotto, anzi, sono ancora qui, vivo, vegeto, agguerrito e tutt’altro che “fernuto”) al blog, che notoriamente non amo, per il suo stile, perché è animato, accanto a persone perbene e capaci (ne cito una su tutte Giovanni Corazzol), da persone per le quali non provo nessuna stima, professionale e soprattutto umana (posso dirlo? Non mi pare costituisca un reato), denominato Intravino.

ConfrontoFranciacorta-Champagne

In due post, leggete qui e poi ancora qui, dedicati ad un confronto degustazione tenutosi allo scorso Vinitaly denominato pomposamente “Judgement of Verona”, in altre parole un assurdo, provinciale, anacronistico e soprattutto vecchio come idea e come concetto confronto (ovvero degustazione alla cieca con tanto di giuria) tra Champagne e Franciacorta, avevo buttato lì l’idea che il blog che aveva organizzato la degustazione – leggere i link qui e poi ancora qui – avesse raccontato balle (o bolle?) dichiarando che quella degustazione fosse “Supported by Franciacorta” e precisando che “l’ordine di servizio dei vini verrà deciso dal Consorzio Franciacorta ospitante, che ha deciso di mettersi in gioco sposando l’idea”.

Errata-corrige

Devo scusarmi, perché nonostante, come ho scritto qui, nel programma ufficiale delle manifestazioni del Consorzio Franciacorta tenutasi al Consorzio, programma fornitomi qualche giorno fa dall’ufficio stampa del Consorzio, quella stravagante degustazione – confronto non figurasse, come appare chiaramente dalle foto pubblicate in questo post di Intravino (foto che non pubblico perché coperte da diritti di proprietà del blog stesso ma che trovate nel post) questa degustazione non si è tenuta in un posto qualsiasi, bensì, come dimostra l’abbondanza di logo del Consorzio stesso, in una sala di degustazione a disposizione del Consorzio Franciacorta stesso. Non so se di esclusivo appannaggio del Consorzio stesso, ma sicuramente utilizzata dal Consorzio stesso, visto che appare propagandisticamente decorata con l’inconfondibile logo del Consorzio spumantistico bresciano.
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Va aggiunto che ponendo a confronto le foto pubblicate da Intravino in quel live blog, con le foto della stessa sala, qualificata come “area eventi” sul sito del Consorzio Franciacorta, apparse su altri siti Internet, e, prova regina della pistola fumante, sul blog Food wine and culture, e precisamente in questo post (vedere la cartina geografica della denominazione che appare alle spalle dell’ottimo sommelier Nicola Bonera e che appare nell’angolo a destra in molte foto che corredano il live blog di Intravino, anche un cieco, pardon, non vedente, sarebbe portato a concludere trattarsi della stessa identica sala.

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Non ho elementi per sapere se il Consorzio Franciacorta abbia fattivamente collaborato alla realizzazione di quella degustazione, francamente non me ne può fregare di meno , e se personale del Consorzio abbia interagito o meno con i responsabili di Intravino rendendo possibile il fatto che alcuni Franciacorta (interessante invece sapere come e chi li abbia scelti e con quali criteri) venissero messi a confronto con alcuni Champagne.

BoneraFranciacorta

Quello che mi interessa sottolineare, reso ad Intravino (e non mi costa particolarmente farlo) l’onore che si merita – non hanno mentito, il logo del Consorzio ha sempre figurato nella parte grafica dei post che hanno dedicato al loro assaggio, la sala che ha ospitato la degustazione è quella utilizzata per le proprie degustazioni dal Consorzio che tutela gli spumanti metodo classico bresciani (ah, non si deve chiamarli spumanti? Beh, in questo caso mi sento molto di chiamarli ugualmente così anche se sono anni che lotto contro questo aborrito e confuso termine…), non mi risultano smentite consortili ai post di Intravino o querele in corso – voglio, prendendola sul ridere, concludere che al Consorzio Franciacorta, non sanno quello che accade in casa loro.

Inconsapevolezza

Non sanno che con un abile e fulmineo blitzkrieg (per gli ignoranti, che non mancano nel mondo, metto il link alla voce di Wikipedia che designa questa tattica militare) quelli di Intravino ed il loro team di degustatori, si sono impadroniti, durante il Vinitaly, di una parte del loro stand, della “area eventi” e a loro insaputa, nonostante le loro strenue difese, hanno organizzato un tasting dove le loro pregiate bollicine, pardon alcune pregiate bollicine, sono state messe a confronto, con esiti quasi vittoriosi, con quelle pallosissime bollicine francesi denominate Champagne che solo gli ingenui ed i passatisti si ostinano a giudicare ancora più blasonate (non dico migliori o peggiori, per me sono soprattutto diverse) delle loro.

