Champagne Blanc de Noir 1998 Pannier

Reims1
E la Champagne emerge subito con la sua inimitabile magia…

Avrei una marea di cose da raccontare reduce dai due giorni e mezzo trascorsi in Champagne, invitato dall’amico Domenico Avolio responsabile del Bureau du Champagne Italia a partecipare, come giornalista, all’evento speciale organizzato a Reims per celebrare i primi dieci anni di quella geniale intuizione che è stata l’invenzione degli Ambassadeurs du Champagne, super-esperti selezionati durante un severissimo concorso che vede sfidarsi rappresentanti di Germania, Austria, Belgio, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Italia, Paesi Bassi e Svizzera.

Le impressioni dopo un ritorno nella terra delle “bollicine nobili” per antonomasia dopo qualche anno e dopo una rinuncia forzata, dovuta a gravi motivi familiari, a fare parte della giuria dell’edizione 2012. Quelle sensazioni che si sentono, a pelle, aggirandosi nel cuore di un territorio tanto speciale, incontrando produttori che conosci generalmente solo attraverso i loro vini, rivedendo qualche vecchia conoscenza come il grande Bruno Paillard. E magari trovandoti accanto a tavola, per la magia del caso, una coppia di simpaticissimi vignerons di Vrigny, Isabelle e Eric Coulon, che non avevi mai incontrato, ma dei cui Champagne, avevi già scritto su questo blog… Qui, qui e poi ancora qui.

Thibaut Le Mailloux2

E ancora, sempre per la singolarità e imprevedibilità del caso, per la serie, il mondo è proprio piccolo, vedere entrare, nel ristorante dove stavo cenando con i colleghi e con l’ottimo Thierry Le Mailloux, direttore della comunicazione del CIVC, la sagoma inconfondibile di uno chef de cave, ma italiano, Mattia Vezzola, enologo da sempre della Maison Bellavista, in Franciacorta. Zona vinicola italiana dalla storia molto recente, rispetto a quella champenoise, di cui ho sentito parlare molto bene, con rispetto e con interesse e grande curiosità, da diversi personaggi dell’universo Champagne incontrati in questi giorni…

Datemi il tempo, anche per raccontare l’entusiasmo di questi Ambasciatori, professionisti la cui mission è fare conoscere, capire e apprezzare la diversità dei vini della Champagne mediante un lavoro formativo, e la bella sorpresa costituita dall’aver conosciuto qualcuno di loro che non avevo mai incontrato (due nomi su tutti: Marco Anichini, Ambasciatore italiano 2009 e terzo classificato al concorso europeo dello stesso anno e Nicola Roni, Ambasciatore italiano 2007 e Prix spécial du concours des Ambassadeurs du Champagne 2007), per far decantare le emozioni (fortissime) dovute ad una lunga visita guidata a quel capolavoro del gotico che è la Cathédrale Notre-Dame a Reims, un posto che riesce a scuotere anche un laico inveterato come il sottoscritto…
FluteReimsPer cominciare il discorso, invitandovi a leggermi anche domani, nel mio spazio dei vini bianchi (fermi e non ) sul Cucchiaio d’argento, dove sarà ancora un “méthode champenoise” protagonista, mi piace soffermarmi per un po’ su uno Champagne che ho bevuto, rimanendone folgorato, durante la cena di mercoledì sera alla Brasserie Les Halles.
Un vino che arrivando dopo due Champagne che mi avevano lasciato abbastanza tiepido, tanto da farmi pensare che avevo decisamente bevuto meglio il giorno prima, quando avevo partecipato ad una scintillante presentazione di un vino da applausi, il Franciacorta Dosage Zero Noir, un Blanc de Noir annate 2005, 2004, 2001, di Cà del Bosco (ne scriverò prestissimo), mi aveva finalmente risvegliato e fatto capire che ero davvero arrivato nella capitale, assoluta, del metodo classico. Delle bollicine che nascono grazie alla tecnica della rifermentazione in bottiglia in un posto unico e inimitabile.
Il caso, o meglio, un’ottima scelta da parte di Thibaut, attento regista della serata, ha voluto che al nostro tavolo arrivasse un magnum proprio di un Blanc de noir, un magnum annata 1998 di un vino che manco a piangere in cinese se ne trova ancora, uno spettacolo di Champagne firmato Pannier.

Una Maison di cui so ben poco, quello che ho letto sul sito Internet, ovvero che è nata nel 1899 a Dizy, alle porte di Epernay per iniziativa di Louis-Eugène Pannier. Una cantina antichissima, che risale al dodicesimo secolo, quando a Castrum Theoderici, il Conte di Champagne Hugues Lambert, detto Thierry, decise di far scavare immense gallerie nella roccia per estrarre la pietra necessaria a costruire fortificazioni.

Nel 1899, Louis Eugene Pannier intuisce che le profonde gallerie di Chateau Thierry sono ideali per l’invecchiamento dello Champagne e decide il trasferimento dell’azienda a Château-Thierry nel cuore dei coteaux della Vallée de la Marne, patria dello scrittore e poeta Jean de la Fontaine, universalmente celebre per le sue Fables.

Parola d’ordine impegnativa dell’azienda “Tendre à la perfection”, ovvero tendere alla perfezione, mediante un ampio approvigionamento di uve, affidate da 25 anni allo Chef de Cave, Philippe Dupuis, provenienti dalla Côte des blancs, dalla Montagne de Reims sino alla Vallée de la Marne, Chardonnay, Pinot Noir e ovviamente Pinot Meunier, cépage sul quale ha particolarmente puntato. Nel 1974 l’azienda è stata acquistata da un gruppo di viticoltori fondando la società ora chiamata Covama, Vignerons en Champagne, e 25 anni dopo, nel 2003, l’azienda ha riacquistato una struttura autonoma.

PannierChampagne

Bene, questo Blanc de Noir 1998 che a seconda delle annate è o solo Pinot noir in purezza, di Mailly-Verzy-Verzenay, o accoglie un 5% di Pinot Meunier da vecchie vigne, ci raccontava il responsabile comunicazione del CIVC era fresco di sboccatura, al massimo 8 mesi, e quindi si era fatto un affinamento sui lieviti non inferiore a cinque anni.

Che spettacolo di Champagne! Colore paglierino brillante luminoso, di grande vivacità e intensità, perlage finissimo e continuo e un naso freschissimo, variegato, con frutta secca, piccoli frutti rossi di bosco, ananas e agrumi in evidenza, leggeri accenni di mela cotta o appena ossidata.

