Franciacorta DOCG Extra Brut “EBB” 2010 Il Mosnel

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8.5


MosnelExtraBrut
Un’azienda e un vino di sicuro riferimento 

Devo tornare, e lo farò più e più volte nel corso di questa estate, sulle risultanze emerse dalla mia assai interessante maxi degustazione di Franciacorta Docg, delle tipologie Extra Brut e Dosage Zero (Pas Dosé, Nature, Non Dosato, vedete voi come chiamarla…) fatta recentemente in quel di Erbusco grazie alla fattiva collaborazione del Consorzio Franciacorta.

Come ho già scritto ho trovato tanti vini buoni, molti eccellenti, alcuni sorprendenti, poi una serie di vini corretti e niente più, altri clamorosamente presuntuosi, della serie vorrebbero essere importanti e non lo saranno mai: non si fanno bere nemmeno sotto tortura, e altri inoffensivi. Puoi berli tranquillamente che male non ti faranno di certo, ma non esiste un motivo razionale, dal punto di vista di noi “golosi di bollicine”, per berli. E per spendere dei bei soldini per acquistarli.

Ho trovato, come ho già scritto, piacevolissime novità, e tra le conferme, la stessa cosa che mi è accaduta martedì scorso in Oltrepò Pavese degustando i loro metodo classico parimenti Docg, quando Monsupello si è imposto su tutti gli altri, con una costanza impressionante, alcuni nomi di riferimento. Dei classici, dei caposaldi, delle certezze.

Uno di questi ‘point de repère franciacortisti è un’azienda di Camignone di Passirano che conosco da una vita e mezza, con la quale ho sempre avuto, oggi magari un po’ meno, ottimi rapporti, un’azienda che ammiro e che di nome fa Il Mosnel e su cui ho scritto decine di articoli.

Al timone del Mosnel è stata per anni una donna straordinaria e indimenticabile, una vera Signora (e non solo del vino) Emanuela Barzanò Barboglio, e siedono oggi i suoi figli, l’elegante discreto, very british nello stile, Giulio, che si occupa della parte viticola ed enologica e la dinamica, impegnatissima, mediatica sorella Lucia, 46 anni, di recente rieletta Presidente della Strada del Franciacorta, ovvero, così ha scritto l’Ansa, “un percorso di 80 km che ha lo scopo di promuovere e sviluppare le potenzialità turistiche, in particolar modo legate al turismo enogastronomico, della Franciacorta. Vi fanno parte tutte le cantine associate al Consorzio. Attualmente i suoi soci sono 202”. Rieletta dopo essere già stata Presidente della Strada dal 2003 al 2006.

MosnelLogo

Bene, quale vino del Mosnel mi ha colpito al punto da sentirmi di proporvelo come un caposaldo, come un Franciacorta da non perdere? Elementare Watson, un vino di cui ho più volte scritto, e sulle cui caratteristiche vi invito a leggere questo articolo dedicato al millesimo 2007, mentre oggi ad avermi conquistato è il 2010.

Il vino, un Blanc de Blanc, uno Chardonnay in purezza proposto per la prima volta nel 2003, è l’Extra Brut EBB, ovvero Emanuela Barzanò Barboglio, una meritatissima dedica voluta dai figli alla loro Grande Mamma, ottenuto da vignetim Dosso, Limbo, Larga, Mosnel e Roccolo, nel Comune di Passirano, pede collina di Monterotondo e Fantecolo con esposizione Est – Sud – Est. 80 quintali di uva per ettaro ovvero 52 ettolitri per ettaro, vendemmia manuale in piccole casse dal 23 al 31 agosto 2010, solo il mosto fiore (la prima frazione del 50% di succo) è stato destinato al vino, fermentazione primaria è avvenuta in piccole botti di rovere (da 225 lt), che hanno ospitato il vino per cinque mesi, fino alla primavera successiva. L’affinamento sui lieviti è di 36 mesi. La sboccatura del campione che ho degustato è del gennaio 2015 e la produzione dell’annata 2010 è dio 8.740 bottiglie – 500 Magnum – 70 Jeroboam. Un ottimo lavoro, targato Giulio Barzanò.

GiulioBarzanò

Perché mi piace questo Franciacorta Extra Brut EBB 2010, perché vi invito a sceglierlo, a non limitarvi a degustarlo ma a berlo? Semplice, perché è vero, perché è buono, perché è autentico, perché non se la tira, perché è quello che mi aspetto da un Franciacorta serio e di lunga esperienza e storia, un vino di sicura qualità che racconta la verità di un territorio che non è l’Eldorado del vino, che ha le sue luci, tante, e le sue ombre e contraddizioni, ma che piaccia o meno rappresenta innegabilmente una delle zone a più alta vocazione in Italia per la produzione di metodo classico di qualità.

Colore molto intenso, oro antico brillante, perlage vivo, continuo, esuberante nel bicchiere, naso maturom complesso, mediterraneo, con agrumi e frutta esotica in evidenza, miele e mandorle tostate e un filo di spezie. Bocca ampia, ricca, salda, ben costruita, potente di grande estrazione, con gusto diretto, secco e nervoso, con buona freschezza e persistenza lunga. Un bel Franciacorta Docg, di fronte al quale, ricordando quella Gran Signora di Emanuela Barzanò Barboglio, e brindando al suo ricordo, togliersi tanto di cappello…

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Bollicine d’Abruzzo: come saranno?

spumantiAbruzzesi

Spero di farcela lunedì 20, se la calura orribilmente africana non mi avrà nel frattempo stroncato, a raggiungere Milano ed essere alle 18, presso l’Hotel Sheraton Diana Majestic di Viale Piave (zona Porta Venezia) presente ad un appuntamento che si annuncia molto interessante. Titolo “I giovani spumanti Abruzzo Dop in vetrina a Milano”. Il comunicato-invito recita “le prime, attesissime bollicine ABRUZZO DOP saranno presentate alla stampa, il prossimo 20 luglio a Milano. Dopo un lungo percorso di studi, prove, assaggi, microvinificazioni e assemblaggi, i nuovi spumanti, ottenuti dai vitigni autoctoni abruzzesi – Montepulciano, Cococciòla, Montonico, Passerina e Pecorino – sono pronti a essere degustati”.

Abruzzovini

Si tratta difatti di “Spumanti Abruzzo DOP prodotti sia con il Metodo Martinotti sia nelle versioni Metodo Classico e Metodo Classico Millesimato, dopo un riposo sui lieviti di 36 e 48 mesi, un progetto realizzato “da parte di CODICE CITRA, attraverso le sue associate e i soci vignaioli, con la partnership di C.Ri.V.E.A. (Consorzio per la Ricerca Viticola ed Enologica d’Abruzzo) e dell’Università di Teramo.

L’enologo della grande cantina Citra vini di Ortona, Lino Olivastri, responsabile del progetto, spiega che l’incontro milanese sarà una “anteprima assoluta perché, dopo cinque mesi di affinamento sui lieviti, i nostri Spumanti Abruzzo DOP solo adesso iniziano a esprimere le loro qualità organolettiche; scoprire le grandi potenzialità della spumantizzazione delle uve autoctone abruzzesi sarà per tutti un’esperienza entusiasmante”.

E si lascia andare, Olivastri, a valutazioni entusiastiche, sostenendo che “Il progetto di spumantizzazione dei nostri vitigni”, costituisce una grande opportunità, non solo per la vitivinicoltura abruzzese, ma anche per la promozione della regione a livello internazionale”.

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Io non voglio rompere le uova nel paniere, e apparire per il solito bastian contrario, ma avendo creato questo blog, nel novembre di cinque anni fa, con il preciso intanto, tra gli altri, di rompere con l’insana abitudine di parlare e scrivere e comunicare in maniera generica di spumanti, come se uno Charmat avesse le stesse prerogative di un metodo classico, la stessa nobiltà, la stessa complessa e lunga e costosa prassi produttiva, sono sempre scettico quando sento parlare di “spumanti”.