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Non sanno, al Consorzio Franciacorta, dove pure lavorano un sacco di persone, che Francesco Beghi, giornalista del vino di lungo corso particolarmente attento alle vicende dell’Oltrepò Pavese, ha pubblicato sul suo blog incontrando il Presidente del Consorzio Franciacorta Maurizio Zanella. Una lunga intervista nell’ambito della quale il presidentissimo, l’uomo che più di ogni altro all’interno del Consorzio bresciano ha voluto la costosissima“un contributo cash di 380.000 euro e 80.000 euro in vino” – e discussa partnership Franciacorta official sparkling wine con Expo 2015, a precisa domanda “Confronti tra Franciacorta e Champagne, paragoni tra Franciacorta e Champagne. Non crede che ciò sia un po’ provinciale?” risponde “Questo è stato secondo me un peccato veniale del passato. Ora cerchiamo di non farlo più”. E a richiesta di chiarimento ribadisce “Io lo reputo un peccato di gioventù… un peccato veniale”.

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Siccome sono un pirla – e felice di esserlo – che ha l’insana abitudine di credere nell’amicizia, soprattutto in un’amicizia trentennale (almeno per me lo è stata, ora cercherò di risvegliarmi dagli incantesimi e guardare in faccia la realtà e le persone per quello che sono…), nonostante esperienze che risalgono a qualche anno orsono mi avrebbero dovuto insegnare che gli amici sono fantastici, ma occorre saper discernere quali siano quelli veri, per non prendere cocenti e dolorose delusioni, non voglio infierire.

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Non voglio pubblicare le conclusioni, , amare, cui sono arrivato in merito alla vicenda di questa provinciale degustazione spettacolo, che ha ottenuto il risultato di far parlare di sé, anche un coglione come me…, che il buon senso avrebbe dovuto suggerirmi di ignorare.

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Mi limito a porre, sapendo che pubblicamente non risponderà – è la strana policy di questo sempre più incomprensibile Consorzio – la domanda già posta: ma il dottor Maurizio Zanella, presidente attuale del Consorzio Franciacorta, era al corrente di questo tipo di degustazioni confronto che lui giudica “un peccato veniale del passato”, oppure questa cosa che ha avuto come degno teatro la Vinitaly Vanity Fair e l’area eventi del Consorzio Franciacorta da lui presieduto è un qualcosa d’imprevedibile che è avvenuto totalmente a insaputa sua, dell’Amministratore delegato e dei tanti dipendenti del Consorzio?

Eppure mi dicono che il presidente del Consorzio Franciacorta fosse presente a Verona durante la manifestazione e che non si trovasse in trasferta sulla Luna o su Marte o in giro per il mondo “a cercare di vendere a trenta dollari. A dire “questa bottiglia è italiana e costa come Moët & Chandon”, e che lo staff del Consorzio Franciacorta sbarcato a Verona fosse più che mai numerosissimo…

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p.s.

Ricordo al presidente del Consorzio Franciacorta che nella già citata intervista a Francesco Beghi tranquillamente, pensando magari di fare una battuta spiritosa, risponde: “Non faccio lo Ziliani. Dico le cose come sono”, che fare lo Ziliani (parlo, immodestamente, di me stesso, non del mio omonimo, dell’inventore del e della Franciacorta), come lui ben sa, visto che mi conosce da anni 31, e ha sempre detto di apprezzare il mio modo di fare giornalismo e di condurre un wine blog, non significa altro che fare del giornalismo libero ed indipendente e “dire le cose come sono”.

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E scrivere anche che alcuni Franciacorta, una minoranza, sono finiti sullo scaffale (ovviamente per colpa mia non dei loro produttori…) a prezzi stracciati e hanno causato danni, come causa danni la mancanza di chiarezza, all’immagine di quella Franciacorta alla quale tengo, pur senza essere produttore, proprio come tiene lui.

ZilianiZanella

Non racconto balle dottor Zanella. Io dico le cose come stanno, anche a costo di indispettire qualche potente amico o presunto tale. O ex… Mi stia bene.

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Ma nel programma ufficiale delle manifestazioni del Consorzio al Vinitaly il confronto Champagne vs Franciacorta non c’era!

pinocchio
Allora chi è che racconta balle in forma di bolle? Un blog ricco di fantasia o il Consorzio Franciacorta?

