Oltrepò Pavese millesimato 2010 M.V. Cà Tessitori

Denominazione: Oltrepò Pavese Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
8.5


CàTessitori2010

E’ su queste basi che ci sarà la rinascita vinicola della terra oltrepadana…

Non è stata una scoperta per me, quando un paio di mesi orsono ho degustato presso il Centro di Ricerca e formazione e servizi della vite e del vino di Riccagioia, a Torrazza Coste, che resta la casa comune del vino oltrepadano, una vasta scelta di metodo classico targati Oltrepò Pavese (mancavano purtroppo i vini delle aziende del cosiddetto Distretto del vino di qualità, molti dei quali, sono pronto a scommettere, quest’anno si beccheranno i famigerati “tre bicchieri”… Mancavano perché hanno scelto la via, un cul de sac, della secessione…), scoprire che anche questa volta un vino targato Cà Tessitori mi era piaciuto.

Già altre volte era successo, e ne avevo scritto qui, tre anni fa, e più di recente anche qui, e scoprire che un millesimato 2010 dell’Azienda Agricola Giorgi Luigi meglio nota come Ca’ Tessitori a Broni, che vede Luigi Giorgi, insieme alla moglie Luisella e ai figli Francesco e Giovanni rappresentare la quarta generazione familiare di vignaioli, mi aveva più che convinto è stata una piacevole conferma.

E allora ho pensato di raccontarvi qualcosa oggi di quel vino, proprio in occasione della mia partecipazione, che ieri ho annunciato qui, stasera, in un posto magico per me milanese, ovvero la Sala delle Colonne del Museo Nazionale scienza e tecnologia Leonardo da Vinci, alla Serata di gala A cena con l’opera per la presentazione della rassegna Oltrevini, del cui programma (leggete qui), capisco la logica, anche se non mi entusiasma di certo.

Va ricordato, come scrivevo nell’articolo di tre anni orsono, che sono ben quaranta gli ettari di vigneto di proprietà, da sempre suddivisi tra le due cascine di Ca’ Tessitori in Montecalvo Versiggia, che appartiene alla famiglia Giorgi, secondo testi storici locali, almeno dal 1863, e la cascina di Finigeto nel comune di Montalto Pavese acquisita nella prima metà del Novecento.

E che i vigneti sono posti ad un’altezza intorno ai 300 metri di altezza e sono inseriti in un paesaggio collinare delimitato da boschi, in una condizione di clima particolarmente salubre mitigato da correnti ascensionali marittime provenienti dalla vicina Liguria.
Vigneti condotti a Guyot secondo i principi della lotta integrata, con concimazioni fatte esclusivamente con prodotti organici, e totale inerbimento, posti su terreni di origine calcarea, tufacea, marne e argille del Pliocene.

Va poi sottolineato che la raccolta dell’uva avviene, pratica non sempre molto diffusa, in piccole ceste, attenzione che consente di avere uve in migliori condizioni, e per singoli vigneti. Quasi tutti i vini portano i nomi della vigna di provenienza: Borghesa, Zerbi, Agolo, Marona, Gnese. La produzione totale annua va dalle 110.000 alle 130.000 bottiglie.
Nell’economia aziendale particolare rilievo ha il Pinot nero, con 17 ettari, ovvero circa il quaranta per cento della superficie vitata aziendale. Pinot nero situati in Alta Valle Versa, in un’area geografica che in una recente pubblicazione intitolata  “Guida all’ utilizzo della denominazione di Origine Pinot Nero in Oltrepo Pavese” vengono classificati all’interno di uno studio di zonazione come “Unità Territoriale 1”; tale unità territoriale composta di “suoli argillo-limosi di tessitura fine e profondi, con substrato soffice di natura argillo-marnosa con valori variabili e crescenti di calcare (marne)” è altresì  definita alla voce “vocazionalità” quale “area adatta in particolare per la  produzione di vini spumante ad elevato pregio”.

Ciò detto, e sottolineo la quantità di Pinot nero, quasi venti ettari, roba da far venire invidia ai produttori di altre zone (recentemente uno di loro stava trattando l’acquisto di una tenuta abbastanza nota in Oltrepò, chissà cosa se ne voleva fare?…), mi basta ricordare che questo M.V. millesimato 2010 che mi è così piaciuto, è prodotto con uve Pinot nero in purezza, trascorre 48 mesi sui lieviti e si fa bere benone. E non ha afflitto dalla gnuccaggine (leggasi pesantezza monocorde) che affliggeva (oggi meno) molti metodo classico base Pinot nero oltrepadani.

MVTessitori

Questo, prodotto da Luigi Giorgi (alleluja! Ci sono dei Giorgi su cui si può contare, nel mondo del vino oltrepadano…) mi ha convinto con il suo colore paglierino oro intenso molto luminoso, il perlage sottile ben denso e caldo, con sfumature di alloro cioccolato bianco, ananas e agrumi, la bocca ricca e piena, larga e strutturata, ma salata e viva, con una bella nota minerale e un retrogusto tra mandorla e agrumi di bella integrità e spina acida.

E su basi come queste, grazie a vini come questi che quella rinascita dell’Oltrepò Pavese del vino in cui credo, sono certo che ci sarà…

Io nascerò…

Azienda Agricola Giorgi Luigi – Ca’ Tessitori
Via Matteotti,15
27043 Broni (PV)
telefono 0385.51495
e-mail: info@catessitori.it
sito Internet http://www.catessitori.it/

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Divagazioni franciacortiste su cronache vere e cronache di regime

disinformazione
Che differenza passa tra un giornale che fa informazione e uno che eccelle nella propaganda?

La stessa, identica differenza che corre tra un blog che pubblica notizie come queste, leggi, leggi, leggi, e ancora leggi e un sito, sempre dalla parte dei potenti del mondo del vino italiano, che senza battere ciglio pubblica veline come questa, che è un piccolo capolavoro, direi quasi di renziana obbedienza, che testualmente, manco l’avessero scritto nella sede del Consorzio di Erbusco (o forse l’hanno scritto proprio lì e poi diffuso urbi e orbi?), perentoriamente, con tanto di posa mussoliniana e annuncio dal balcone di Palazzo Venezia, afferma: “per il consorzio guidato da Maurizio Zanella, l’Expo, a due mesi dalla chiusura, può considerarsi un vero successo.”

FranciacortaExpo

E ancora: “nel Decumano, ogni giorno, attira tantissime persone, che hanno voglia di assaggiare le bollicine italiane famose in tutto il mondo. E la media giornaliera, è di 700/800 calici venduti al giorno”. Lasciando intendere, a quelli che hanno l’anello al naso, che ad Expo praticamente converrebbero da ogni dove per degustare il metodo classico italiano che sfida, beh l’ha fatto ufficialmente, nello stand del Consorzio, nell’ambito dello scorso Vinitaly, lo Champagne, con il risultato di vendere, a caro prezzo 700-800 calici (che nel titolo dell’obbediente sito diventano 1000..) al giorno. Che fanno 150 bottiglie o forse meno.