Perché, l’ho ripetuto sino alla nausea (mia e vostra) io voglio chiamare i vini con il loro nome Franciacorta Docg, Trento Doc, Oltrepò Pavese Docg, Alta Langa Docg, D.O. Cava, A.O.C. Champagne, e poi Conegliano Valdobbiadene Prosecco superiore Docg oppure Prosecco Doc o Asolo Montello Prosecco Docg, e quando non dispongo di una denominazione dedicata preferisco parlare di metodo classico o di Charmat/Martinotti, chiamare un vino con le bolle “spumante” ottiene l’effetto di farmi girare… le bolle.

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E sono molto sospetto, come lo sono, anzi in quel caso sono incazzato e combattivo, nel caso del progetto osceno di “africanizzazione dell’Italia”, condotto attraverso massicce e apparentemente inarrestabili invasioni di indesiderati provenienti da ogni dove, entrati con la complicità sozza dei vari governi che si sono succeduti e di questa parodia di Papa, sono sospetto di fronte alla “spumantizzazione dell’Italia”, che porta a rivendicare la vocazione alla produzione di bollicine, ancor più se “nobili”, ovvero metodo classico, in ogni dove.

E come un anno fa ho detto chiaramente la mia, senza nascondermi dietro ad un dito, di fronte ad un assurdo progetto di produrre spumanti metodo classico nell’amata terra di Puglia, ospitando la replica dell’assolutamente non rimpianto ex assessore alle Politiche Agricole della terra del Negroamaro e della Verdeca, anche in questo caso non posso non essere scettico dinnanzi all’annunciata nascita ed entrata sul mercato di “nuovi spumanti, ottenuti dai vitigni autoctoni abruzzesi – Montepulciano, Cococciòla, Montonico, Passerina e Pecorino”. Un’entrata che mi sa tanto di pura operazione di marketing, perché, si dice, “gli spumanti” tirano, tanto che li visti moltiplicarsi, a base Nebbiolo, persino nelle adorate terre del Roero, del Barbaresco e del Barolo.

Scopriremo

Comunque, caldo africano permettendo, lunedì vedrò di esserci a questo primo assaggio sperimentale, per un obbligo di onestà intellettuale, perché Lemillebolleblog, di cui qualche stupido e presuntuoso concorso nato, sicuramente grazie a contributi finaziari e amicizie in alto loco in Regione Lombardia, si è dimenticato l’esistenza, non può mancare ad un appuntamento del genere e prima di criticare sarà opportuno che testi questi vini in fieri e e se ne faccia un’idea.

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Perché questo fa una stampa libera, indipendente, senza padrini e senza padroni: assaggia, senza preconcetti, forte di una buona esperienza e, dicono, di un buon palato, e poi racconta ai lettori/consumatori. Gli unici alla quale una stampa d’informazione sul vino degna di questo nome deve, in ogni momento, rendere conto.

Il resto, è vita….

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Oltrepò Pavese Metodo classico Conte Vistarino 1865 millesimato 2009

Denominazione: Oltrepò Pavese Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero, Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8


1865Vistarino

Questo l’Oltrepò Pavese che mi piace!

Qui c’è qualcosa che non mi torna, qui sento puzza (beh, non è difficile con questo caldo atroce che rischia di incendiare fior di boschi), di bruciato. Nel giro di pochi giorni, a me che passo per essere uno dei più tenaci critici dell’Oltrepò Pavese vinicolo (lo critico perché amo quella terra, perché sono convinto da sempre che potrebbe essere la leader assoluta, Valtellina del Nebbiolo di montagna a parte, dei vini di qualità lombardi), mi è capitato di “scontrarmi” con vini oltrepadani e non trovare nulla o quasi nulla da dire. Dapprima sabato, in quella cosa indescrivibile, a metà tra le cosa seria e impegnata e assolutamente da visitare e la kermesse da sagra di paese, da food Gardaland e da Disneyland dell’alimentare, che è Expo 2015, mi è capitato, in un contesto ridicolo che non voglio nemmeno nominare, di condurre, insieme all’amico direttore del Consorzio Emanuele Bottiroli, una degustazione di sei vini oltrepadani.

Avevo qualche perplessità sulla scelta, sulla carta qualche vino non mi entusiasmava, o forse ero condizionato dal fatto di dover parlare in una cornice che non sentivo di certo amica (ma alla quale voglio fare ritorno, per dedicare il tempo che merita alla visita di questo padiglione semplice e suggestivo di un Paese orgoglioso e libero che mi è entrato nel cuore) ma poi quando ho cominciato, dapprima con due “bollicine”, scoprendo che erano niente male, anzi buone e ho continuato imbattendomi in un Riesling renano 2007 da urlo e in una buona Bonarda busciante, in un onestissimo e ben fatto Oltrepò Pavese Rosso 2010 (costo inferiore ai 5 euro) e poi in un Pinot nero che in passato mi aveva fatto inca…volare per la mania dell’affascinante produttrice di esagerare con il legno, ma che ora trovavo succoso, elegante, equilibrato, godibile, ed elegante come lei, mi sono detto, “hai visto Franco, forse cominciano ad imparare, forse ci sarà da divertirsi nei prossimi anni!”.

E, cosa più importante, era stato l’entusiasmo convinto del pubblico, tanti giovani, tanti volti desiderosi di capire, di sapere qualcosa di più, capaci di intuizioni folgoranti e di ingenuità deliziose, a persuadermi che la giornata, a parte qualche piccola cialtroneria di contorno, non era stata spesa male, che era valsa la pena andare fino ad Expo e condurre questa degustazione oltrepadana.

Questo sabato, poi martedì, degustazione già programmata da tempo e più volte spostata causa miei impegni, mi sono recato direttamente in terra oltrepadana, a Torrazza Coste, presso il Centro di ricerca e formazione servizi della vite e del vino, ovvero Riccagioia, dove ha sede il Consorzio tutela vini, e nonostante i 35 gradi all’esterno mi sono sciroppato allegramente una sessantina di vini.

La stragrande maggioranza bollicine metodo classico, poi un’infilata di Bonarda, di Pinot nero e qualche altro rosso, purtroppo con l’assenza, ovvia, dei vini degli ancora dissidenti e transfughi (che volete scommettere presto torneranno?) dal Consorzio del Distretto del vino di qualità, bei nomi come Bruno Verdi, Picchioni, Anteo, Bisi, Cà di Frara, Fiamberti, Manuelina, Piccolo Bacco dei Quaroni, Travaglino, Marchese Adorno, Quaquarini. E altri minori.

E sapete cosa devo dirvi? Che mi sono divertito un sacco e ho trovato parecchi vini che mi hanno convinto. Senza se e senza ma. Trionfatore, prevedibile, dei miei assaggi, quel marchio di riferimento assoluto, quella garanzia di qualità che è ormai Monsupello, ma molte buone notizie mi sono arrivate dai vini di Tenuta Il Bosco, Isimbarda, Berté e Cordini, La Piotta, Cà Tessitori, Ruiz De Cardenas, per citare solo i primi.

E poi, guarda te, sono rimasto colpito da un paio di vini, da uno in particolare, prodotti da una gentildonna dagli occhi belli. Una che basta guardarla, e io l’ho fatto diverse volte in passato, e si rimane (avendo consapevolezza chiara della differenza d’età e di lignaggio, io attempato proletario, lei contessina, felicissimamente sposata) letteralmente scioccati.