Il post di ieri dove rivolgendomi al Presidente del Consorzio Franciacorta Maurizio Zanella chiedevo parole chiare e definitive sul rapporto Franciacorta – Champagne, sulla utilità e liceità di fare confronti, come si facevano, ed era comprensibile, oltre vent’anni fa, confronti qualitativi tra Franciacorta e Champagne, di organizzare degustazioni dove si mettono, ridicolmente, a confronto, denominazioni di prodotti che in comune hanno solo le bollicine, ma che hanno storia, identità, caratteristiche profondamente diverse e inconfrontabili, merita un’appendice.

canzoninasolungo

Nel post, rivolgendomi a Zanella ho pensato di fargli un piacere, informandolo che poco più di un mesetto fa in quel manicomio chiamato Vinitaly, un luogo dal quale – il consiglio è gratuito – la Franciacorta farebbe bene a tenersi alla larga, forse a sua insaputa c’era stato un qualcosa – leggere i link qui e poi ancora qui – che risultava “Supported by Franciacorta”, dal titolo eloquente di Champagne vs Franciacorta, dove “l’ordine di servizio dei vini verrà deciso dal Consorzio Franciacorta ospitante, che ha deciso di mettersi in gioco sposando l’idea”, come si legge testualmente su quel blog che ha avuto quella bella pensata.

carissimoPinocchio

Ma come, mi sono detto, Zanella giudica testualmente, nella bella e lunga intervista che Francesco Beghi, giornalista del vino di lungo corso particolarmente attento alle vicende dell’Oltrepò Pavese, ha pubblicato sul suo blog “un peccato veniale del passato. Ora cerchiamo di non farlo più e poi il Consorzio risulta essere un partner, tanto che il suo logo figura in alto a destra nella grafica di presentazione della discutibilissima iniziativa (alla quale hanno accettato di partecipare fior di degustatori che non si sono sognati di far presente che si trattava di qualcosa d’improponibile: ma bravi, viva la vostra deontologia, che bravi che siete, continuate così!) che si è tenuta al Vinitaly 2015?
MaurizioZanella

Qui c’è qualcosa che non torna. O Zanella è distratto, o Zanella racconta balle nelle interviste, oppure quel blog forse ha tanta ma tanta fantasia. Cosa ho fatto dunque? Sono andato a ripescarmi il comunicato stampa del 16 marzo scorso, intitolato “Franciacorta AL VINITALY in attesa di expo milano 2015”, per vedere se di questo flamboyant confronto tra bolle francesi e bolle franciacortiste ci fosse traccia e invece, come potete giudicare dal comunicato stesso, che riporto integralmente qui sotto, di quella disfida non v’è traccia alcuna.

Pinocchiosegreti

Insomma, trattasi di iniziativa che non figurava nel programma ufficiale del Consorzio Franciacorta e quindi di un’iniziativa che non poteva di certo essere, come si legge su quel blog, “Supported by Franciacorta”, altrimenti il Consorzio l’avrebbe inserita nei programmi ufficiali e non se ne sarebbe certo dimenticata, “importantissima” e “storica” come ce l’hanno presentata.

Al che mi dico: alla fine chi è che racconta balle, il Consorzio Franciacorta che non vuole ammettere che nel 2015, al di là delle intelligenti e prudenti dichiarazioni di Maurizio Zanella, organizza ancora provinciali e patetici confronti tra Champagne e bollicine Docg bresciane, oppure si è allargato un po’ il blog che ha organizzato quella cosa amena, quando ha scritto “l’ordine di servizio dei vini verrà deciso dal Consorzio Franciacorta ospitante, che ha deciso di mettersi in gioco sposando l’idea”?

Dovegatto

Io un’idea me la sarei anche fatta, e voi? A chi la palma del gran bugiardo?

Questo il testo del programma ufficiale delle iniziative del Consorzio Franciacorta al Vinitaly 2015

Milano, 16 marzo 2015 – Franciacorta parteciperà alla 39esima edizione del Vinitaly con un’importante delegazione delle sue aziende, unite come sempre da quell’impegno che in poco più di 50 anni ha consentito al Franciacorta di affermarsi come denominazione rappresentativa di un territorio e di un vino dall’elevata qualità e dalla spiccata personalità.

Saranno in tutto 57 le cantine presenti – 43 cantine all’interno del Palaexpo Regione Lombardia (lato Nord, 2° piano) e altre 14 nei padiglioni esterni – che cercheranno in 4 giorni di regalare “l’esperienza Franciacorta” ai numerosi operatori italiani e stranieri che visiteranno la fiera, proponendo le loro migliori etichette delle tipologie Brut, Satèn, Rosé, Pas Dosé, oltre a Millesimati e Riserve.

Dal 22 al 25 marzo il Padiglione Lombardia sarà dedicato a Luigi Veronelli; saranno esposti di una serie di documenti, in parte tratti dalla recente mostra alla Triennale di Milano “Luigi Veronelli – camminare la terra”, in parte recuperati dal suo importante archivio, per sottolineare la vocazione alla qualità dell’enologia lombarda e valorizzare il legame tra vini, terra di origine e lavoro dell’uomo.
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“Vinitaly rappresenta un importante appuntamento internazionale prima di Expo Milano 2015, di cui Franciacorta è l’Official Sparkling Wine. La fiera di Verona sarà l’occasione oltre che per allacciare nuovi rapporti e raccontare agli appassionati del nostro vino e agli addetti le novità e i progetti che stiamo sviluppando, anche per presentare gli importanti appuntamenti dei prossimi mesi che ci vedono impegnati a Milano e in Franciacorta durante i sei mesi di Esposizione Universale” – dichiara Maurizio Zanella, Presidente Consorzio Franciacorta – “Si tratta di una serie di attività ed eventi per far conoscere ai visitatori il vino e il territorio, incentivare il turismo in Franciacorta e promuovere una terra ricca di storia, tradizioni ed eccellenze enogastronomiche.”