ZanellaExpo

Al che viene da chiedersi: ma la partecipazione del Consorzio Franciacorta all’Expo, con l’incarico, pagato a peso d’oro, di Official Sparkling Wine Sponsor (però quando viene in visita la Merkel finisce per bere Trento Doc Ferrari, non Franciacorta…), serviva per vendere 150-200 bottiglie al giorno? Era una scelta d’immagine, di prestigio, di marketing o corrispondeva invece a un po’ più banali questioni di bottega, di vendita delle tante (troppe?) bottiglie ormai prodotte?

Informazioneindipendente

Ma la perlina il sito di regime la raggiunge nel finale della velina, pardon, dell’articolo, laddove si scrive “Sarà una fine dell’anno molto intensa per il consorzio Franciacorta visto che, dall’1 novembre, ad Expo conclusa, bisognerà pensare al rinnovo delle cariche. Infatti, il presidente Zanella, a cui era scaduto il mandato, ha proseguito ad interim, su decisione dell’assemblea dei soci, fino al 16 dicembre, insieme ai due vice presidenti Maddalena Bersi Serlini, Silvano Brescianini ed all’intero consiglio di amministrazione”.

Il finale recita, e siamo alle comiche, “A metà dicembre ci sarà l’elezione del nuovo presidente e di tutto il consiglio di amministrazione. Ma sull’orientamento, bocche cucite: “Non trapela nulla – dice Zanella – per adesso siamo solo concentrati sull’Expo”.
pinocchio

Cronache di (dis)gusto vince, con distacco, il gran premio della montagna delle notizie care ai conduttori del vapore, chi ha rilasciato la dichiarazione sul fatto che sul nome del nuovo presidente “non trapela nulla” e non si sappia nulla vince, con merito, il Pinocchio d’oro. Ma se lo sanno anche i sassi, che, come in quella canzone di Riccardo Cocciante

Era già tutto previsto…

e come in un patto del Nazareno erbuschese sia già da tempo deciso, chiedere ad esempio ad un’eminenza grigia come il past president e oggi presidente FederDoc Riccardo Ricci Curbastro, che a Zanella (alias Cà del Bosco) succederà Vittorio Moretti, patron di Bellavista? E che in questo percorso è stato sacrificato un candidato alternativo, mandato in avanscoperta e poi lasciato solo, come Emanuele Rabotti?

April 7th 2013, Franciacorta (Italy), Bellavista: Vittorio e Francesca Moretti

Ma a chi le volete raccontare queste barzellette?

Un’ultima cosa, una domanda: ma quel Signore nella foto che correda l’articolo del sito siculo, non é il presidente di un Consorzio che produce leader nella produzione di metodo classico che hanno l’ardire di sfidare gli Champagne? Ma il sito Web di “regime” che ha pubblicato questa comica velina non aveva una foto più adatta da pubblicare? Il presidente del Consorzio Franciacorta con un bicchiere di vino rosso in mano?… Oggi le comiche….
E in attesa che il dottor Maurizio Zanella chieda agli amici, suoi, di Cronache di (dis) gusto che pubblichino al posto di quella una sua foto, ce ne sono a decine disponibili, che lo ritragga, come sarebbe giusto, con tanto di Calice Franciacorta, aspettiamoci di vedere presto la foto del presidente del C.I.V.C. o di grandi champagnisti quali Jean-Hervé e Laurent Chicquet, alias Jacquesson, con in mano un bicchiere di Bouzy o di Coteaux-Champenois.. E, perché no?, il presidente del Trento Doc o uno dei cugini Lunelli mentre brindano con un bicchiere di Teroldego o di Marzemino…

E vai!
Oggi_Comiche

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Trento Doc Rosé 2011 Azienda vinicola del Revì

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
8


Elba2015-2 006

Inutile che mi ripeta (e poi vado di fretta mentre sto scrivendo) se volete conoscere la storia e quello che penso di questa piccola, agguerrita azienda agricola trentina, vi invito a rileggervi, in questo ordine, 1, 2, 3,4, i numerosi e regolari articoli che nel corso degli su questo bubblesblog ho dedicato alla Azienda Vinicola del Revì di Aldeno che, come scrive Paolo Malfer, fondatore nel 1982 dell’azienda, “non vuol essere però solamente un vino; per la nostra azienda è un progetto, una filosofia che punta diritta al rispetto della natura e dell’ambiente”.

L’azienda è piccolina, non vuole crescere più di tanto, si è fatta conoscere nel mondo degli appassionati dei metodo classico e segnatamente dei Trento Doc (a proposito, il 4 settembre sarò a Trento per una degustazione, gentilmente organizzatami dall’Istituto Trento Doc, per la quale mi é stata assicurata la presenza anche di vini di note aziende le quali snobbavano i miei assaggi e alle quali, ultimamente, ero diventato antipatico perché non srotolavo dinnanzi a loro i tappeti rossi che sono abituati vedersi stendere da una stampa specializzata sempre attenta nei confronti del Potente di turno…), e continua a fare tranquillamente la sua strada.

Strada che magari, suggerimento, potrebbe portarla, oltre che a proseguire la strada della qualità già ben tracciata, a migliorare il proprio sito Internet, soprattutto nella parte relativa alle informazioni sulle varie cuvées, che attualmente sono proprio stringate e poco comunicative…

Dopo essermi occupato di altre tipologie di Trento Doc prodotti dai Malfer voglio oggi catturare la vostra attenzione su una tipologia che io amo particolarmente, quella del Rosé, che al Revì producono, da una cuvée, non ben precisata (ecco la carenza di informazioni sulla pagina Web cui accennavo…), di Chardonnay (quanto?) e Pinot nero (quanto?) affinata lungamente sui lieviti, in versione millesimata, da uve della vendemmia 2011 con sboccatura dichiarata 2015.

Non aspettatevi da questo Trento Doc Rosé 2011 la grandezza e la complessità, la magnificenza del Rosé (de Champagne) di cui vi ho parlato ieri – altra storia, altro terroir, altra esperienza, altro clima, altro savoir faire, altri destini… – ma un buono e piacevole Trento Doc in rosa quello sì, direi un valido esempio di come si possa lavorare sulle bollicine rosate in provincia di Trento.

Assaggiato, me l’ero portato da casa, nell’incanto di un buon retiro estivo isolano, questo Trento Doc Rosé 2011 mi e ci ha convinto con il suo colore rosa pallido con sfumatura di pompelmo rosa, il suo naso leggermente affumicato, che richiama il legno d’ulivo, la sua tavolozza aromatica con tanto di pompelmo rosa, arancia sanguinella, melone, burro, a costituire un insieme fragrante e fresco, con una bella vena salata e minerale.