E poi che meraviglia subito dall’entrata in bocca, dove il vino si dispone largo, pieno, bien charnu, con una struttura e un’ampiezza da rosso, con persistenza lunghissima e pienezza di sapore, eppure con un nerbo, una freschezza, una vivacità, un’energia dinamica, una mineralità e un sale da bianco di rango. E con vini del genere, come non “(re)tomber amoureux” de la Champagne?

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La Francia ancora punto debole delle expéditions de Champagne 2014

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Le proiezioni parlano di una possibile crescita a fine 2014 dell’uno per cento

Sempre grazie all’indispensabile blog Champagne un monde de bulles in coincidenza con la mia partenza per una tre giorni in quel di Reims, invitato dal CIVC in occasione dei festeggiamenti dei primi dieci anni del Concours européen des Ambassadeurs du Champagne, apprendo le notizie più recenti sull’andamento delle expéditions de Champagne aggiornato al mese di agosto 2014.

Rispetto all’agosto 2013, le spedizioni agostane 2014 indicano un volume di 20,4 milioni di bottiglie, con un calo del 2,8%. Si conferma il trend dei primi mesi di quest’anno, con i Paesi terzi in crescita e Francia ed Europa in calo. La Francia contiene le perdite ad agosto 2014 rispetto allo stesso mese di un anno fa al 4,8%, mentre l’Unione Europea fa un tonfo pari al meno 10,4%.
AmbassadeurChampagne

Calano i vini delle cooperative, del 15,6%, dei vignaioli, del 6,5%, mentre gli Champagne delle Maison perdono solo uno 0,3%. Le statistiche relative ai primi otto mesi del 2014 vedono le spedizioni aumentare dell’1,4% rispetto ad un anno fa, toccando quota 155 milioni di bottiglie. La Francia, che da sola rappresenta il 50,9 dei consumi, si ferma a 78,8 milioni di pezzi, con un decremento del 3%, mentre l’export in generale sale del 6,5%.

Le spedizioni nei Paesi dell’Unione Europea aumentano del sei per cento, e con 36,1 milioni di pezzi riguardano il 23,3% del totale delle spedizioni. I Paesi terzi, in crescita del 6,9%, superano quota 40 milioni di bottiglie, che equivale al 25,8% delle spedizioni. Ragionando, in prospettiva, su 12 mesi, le spedizioni fanno toccare un piccolo, ma incoraggiante, rialzo dell’uno per cento, e raggiungerebbero 307,2 milioni di bottiglie.

Che fare dunque, e io lo farò gioiosamente in questi giorni, che stappare e bere Champagne?

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Metodo classico Brut Il Mattaglio Cantina della Volta

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero, Chardonnay
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
4.5


Varvaglione-CantinadellaVolta 008

Oggi cari amici, per bere un ottimo metodo classico, fatto con Pinot nero e Chardonnay, vi voglio condurre nientemeno che.. in terra di Lambrusco, nel cuore del Sorbara, in quella Bomporto che lo scorso gennaio è stata purtroppo teatro di una disastrosa alluvione.

Qui i Bellei, dapprima Giuseppe, che per primo ad inizio anni Ottanta volle elaborare un Lambrusco particolare, prodotto con quella tecnica della Champagne che tanto amava, e ora il figlio Christian, i loro vini li vedono unicamente con le bollicine e per farlo non hanno esitato, nei primi anni Novanta oltre ad elaborare con il metodo della rifermentazione in bottiglia l’uva di casa, a trovare il posto giusto, in collina ovviamente, dove piantare le uve, Pinot Noir, Chardonnay e Pinot Meunier, da barbatelle acquistate in Francia.

Un posto individuato in un terreno collinare calcareo, a ridosso di un bosco, in territorio Lorenzo Dietro il Monte, a Riccò di Serramazzoni a cinquecento metri di altezza sull’appennino modenese. Giuseppe Bellei giudicò il terroir ed il microclima particolarmente adatti alla coltivazione degli stessi cloni utilizzati nella regione francese dello Champagne e l’altitudine e la vicinanza al bosco consentono al vigneto di godere appieno degli effetti dell’escusione termica.

Questo per il metodo classico da uve… champenoise, ma anche per il il Lambrusco di Sorbara D.O.C. rivisitato in chiave Spumante Metodo Classico avviato negli anni Ottanta, Bellei ebbe frquenti confronti e scambi di informazioni tecniche con la stazione enologica di Épernay, “ per individuare una modalità di vinificazione con rifermentazione in bottiglia, simile a quella dello Champagne che, anche senza l’ausilio dell’autoclave, potesse garantire un vino limpido in bottiglia, privo di fondo”.

Christian Bellei mosse i primi passi in azienda nel 1986 al termine degli studi in agraria e anni dopo ribattezzando l’azienda Cantina della Volta e prendendo in mano direttamente la conduzione, a 42 anni si dedicò a rimettere a nuovo la vecchia cantina di famiglia fondata nel 1920 e, all’interno di essa, dedicarsi a fare al meglio delle sue possibilità vini prodotti con il metodo tradizionale della fermentazione in bottiglia.

E le sorprese non sono finite perché oltre al Mattaglio Brut, di cui parleremo ora, e alla versione Dosaggio zero che conto di assaggiare presto, dal vigneto di San Lorenzo Dietro il Monte arriveranno uve destinate addirittura a metodo classico riserva, con lungo affinamento, tra cui anche un (da me attesissimo) Rosé.

Varvaglione-CantinadellaVolta 006

Venendo al nostro Brut, denominato “Il Mattaglio”, (degustato un campione con sboccatura del maggio 2014) si tratta di una cuvée composta per il 60% da Pinot nero e per il 40% da Chardonnay, raccolte a mano in piccole cassette, di cui viene utilizzato solo il mosto fiore. L’affinamento sui lieviti non è mai inferiore ai 20 mesi.

Il vino, di grande equilibrio e piacevolezza, rivela chiaramente l’origine alto collinare delle uve, manifestando una freschezza, un nerbo e una sapidità davvero notevoli. Colore paglierino scarico, perlage sottilissimo, continuo, di grande vivacità nel bicchiere (niente flûte, s’il vous plaît.) ed un bouquet delicato molto aperto, elegante e fragrante, con fiori bianchi, note agrumate, di crosta di pane leggermente tostata, di nocciole e soprattutto sale.