OttaviaVistarino

Sto parlando della contessa Ottavia Giorgi di Vistarino, la cui splendida tenuta vanta una storia antichissima, perché fu proprio un suo avo, ovvero il Conte Carlo Giorgi di Vistarino ad impiantare nella seconda metà del 1800, a Rocca de’ Giorgi, diversi ettari di cloni francesi di Pinot Nero, barbatelle che fu il primo ad importare, producendo il primo metodo classico italiano nel lontano 1865.

E il nome della cuvée in oggetto, 95% Pinot nero con un 5% di Chardonnay, Conte Vistarino 1865, rende omaggio all’anno in cui il Conte Carlo Vistarino iniziò a produrre il primo Metodo Classico italiano. La produzione non raggiunge le diecimila bottiglie, da vigne di oltre trent’anni e parte del vino fermenta in barrique. L’affinamento sui lieviti si protrae, inutile dirlo, per 65 mesi.

E fin qui andrebbe tutto bene, se non leggessi nella scheda tecnica che accanto all’enologo Giacomo Barbero opera anche un personaggio di cui non ho alcuna stima e che considero una delle iatture della storia dell’enologia italiana, Beppe Caviola, il winemaker prediletto di quella specie di barolisti che tentarono di uccidere il sacro Barolo, non riuscendoci, noti come “Barolo boys”.

Caviola a parte – chiederò ad Ottavia quale sia stato il suo modesto contributo alla realizzazione del Conte Vistarino 1865 – il vino mi ha convinto in pieno, perché pur essendo un millesimato con lunga permanenza sui lieviti ha perfetto bilanciamento, non è “gnucco” e pesante, come arrivano ad essere non solo molte “bollicine” oltrepadane, ma taluni presuntuosi metodo classico di altra zona vinicola lombarda lungamente lasciati sur lie, ma si fa bere, meglio se a tavola, e magari in un ristorante fantastico come l’Albergo Ristorante Selvatico di Rivanazzano, vicino a Salice Terme, dove martedì ho pranzato splendidamente, gustando il Pinot nero Brumano del mio amico De Cardenas, con grande piacevolezza.

Le mie note di degustazione parlano chiaro: colore paglierino di media intensità, brillante e luminoso, perlage sottile, naso molto agrumato, con pompelmo in evidenza, poi ananas e fiori bianchi e una vena pietrosa. Bocca fresca e viva, con una bella tensione, gusto ben salato, ottimo equilibrio grande piacevolezza con verticalità e sale e finale lungo e teso e ricco di sapore.

Questo, amici miei, l’Oltrepò Pavese che amo!

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Franciacorta Nature riserva 2005 Rizzini

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8.5


2005Rizzini

Un Franciacorta puro senza compromessi, che non troverete ad Expo

Devo pubblicamente ringraziare Jacopo Melia, ovvero Quality wines, selezionatissimo distributore di vini di alta qualità, italiani e stranieri di Forlì, mio personale “eno-pusher” di quelle deliziose barbujas iberiche che corrispondono ai sacri nomi di Gramona e Raventos y blanc, per avermi fatto conoscere, recapitandomi d’imperio dei campioni, i Franciacorta di Rizzini.

Un’azienda di Monticelli Brusati, area che per me costituisce una garanzia di fornire Franciacorta del mio gusto, di cui so solo che, per motivi suoi, che al momento non conosco e m’interessano relativamente, non aderisce al mediatico e super expo-sto Consorzio.

Leggo dal sito Internet aziendale che “filosofia della nostra azienda è sempre stata quella di vinificare solo ed esclusivamente le uve provenienti dal nostro vigneto, “un unico cru” questo perché riteniamo che le caratteristiche e le qualità trasmesse dal terreno inteso come suolo, sottosuolo, esposizione al sole, zona geografica, clima e microclima siano unici e non riproducibili da altri terreni anche se distanti solo pochi chilometri.
Vinificando uve provenienti da terreni diversi si perdono quelle caratteristiche legate ad un preciso territorio che un vino di denominazione di origine controllata e garantita dovrebbe avere”. Inoltre alla Rizzini pensano che il territorio e l’ambiente nel quale viene coltivata l’uva è un fattore chiave nella determinazione del carattere di un vino e di come si differenzierà da altri vini prodotti con le stesse varietà d’uva, ma coltivate in condizioni e luoghi diversi.

Qualche notizia sulla collocazione aziendale: “l’azienda agricola Rizzini posizionata a nord-est della franciacorta, ai piedi delle colline di Monticelli Brusati, in un ambiente naturale lontano da fonti d’inquinamento, dal 1985 coltiva i vigneti di proprietà, nei luoghi dove da sempre la saggezza e la capacità contadina ha praticato esclusivamente la viticoltura, zone note ai cultori del vino di elevato pregio e grande vocazione vitivinicola”.

Un territorio incontaminato

Dal punto di vista della prassi operativa di lavoro, “tutte le lavorazioni sono svolte direttamente da noi con la consulenza di un agronomo per le lavorazioni in campo e di un enologo per quelle in cantina. Da quindici anni aderiamo al regolamento comunitario che permette l’utilizzo in materia di rispetto ambientale solo di determinati prodotti e in quantità limitate per la prevenzione fitosanitaria.
Inoltre controlliamo l’erba lungo i filari solo attraverso lavorazioni meccaniche del terreno senza l’impiego di diserbanti.

Vinifichiamo ed imbottigliamo esclusivamente annata per annata senza assemblaggio di vini di annate diverse (cuvèe), lasciando che ogni vendemmia esprima al massimo le proprie potenzialità, non perseguendo la continuità stilistica di un prodotto “sempre uguale”, ma considerando un pregio la naturale variabilità del vino, certamente più autentico dei Franciacorta standardizzati”.

Rizzini2005

Facendo finta di ignorare l’accenno di Rizzini ai “Franciacorta standardizzati”, che nelle mie degustazioni non manco mai di beccare e che mi fanno venire una tale noia, prima che un giramento di balle, trattandosi di vini senza storia, senza identità, senza nobità, senza palle, spesso anche con prezzi corretti, ma che vista la “qualità” è del tutto ingiustificato spendere, mi piace riportare un altro pensiero del produttore, ovvero che “le nostre piccole dimensioni ci consentono di non essere schiavi di leggi di mercato, tendenze o mode; siamo probabilmente l’unica azienda in franciacorta o comunque tra le pochissime, a potersi permettere il lusso di vinificare solo le annate ritenute valide. A conferma di ciò l’annata 2003, estremamente torrida e la più recente 2007, non particolarmente brillante non sono state prodotte. L’obbiettivo della nostra azienda non è quello di produrre un numero sempre maggiore di bottiglie, ma quello della ricerca dell’eccellenza in ogni dettaglio e il perfezionamento della qualità raggiunta. Per valorizzare ulteriormente la specificità della nostra zona e quindi dei nostri franciacorta cerchiamo di produrli con la minor quantità di solforosa possibile in modo da ottenerli più espressivi ed autentici”.

Belle parole, ma alla prova dei fatti? Alla prova, se non sei un pirla, questi Franciacorta ti parlano. E così ha fatto il Franciacorta Nature Riserva 2005, con sboccatura giugno 2014, chardonnay in purezza, prodotto e vinificato a Monticelli Brusati solo nelle migliori annate da uve chardonnay provenienti da un unico vigneto. Per questa Riserva viene impiegato solo mosto fiore, che dopo un lunghissimo affinamento in bottiglia, viene proposta nella tipologia brut nature per esprimere al meglio l’essenza del territorio e dell’annata. Resta per ettaro 28 ettolitri, raccolta manuale delle uve, pressatura soffice, fermentazione in inox a temperatura controllata, parziale affinamento in barrique, 80 mesi di permamenza sui lieviti per ottenere quello che l’azienda definisce “un Franciacorta puro senza compromessi”, giudizio che io condivido in toto.