Elba2015-2 005

E si è fatto bere, bene, con la sua bocca ampia e carnosa, il gusto mediamente secco, con una vena fruttata che richiama ciliegia, ribes e mirtillo, la bolla ben croccante, la buona armonia, una certa tensione e una fresca acidità.

A cercare il pelo nell’uovo, ma non è una novità nei Trento Doc di questa piccola azienda, è una certa carenza di complessità, una linearità che facilita la beva ma non fa scattare lampadine e particolari innamoramenti.

Però, ed il paragone sarà facile da fare quando vi parlerò, presto, di un deludentissimo, anche se celebrato, Trento Doc riserva 2008, bloccato da un insopportabile eccesso di legno e dalla passione per la barrique del suo, pur bravo, enologo, meglio un Trento Doc non irresistibile quanto a complessità che si fa bere, che un Trento Doc un po’ presuntuoso, di cui fai fatica ad arrivare al secondo bicchiere…

Elementare Watson, o come direbbe Jacques de la Palice “Un quart d’heure avant sa mort, il était encore en vie“….  

Azienda vinicola del Revì
via Florida 10
Aldeno TN
tel.0461 842557
e-mail info@revi-spumanti.com
sito Internet http://www.revispumanti.com/

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Champagne Rosé Brut Tolérance Franck Pascal

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot meunier, Pinot noir, Chardonnay
Fascia di prezzo: più di 50 €

Giudizio:
9.5


ChampagnePascalRosé

Con buona pace dei Langone e di chi sfotte l’approccio, serio, al biodinamico

Io non so come la pensiate voi sullo spinoso tema, che per alcuni diventa un tabù, oppure un oggetto di fede, una garanzia, o ancora una parolaccia, dei vini biologici e, peggio ancora biodinamici.

Non so se condividiate le parole, che io, pur non seguace in senso stretto del biodinamismo enoico, giudico deliranti e prive di senso, del talvolta ottimo Camillo Langone, che sul Foglio del 20 ottobre, in un articoletto sciatto e tirato via con la mano sinistra, dal titolo “Bersele tutte, in quest’estate incivile, perfino la balla del vino sporco”, annota “l’ultima moda è il vino sporco. Il vino bio non bastava perché ormai lo hanno capito pure gli scaffali che il monosillabo non significa nulla: tutto il vino è biologico, non esistono vini sintetici, anche il peggiore bianchino in brick deriva da una vigna”.
E poi rincara la dose osservando che “il vino biodinamico non bastava: è vero che tanta gente crede ancora agli oroscopi e all’omeopatia, ma per credere nel biodinamico bisogna credere ai biofotoni e all’energia astrale attirata dai corni di vacca (quelli di toro non vanno bene) interrati nei campi, e in pochi ci riescono”…

langone

Io penso che il ruolo che Langone vuole esercitare, quello dell’enfant terrible che si diverte à épater les lecteurs e più ne spara e più è contento, l’abbia portato a scrivere simili banalità.

Ma tornando a noi, penso che quello che conti sia la prova bottiglia e bicchiere, che ci sono vini naturali, biologici, biodinamici che sono fenomenali e altri che invece fanno decisamente ca..re, e quando due persone “seccano” la bottiglia e si rammaricano che fosse solo un sette decimi e non un magnum, allora le “filosofie” vanno a farsi benedire e quel vino ha decisamente vinto la propria partita, al di là del fatto che si dichiari in etichetta in un modo piuttosto che in un altro.

PascalRosé1

E così. quando recentemente mi sono trovato tra le mani una bottiglia del meraviglioso Champagne Brut Rosé non millesimato Tolérance di Franck Pascal, meritoriamente distribuito in Italia, insieme ad altre cuvées, da un benemerito come Pepi Mongiardino, alias Moon Import, anche se l’etichetta e l’esemplare retroetichetta parlavano chiaro, con tanto di dati sulla composizione della cuvée, ovvero Pinot Meunier 74%, Pinot Noir 16%, Chardonnay 10%, sul dosaggio degli zuccheri, 4 grammi di zucchero di canna bio, sulla data della sboccatura, 15 ottobre 2013, resa di 40 ettolitri ettaro massimo, e poi la dicitura “vin issu de raisin en agriculture biologique”, non mi sono né esaltato né preoccupato.

Ho stappato, ho assaggiato, e ho goduto, “come un riccio”, davanti alla qualità strepitoserrima del vino. E solo dopo sono andato ad informarmi, su Internet, sul produttore, appurando che di sé e della propria attività, Franck Pascal osserva che “sono in cerca di Champagne di terroir autentici, vorrei che il suolo che ho ereditato desse il meglio di se stesso alle vigne. Tutto poggia sul vivente che ha saputo organizzarsi in simbiosi e in sinergia al fine di co-esistere e di co-evolvere. Il suolo nutre la vigna e la vigna crea il suolo. Il suolo e la pianta sono uno. Curare la pianta cura il suolo e viceversa. La vita è mantenuta dalle energie da cui sono attraversati gli individui: le calorie, le reazioni biochimiche, l’elettricità, il magnetismo, le energie cosmiche e telluriche? Il mio ruolo in veste di vignaiolo è di mantenere queste relazioni bioenergetiche tra il suolo e la vigna in modo che il vino sia portavoce del terroir e delle energie vitali per il piacere del corpo e dello spirito.”

Pinotnoir

Il che è un vero e proprio programma filosofico, che magari farà girare le scatole ai Langone, ma che a me non crea alcun problema o condizionamento nell’apprezzamento, sommo, del suo Champagne, come pure l’apprendere, lo leggo sull’enoteca on line Callmewine, che propone il suo vino a 79 euro, on line lo si trova anche qui, che “Franck Pascal è un viticoltore e produttore di Champagne estremamente fedele ai principi della biodinamica. Ingegnere di formazione, Franck ha preso in gestione in piccolo podere familiare dopo la morte del fratello, convertendolo a poco a poco alla coltivazione biodinamica, fino a ricevere la certificazione nel 2004.

Il totale rifiuto di pesticidi, diserbanti e altri prodotti chimici artificiali è stato maturato a partire dall’esperienza del servizio militare e l’applicazione di sostanze tossiche e gas come armi belliche. Da quell’esperienza è maturato un totale rigetto per i pesticidi e le sostanze tossiche e l’interesse per la biodinamica, che Franck definisce come “una cultura biologica migliorata dall’applicazione delle soluzioni energetiche”. Oggi Franck è affiancato dalla moglie Isabelle e da diversi collaboratori, in un clima lavorativo che mira alla cordialità tra i dipendenti e la vicinanza ai consumatori”.

retroPascal

E ancora che “la coltivazione delle vigne è condotta con metodi sperimentali che, anno dopo anno, cercano di adattarsi al meglio alle esigenze e che prevedono l’uso di oli essenziali e di infusi di camomilla per nutrire le piante. A chi lo accusa di esoterismo e di eterodossia agronomica, Franck risponde dal suo blog, aggiornato costantemente: “ci prendiamo le responsabilità delle nostre scelte e scegliamo di annotare i risultati sul blog. Le possibilità di queste tecniche superano la nostra immaginazione”.