L’attacco in bocca è morbido e rotondo, di grande dolcezza espressiva, ben secco nello sviluppo, e salato e minerale come appariva nella fase olfattiva, con una bella continuità e un’ampia tessitura e un’energia, una spalla salda, che rendono ancora maggiore la piacevolezza. Ottimo aperitivo, ma ancora meglio a tavola, soprattutto su piatti a base di pesce e perché no, trattandosi di un vino da colline vicine ai boschi, anche su dei tagliolini con funghi porcini freschi.

Cantina della Volta
di Christian Bellei & C.
Via per Modena, 82 – 41030 Bomporto (MO)
Tel. 059.74.73.312
e-mail info@cantinadellavolta.com
Sito Internet www.cantinadellavolta.com

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Champagne Le Rosé Dumangin

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot noir, Pinot Meunier
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
5


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Delicatezza e charme in forma di bollicine

Non cercate notizie sul sito Internet dell’azienda. E’ work in progress, in rifacimento, e vi riferirà solo che, Gilles Dumangin, “Créateur de Cuvées & 5 e Génération Dumangin” vi presentano il nuovo packaging (la notizia risaliva a Vinexpo 2013) dei loro Champagne. Con l’assicurazione che la qualità sarà la stessa delle cuvées Dumangin J. Fils, già ben nota e coronata da 200 articoli di stampa e più di 100 medaglie ricevute nel corso degli ultimi anni. Apprenderete che clienti celebri della Maison sono Paul McCartney e il grande chef un po’ “incazzoso” Gordon Ramsay, mister Hell’s Kitchen e Cucine da incubo.

Maggiori dettagli, sulla storia della Maison, potrete invece trovare, in italiano, qui. Nonché sul sito Internet Spumeggiando opera di un prezioso piccolo importatore e distributore (nonché venditore on line) di Champagne-chicche come il gardesano Vittorio Vezzola, qui e poi ancora qui, dove si parla proprio del vino oggetto di questo post e della nostra, mia e di quella Lei che esiste eccome e che i Rosé li esige eleganti com’è lei, folgorazione.

Apprendiamo così che Jacky & Gilles Dumangin hanno scelto di fondere i loro migliori vini e diminuire il loro volume di produzione vintage per creare ogni anno questo rosé, la composizione della cui cuvée varia di annata in annata. La mia bottiglia di Le Rosé riportava in retro-etichetta 47% di Chardonnay e 53% di uve rosse, ovvero 37% di Pinot nero e 16% di Pinot Meunier. I vigneti sono Champagne Premier Cru – Montagne de Reims: Chigny Les Roses, Ludes, Rilly, Taissy, Cormontreuil. La Maison ha difatti sede a Chigny Les Roses, commune de 536 habitants village classé 1er cru situé au coeur de la Montagne de REIMS Commerce principal : le Champagne.

Gilles Dumangin lo definisce ”Mon vin signature”, il mio vino firma, il vino simbolo, e la vinificazione si svolge il acciaio e con un affinamento di 4 anni in legno per il 13% della cuvée.

Beh, cosa è successo quando abbiamo stappato, servendolo nel calice Franciacorta, vecchia e nuova versione e non purtroppo dal nuovo (anzi in fieri) rivoluzionario calice Bini? Beh, semplice, siamo rimasti con la bocca spalancata per la meraviglia di trovarci di fronte ad uno dei Rosé più buoni che ricordassimo. Un vino di un’armonia, un equilibrio, una piacevolezza fuori misura, perfetto per essere portato e gustato a tavola e per essere goduto, ebbene sì, goduto, di per sé solo.

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Meraviglioso il colore, melograno rosa antico delicato, finissimo e continuo il perlage, e delicato, suadente, come sanno esserlo solo gli Champagne di classe (e non lo dico perché dal 15 al 17 sarò proprio lì, in quella terra da sogno) il bouquet. Caratteristico, ampio, fragrante, con sfumature di rosa, lamponi, ribes, pompelmo rosa e fragoline di bosco, pesca bianca, mandorle non tostate e un leggero ricordo di confetto. Un bouquet aereo, pulito, che annuncia nella sua freschezza, una succosità del frutto.

E difatti attacco in bocca delicato, cremoso, con il vino ad allargarsi progressivamente, con dolcezza, en dentelles, sul palato, acquisendo una dimensione armoniosamente succosa, polputa, piena, controbilanciata da una vena salata, un buon nerbo e una lunga persistenza piena di carattere.

Un Brut, con sboccatura dichiarata (evviva!) del 25 luglio 2014, e un dosaggio degli zuccheri che avresti pensato arrivasse al massimo a 4 grammi, ma che invece è di 8,8. Uno dei misteri gaudiosi, questa dolcezza che non senti tale, bilanciata com’è da un frutto meraviglioso, dalla ricchezza del Pinot nero e dalla morbidezza del Pinot Meunier, da uno Chardonnay che dà spalla e nerbo, di questo grande Le Rosé da standing ovation.

Peccato che fosse solo una bottiglia, venduta on line da Spumeggiando a meno di 35 euro (sto pensando a quanto costano certi Rosé italiani…) e non un magnum, che Lei ed io l’avessimo avuto avremmo amabilmente “seccato”….

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Puglia e spumanti: il punto di vista dell’Assessore Fabrizio Nardoni

FabrizioNardoni

A seguito del mio articolo di qualche giorno fa intitolato Ma la Puglia ha davvero bisogno di produrre spumanti? ricevo dall’Assessore alle risorse agroalimentari della Regione Puglia, Fabrizio Nardoni questa precisazione che pubblico con grande piacere, convinto che parlandosi, confrontandosi con civiltà, si potrà sempre trovare un punto di incontro e la possibilità di dialogare serenamente. Nell’interesse, istituzionale e umano nel caso dell’Assessore e professionale da parte mia, che da oltre vent’anni mi occupo dell’amata (senza virgolette, lo è davvero) Puglia e dei suoi vini, della loro conoscenza e promozione. Ai quali penso di aver offerto un contributo che è davvero difficile negare e che tanti produttori, ormai diventati amici, mi riconoscono…

Ringrazio l’Assessore per il suo intervento e al piacere di nuovamente incontrarlo presto nella sua terra, auguro buona lettura.

Carissimo Ziliani, leggo sempre con molto piacere gli articoli riportati dal suo blog e dei suoi sentimenti verso l'”amata” Puglia.

Per tale ragione, malgrado un piccolo ritardo dettato più altro da una serie di emergenze che siamo costretti ad affrontare di recente (vedi emergenza Xylella in Salento) ho il piacere di replicare al suo rispettosissimo articolo sul Bando spumantizzazione in Puglia dello scorso 2 ottobre dal titolo “Ma La Puglia ha davvero bisogno di produrre “spumanti”?