Al duo di iperciliuti valutatori di Franciacorta (la mia Maestra e Dea, ed il sottoscritto), è piaciuto subito per il suo colore oro brillante nel bicchiere, per il perlage sottile e continuo, la corona fine e soprattutto per il naso ben secco, nervoso, intensamente minerale, tutto sale e pietra, e un dominio citrino agrumato, ma fragrante, impreziosito da sfumature di mandorle fresche, fiori secchi, accenni di crosta di pane e un leggero tocco di pasticceria, a determinare fragranza, freschezza, grande apertura aromatica.

rosewater

Bocca viva, diritta, incisiva, bolla ben croccante, e un trionfo di sapidità, mineralità, freschezza, equilibrio, con un andamento diritto verticale, preciso, ricchezza di sapore, perfetto bilanciamento di tutte le parti, con un sano nerbo acido che si fa sentire ma non morde e una magnifica piacevolezza. In abbinamento a tutto quello che vi garba, perché Franciacorta così fanno un figurone, molto più di altri conclamati e un po’ eno-sboroni (la bottiglia che si vuota rapidissimamente e quella che resta semipiena parlano…) e si fanno bere, senza tirare in ballo stupidi paragoni con bollicine di altre latitudini, con estremo piacere. E orgoglio. Franciacortino e franciacortista, inutile dirlo…

Azienda Agricola Boniotti Angela Rizzini
Via Torre, 4
25040 Monticelli Brusati (BS)
Telefono +39 339 8497703
E-Mail : info@rizzinifranciacorta.it
grzzini@franciacorta.it

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Franciacorta Dosaggio Zero DiZeta 2009 La Rotonda

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot bianco
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
8.5


Franciacorta2015ExtraBrut 118

Questa sì che è la Franciacorta che mi piace! Lo dico, lo ripeto e mi expo…ngo!

Allegria bella gente, buone notizie dalla Franciacorta! Da quella Franciacorta che mi piace tanto, quella più vera, quella che non cerca notorietà ed exposizione mediatica, pagata a caro prezzo (ma il gioco, alla fine, sarà valso la candela?) in mega rassegne stile Olimpiadi di Berlino del 1936, ma che si ricorda della propria origine autentica, contadina, viticola,. quella che mantiene il rapporto saldo con la terra, quella che le peculiarità di questa terra esalta e traduce in vini assolutamente unici e personali. Che solo dei provinciali potrebbero pensare di paragonare – sfidando il senso del ridicolo – all’inimitabile Champagne.
Lunedì scorso, 29 giugno, come ho raccontato qui, ho degustato, grazie alla perfetta collaborazione del Consorzio, che torno a ringraziare, una novantina di Franciacorta Extra Brut e Dosage Zero e come ho già detto, ho, enoicamente parlando, goduto come un riccio

Tante, ma tante bottiglie buone, cinque me le sono fatte tappare con sottotappi bidule e tappo corona dalla brava Silvia Filisetti e me le sono portate via (per riassaggiarle… balle, per berle e farle bere a persone a me care… mica posso far bere loro Prosecco e Trento Doc…) e una di queste cinque, che ho poi bevuto con il mio Amore, ricevendo la sua totale e competente approvazione, è stata la bottiglia, un Dosage Zero millesimato, di cui vi sto per parlare.

Non temete, anche se parlo di Dosage Zero non mi riferisco al solito Dosage Zéro che tutti abbiamo in mente quando parliamo di Franciacorta, il Dosage Zéro di riferimento (tale lo era anche nella mia degustazione del millesimo 2010: standing ovation e bottiglia avanzata destinata alla mia ex moglie… ) di una nota Maison, pardon, Cà di Erbu(o)sco, ma al vino di un’azienda di cui confesso non conoscevo l’esistenza (sono oltre già 110 gli imbottigliatori franciacortini, potrà sfuggirne qualcuna anche ad un franciacortista come me?), prima di questo assaggio.
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L’azienda, sita in quel di Calino, frazione di Cazzago San Martino, si chiama La Rotonda e, incredibile ma vero (ma dove sono stato in tutti questi anni e perché i cosiddetti wine talent scout franciacortini non me ne hanno mai parlato? Erano forse troppo impegnati nel provare ad erigere un culto narciso di se stessi?) , come mi ha raccontato l’enologo Giulio Salti “produce Franciacorta dal 1992. Per 20 anni la politica commerciale, se così si può definire, è stata quella di vendere il prodotto direttamente in cantina, precludendo così la possibilità di essere presenti sul mercato nazionale e di conseguenza di essere conosciuti.
Nel 2013 c’è stato un grosso cambio generazionale, è subentrato, per la gestione amministrativa e commerciale Alessandro, nipote dei soci fondatori ed io sono succeduto al precedente responsabile di produzione. Ora siamo una realtà molto giovane (abbiamo tutti circa 30 anni), ma supervisionata ancora dai fratelli Zanetti, ottantenni presentissimi in azienda”.

Ed è ancora Salti – e io prestissimo farò un salto in azienda…. – a raccontarmi tutto il resto, visto che il sito Internet aziendale è work in progress.

Ovvero che “la tenuta si trova a Calino, frazione di Cazzago San Martino, esattamente sulla sommità di una delle colline che delimitano il tanto decantato “anfiteatro morenico” della Franciacorta; l’area di proprietà è di 30 ettari dei quali circa 13 coltivati a vigneto. I più interessanti sono ovviamente i 9 ettari destinati alla produzione di Franciacorta, i restanti 4 sono a bacca rossa (Cabernet Sauvignon, Merlot, Barbera e Nebbiolo) e 1 ettaro di questi ultimi è stato estirpato in inverno per un cambio varietale.
I nove ettari destinati a Franciacorta Docg sono così suddivisi:
Pinot Bianco – Ha 2,31 – impianto del 1990 – sistema di conduzione Cordone Speronato Alto – si trova in una piana da circa 5 ettari a nord della cantina, rivolto verso il Lago d’Iseo.
Pinot Nero – Ha 1,20 – impianto del 1990 originariamente a Cabernet Sauvignon successivamente sovrainnestato con Pinot Nero – esposto a Nord e piantato in direzione Nord-Sud, con sistema di conduzione a Guyot.

Chardonnay – Ha 5,50 divisi in 8 appezzamenti, due esposti a Nord, due a Nord-Est, due a Sud-Est e due a Sud – 0,68 Ha sono di un recente impianto del 2011 condotto a Guyot, 2 Ha gestiti a Guyot piantati nel 2003, 1 Ha a Guyot Alto del 1990 e i restanti gestiti a Cordone speronato Alto sono impianti del 1991 In cantina abbiamo cercato di dare nuova vita ad una serie di prodotti avuti in eredità al nostro arrivo e il primo risultato è stato appunto il DiZeta 2009 che lei ha assaggiato”.

Franciacorta2015ExtraBrut 116

Ma che assaggiato, ho dapprima degustato, poi Lei ed io abbiamo “seccato”, un vino, il DiZeta 2009, con i controfiocchi, con sboccatura maggio 2014, una cuvée composta per l’80% da Chardonnay e per il 20% da Pinot bianco, da vigneti di 20 anni in quel di Calino di Cazzago, con le uve dei singoli appezzamenti singolarmente raccolte e vinificate. Un Franciacorta Dosage Zero affinato 50 mesi sui lieviti con fermentazione dei vini in acciaio e parzialmente in barrique.
Le mie note di degustazione del 29 giugno dicono: bellissima vivacità e integrità di colore, un paglierino oro senza eccessi, con perlage fine sottile e continuo, naso frescom floreale, cremoso, con un leggero tocco di burro e pasticceria, una vena di frutta secca leggermente tostata sfumature di agrumi freschi e ananas e una buona vena salata e minerale. Attacco in bocca ben secco, deciso, incisivo, il vino ha continuità, nerbo acido preciso e ben bilanciato, bella freschezza, lunghezza e pienezza di sapore, bolla croccante e persistenza lunga.