I nomi dati agli Champagne richiamano i princìpi di naturalità, genuinità, equilibrio a cui Franck si ispira. In etichetta sono sempre riportate informazione sui vitigni, sul dosaggio e sulla data di dégorgement. Si tratta di Champagne eleganti e raffinati, frutto di tecniche di conduzioni altamente sperimentali, tutti da provare e da scoprire”.

Se poi volete saperne di più sulla filosofia di Pascal, potete andare sul suo blog, oppure leggere, se capite l’inglese, il suo pensiero in un’intervista al suo importatore americano Louis Dressner, per me una garanzia assoluta. E mi diverte pensare che per rispondere al caldo torrido del 2003 (e come avrà fatto quest’anno?) Pascal ha preparato, attraverso un processo di dinamizzazione, un’infusione di camomilla con la quale ha dissetato le vigne…

A me basta sapere che l’azienda è situata nella Vallée de la Marne, a Baslieux sous Châtillon, che il giovane vigneron è proprietario di 7 ettari di vigna, che punta a produrre, e ci riesce, Champagne di carattere, di razza e unici, che è impegnato nella viticoltura bio non da ieri, ma dal 2005, ovvero vent’anni. Che dal biologico è passato al biodinamico, che la maggior parte delle sue vigne sono destinate a Pinot noir e Pinot meunier (a maggioranza) e solo una piccola parte a Chardonnay, che produce meno di 50 mila bottiglie.
E che il vigneron sostiene, leggo altrove, che “non impone alla natura quello che deve essere ma ne cerca l’equilibrio energetico con gli elementi che ha a disposizione, senza correzioni invasive”. E “i nomi delle cuvée e le etichette delle bottiglie sembrano voler rimarcare questo concetto”, chiamandosi Quintessence (Extra Brut dal 2005 biodinamico), Reliance Brut Nature, Harmonie Extra Brut, Pacifiance metodo solera iniziato con 2006-2007, Serenitè dal millesimo 2010 vino bioenergetico senza solfiti, e Tolérance come il Rosé, strepitoso, che ho bevuto in dolce compagnia.

TolerancePascal

E così questo Tolérance, da vigne di età variante dai 15 ai 40 anni, poste su suoli ricchi di argilla e calcare, dovrebbe aver trascorso almeno 40 mesi sui lieviti, prima di consegnarsi all’incontro con il pubblico. Che, almeno quello più intelligente, tipo i lettori di questo blog, giudica il risultato, la qualità e la piacevolezza del vino e non i proclami filosofici, seppure flamboyant o poetici…

Splendido e luminoso il colore, tra il melograno ed il salmone pallido, con sfumature rosee, perlage sottile e continuo, finissimo nel bicchiere, e naso inizialmente misterioso, compatto, in sé, che progressivamente si apre, si disvela sgranando sfumature preziose di piccoli frutti rossi di bosco, pompelmo rosa, ananas fresco, pesca gialla, mandorle non tostate, burro, crema pasticcera, croissant.

La bocca rivela subito l’integrità, l’energia, la forza dirompente del vino, larga, piena, cremosa, anzi succosa, carezzevole e delicata sul palato, eppure decisa, con una componente vinosa ben pronunciata, e una capacità di allungare, partire con scatto deciso da grimpeur, andare in profondità, con nerbo vivo e salato, con persistenza lunga e golosa, piacevolezza infinita, capacità di lasciare la bocca pulita e far ripartire, ad ogni sorso, il gusto, ricreando sempre nuove emozioni ed una sensazione di armonia assoluta, di freschezza, di naturalezza, davvero notevoli.

Per me (l’abbinamento suggerito da chi assaggiava con me e di vini e di cibi ne sa più di me, è una paella con gamberi, oppure scampi e gamberi rossi crudi o appena elaborati, o meglio ancora un’aragosta alla catalana o, dice lei, all’americana, con tanto burro, di quelle che, dice, si gustano a Boston…) uno degli Champagne rosé più buoni che abbia bevuto da anni a questa parte.

Chapeau

Chapeau bas, Monsieur Pascal!

Franck Pascal
1 bis, rue Valentine-Régnier
51700 Baslieux-sous-Châtillon
T. +33(0) 326 51 89 80
e-mail contact@franckpascal.fr

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Franciacorta Extra Brut Terre dei Trici 2009 Cascina San Pietro

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
8


Franciacorta2015ExtraBrut 038

Ma come, mi ha scritto e telefonato qualche amico, “ora ti sei trasformato da franciacortista convinto e tenace in “nemico della Franciacorta”? E’ impossibile!”.

Hanno ragione questi amici, è proprio impossibile, perché “nemico” della Franciacorta non lo sarò mai – mi chiamo Franco Ziliani, potrei mai esserlo? – e perché la Franciacorta la amo e fa parte del mio Dna, della mia storia di cronista del vino. E non potrei mai rinnegarla, perché chi rinnega è rinnegato, diceva un grande uomo politico.

Molto più semplicemente la mia idea di Franciacorta non è quella fasulla, posticcia, modaiola, plastificata, non pienamente corrispondente alla realtà, che la Franciacorta vuole dare di sé con l’operazione, vedremo a fine rassegna se produttiva o meno, se giustificata nelle ingenti spese oppure no, chiamata Expo 2015. Un’idea, tra l’altro, che non mi sembra stia riscuotendo risultati, in termine d’immagine, sconvolgenti
Franciacortalogo_EXPO

La mia idea non è quella di vini che si atteggiano a più importanti degli Champagne, mentre invece anche nel migliore dei casi possono solo essere diversi, perché diversa la storia, il terroir, il clima, il destino, l’allure, ma di vini che sono figli fedeli ed espressione del loro territorio, delle diverse sfumature, perché Capriolo è diversa da Erbusco, Borgonato di Cortefranca diversa da Ome, da Monticelli Brusati, inutile dirlo, dall’area del Monte Orfano, del territorio franciacortino.
E proprio di questi vini io continuo e continuerò a scrivere. Con gioia, con passione, con entusiasmo, con indipendenza di pensiero e libertà di giudizio, ancora con maggiore soddisfazione quando avrò la possibilità di scrivere non dei soliti noti, molti dei quali sono bravi e meritano successo (molti, non tutti…), ma di piccoli vignaioli, quelli che formano il vero tessuto connettivo della “mia Franciacorta”, di quella vera che anche voi lettori di Lemillebolleblog amate, che salgono alla ribalta. Non perché sanno fare pubbliche relazioni e sfruttano amicizie e conoscenze vippose, ma perché sono bravi viticoltori, bravi vinificatori, bravi elaboratori di “bollicine” nobili.