La Puglia vitivinicola da sempre è stata caratterizzata, grazie alla sua orografia e al microclima delle differenti aree viticole, dalla presenza di un enorme patrimonio varietale che nei secoli si è naturalmente adattato alla nostra terra. Una terra che, grazie anche alla sapienza e alla maestria dei nostri viticoltori ed enologi, riesce ad offrire vini strutturati, dalle complesse note aromatiche e da differenti caratteristiche qualitative.

In sintesi la mia Terra è un incubatore di qualità per tutte le varietà attualmente ammesse alla coltivazione per i diversi bacini viticoli pugliesi.

Puglia-regionevini

Il lavoro svolto sino ad ora dai viticoltori, dai tecnici e dalle istituzioni hanno portato certamente ad identificare la Puglia come la Terra del Primitivo, del Negroamaro, dell’Uva di Troia. Accanto a questi tre vitigni principali, che caratterizzano i tre diversi bacini viticoli pugliesi (Capitanata, Murgia Centrale, Arco Jonico –  Salentino) vi sono molte varietà autoctone e non, che rafforzano il primato di una delle più importanti regioni viticole italiane.

Ogni anno i nostri vini si affermano sempre più sui mercati nazionali ed esteri ed, insieme con il  prodotto enoico, si impongo all’attenzione di un pubblico sempre più vasto i saperi, la storia e le tradizioni socio – enogastronomiche di  una meravigliosa ed inimitabile regione viticola.

Ebbene la Puglia, oggi, può proporsi anche come produttrice di spumanti e di vini frizzanti. Regione poliedrica, per la caratteristiche pedoclimatiche e per le specialità varietali che coltiva, nel prossimo futuro potrà vantare anche la produzione di vini con le bollicine dai piacevolissimi profili aromatici complessi  e dal sapore equilibrato. Vitigni come Bombino bianco, il Bombino nero, il Negroamaro, la Verdeca, sono senz’altro adatti ad essere impiegati  per la produzione di spumanti di qualità con caratteristiche peculiari proprie, senza, quindi, tentare di “imitare” i pregevoli prodotti che caratterizzano altre importanti zone viticole italiane.

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Certo la Puglia non ha una tradizione spumantistica come è riscontrabile in altre regioni italiane ma questo non vuol dire che non abbia le potenzialità, le tipologie varietali,  la capacita produttiva e le competenze tecniche per provare a competere anche in un settore enoico che potrebbe rivelarsi foriero di lusinghieri successi. Se è d’obbligo il condizionale per l’evoluzione di uno scenario ancora in fase embrionale, è inconfutabile però il fatto che l’esperienza più che positiva realizzata in Capitanata – come peraltro sottolineato da Ziliani – costituisce un precedente storico affermato e assai incoraggiante.

Daraprì
Né è poi possibile ignorare che una della più significative specialità enoiche della Puglia è la vinificazione in rosato – è ancora Ziliani a evidenziarne l’eccellenza delle produzioni –, rosato che si presta molto bene anche alla spumantizzazione.

Un progetto regionale ambizioso è quello di valorizzare ulteriormente la produzione dei vini rosati pugliesi incrementando certamente la tipologia “bollicine” che incontra il convincente favore del pubblico nazionale e internazionale.

La crescente richiesta di spumante da parte del mercato, inoltre, ha consigliato molti produttori pugliesi – ma anche di altre regioni d’Italia – a inserire nelle proprie offerta al pubblico questa tipologia di vino. Non essendoci, attualmente, sufficienti impianti di spumantizzazione in Puglia, i nostri produttori, quindi, sono costretti a rivolgersi altrove sopportandone conseguentemente i costi.  Perché, dunque, non provare a dotare le nostre cantine di strutture tecnologicamente avanzate per la produzione di spumanti ?

Puglia

Bisogna puntare sulla caratterizzazione della nostra viti-enologia, sul sistema di interazione vitigno – territorio e sull’esaltazione delle peculiarità che ogni varietà è capace di esprimere in campo ed in cantina, puntando principalmente sui vitigni autoctoni pugliesi.

In un nuovo contesto normativo che non consente più ai nostri produttori di uve ad Indicazione di Origine Protetta di poter effettuare la presa di spuma fuori dal territorio delimitato dal proprio disciplinare di produzione, con la pubblicazione del bando pubblico per la realizzazione di impianti di spumantizzazione e frizzantatura, abbiamo voluto offrire alle nostre cantine la possibilità di valorizzare e di diversificare le produzioni per rendere ancora più competitiva ed unica la produzione enoica pugliese.

La ringrazio comunque per l’attenzione da sempre riservata alle produzioni di eccellenza della nostra regione e come al solito la invito a tornare in Puglia e a brindare perché no al frizzante comparto vitivinicolo di questa terra con un buon bicchiere di spumante!

Cordialmente

Fabrizio Nardoni

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Bollicine in castello a Mornico Losana

Bollicineincastello

Eppur qualcosa si muove in Oltrepò Pavese..

Riprendo e giro alla vostra attenzione la comunicazione di una bella iniziativa, Bollicine in castello, promossa dal rinnovato (quantomeno nel direttore, il vivace e attivo Emanuele Bottiroli) Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese in programma sabato 11 e domenica 12 ottobre, dalle ore 11 alle ore 20, presso il Castello di Mornico Losana, edificio medievale, dolcemente adagiato sulle colline dell’Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Verzate.

L’evento sarà un esclusivo palcoscenico dedicato quasi del tutto alle aziende dell’Oltrepò Pavese che producono spumanti Metodo Classico e Charmat e intenderebbe essere il primo di una serie di appuntamenti che dovrebbero avere come teatro altri dei bellissimi castelli che abbondano in terra oltrepadana. Insomma, una sorte di “festival nei castelli dell’Oltrepò Pavese, per valorizzare beni d’inestimabile valore rimasti sino a oggi affidati alla sola buona volontà dei singoli proprietari. In Oltrepò ci sono antichi manieri poco utilizzati o chiusi al pubblico e produttori vitivinicoli di qualità che necessitano di belle cornici d’accoglienza.