E questo sarebbe un’esordiente o poco di più? Ma questo dà la “birra” a tanti di quei Franciacorta che sembra un veterano!

La Rotonda Franciacorta
Via Boschi, 1
25046 Calino di Cazzago San Martino – BS
Tel e Fax 030 7750909
e-mail info@larotondafranciacorta.it
www.larotondafranciacorta.it

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Champagne Rosé Sauvage Piper-Heidsieck

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot noir, Pinot Meunier
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8


ChampagneBilliot 022

E con queste « bulles » nel bicchiere, la vie est en ros(é) !

Bere (e scrivere) di Champagne é un po’ come con le ciliegie. Una ciliegia (e un articolo) tira l’altra/o. E così dopo avervi magnificato ieri l’ottimo Brut millesimato 2005 di Paul Goerg, ottenuto da Chardonnay che non arrivano da un posto qualsiasi, bensì da Vertus, cittadina leggermente a Sud della famosa Côte des Blancs, culla dei più grandi Chardonnay della Champagne, e villaggio classificato Premier Cru, eccomi oggi a parlarvi, con altrettanto entusiasmo, di un altro Champagne. Di una tipologia di quelle che maggiormente adoro, il Rosé, proposto da una Maison molto più nota, e molto più grande di quella di cui ieri ho celebrato il valore.

Siamo a Reims, nella capitale ufficiale dell’AOC più celebrata del mondo, una cittadina linda dove sono stato per alcuni giorni lo scorso ottobre e dove non vedo l’ora di ritornare. Non tanto in veste di turista, ma per infilarmi, una dopo l’altra, in una serie di caves storiche e degustare tutto quanto mi sia possibile assaggiare.

Siamo centre ville, a poca distanza da quella meravigliosa Maison Charles Heidsieck dove lo scorso 16 ottobre mi sono divertito come un matto, come ho raccontato, tra l’altro anche qui (un bellissimo portale, dove, improvvisamente, hanno scoperto che i piatti, le ricette, la cucina, possono benissimo fare a meno dei vini… E che il vino non fa audience…).

folla

E’ solo un grande muro, alto, a separare la Charles Heidsieck da un’altra Maison, Piper-Heidsieck, che oggi è della stessa proprietà, ma che ha una storia personale lunghissima alle spalle. Che si condensa in queste note, che trovate su Wikipedia, “fondata nel 1785 da Florens-Louis Heidsieck, dal 1839 ha aggiunto ad Heidsieck il cognome Piper dal cugino del fondatore, Henri-Guillaume Piper, che lo seguì insieme a Christian Heidsieck nella conduzione della maison. Alla fine degli anni ’80 la casa è stata acquisita dal grande gruppo Rémy Cointreau e dal 2011 i due marchi principali, Piper-Heidsieck, e Charles Heidsieck, sono di proprietà del gruppo Européenne de Participation Industrielle (EPI), mentre un terzo marchio, Heidsieck & Co Monopole, è dal 1997 di proprietà della famiglia Vranken”. O notizie che potete leggere qui o sul sito Internet aziendale Piper-Heidsieck..

Stessa proprietà, ricchissima, con interessi differenziati in vari campi, moda, vino, abbigliamento per bambini, ecc. ma assoluta indipendenza produttiva, e risultati che, qualsiasi Champagne della gamma degusti (pardon, bevi: certi Champagne non si degustano, si spremono le bottiglie sino all’ultima goccia) sono strepitosi. Non solo quando si bevono fiammeggianti Cuvée de prestige come questa che ho già celebrato, ma, come ho potuto fare, con tutti gli altri Champagne firmati dal grande chef de cave Régis Camus.

ChampagneBilliot 021

Questo Brut Rosé Sauvage non millesimato è un rosé d’assemblage, quello di un classico come il loro Brut al quale é aggiunta una generosa proporzione di vini rossi fruttati figli della Champagne. Una cuvée composta a maggior parte da Pinot noir, qualcosa come 100 crus de Champagne et di Pinots Meuniers della Grande e Petite Montagne de Reims.

Il risultato è una bottiglia (non cercate in retroetichetta la data di sboccatura o il dosaggio degli zuccheri, il 90% degli Champagne su questo tema cruciale tacciono e si fanno bagnare il naso, in tema di completezza dell’informazione ai consumatori, dalla Franciacorta…), che quando la versi, e magari l’abbini a del tonno rosso, del vitello tonnato, del roastbeef, un carpaccio, di carne bianca ma anche di pesce, oppure su del pesce in umido con pomodoro, una zuppa di pesce o più precisamente brodetto, caciucco o bouillabaisse, va via, soprattutto se la condividi, come una scheggia.

Bellissimo il colore, che “les français” definiscono testualmente “teinte rouge vermillon, flamboyante“ e che io, più semplicemente chiamo cerasuolo-amarena, abbastanza carico e splendente, e spettacolare il perlage, fine, continuo, con andamento ruscellante. Una roba bella da vedersi, uno spettacolo. Come la Binoche…

una che ti fa davvero sognare e vivere la vie en rose

Una donna straordiaria, come Edith Piaf

Il naso è intensamente vinoso, si sente che di Pinot noir ce n’è, espressivo, con tanta frutta, con note molto ben espresse di lampone, ribes, ratafia, ciliegia, pompelmo rosa, arancia rossa e una quota di erbe aromatiche, di rosa, di crema pasticcera, una vena appena speziata che non impedisce al vino di esprimere una quota importante di sale e di mineralità e una freschezza aromatica innegabile.

La bocca è larga, succosa, di buona sostanza, con tanta frutta a strati, ma senza alcun eccesso dolce o marmellatoso, con una bella tensione, un andamento diretto, incisivo, nervoso il giusto (anche se questo Champagne non avrà meno di 8-9 grammi di zucchero litro), molto piacevole, con una bella vena terrosa e calcarea, una persistenza lunga, ricca di sapore e di grande soddisfazione.

Il che, per uno Champagne che nelle enoteche on line trovate, in Francia, proposto intorno ai 30-35 euro, mica 70-80 euro come certi fenomeni italici, significa una semplice cosa: ottimo rapporto prezzo-qualità. E garanzia, senza esitazioni, da parte mia…

p.s.
OnestiGroup
è il distributore esclusivo per l’Italia di tutta la gamma della Maison Piper-Heidsieck http://www.onestigroup.com/

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Champagne Premier cru Brut 2005 Paul Goerg

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9


ChampagneGoerg2005
Champagne, e che altro ?, per festeggiare l’arrivo dell’estate

Ed eccoci arrivati a luglio e come festeggiare il vero arrivo (basta sentire il caldo feroce che fa) dell’estate, l’irrompere della libertà da ogni costrizione di sorta, se non stappando e gustando Champagne?

Due i sentimenti, entrambi di derivazione musicale, e dovuti alla mia non più tenera età, che mi nascono svoltando la pagina del calendario e approdando su quella di luglio. Il ricordo, quanti decenni sono trascorsi, di Riccardo Del Turco, che nel suo tormentone hit dell’estate del 1968 cantava “luglio sarebbe un grosso sbaglio non rivedersi più” e ancora “mi dicevi luglio ci porterà fortuna poi non ti ho vista più. Vieni da me c’è tanto sole, ma ho tanto freddo al cuore se tu non sei con me”.
E poi il saggio Francesco Guccini (auguri per i tuoi recenti 75 anni, saggio poeta!) che in quell’assoluto capolavoro che è la Canzone dei dodici mesi, dedica a luglio queste parole: “Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leone, riposa, bevi e il mondo attorno appare come in una visione, come in una visione…”

Scopriremo

E allora che luglio e che estate comunque siano, che tipo d’estate lo scopriremo, giorno dopo giorno, vivendo, e un’estate che voglio consigliarvi di iniziare con uno Champagne davvero buono (sarò fortunato, ma nove volte su dieci quando stappo e bevo Champagne casco sempre benissimo, e non mi accade come in altre zone spumantistiche d’imitazione – ma diffidate dalle imitazioni, sempre imitazioni restano, anche se piene d’ambizioni e sussiegose – dove talvolta le delusioni e le banalità sono cocenti, anche se fanno sorridere per la loro ingenuità), prodotto da una Maison produttrice che si chiama Paul Goerg.