Sono molto lieto pertanto, facendo tesoro, come lo farò spesso, della recente maxi degustazione che il Consorzio Franciacorta (chissà se me lo consentirà anche in futuro…) mi ha consentito di fare questa estate, di scrivere di un’azienda di cui non avevo mai scritto e un cui Franciacorta Docg, tipologia Extra Brut, mi ha colpito.

Franciacorta2015ExtraBrut 039

Parlo dell’Azienda Agricola Cascina San Pietro, che si trova a Calino, piccola frazione di Cazzago San Martino, “dove inizia a vinificare le proprie uve nel 2001, dopo che la famiglia Pecis ha provveduto al restauro della Cascina, abitata fino agli anni ’70 dalla numerosa famiglia dei Trici, mezzadri che da sempre hanno coltivato le vigne di una antica famiglia di nobili franciacortini. Il vigneto si estende su 6 ettari di proprietà coltivati da Giuseppe Pecis nel pieno rispetto dell’ambiente e del ciclo biologico della vite, per ottenere un vino soprattutto sano che rispetti le caratteristiche del territorio”. L’azienda ha un punto vendita sulla Strada Provinciale 12 a Paratico.

Non ho mai messo piede in azienda (come in tante altre, nascono come funghi! della zona vinicola bresciana) e desumo ancora dal sito Internet le notizie, che raccontano che i vigneti aziendali “sono esposti a sud/est ed a sud/ovest; la composizione dei terreni è in prevalenza di tipo morenico sottile ed in piccola parte a depositi fini.
Le piante, di età media di 15 anni, sono coltivate a Guyot con una presenza ad ettaro che varia dai 4000 ai 5500 ceppi”. E inoltre che le vigne “vengono gestite in misura 214, uno specifico programma attuato per ridurre l’impatto ambientale”. Un programma su cui chiederò maggiori informazioni all’azienda. La gamma dei Franciacorta prevede anche un Brut, un Satèn e un Rose. L’Extra Brut 2009 che ho degustato, con sboccatura febbraio 2015, è uno Chardonnay in purezza, e dovrebbe aver trascorso oltre 40 mesi sui lieviti, e sul sito Internet aziendale risulta in vendita a 19,90 euro (parlo del millesimo 2008).

Quanto alla vinificazione, vengono usate le uve dei vigneti più vecchi, viene usato solo il mosto fiore di prima pressatura, parte del mosto compie la fermentazione in legno dove rimane ad affinare per circa 8 mesi, ed il dosaggio degli zuccheri dichiarato è di 4 grammi litro.

Al mio assaggio ho trovato così questo Extra Brut 2009 Terre dei Trici: colore paglierino oro luminoso intenso, squillante, intense note di erbe aromatiche mandorla e miele, con espressione ampia e fragrante, bocca viva, nervosa, di bella articolazione e dinamismo, con acidità importante che spinge e buona persistenza lunga, con interessante piacevolezza.

Cascina San Pietro: beh, segnatevi e segniamoci questo nome…

Cascina San Pietro
Via San Pietro, 30
Calino di Cazzago San Martino – Brescia
Tel e Fax 035/912448
Sito Internet http://www.cascinaspietro.it/it/
e-mail info@cascinaspietro.it

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I boss della Champagne si sono forse messi a vendere Prosecco?

Otempora

Sugli scaffali dei supermercati inglesi Prosecco a braccetto con Veuve Clicquot

E’ sempre utile e divertente la lettura dell’ottimo blog collettivo, a cinque mani, scritto in francese ed in inglese, Les5duvin, che vede tra i principali animatori il mio amico e collega franco-belga Hervé Lalau, alias Chroniques vineuses.

In un articolo firmato dall’ottimo collega Jim Budd, autore anche delle foto che trovate sotto, dedicato all’edizione di Les Grandes Tablées de Saumur-Champigny dopo aver parlato dei vini locali, dei Saumur-Champigny appunto, l’autore cambia completamente registro e documentandolo con delle immagini eloquenti ci documenta come la Prosecco-mania in UK – a proposito, come documenta l’ottimo Trentino wine blog, “La domanda in Usa ed Europa è esplosa negli ultimi mesi (più 26%), produttori in difficoltà. C’è chi è disposto a pagare ai viticoltori anche 2,60 euro al litro contro 1,30 di mercato” – produca effetti incredibili.

L’autore, con strepitosa ironia, dice di essere stupefatto dalla quantità di Prosecco che sembrerebbe essere prodotto dalla Veuve Clicquot, che ha sempre creduto essere una Maison de Champagne parte del potente gruppo LVMH. Questo stupore è dato dalla perfetta contiguità sugli scaffali di molti supermercati britannici di bottiglie di Prosecco con le bottiglie della celeberrima bottiglia di Champagne dal colore oro arancio.

ProseccoClicquot1

Da cui l’autore deduce che Veuve Clicquot si sia orientata verso il mercato del Prosecco a causa della sua crescente popolarità. Secondo un recente studio di mercato il Prosecco risulterebbe essere il vino maggiormente scelto per i brindisi in occasioni di matrimoni. Secondo questo studio di Laithwaite’s, che ovviamente vende la sua bella gamma di Prosecco, venduti a prezzi ben più cari di determinati Franciacorta Docg, che in Italia vengono tranquillamente e volgarmente svenduti a 2,99 euro, come ho documentato, oggi un 63% di coppie festeggia il giorno più importante della vita (ma chi ci crede!) brindando a Prosecco contro un 8%, di buongustai, che brinda a Champagne.

Conclusioni a parte sulla triste evoluzione, non solo economica, ma morale ed etica degli inglesi e sul degrado dell’istituto del matrimonio (scommettiamo che larga parte di quei “marriage” andranno rapidamente a ramengo, “benedetti” come sono dal brindisi con un vino del genere?) , e prendendo per buoni gli studi, forse un pochino interessati?, di to Laithwaite’s, secondo la quale le vendite di “Italian fizz” (e questa sarebbe la chiarezza e la competenza degli inglesi? Parlare di “Italian fizz” senza precisare di che ca..o di bollicine si tratti?), sarebbero cresciute del 25% negli ultimi 18 mesi, portando le vendite di Champagne per matrimoni ai livelli del 2013, resta il fatto che questa contiguità sugli scaffali dei supermercati inglesi di quella che il giornalista inglese definisce “an array of yellow/gold/orange labelled Prosecco”, una sfilata di Prosecco dalla furbesca etichetta giallo-arancio, porta a confondere Prosecco con Champagne. Pardon, Veuve Clicquot.