Per fare di necessità virtù, questo weekend un gruppo di cantine, con umiltà e passione, darà vita a una due giorni interamente dedicata al lato edonistico della spumantistica, che è soprattutto cultura. Si tratta di uno sforzo encomiabile di un gruppo di pionieri, per di più aperti al dialogo e al confronto con alcuni ospiti da altre zone di produzione. Il servizio cucina sarà affidato allo stile e alla professionalità di Vittoria Banqueting. I saloni del Castello di Mornico Losana ospiteranno tanti appassionati e operatori del settore per un viaggio, brioso, nell’eccellenza.

La location

Il Castello di Mornico Losana, suggestiva testimonianza storica custodita tra le colline dell’Oltrepò Pavese della vite e del vino, nasce come casa-forte con funzione di avvistamento nell’ambito del sistema difensivo del feudo di Montalto di cui Mornico faceva parte. Questa fortificazione venne citata in un atto notarile del 1350 che conteneva una convenzione tra i Belcredi circa le proprietà della nobile famiglia. I discendenti della stessa ristrutturarono la casa-forte all’inizio del 1700, trasformandola in un vero e proprio maniero.
Oggi il castello di Mornico, ben curato e con una cantina antica tutta da esplorare, offre una cornice splendida, un lussureggiante giardino, un importante impianto decorativo e persino un’antica torre di avvistamento: una location unica per eventi speciali.

Il territorio

Mornico Losana è un comune italiano di 737 abitanti della provincia di Pavia in Lombardia. Si trova sulle colline dell’Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Verzate; dal colle su cui si allunga il paese, sovrastato da un castello, si domina la sottostante Pianura Padana. La collina, sulla quale sorge il paese fa da divisorio tra la valle del torrente Verzate e la Val Sorda. Mornico è citato tra i luoghi che nel 1164 l’imperatore Federico I concesse alla città di Pavia, tutti luoghi fortificati e dotati di autonoma amministrazione.

Fu incluso dai Pavesi nella podesteria o squadra di Montalto, infeudata ai Belcredi, che ne costruirono o più probabilmente ricostruirono il castello, con funzioni di avamposto verso la pianura rispetto al castello principale di Montalto, da qui ben visibile. Il comune di Mornico seguì le sorti del feudo di Montalto nei successivi passaggi agli Strozzi, ai Taverna e al definitivo ritorno ai Belcredi, che nel XVIII secolo presero anche il titolo di Marchesi di Mornico.

Le aziende protagoniste

Bellaria

http://www.vinibellaria.it

Berté e Cordini

http://www.bertecordini.it

Bruno Verdi

http://www.brunoverdi.it

Cà del Gé

http://www.cadelge.com

Casal Thaulero (Abruzzo – ospite)

http://www.casalthaulero.it

Castello di Stefanago

http://www.castellodistefanago.it
Conte Vistarino

http://www.contevistarino.it

Isimbarda

http://www.isimbarda.com

La Costaiola

http://www.lacostaiola.it

Mazzolino

http://www.tenuta-mazzolino.com

Monsupello

http://www.monsupello.it

Podere Pavolini

http://www.poderepavolini.it

Percivalle

http://www.percivalle.com

Prime Alture

http://www.primealture.it

Rebollini

http://www.rebollini.it

Tenuta il Bosco

http://www.ilbosco.com

Torre Fornello (ospite)

http://www.torrefornello.it

Torrevilla

http://www.torrevilla.it

Travaglino

http://www.travaglino.it

“Bollicine in Castello”
SABATO 11 E DOMENICA 12 OTTOBRE 2014
DALLE ORE 11 ALLE ORE 20
Castello di Mornico Losana (PV)
Oltrepò Pavese
www.bollicineincastello.it
DOVE PARCHEGGIARE
P.zza Libertà (Municipio)
Sarà in funzione un servizio navetta continuato e gratuito.
BIGLIETTI D’INGRESSO
Biglietto singola giornata (calice + degustazione)
15 euro
Biglietto cumulativo per le due giornate (calice + degustazione)
20 euro
Sconto prevendita per chi chiede il coupon riduzione iscrivendosi alla pagina Facebook dedicata all’evento: ingresso e degustazioni 10 euro a giornata.

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Una sommessa preghiera agli amici franciacortini: basta confronti con gli Champagne!

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Cari amici produttori di Franciacorta, posso chiedervi, a meno di tre mesi dalla fine di questo strano 2014, in avvio del periodo migliore per la vendita dei vostri metodo classico, di fare un proponimento?

Posso chiedervi, da amico ad amici, che non mi capiti più di leggere nel 2015, come mi è capitato ieri, un’intervista dove uno di voi, non importa quale, capita un po’ troppo spesso a molti di lasciarsi andare a simili dichiarazioni, finisca con lo sparare: “Oggi a XXX produciamo il YYYY, uno spumante che se la gioca alla pari con gli Champagne”.

Primo: voi producete Franciacorta, non spumanti generici, un prodotto che ha il grande pregio di presentare una identificazione nome zona – nome prodotto. E che rappresenta un territorio.

Secondo: la volete smettere di tirare in ballo gli Champagne, dicendo una volta che ve la giocate a pari con loro, un’altra che i vostri Franciacorta sono superiori ai méthode champenoise di Reims ed Epernay, un’altra chissà quale altra scempiaggine che chiama in causa i “cugini” francesi?

Champagne-cartina

La volete finire, una volta per tutte, di misurare la vostra corsa con quella di chi produce da secoli prima di voi, in altri terroir e latitudini, con altre uve (loro praticamente non usano il Pinot bianco e voi non avete il Pinot Meunier), altri climi e soprattutto altri numeri, trecento milioni e rotti di bottiglie contro i vostri 15 milioni.

Se così farete, nessuno escluso, darete via alla più clamorosa e trasparente (e assolutamente a costo zero) campagna di comunicazione, quella della verità, ovvero chiamarvi orgogliosamente Franciacorta e basta.

Gli Champagne beveteveli pure (quando sono buoni è una cosa che fa bene al cuore e alla mente), confrontateli, nel silenzio delle vostre cantine, senza nessun giornalista presente, con le vostre cuvée, traete le vostre conclusioni. Ma non nominateli, prego, come se non esistessero. Grazie per la comprensione.
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Metodo classico Pas Dosé Zero 2009 Bellaguardia

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot bianco, Durello
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
4.5


Bellaguardia-metodoclassico 043

Attenzione amici miei, con il vino di scena oggi ci troviamo in Lessinia, nella zona di produzione del Lessini Durello posta sulle colline tra Verona e Vicenza, dove sono coltivati a uva Durella 366 ettari sulle colline veronesi e 107 ettari su quelle vicentine, con 428 viticoltori e 22 aziende, 14 delle quali aderenti al Consorzio di Tutela del Lessini Durello. Una produzione, in crescita, intorno alle 700 mila bottiglie, che vedono come perno centrale e vitigno identitario l’uva Durella (o Durello), il vitigno autoctono dei Monti Lessini, “una vite antica e rustica che dona uve dorate la cui caratteristica fondamentale è un tipico sapore acidulo ed una buccia spessa e ricca di tannini: sostanze polifenoliche che contribuiscono tipicamente a determinare la struttura corposa dei vini rossi.