Una Maison, l’ho già scritto parlando di un buon rosé, attiva da oltre mezzo secolo, che prende nome dal quel Paul Goerg che ne fu sindaco nel 1876, che elabora uve che non arrivano da un posto qualsiasi, bensì da Vertus, – cittadina leggermente a Sud della famosa Côte des Blancs, culla dei più grandi Chardonnay della Champagne, e villaggio classificato Premier Cru. Anzi, con 564 ettari di vigna, piantati per l’85% a Chardonnay, è il secondo più ampio villaggio della Champagne ed il maggiore del dipartimento della Marne.

Goerg2005

Alla Paul Goerg, che per inciso è da qualche tempo distribuita in Italia da Ruffino Constellation Brands, è tradizione produrre Champagne Premier Cru che, dicono, “traducono in vino la piena espressione dei terroir di Vertus e dell’uva Chardonnay”, grazie ad un gruppo di vignaioli intraprendenti e appassionati che controllano 120 ettari e realizzano cuvées che vengono affinate lungamente sui lieviti e presentano uno stile specifico.

Il Paul Goerg che ho scelto per augurarvi buona estate e buona navigazione a questo blog, che vi terrà compagnia, non abbiate timore (o, nel caso, rassegnatevi) ancora per lungo tempo, è un Brut millesimato 2005, Chardonnay 100%, con basso dosaggio degli zuccheri, intorno ai 6 grammi litro, cinque anni minimo di permanenza sui lieviti. A me e a chi in passato assaggiava con me – a proposito, il buon Ligabue, grande interista (un po’ troppo di sinistra per i miei gusti) canta in Un amore pronto a sudare, che “un amore che comincia d’estate, è un amore in salute” e che “un amore che comincia d’estate si è perso la primavera ma non lo si vedrà mai pensare all’autunno imminente”…

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Tutto bello, ma un amore che finisce proprio ad inizio estate non ha ancora pensato nessuno a cantarlo? Forse il grande Bruno Martino nella suprema Estate, poi reinterpretata genialmente da Michel Petrucciani o da Chet Baker

odioestate

Ma bando alle malinconie e torniamo alle nostre dorate bollicine, prodotte in una zona dalla fortissima identità e dall’orgoglio incrollabile, che non si sognerebbe mai di organizzare una degustazione comparativa con metodo classico di altri Paesi e zone produttive (che siano un po’ chauvinistes e provinciali questi Champenois?) per un vino che mi è piaciuto senza riserve, colore paglierino brillante luminoso, perlage sottile, continuo, che si dispone a nuvolette nel bicchiere, ed un naso che colpisce per la perfetta sintesi di complessità, freschezza ed eleganza, con note di papaja e ananas essiccato, agrumi, mandorla fresca, glicine, accenni di nocciola e un tocco di pasticceria che richiama burro e meringa, il tutto in una cornice di perfetta eleganza, di fragranza aerea.

baci
E poi la bocca, che bocca, Paul Eluard, che d’amore se n’intendeva, diceva

« Mon amour pour avoir figuré mes désirs
Mis tes lèvres au ciel de tes mots comme un astre
Tes baisers dans la nuit vivante
Et le sillage de tes bras autour de moi
Comme une flamme en signe de conquête
Mes rêves sont au monde
Clairs et perpétuels »

una bocca rotonda, succosa, di grande armonia, croccante, con le bollicine a solleticarti dolcememente il palato, e poi il dominio della pietra e del sale ad imporsi, un retrogusto che richiama la mandorla, ma croccante e salata, una grande freschezza, un’armonia, un equilibrio, una capacità di farsi bere da applausi. Da regalarti la felicità, gustandolo come aperitivo, portandolo a tavola in abbinamento a capesante, risotto con funghi, filetti di pesce persico, un’orata o un branzino al sale, o un risotto o una pasta con zucchine e gamberetti, o delle animelle appena scottate, o ancora delle cozze alla marinara o dei semplici spaghetti con pangrattato capperi e acciughe o olio d’oliva, bevendolo lasciandoti cullare dai ricordi.

E ancora il sommo Paul Eluard, poeta a me carissimo, che cantava:

amour
“Je t’aime pour ta sagesse qui n’est pas la mienne
Pour la santé
Je t’aime contre tout ce qui n’est qu’illusion
Pour ce cœur immortel que je ne détiens pas
Tu crois être le doute et tu n’es que raison
Tu es le grand soleil qui me monte à la tête
Quand je suis sûr de moi“…

CocoChanelChampagne

Champagne, Champagne a fiumi s’il vous plaît…

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A proposito della maxi degustazione di Franciacorta Docg di ieri…

CavalleriPasDosé
Conferme, sorprese, outsider ma anche qualche delusione…

Oggi avevo previsto di parlarvi, cosa che non faccio stranamente da tempo, anche se nel contempo le mie degustazioni/bevute di grandissimi esempi di quella AOC storica, unica e inimitabile si sono ripetute, di Champagne, ma ho dovuto cambiare programma. E vi parlerò, non potevo fare diversamente, dopo il maxi assaggio di ieri, di qualcosa che con lo Champagne non c’entra assolutamente nulla, ovvero di Franciacorta Docg.

Grazie alla disponibilità (cui è doveroso rendere merito) del Consorzio Franciacorta e alla perfetta organizzazione disposta da una collaboratrice di cui il Consorzio stesso dovrebbe essere orgoglioso, la giovane, dolcissima, bella (lo dico con assoluto affetto paterno) seria e professionale Silvia Filisetti, aiutante dell’ottima Monica Faccincani, responsabile dell’Ufficio tecnico, ho potuto assaggiare in tutta calma, nel migliore dei modi, in degustazioni effettuate rigorosamente alla cieca, Silvia ne è testimone, qualcosa come 90 Franciacorta, scelti tra due delle tipologie che (con il Rosé) prediligo: Extra Brut e Dosaggio Zero.

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Voglio innanzitutto plaudire alla correttezza delle aziende franciacortine, anche di quelle che, recenti oggetto di miei attacchi rivolti non tanto ai loro vini, quanto alle loro politiche commerciali e di prezzo, hanno ritenuto (tranne una, che ringrazio per avermi risparmiato di degustare i suoi mediocri vini, misteriosamente ma non tanto premiati da qualche guida…) di partecipare alla mia degustazione e offrire i loro campioni.

Uno spirito decoubertiano e rispettoso del mio lavoro di cui non trovo traccia, ad esempio, nell’area del Trento Doc, dove da alcuni anni ai miei assaggi organizzatimi dall’Istituto Trento Doc, non partecipano, pensando di boicottare me, ma in realtà boicottando la loro intelligenza (che, strano ma vero, esiste) alcune note aziende. Per non fare nomi, ma cognomi, Rotari, Cesarini Sforza, e salvo un solo striminzito campione, l’azionista di maggioranza e padrone della denominazione, le Cantine Ferrari di Trento, quelle dello Spumante Ferrari, come si legge passando davanti alla cantina in autostrada.