MionettoClicquot

Però, la stessa Maison francese che accetta senza colpo ferire questo strano caso di cose, questa confusione che porta parte del consumatore britannico, quello più pirla, a prendere i Prosechin con etichetta simil Veuve Clicquot per veri Veuve Clicquot (perché escludere che anche nella “perfida Albione” ci possano essere coglioni del genere? Ci sono dappertutto…), non ha esitato a far scrivere una ridicola e vergognosa lettera da parte di un proprio avvocato ad un piccolo produttore artigiano campano, l’ottimo Ciro Picariello sostenendo che l’etichetta del suo Brut contadino poteva essere confusa per l’etichetta di uno Champagne Veuve Clicquot e invitando implicitamente il piccolo produttore, spaventato dalla lettera del legale di tanta potenza, a cambiarla.
La conclusione, la morale, se di morale si può parlare, di questa storia che esprime perfettamente la deriva dei costumi e delle abitudini di consumo in questa merdosa epoca di crisi, non solo economica, la voglio lasciare al collega britannico: “Moral of the story: Ciro should have called their sparkling wine Prosecco and presumably VC wouldn’t have said anything”.

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Ovvero: se Picariello avesse chiamato il proprio spumante Prosecco molto probabilmente Veuve Clicquot non avrebbe avuto nulla da eccepire….

Poteri forti e cane non mangia cane?

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Ma all’Expo i leader politici esteri non dovevano essere accolti a suon di Franciacorta?

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Invece… Brut Orgoglio Italia, Ferrari…

Vi voglio riportare indietro alla data – quel giorno Milano era splendida e la sera prima avevo brindato, con Baldo e Bartolo, alla vittoria di Tsipras contro le oligarchie bancarie europee – del 26 gennaio. Quella mattina, con tanto di cravatta rossa simbolica, indossata da uno che è orgogliosamente di estrema destra da sempre e che disprezza chi blandisce i padroni, di qualsiasi tipo e colore siano, mi ero recato alla sede Expo di via Rovello per la conferenza stampa di presentazione dell’accordo, molto oneroso, tantissimi i soldi spesi – in un recente articolo annotavo “di recente è stato “approvato il bilancio 2014 e 2015, del quale il budget straordinario relativo a Expo 2015 è di 1.530.000 euro”) – che dichiarava il Franciacorta, attraverso il Consorzio Franciacorta, “official sparkling wine di Expo 2015”.
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La notizia, in pillole, era che il Consorzio Franciacorta, offrendo “un contributo cash di 380.000 euro e 80.000 euro in vino” avesse vinto “l’appalto”, la gara con una concorrenza peraltro non particolarmente agguerrita, e sarà l’Official Sparkling Wine dell’Esposizione Universale, della mirabolante (si spera) Expo 2015 e che come ha detto “il Commissario Expo, Giuseppe Sala, in una simpatica conferenza stampa ieri a Milanoche non ci saranno più gare per altri vini”.
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Quel freddo, splendido 26 gennaio nella conferenza stampa alla presenza del Ministro Martina, e del sottoscritto, di tutti i capataz del Consorzio, di una stampa come sempre leccante e plaudente quando si tratta di Franciacorta,“il Commissario Expo, Giuseppe Sala non aveva affermato che “non ci saranno più gare per altri vini”? Ma come, il Franciacorta non doveva essere il solo “official sparkling wine dell’Expo”?

FranciacortaExpo

Invece, leggi le cronache di ieri, lunedì 17 agosto, le veline ufficiali che comunicano minuto per minuto l’andamento della padrona d’Europa, l’ex fun­zionaria della Freie Deutsche Jugend (Fdj), l’organizzazione ufficiale dei giovani comunisti della DDR alla quale la famigerata Stasi propose di arruolarsi tra le sue fila, al secolo Angela Dorothea Kasner in Merkel, pare che quella Signora che Silvio Berlusconi, in un momento di lucidità e di humour definì in maniera simpatica, non abbia brindato con le bollicine bresciane che in singolari degustazioni – sfida “spezzano le reni ai più grandi Champagne”. Le bollicine official sparkling wine di Expo…

MerkelAltoadige

Le cronache ci dicono che dapprima abbia fatto visita al bellissimo stand dell’Alto Adige – Süd Tirol e abbia brindato con un bicchiere di Alto Adige Weissburgunde dell’amatissima Cantina Produttori di Cornaiano – Girlan, e poi, lo dice il super filo renziano Corriere della Sera normalizzato, quindi ci si può credere, sia stata a cena a Palazzo Italia, da Peck, dove La carta dei vini proposti ai commensali prevedeva un brindisi con un Ferrari Brut Orgoglio Italia, uno Chardonnay 2012 Planeta, un Recioto Valpollicella classico 2012 Allegrini.
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Inutile sottolineare come la scelta sia stata “di regime”, uno Chardonnay di un “mammasantissima” produttore siculo, il Recioto di una rampante produttrice veneta, con vigneti anche in Toscana, amica e sostenitrice di Renzi e molto molto amica, dicono le voci, di un baffuto sostenitore di Renzi, anzi di un beneficiato da Renzi, e poi il Brut, che ancora una volta sui giornali non viene definito con il suo vero nome, Trento Doc, del notissimo spumantista di Trento, un vino di cui si può leggere qui e poi ancora qui.

E le “Prestigiose” bollicine di Franciacorta, l’Official Sparkling Wine di Expo che fine ha fatto? Le scorte disponibili nello standettino posto lungo il Decumano se le sono bevute tutte le torme di turisti da Gardaland che affollavano Expo a Ferragosto, oppure qualcosa non ha funzionato a dovere? E se non ha funzionato, è per colpa di chi?
pinocchio

Produttori della Franciacorta, visto che avete pagato fior di soldi per essere ad Expo, voi cosa ne pensate? Anche se siete impegnati nella vendemmia non è il caso, finalmente, di chiedere CHIAREZZA e TRASPARENZA su tante cose?

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Detto da un amico della Franciacorta, più franciacortino di tanti franciacortisti…

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Bella vigilia di Ferragosto in Franciacorta con un vecchio amico, Giampietro Comolli

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Ninetto torna sui luoghi che fecero la sua nobilitate

Bella vigilia di Ferragosto (il giorno dopo, alla faccia di quelle orde di fessacchiotti che sono andati a fare le code a Gardaland, pardon Expo 2015, un posto dove ti rapinano già dal parcheggio, a prezzi ridicolmente alti…, me ne sono rimasto tranquillamente a casa a scrivere, festeggiando il mio personale “ferragosto” il 16, con la donna della mia vita e un paio di bute di Champagne, dopo esserci gustati due settimane fa un Cava da standing ovation…), quest’anno.

L’ho trascorso, per larga parte della giornata, ma guarda te che poca fantasia…, in un posto, a me ben noto, chiamato Franciacorta, e ancor più noto al vecchio amico carissimo – per me l’amicizia, soprattutto con persone che conosco da decenni, è sacra e che viola questo concetto va automaticamente per me fuori gioco, anche se fosse il dio in terra… – che ho accompagnato e che prevedendo di transitare per Bergamo e dintorni mi ha chiamato e mi ha detto “perché non ci troviamo a fare quattro chiacchiere?”.