La Durella è attestata sui Monti Lessini almeno fin dal Medioevo e conferisce ai vini una mineralità vulcanica data dai suoi suoli. La produzione è per il momento appannaggio del metodo charmat per il 70%, e del metodo classico per il 18% (il resto riguardano la versione ferma o passita), ed io tendenzialmente tendo a preferire, per mio gusto, gli “champenois” dove talvolta il Durello non recita sempre da solista, ma è accompagnato da piccole dosi di Pinot nero.

Il vino su cui oggi voglio catturare la vostra attenzione, un Pas Dosé millesimato annata 2009, tiraggio febbraio 2010, sboccatura del novembre 2013, 45 mesi di permanenza sui lieviti, nessuna liqueur aggiunga, niente solfiti aggiunti in fase di sboccatura, è composto, tenetevi forte, solo per il 30% da Durello e per ben il 70% da un’uva che amo tantissimo, il Pinot bianco.

E questa, proposta con lo Zero dalla Società agricola Bellaguardia di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza, cuore della Lessinia, è tutta un’altra storia e un’altra prospettiva, dove il Durello non solo si accompagna, come nel peraltro ottimo Extra Brut, al Pinot nero, ma come accade nella Riserva di Mario, affinata più di dieci anni, si sposa armoniosamente con quell’uva bianca che dà un’eleganza unica ai vini.

Bellaguardia-metodoclassico 042

Quella di Bellaguardia è la storia, ovviamente d’amore, siamo ai piedi dei Castelli di Bellaguardia e della Villa, i castelli di Giulietta e Romeo, secondo la leggenda narrata nel Cinquecento dal conte Luigi Da Porto, di un grande appassionato di vini, Mario Caltran, il quale “scegliendo e acquistando i terreni su cui avrebbe impiantato i vigneti aveva in mente uno spumante da bere in famiglia, per condividere il grande piacere delle bollicine con gli amici e le persone care”.

A perfezionarne il sogno ora sono il figlio Marco e Isidoro Maccagnan, che possono contare su un particolare vigneto “che si arrampica in costa tra paese e castello dove i venti di montagna, dal Pasubio al Carega, all’Altopiano di Asiago, si incontrano, aumentando l’escursione termica” e donando “una grande eleganza alla materia prima”.

E a Bellaguardia dispongono di un terroir proprio adatto con vigneti che “giacciono su suoli che si sono evoluti su rocce carbonatiche con depositi argillosi, con tessitura media e pietrosità elevata, con reazione moderatamente alcalina e buon drenaggio delle acque”. Una parte dei vigneti, circa sei ettari, insistono su notevoli pendenze, allevati su banchine o gradoni che arrivano ad avere tre metri di dislivello l’uno dall’altro con la pergola trentina. Inoltre la cantina ha il grande vantaggio di poter effettuare la maturazione dei vini in grotte poste proprio sotto di due castelli, con condizioni di temperatura naturali, umiditò e ventilazione costanti. Un’estensione di 1475 metri, di cui 1186 relativi ai vani artificiali e “289 alle 25 cavità naturali intercettate nello scavo della pietra tenere o pietra di Vicenza, e dovute a fenomeni di epicarsismo”.

CastelloMontecchio

Tornando al nostro Zero 2009, le uve provengono dal Galantiga, vigneto di proprietà nel versante a sud della collina dei castelli di Giulietta e Romeo a 200 metri di altezza e questo metodo classico è stato per me e la mia lei, che euforica per la qualità del vino si è lasciata andare ad una battuta scherzosa (buono il Durello con il Pinot bianco, ma sarebbe ancora meglio in una cuvée con la Passerina… ovviamente stavamo parlando di uve…) una vera e propria scoperta. Gustata, come aperitivo, su delle deliziose frittelle con fiocchi d’avena.

Bello il colore, paglierino dorato, molto brillante e luminoso, perlage sottile e continuo, naso sottile, secco, salato, molto fragrante e minerale, anzi petroso, con sfumature leggere di fieno di montagna, mandorla, mela, pesca noce, fiori bianchi, ananas e alloro a inseguirsi e dare freschezza, animazione e vitalità al profumo. Attacco in bocca di gran nerbo, scattante, ben secco, con un’accentuazione del carattere minerale, sviluppo dinamico, ben diritto, croccante eppure al contempo leggermente cremoso, pieno di sapore, con una persistenza molto lunga, un grande equilibrio e un’assoluta piacevolezza. Che meraviglie sa riservarci, con le sue “bollicine” la Lessinia!

Società Agricola Bellaguardia
Via Ziggiotti – Salita dei Castelli
Montecchio Maggiore VI
Tel. 347 6800188
e-mail info@bellaguardia.it
sito Internet www.bellaguardia.it
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Franciacorta Brut Rosé 2008 Bellavista

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
4


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Se c’è qualcosa di veramente difficile, e direi addirittura di effimero, nel mondo del vino, è cercare di produrre ogni anno un rosato con le bollicine che sia non dico uguale, ma molto simile, o collegabile con un filo rosso al vino dell’anno precedente. Se si lavora con onestà e si escludono “pastrocchi” e interventi aggiustativi del colore (cose che sono all’ordine del giorno anche nelle zone di produzione più prestigiose… : do you know rossissimo?) occorre entrare nell’ordine di idee che anche se lo chef de cave è un “manico”, ha esperienza e grande mestiere, ogni annata ha la sua storia.

E anche lavorando con dosaggi diversi nella delicata fase di composizione delle cuvées (che sia Pinot nero in purezza o entrino in scena Chardonnay e Pinot bianco) si finisce giocoforza con l’ottenere Rosé millesimati che possono avere caratteristiche molto diverse.