Il 2014 si è chiuso in positivo per il Franciacorta con +10% rispetto al 2013. Franciacorta ha venduto 15.475.977 bottiglie, di cui 1.428.993 all’estero. Ad oggi il mercato estero rappresenta il 9,2% ed è cresciuto del 12,8 % rispetto al 2013.
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Buoni i risultati anche in Italia con un aumento del 9,7%. Si registra anche un leggero incremento del prezzo medio di vendita. I mercati esteri principali si confermano Giappone, con il 20% dell’export e USA, che rappresenta circa il 13%. In Europa si distingue la Svizzera con un incremento che supera il 40%, grazie all’attività di promozione specifica iniziata 4 anni fa.

L’area Franciacorta nel Padiglione Lombardia si sviluppa su circa 1.500 mq ed è possibile accedervi attraverso le scale mobili A1 lato nord oppure con l’ascensore vicino all’ingresso ‘Cangrande’.

EventiFranciacortaVinitaly

Di seguito le degustazioni in programma nell’area eventi Franciacorta (PalaExpo Lombardia Stand B/C 16):

Domenica 22 marzo

12.00 – 15.00 • FRANCIACORTA E LE RICETTE DEGLI EXPO WORLDRECIPES CONTRIBUTORS

Tre Blogger Expo Worldrecipes Contributors presenteranno i loro finger food ideati in abbinamento a Franciacorta. L’evento sarà condotto da Paola Sucato (@ci_polla) e da Nicola Bonera.

Ingresso libero. PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA a eventi@franciacorta.net

Lunedì 23 marzo

14.00 – 15.00: Il lato “oscuro” del Franciacorta

Degustazione guidata di Franciacorta ottenuti esclusivamente da uve Pinot Nero vinificate in bianco.

Conduce Nicola Bonera.

Ingresso libero, prenotazione obbligatoria a eventi@franciacorta.net.

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Martedì 24 marzo

12.00 – 13.00: Franciacorta … al volo!

Degustazione guidata di quattro Franciacorta “in punta” sboccati di fronte al pubblico.

Nicola Bonera racconterà il Franciacorta, espressione del territorio.

Ingresso libero, prenotazione obbligatoria a eventi@franciacorta.net.

43 cantine presenti al Palaexpo nel padiglione Lombardia (lato Nord, 2° piano):

Antica Fratta, Azienda Agricola Fratelli Berlucchi, Barboglio De Gaioncelli, Bariselli Gabriella, Barone Pizzini, Berlucchi Guido, Biondelli, Bonasdini Franciacorta, Bosio, Ca’ Del Bosco, Cantina Chiara Ziliani, Cascina San Pietro, Castello Bonomi Tenute In Franciacorta, Cavalleri, Clarabella, Faccoli Lorenzo, Ferghettina, La Fiòca, La Fiorita, La Montina, La Rotonda, La Torre, La Valle, Lantieri De Paratico, Le Cantorìe, Le Marchesine, Le Quattro Terre, Marzaghe, Mirabella, Monzio Compagnoni, Quadra, Ricci Curbastro, Riva Di Franciacorta, Romantica, Ronco Calino, San Cristoforo, Santus, Solive, Tenuta Montedelma, Tenuta Moraschi, Vezzoli Giuseppe, Vigna Dorata, Villa Franciacorta.

14 cantine presenti nei padiglioni esterni:

1701 Franciacorta PAD 8 G7, Bellavista PAD.7 B3/B4, Bersi Serlini PAD.6 E1, Castello Di Gussago La Santissima PAD.7 D5 DISTILLERIE FRANCIACORTA, Contadi Castaldi PAD.7 B3/B4, Derbusco Cives PAD.7 B4/5 CUZZIOL Grandi Vini, Lo Sparviere PAD.8 F4 VINTRADING, Lovera Area D Pad. Toscana stand C1/C2-Tensostruttura., Monte Rossa PAD.6 B6, Montenisa PAD.7 D2 ANTINORI, Sullali PAD.7 B4/5 CUZZIOL Grandi Vini, Uberti PAD. 7 B1, Vezzoli Ugo Area Esterna Pad. 5 Le cittadelle della gastronomia, Villa Crespia-Muratori PAD. 7 B5.

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