E dove trovarci, ho detto io, se non in quella terra alla quale entrambi, lui molto più di me, hanno offerto un contributo innegabile di passione, professionalità, attaccamento. Una terra che entrambi, piaccia o meno a qualche iperciliuto rompicoglioni con il ditino alzato (un consiglio, lo rimetta a posto, altrimenti le suggerisco cosa farne…), abbiamo contribuito a fare conoscere di più e apprezzare grazie alle sue bollicine di qualità. Che non mancano, che sono tante e davvero buone, ma sono purtroppo attorniate, con 110 produttori ormai sulla piazza, anche da una serie desolante di vini mediocri o insipidi, vini che non si capisce perché si dovrebbero bere e si dovrebbero pagare di più di un modesto e non expo-ambizioso prosechin… E che talvolta costano davvero, finiscono sullo scaffale, come ho più volte dolorosamente documentato, perché io faccio il giornalista indipendente e non l’ufficio stampa o il promoter di nessuno, a prezzi vergognosi e ridicoli…

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Bene, una volta deciso che la sede del nostro incontro sarebbe stata la Franciacorta, dove portare il mio amico, al secolo Giampietro Comolliper chi non lo conoscesse qui tutte le informazioni utili – che della Franciacorta, intesa come realtà organizzata, dotata di Consorzio efficiente e funzionante, è stato, dagli anni della fondazione dell’ente consortile, correva l’anno 1990, nel 1995 arrivò poi la Docg, uno dei protagonisti?

Una di quelle persone che, avendo la fortuna di poter collaborare con Presidenti con i contro-attributi come Paolo Rabotti, Giovanni Cavalleri (mi inchino commosso al ricordo di entrambi) e altri, ai quali avevo pronosticato quella carriera politica più che imprenditoriale che effettivamente hanno fatto…, e con consiglieri del calibro di Vittorio Moretti, Maurizio Zanella, Agostino Uberti, Pia Donata Berlucchi, Emanuela Barzanò Barboglio, continua, continua…. e con uno spirito unitario e una grinta che oggi non trovo nell’attuale Consorzio, seppure ben presieduto da persona capace e ambiziosa, hanno costruito e gettato le basi del “successo Franciacorta”. Non dimentichiamolo, una zona che nasce praticamente nel 1961, con la prima bottiglia di Pinot di Franciacorta prodotta, con la complicità divertita di Guido Berlucchi, dal grandissimo Franco Ziliani. Non il vostro umile cronista, ma l’autentico inventore e pioniere della zona spumantistica bresciana.

Franco Ziliani - ph Bob Krieger

Pensa che ti ripensa, perché avevo bisogno di due posti dove portare Ninetto, così noi amici chiamiamo Comolli, sfidando le chiusure di ferragosto e lo stato di allerta di svariati produttori, già in vendemmia (a proposito, uno noto, uno che dovrebbe imparare a fare il vino, uno che, non si sa come, ogni anno prende i famigerati “tre bicchieri”, so che non ha vinificato un solo grappolo di uva e l’ha venduta a due note aziende…) o sul procinto di avviarla (a tutti loro, nessuno escluso, anche a qualche sfigato, auguri sinceri di una grande vendemmia!), alla fine mi sono deciso dove andare. Anche grazie alla preziosa disponibilità offerta da entrambi i soggetti individuati.

Ho così portato Ninetto da una sua vecchia conoscenza e mio buon amico (anche se, pure lui, è milanista: un morbo che alligna all’interno del Cda del Consorzio franciacortino…), nel cuore di Erbusco, dal più erbuschese degli erbuschesi, tanto che accanto alla sua azienda ne ha creata un’altra chiamata nientemeno che Derbusco Cives, cittadini di Erbusco, ovvero Giuseppe Vezzoli.

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E poi, dopo una bella chiacchierata, con visita alla cantina e degustazione (inutile che lo dica: quanto mi piacciono, l’ho scritto anche di recente, i suoi Franciacorta: tutti! E quanto sono piaciuti a Ninetto, soprattutto quelli prodotti con “il metodo che prevede che per il dosaggio del vino non si aggiunga vino, ma mosto. Solo uva, nient’altro che uva e vino base ottenuto da uve mature (per salvaguardare l’acidità si pressa meno), invece dello zucchero aggiunta di mosto delle stesse uve conservato a freddo) da Giuseppe e la delibazione di uno squisito salame cremonese offerto dalla Signora Vezzoli, un breve spostamento fino a Colombaro di Corte Franca, con obiettivo la cantina, nonché l’ottimo ristorante dell’azienda Barboglio de Gaioncelli, la cui storia potete leggere qui, dove ci attendeva il giovane, bravissimo, Andrea Costa.

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Ci sarà tempo e modo per parlare, diffusamente, e come meritano, dei vini, della cucina, della splendida carta dei vini (la più ricca di Franciacorta Docg della Franciacorta tutta), dei ricarichi onestissimi (la stessa politica di ricarichi bassi che fanno su tutti i vini altri due ristoranti che vi consiglio caldamente di visitare, perché meritano, la Locanda Burro e Alici di Erbusco, che riaprirà il 27 agosto, nonché il Ristorante Cucina San Francesco dello splendido Resort I Cappuccini di Cologne, sul Monte Orfano), di Andrea e dei bravissimi collaboratori.

Venerdì 14 agosto Comolli ed il sottoscritto hanno degustato in anteprima il Franciacorta Brut 2011 (uscita verso ottobre-novembre: prenotatelo, ve lo garantisco senza ne a né ba… è buonissimo, elegante, fresco, godibile, floreale, profumato di mela, salato e nervoso il giusto a palato, ne stappi una bottiglia e ne berresti due…), bevuto golosamente il Brut 2010 attualmente in commercio, altrettanto fine, con bolla ben croccante, grande equilibrio e piacevolezza, un’impeccabile versione 2004 del Franciacorta Dosaggio Zero millesimato Claro, ed un Pinot nero 2010, che Andrea ha dedicato alla memoria di suo padre Carlo Costa, nipote acquisito di Carlo Claro Barboglio, che mi ha entusiasmato, anche se Ninetto ha obiettato che il colore poteva essere più intenso, meno da Vernatsch e più da Blauburgunder, per la sua succosa eleganza, per la sua freschezza vellutata. Averne di Pinot nero così, in Franciacorta (dove a fine anno ne uscirà uno sbalorditivo…) e altrove….
barbogliodegaioncelli.it

I due piatti che Andrea ci ha suggerito e che abbiamo gustato, un antipasto di pesce di mare tiepido e morbidissimo su una cremina che ricordava la crema del vitello tonnato e un impeccabile risotto al Franciacorta con robiola, sono stati di ottimo livello e hanno splendidamente accompagnato i nostri lieti conversari su vite, lavoro, figlie, e sul passato, presente e soprattutto futuro del e della Franciacorta, sul quale le idee di Ninetto e mie concordano totalmente. Soprattutto quando ribadiamo la nostra ferma convinzione che le missioni estere e la volontà di allargare l’export abbiano un loro costrutto, ma che prima ci sia una larga fetta di Italia da sensibilizzare e convertire alla causa del Franciacorta Docg…