Di questa evidenza ho avuto conferma, nei giorni scorsi, riassaggiando, dopo oltre un anno, l’attuale annata in commercio, il 2008, di un Franciacorta Rosé del quale, riferendomi all’annata precedente, 2007, avevo decantato (mi consentite di citarmi?) il colore “salmone scarico, rosa tenue, che solo con il tempo prende alcune sfumature che virano verso la buccia di cipolla, ma mantenendosi più rosa che aranciato, brillante, luminoso, molto appealing nel suo modo di proporsi, fine e continuo il perlage, molto sottile, ed un profumo che subito ti seduce con la sua fragrante, elegante, delicata raffinatezza, dove piccoli frutti di bosco, più le fragoline che il lampone o il ribes, e non la ciliegia, si sposano ad accenni di rosa, agrumi, con una grande freschezza, sapidità e leggiadria aromatica che conquista e non ti lascia respiro”.

E, ancora, avevo elogiato “l’attacco in bocca secco il giusto, con calibrata pienezza di frutto e succosità, una bolla ben croccante e setosa che accarezza il palato, e una struttura che progressivamente, senza forzare, direi quasi con un sorriso, con lo stile di una bella donna.. di classe, conquista il palato, si allarga, gli dà calore e spessore e persistenza lunga che richiama la mandorla non tostata, pur in una cornice di assoluta freschezza e di piacevolezza contagiosa e mirabile”.

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Il vino in oggetto era il Franciacorta Gran Cuvée Rosé Brut 2007 di Bellavista, prima del clamoroso (non posso definirlo diversamente, restyling di etichette e bottiglie, che ha portato ad un rivoluzionamento dell’immagine mediante un packaging sgargiante e all’insegna del colore. Un’autentica rivoluzione grafica, voluta in primis dalla figlia Francesca oggi A.D. del gruppo Terre Moretti, che ha portato l’aspetto delle bottiglie della storica casa di Erbusco passare dal tradizionale packaging scuro ed elegante, delle etichette dai colori neutri e classici, dal cofanetto bordeaux ad una veste grafica variopinta che non disdegna il rosa, il turchese e l’arancione.
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Con cofanetti delle singole confezioni delle diverse tipologie di vino non solo molto colorati ma uno più originale e bello dell’altro, firmati dal designer e creativo francese Thierry Consigny, responsabile dell’agenzia Saltimbanque, che ha scelto etichette e capsule colore grigio perla per il Satèn, rosa per il rosé, turchese per il Pas operé, bianco per il Nectar demi-sec, nero, ma con scritte arancioni, per il Brut, e arancione per la cuvée Brut Alma.

E così stappata in compagnia della mia lei, al cui sapere sulle bollicine in rosa letteralmente m’inchino, la bottiglia del Rosé 2008, dall’etichetta e dalla capsula color “rosa maialino”, ci siamo trovati di fronte ad un vino profondamente diverso da quello del 2007. Ad una cuvée, composta orientativamente per il 65% da Chardonnay e per il 35% da Pinot nero, frutto di una trentina di selezioni di vendemmia e affinata 6 anni sui lieviti (normalmente il Rosé viene venduto, come accadrà con il 2009, dopo il quinto anno) dotata di un’altra identità.

Identica la metodologia di lavoro, che prevede per una parte del vino il ricorso all’affinamento in legno, e come scrivevo l’anno scorso, con il Pinot nero lasciato in macerazione a cappello sommerso, il che consiste nel lasciare il mosto a contatto con le bucce di Pinot Nero fino ai primi segnali di inizio fermentazione. “Questo per ottenere un colore delicato e costante, segno distintivo di un’opera d’arte”, parole dello storico chef de cave di Bellavista, Mattia Vezzola, la cui eno-estetica vede la leggerezza prevalere sulla potenza.

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Con il 2008, mi ha raccontato Mattia quando gli ho telefonato per manifestargli la sorpresa (mia e di chérie…) il 35% di Pinot nero utilizzato è stato vinificato per il 20% in bianco e per il 15% in rosso, ma un 25% di questo 15% vinificato in rosso apparteneva all’annata 2007 e quindi ci si è trovati con una parte consistente del vino che invece di rimanere in legno solo sei mesi vi è rimasta un anno e mezzo.

Ecco quindi spiegata la differenza, il colore buccia di cipolla piuttosto che rosa tenue, il bouquet più intenso, denso, consistente, con una prevalenza delle note fruttata su quelle floreali, le note molto intense di frutta gialla esotica, di frutta secca tostata, una vena leggermente speziata, più calore che fragranza.

E ancora una notevole differenza al gusto, molto più ampio, polputo, carnoso, succoso, direi quasi grasso, oltre che consistente, con una maggiore vinosità che in passato, un’acidità meno percepibile e scattante, minore nerbo e più larghezza e potenza, quasi una “masticabilità”, con tanti ribes e lamponi maturi al punto giusto che sembrano apparire per incanto e conquistarvi la bocca, e un vena che richiama aspetti speziati e di mandorle tostate e noci brasiliane nel retrogusto.
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Un vino meno “femminile” e charmeur dei precedenti Rosé di Bellavista, più ricco e meno secco (il dosaggio degli zuccheri è intorno agli 8 grammi litro), che piacerà sicuramente, dotato di un linguaggio più immediato e comprensibile com’é.

Forse tra qualche mese o l’anno prossimo, la sboccatura è del 2014, riuscirà a sviluppare quelle sfumature, quella souplesse, quella delicatezza elegantissima che resero memorabile, a mio avviso, il 2007 che, a questo punto è chiaro anche agli eschimesi, mi ha entusiasmato di più di questo 2008.

Che è e resta un ottimo vino, uno splendido esempio di Franciacorta Rosé, ma senza quella magia, quello charme che ci fanno innamorare, a prima vista, di una donna elegante, cui basta un solo sguardo per conquistarci. Ma ogni annata ha il suo pregio e sono sicuro che anche questo 2008 avrà già trovato e troverà i suoi estimatori e analisti meno difficili del sottoscritto…

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Ma la Puglia ha davvero bisogno di produrre “spumanti”?

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La Regione vara un bando di finanziamento di impianti di spumantizzazione

Vi assicuro che non me le vado davvero a cercare con il lanternino le “rogne” quando scrivo, e lo faccio spesso, dell’amatissima terra di Puglia. Ma proprio perché la amo e la vorrei migliore di quello che è, non riesco proprio a star zitto e devo per forza esprimere i miei amichevoli rimproveri quando vedo qualcosa che, a mio avviso, non va.