Spumante-FerrariTrentoDoc 007

Bene, cosa mi ha detto la degustazione, alla quale mi sono accostato né favorevolmente predisposto né tantomeno prevenuto, ma con spirito assolutamente oggettivo, con la volontà di giudicare sine ira et studio, dei Franciacorta Docg fatta ieri? Che almeno le due tipologie da me scandagliate in un vasto e rappresentativo numero di campioni sono ricche di vini che meritano l’assoluto rispetto e la considerazione da parte degli appassionati di “bollicine” metodo classico.

DiZetaLaRotonda

Sono anni che degusto Franciacorta, e checché ne possa dire qualche imbecille che infesta, a mò di zecca, questo blog, di Franciacorta ne capisco e ne so ed erano anni che non riscontravo un livello qualitativo tanto elevato e diffuso. Vini che abbinano complessità, freschezza, spalla e struttura ad un equilibrio, ad una piacevolezza, spesso ad un’eleganza e ad una mineralità, che ne facilita, elemento imprescindibile per me per un buon metodo classico, la beva.

AriciDosaggioZero

E, cosa interessante in questa mia lunga, ma divertente, anche se molto impegnativa degustazione, è che accanto ad alcuni nomi classici della denominazione, che hanno fatto, lo ribadisco, assaggiati alla cieca senza conoscere il nome del produttore, un figurone, parlo di Cavalleri, Cà del Bosco, Vezzoli, Derbusco Cives, Il Mosnel, Enrico Gatti, Ferghettina, Villa, Maiolini, Fratelli Berlucchi, Barone Pizzini, solo per fare qualche nome.

MosnelExtraBrut
O di aziende che classiche e di riferimento lo sono diventate, parlo di Bosio, Camossi, Colline della Stella, Cola, Contadi Castaldi, Le Quattro Terre, Sullali, Castelveder, Vigneti Cenci, Clarabella, Facchetti, mi sono piaciute con alcuni loro vini, senza se ne ma, alcuni outsider o nomi a me abbastanza sconosciuti. Parlo di Cascina San Pietro, Corte Aura, La Rotonda, Vigne Note (sempre in lizza per il premio di etichetta tra le meno appealing che ricordi…), Castello di Gussago, La Valle…

ClarabellaEssenza

Poi, rispettando la verità e sacralità della degustazione alla cieca, devo prendere atto che mi sono piaciuti alcuni vini di produttori con i quali non ho particolari rapporti di amicizia o simpatia, anzi, o i cui prodotti in passato tendevano puntualmente a non piacermi. Parlo, per non fare nomi, di Ricci Curbastro, Bersi Serlini, Ronco Calino. Dei cui vini che, senza conoscere il nome dei produttori, ho apprezzato (sorprendente, in magnum, l’Extra Brut riserva Centoventi 2004 di Ronco Calino, uno dei vini più buoni di tutto il mio assaggio), sicuramente e doverosamente scriverò.

Centoventi

Perché sono un giornalista serio che scrive dei vini e non di produttori con i quali non andrebbe sicuramente a cena. Un giornalista che, calmata l’incazzatura, tornerà di sicuro a scrivere anche degli ottimi prodotti (passiamo a vini rossi, seri e importanti, come i Rossese di Dolceacqua) di Giovanna Maccario, il cui boicottaggio da parte mia, un po’ rodomontescamente annunciato via Facebook mi è valso il titolo di “pericolo pubblico”, manco fossi uno dell’Isis, e la partecipazione, che tanti hanno detto essere stata positiva, ad una trasmissione radiofonica molto discussa.

ExtraBrutRicciCurbastro

E quindi anche se del past president del Consorzio Franciacorta e oggi presidente FederDoc (un tempo gli dissi che studiava da Ministro delle Politiche Agricole: per ora non ci è ancora arrivato, ma è ancora giovane e rampante per poter ottenere anche quella carica…), non sarò certo amicone, non lo sono mai stato (a pelle non ci siamo mai stati molto simpatici…), non sorprendetevi se scriverò bene, ma modo mio, di un paio di Franciacorta di Riccardo Ricci Curbastro, figlio di un non dimenticato grande franciacortista come Gualberto.

Perché Franco Ziliani (il vostro umile cronista, non il geniale inventore del e della Franciacorta) e Lemillebolleblog sono e saranno ancor più così: prendere o lasciare…

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Maxi degustazione di Franciacorta Docg oggi a Erbusco

ZilianiFrancotiratore

90 “bollicine” franciacortine mi aspettano, perché ve le possa raccontare qui

Inutile nasconderlo. Con la Franciacorta, non intesa come zona, ma con gli organismi istituzionali che regolano la vita di questa bella zona vinicola lombarda che in molti giudicano la capitale del metodo classico italiano (non dirò la Champagne d’Italia perché mi sembra troppo provinciale e fuori dalla realtà affermarlo…) diciamo che ci sono state delle vivaci schermaglie, delle decise divergenze di opinioni in questi ultimi mesi.

E questo blog “bollicinaro”, che ovviamente si occupa, come non potrebbe occuparsi, di Franciacorta Docg, che con i suoi 15-16 milioni di bottiglie prodotte è la leader indiscussa dei vini italiani prodotti con la tecnica della rifermentazione in bottiglia, e conta ormai su qualcosa come circa 110 marchi imbottigliatori, e conosce assolute eccellenze (come pure prodotti assolutamente ordinari e non esaltanti per qualità) ha ovviamente reso conto di questo diverso sentire.
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Non tanto sulla vocazionalità, indiscussa, se non di tutta la zona, di larga parte, della zona vinicola che giace tra Monte Orfano e Lago d’Iseo, ma su questioni diciamo legate al marketing e alla commercializzazione, questioni varianti dai prezzi troppo bassi (sui quali, lo ripeto, il Consorzio Franciacorta non può fare nulla e non può intervenire) con i quali una minoranza di vini finiscono sugli scaffali, al costo e al valore della partecipazione ad una manifestazione come Expo, che si sta sempre più rivelando non il luogo di dibattito sui temi dell’agricoltura e dell’alimentazione, ma una vetrina di questo marcio e corrotto sistema politico e dei suoi degni rappresentanti istituzionali, e, nel “migliore” dei casi, un’altra, inutile, vacua, Vinitaly Vanity Fair.

E poi ci sono stati altri punti di attrito tra questo modesto e attempato cronista e gli organi istituzionali consortili, alcuni anche antipatici e umanamente dolorosi, ma è inutile che ne parli ancora tanto sono ormai chiari agli occhi di tutti.
tirasuicler

La cosa importante, la cosa fortemente legata anche al futuro di questo blog, che nonostante alcuni miei “scazzi” e forti delusioni e serie tentazioni di “tirà giò la cler” andrà regolarmente avanti al motto di “tira sü i cler!” i , battagliero come sempre e teso ad informarvi su quelle che io considero le più importanti produzioni metodo classico italiane e, ça va sans dire, francesi o spagnole, è che la vita, e le degustazioni continuano. E che avrò un sacco di vini, spero, di cui rendervi conto, cari lettori/consumatori, tanti Champagne che ho bevuto in questi ultimi mesi, e altri che sono già in cantina, pronti per l’assaggio, e tanti metodo classico italiani che assaggerò nei prossimi 10 giorni.

Behonest

Perché oggi sarò proprio in Franciacorta, ad Erbusco, per l’assaggio, per il quale ringrazio il Consorzio Franciacorta per la consueta signorile disponibilità e per avermelo organizzato ( con la perfetta collaborazione della giovane, bravissima Silvia Filisetti), immagino come sempre benissimo, anche se Lemillebolleblog è solo un blog, letto e rispettato anche all’estero, e non (deo gratias!) una guida, di qualcosa come 87 vini di due precise tipologie che ho scelto, quelle che amo maggiormente insieme al Rosé, ovvero Extra Brut e Dosaggio Zero (per la precisione 36 extra brut di cui 13 senza annata e 23 millesimati e 51 dosaggio zero, di cui 16 senza annata e 35 millesimati).