Così, dopo aver dribblato, con la funambolica agilità di un Garrincha o di un Bruno Conti Mondiali 1982, la mina vagante di una qualsivoglia osservazione su qualche clamorosa assenza, ed è ormai il secondo anno consecutivo, nella classifica dei Best Italian Wines Award, di un vino pugliese che in tanti giudicano immenso, ed essermi limitato ad esprimere con un commento il mio consenso ad un articolo, sul tema Negroamaro, di Carlo Macchi, quando pensavo di essere al sicuro da eventuali incidenti di percorso ecco che mi capita l’imprevisto. Un vero patatrac. Una specie di frontale da uscirne con le ossa rotte.

Io amo la Puglia, che frequento da vent’anni, ne adoro i vini, soprattutto rosati e rossi, e credo che sui bianchi possa dire (e dice già, basta leggere i miei articoli) la sua, anche se non è né l’Alto Adige né il Friuli Venezia Giulia. E amando e frequentando la Puglia ho conosciuto e imparato ad amare le “bollicine” metodo classico del fantastico trio (D’Amico, Rapini, Priore) ovvero D’Araprì di San Severo in provincia di Foggia.

Daraprì

Conosco e ho approfondito la storia del vino pugliese, quando fungeva (devo usare l’imperfetto o piuttosto il presente?) da serbatoio, con i vari vini da taglio, di tanti produttori del nord. Anche spumantisti. Piemontesi.

Nonostante questo, anche se la Puglia è lunga, e dotata di vari microclimi e terroir, non ho mai pensato che questa regione mirabellissima (aggettivo caro a Gioann Brera fu Carlo) potesse avere una peculiare vocazione spumantistica o dovesse puntare, e nemmeno come complemento di gamme prodotti già fin troppo ampie, sugli “spumanti”. Questo anche se uve come la Verdeca ed il Bombino bianco si prestano bene anche ad essere spumantizzate, ma le altre?

E’ con qualche stupore quindi, e con un balzo sulla sedia, che ho preso visione, sul sito Internet della Regione Puglia, del “bando per finanziare gli impianti di spumantizzazione nelle province pugliesi”, voluto fortemente, al grido di “in Puglia parte la sfida al vino spumante”, nientemeno che dall’Assessore alle risorse agroalimentari della Regione Puglia, Fabrizio Nardoni, che definisce questo bando “Impegno coerente con le politiche di valorizzazione dei nostri autoctoni”.
FabrizioNardoni

Capisco benissimo e condivido il legittimo orgoglio regionale dell’ex presidente Edili di Confindustria, che ricordando di aver “assunto un impegno preciso con i nostri produttori di vini frizzanti”, ora pensa di fornire “un altro strumento di sviluppo al nostro comparto vitivinicolo”. E dichiara “crediamo di aver, così, contribuito ulteriormente alla crescita del settore del vino spumante anche in considerazione dell’alto livello qualitativo raggiunto in ambito nazionale ed estero dalle nostre cantine e dalle nostre produzioni di qualità”.

Faccio però più fatica, io milanese con un po’ di sangue pugliese da parte di nonna materna, a capire che questo orgoglio possa addirittura portarlo a definire il bando di finanziamento degli impianti di spumantizzazione nelle province pugliesi, come “un atto che sa anche di emancipazione e indipendenza delle nostre cantine nei confronti degli impianti del Nord che dettavano così anche tempi e mercato”. Questo perché, afferma, “i vini spumanti che un tempo erano costretti a migrare, dunque, d’ora in poi potranno prodursi direttamente in Puglia, chiudendo una filiera di eccellenza che apre anche nuove interessanti prospettive di mercato”.

spumanti-d-italia

Non vorrei sembrare arrogante, anche se penso di avere qualche titolo per poter parlare visto che di vino e di “bollicine” mi occupo da una vita e non solo dal marzo 2013, ma credo che l’Assessore Nardoni abbia le idee non molto chiare in materia, visto che mette insieme indistintamente “frizzanti” e “spumanti”.

E temo che qualcuno l’abbia informato o consigliato male, facendogli balenare l’idea, un po’ stravagante, che la terra del Primitivo, del Negroamaro, dell’Uva di Troia, del Bombino nero e anche della Verdeca, del Bombino bianco e del Minutolo, possa tramutarsi, grazie a questi finanziamenti, variabili da 200 mila euro ad un massimo di due milioni di euro, per “l’acquisto e l’installazione di impianti di lavorazione per la produzione, imbottigliamento e confezionamenti di vini spumanti prodotti con Metodo classico, Metodo Charmat lungo e Metodo Charmat corto”, in una Franciacorta o una Conegliano Valdobbiadene del Sud.

Il fatto stesso che vengano finanziati impianti per lavorazione, produzione, imbottigliamento e confezionamenti di vini spumanti in genere, fa sospettare in primis che l’Assessore non abbia capito che il successo di quelle due zone, che non ho scelto a caso, sta nell’aver scelto con chiarezza, da anni, un determinato tipo di prodotto invece di un altro. Un prodotto che porta il nome del territorio, che identifica il territorio.

In secondo luogo ho il sospetto che qualche enologo l’abbia persuaso che il clima della Puglia abbia la stessa vocazione alla spumantizzazione di qualità, Charmat o metodo classico, delle zone del nord che si sono imposte sul mercato, ormai molto affollato, delle bollicine. Se è così, siamo proprio a posto…

E se poni caso, il clima fosse adatto, come lo è in Trentino, in Oltrepò Pavese, nell’Alta Langa, nella Marca Trevigiana e nell’area intorno ad Erbusco e Rovato, su quale tipo di “spumante” si vorrebbe puntare? Ed espressione di quali uve?

GrappoloNegroamaro

Voglio credere, pur con tutto l’amore che io ho per questo vitigno, di grande duttilità ed espressività se destinato a rosati e rossi, non si pensi di fare grandi cose vinificando in bianco il Negroamaro. Questo anche se diverse aziende salentine e non, seguendo la moda ed il successo degli “spumanti”, da qualche anno si sono messi anche loro a produrli. Con risultati, mi sembra, tutt’altro che irresistibili.

E, domanda centrale, siamo proprio sicuri che per farsi ulteriormente conoscere in Italia e nel mondo la Puglia debba ricorrere ai vini “spumanti” che sono simbolo di ben altre latitudini e geografie? E infine, diciamocelo chiaramente, siamo sicuri che esistano mercati che chiedano e siano pronti ad accogliere, se il prezzo e soprattutto la qualità saranno quelli giusti, gli sparkling wines made in Apulia?

Sarò uno scettico, un disfattista, un “traditore” e un “nemico della Puglia”, come afferma qualche fessacchiotto, ma ho tanti dubbi in merito…

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