Ed il prossimo 7 luglio sarò invece a Torrazza Coste, presso il Centro di Ricerca formazione e servizi della vite del vino, alias Riccagioia, per degustare un tot (il numero lo scoprirò solo vivendo…), di metodo classico targati Oltrepò Pavese. Consorzio per il quale dovrei condurre, il prossimo 11 luglio una degustazione (ne parleremo a tempo debito, se all’epoca quella struttura sarà ancora intera e non sarà stato teatro di qualcosa di sgradevole, che di questi orridi tempi di violenze e di minacce alla nostra civiltà non è assolutamente da escludere e che personalmente pavento…) in un particolare luogo dove mi ero ripromesso pubblicamente di non mettere piede e nel quale, forse, lo ripeto, farò ingresso per la prima volta. Esclusivamente per motivi di lavoro, non perché abbia sposato la filosofia trionfalistica e vacua di questa rassegna a risonanza universale…

TomStevensonOltrepò16-02-2015 020

Perché tutto questo “pistolotto”? Semplicemente, come faccio sempre con i miei blog (e vedremo se a fine anno riusciremo ad aggiungerne un terzo…) per darvi conto di quello che faccio e per mettere le mani avanti nel caso martedì ed eventualmente mercoledì dovessi tardare ad aggiornare il blog e postare nuovi contributi.

Elmundocambia

Perché la giornata, anche se la nostra vita ormai va tremendamente di corsa ed è come centrifugata e impazzita, è fatta sempre e comunque di 24 ore e non di 48, perché alcune ore devo giocoforza dedicarle al riposo, e perché oltre al vino, e alla scrittura e ai blog, c’è la Vita e in questa estate che é arrivata io desidero fortemente e golosamente viverla e dedicarle (con tutto quello che comporta, ovvero amore, musica, libri, amicizie) tutto il tempo che merita.

Siphappens

Perché si vive una volta sola, al di là di quello che ci dicono, a mio avviso prendendoci garbatamente in giro, le varie religioni…

vitsasola2

A presto dunque su Lemillebolleblog e prosit!

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Arturo Bersano millesimato 2011 Brut metodo classico Bersano

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
8


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Il ritorno alla grande di una storica azienda vinicola piemontese

Ottime notizie dal Piemonte: una storica casa vinicola è tornata agli antichi splendori! La mitica Bersano di Nizza Monferrato, che nacque negli anni Venti del secolo scorso quando Giuseppe Bersano acquisì dai Conti della Cremosina l’omonima cantina con vigneti, e poi si sviluppò quando il figlio maggiore, il grande Arturo Bersano, nel 1935 lasciò perdere l’attività di avvocato per dedicarsi alla propria azienda agricola e vinicola, dando vita negli anni Sessanta alla Bersano Vigneti, ovvero l’azienda agricola della Bersano vini, è tornata alla grande. Forte di 230 ettari vitati, di uno staff tecnico e manageriale di prim’ordine (le famiglie Massimelli e Soave), di una volontà tenace di ritornare a recitare il ruolo da protagonista che le compete.

La riprova di questo ritorno l’avevo già avuto a maggio ad Alba, nel corso di Nebbiolo Prima, degustando una mirabolante versione del Barolo riserva 2005, da vigne in Serralunga d’Alba, e ne ho avuto folgorante conferma giovedì sera a Milano, grazie ad una verticale di cinque meravigliose annate di Barolo, 2010, 2000, 1996, 1974 e 1958, svoltasi presso la suggestiva Enoteca Duomo 21, ad un tiro di schioppo dalla Mia Bela Madunina, verticale impreziosita dalla presenza di un grande sommelier francese, nonché produttore, Philippe Nusswitz, Meilleur Sommelier de France 1986 che ha riconosciuto la grandezza e l’unicità del Nebbiolo e del Barolo che ne nasce.

Serata splendida che nemmeno la professionalità piuttosto “zoppicante” di una certa sommelière, che dicono essere “un fenomeno”, ma che secondo me dovrebbe tornare all’asilo, che non è riuscita a cogliere il nettissimo sentore di tappo nella prima bottiglia del magnifico 1996 che ci ha tranquillamente servito come se fosse a posto, mentre non lo era (fantastica invece la seconda bottiglia servita su indicazione di uno dei proprietari e mia…), è riuscita a rovinare.

Ma che ci azzecca il Barolo (il Barolo va bene ovunque e comunque, anche a fine giugno, anche con 26 gradi, anche se qualche sommelière non sa cosa sia o non lo capisce… E il Barolo, anche se vecchio, non c’entra nulla nella liqueur di un’Alta Langa serio, e quando lo si usa, é solo per un’ennesima stupida farinettata…) si dirà a questo punto qualcuno con Lemillebolleblog?

Niente paura, non voglio parlarvi qui, lo farò su Vino al vino, di quei fantastici Barolo, ma voglio rimanere nel mondo delle bollicine perché prima della degustazione nebbiolesca ho fatto un felicissimo incontro, una retrouvaille direbbero i francesi, con un altro vino targato Bersano, con un metodo classico che un tempo era un punto di riferimento, tanto che nel 1988 Antonio Piccinardi e Gianni Sassi selezionarono l’allora riserva 1985 nel loro aureo Champagne & Spumanti. 100 champenois, volume di grande formato edito da Mondadori. La cui lettura consiglio alla sommelière, che un po’ di cultura e di storia non fanno mai male…

All’epoca la cuvée era composta da uve Pinot grigio e Pinot nero “allevate nei vigneti delle valli alte dell’Oltrepò Pavese”, ora il Pinot grigio è sparito ed è rimasto il Pinot nero, sempre fornito da storici conferenti oltrepadani, e ci troviamo di fronte ad un Blanc de Noir, ad un metodo classico, affinato 30 mesi sui lieviti, che si chiama ancora, come un tempo, Arturo Bersano.

Bersano 005

La versione 2011, con sboccatura 2014, che ho assaggiato in magnum, ma che dico assaggiato, ne ho gustati tre bicchieri, con il consenso di Philippe Nusswitz, mi ha convinto, anche se, detto con franchezza, l’avrei preferita magari un po’ più secca, con un minore dosaggio di zuccheri, (penso che siamo intorno agli 8 grammi, vero Roberto Morosinotto?) e mi è piaciuta perché il vino è buono, godibile, si fa bere benissimo, e pur essendo di fatto un Oltrepò Pavese non è gnucco, pesante, noioso e monocorde come tanti metodo classico oltrepadani, perché è elegante, ben fatto.

E ha un solo, clamoroso, difetto, si presenta come Talento, ovvero tenendo in vita un’esperienza di denominazione collettiva dei metodo classico che è morta, defunta, in completa putrefazione. Basta visitare il sito Internet dell’Istituto, non aggiornato da illo tempore, per capire, che Talento riposa in pace, amen.

Questo piccolo problemino a parte, il vino (sono curioso di provare presto anche il Rosé) è buono, pulito e giusto, colore paglierino scarico brillante e luminoso, perlage finissimo e continuo, naso molto fine, elegante, fragrante, con note di fiori bianchi, nocciola, pesca bianca, agrumi, crosta di pane, ananas in evidenza, un attacco in bocca vivo e nervoso, di salda energia, uno sviluppo largo e profondo, una buona ricchezza di frutto, acidità ben calibrata, una bella sapidità e un’interessante persistenza, con una piacevolezza davvero notevole.

E brava la Bersano, bentornata sul palcoscenico della qualità, nel posto, in primo piano, che le spetta!

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