Comunque sia, è stata una bellissima giornata, una rimpatriata tra amici, un’occasione di bere (bere ripeto, si è degustato poco, almeno da parte mia si è bevuto…) ottime “bollicine”, che ci ha estremamente rallegrato. Un’esperienza che vogliamo ripetere a breve, anche in altre cantine franciacortiste, perché Ninetto ed io abbiamo il “fottuto” difetto (ma lo é davvero?) di avere idee, di sapere e volerle esprimerle. E di non tenercele per noi, ma di saperle comunicarle… E di riuscire a fare opinione…

Ragion per cui, sentirete ancora parlare, in Franciacorta e altrove, di questo malefico duo (che nella foto di apertura, dove Comolli appare in un’inedita versione barbuta, è un trio, perché con noi c’è anche il buon Giuseppe Vezzoli). E se son rose, o rosé, fioriranno…

loveFranciacorta

Viva la Franciacorta, quella vera, non quella in svendita a prezzi da prosechin o con il birignao da Expo!

Azienda agricola Vezzoli
Via Costa Sopra 22
Erbusco BS
Tel. 030/7267579
e-mail: info@vezzolivini.it
sito Internet http://www.vezzolivini.it/index.php

Barboglio De Gaioncelli
Via Nazario Sauro frazione Colombaro Cortefranca BS
Tel. 030 9826831
e-mail info@barbogliodegaioncelli.it
Sito Internet http://www.barbogliodegaioncelli.it/

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Cava Brut Nature Gran Reserva Subtil 2006 Recaredo

Denominazione: Cava
Metodo:
Uvaggio: Xarel.lo, Macabeo, Chardonnay
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
10


CavaRecaredo

Que maravilla! Rrrrrrecaredo Señores y señoras: gran ovación!…

Che bottiglia augurarvi di stappare e di godervi in occasione del Ferragosto? Prosecco? Non conosco. Champagne? Sarebbe la soluzione ottimale (lo è 365 giorni l’anno), ma forse farà ancora troppo caldo per apprezzarlo pienamente. Trento Doc? Dipende, qualcuno buono e qualcuno francamente deludente ne ho stappato negli ultimi quindici giorni, ma aspetto notizie da Trento e al momento non sono molto ispirato.

Oltrepò Pavese Docg oppure semplice Doc oppure anche solo VSQ? Ho già scritto giorni fa dei migliori, quelli di Monsupello e non mi posso ripetere, anche se potrei cavarmela scrivendo di qualche vino dei dissidenti distrettuali, vini che nell’ambito della degustazione fatta con Tom Stevenson mi erano piaciuti, tipo il Nature Blanc de Noir di Cà di Frara, il Pinot nero La Genisia di Torrevilla, il Blanc de Noir I Moschettieri di Frecciarossa, oppure i vini della Manuelina, di cui peraltro ho già scritto.

Ci sarebbe poi la soluzione, che va tanto di moda, dicono, che fa tanto in, tanto Expo, di un Franciacorta, ma bisogna fare attenzione e guidare bene il consumatore, perché ci sono i Franciacorta buoni, venduti al prezzo giusto, quelli presunti buoni e che si credono tali che spesso costano più di uno Champagne, e ci sono i Franciacorta poareti, quelli “vorrei ma non posso”. Senza dimenticare quelli, presenti su certi scaffali e da me documentati, a prezzi da prosechin, 2,90 euro…

E allora sapete cosa vi dico? Niente bollicine metodo classico italiane, e per gli Champagne, ne ho tutta una sfilza da proporvi, strepitosi, vi rimando a dopo Ferragosto e inizio settembre, quando magari potrei teoricamente aver messo in carniere anche una maxi degustazione di Trento Doc (ma con i trentini non si sa mai, sono persone complicate…), e allora bandiere al vento por la España que esta en el mi corazon, y por la D.O. Cava, fiore all’occhiello della produzione bollicinara metodo classico iberica e di quella area, il Penedès, che dista poco da Barcellona la bellissima. La città che può vantare una delle squadre di calcio migliori del mondo, quelle che aspettano in finale una squadretta di Torino e le rifilano un sonoro e meraviglioso 3 a 1.

E visto che ho scelto di proporvi Cava non vi posso proporre un Cava qualsiasi, ma un Cava top, uno di quelli che tutta la critica e gli appassionati di vino in Spagna considerano senza discussioni tra i migliori presenti sulla piazza.

Ho già scritto, con uno scoperto entusiasmo, di un Cava di codesta Bodega, Recaredo, distribuito in Italia, con molta discrezione, dal conte Michael Goëss-Enzenberg, ovvero la Tenuta Manincor di Caldaro sulla Weinstrasse.

Quel vino mi aveva, e lo stesso era accaduto alla Divina che aveva degustato insieme a me, entusiasmato, tanto che l’avevo descritto in questi termini come un capolavoro, un obra maestra.

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Siamo sempre a Sant Sadurní d’Anoia in questa bodega esemplare dell’Alt Penedès, dove, come racconta bene il sito Internet aziendale, ci sono 50 ettari di vigneto a proprietà familiare, nella zona del río Bitlles, nella comarca del Alt Penedès (Barcelona), dove nel 1924 Josep Mata Capellades decise, con un impegno preciso, prima di tutto verso se stesso e poi con il mondo, di creare “vinos de terruño” di assoluta personalità. Capaci di trasmettere nella bottiglia il genius loci, il sense of terroir, di un posto magico:El Bitlles serpentea entre bosques, colinas y torrentes discontinuos mostrando parajes de una gran belleza, emparados por la imponente presencia de la montaña de Montserrat”.

E ancora, leggo sempre sul sito, “Vini che dovevano rendere omaggio a questo terroir “nella maniera più onesta e trasparente possibile”, ovvero “reafirmando nuestra vocación única en el mundo como viticultores y elaboradores”. La parola d’ordine, la “mission” attraverso novant’anni di attività festeggiati proprio lo scorso anno, doveva essere ed è, “Honestidad con el territorio”, ovvero “100% Agricultura ecológica y biodinámica”.

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Forse è inutile tradurre, ma vuol dire “onestà con il territorio” il che significa “agricoltura ecologica e biodinamica” per davvero, non come posa o come moda. O come trovata di marketing per provare a riciclarsi e rifarsi, come stanno facendo svariate aziende vinicole italiane (non fatemi fare nomi, per pietà…), un’improbabile verginità e credibilità.

Per il popolo di Recaredo (che bel nome, come suona bene, che nobiltà naturale…) “un gran vino è il riflesso della terra che l’ha visto nascere” E per questa ragione hanno scelto una viticoltura che segue i criteri, non i dogmi, della biodinamica, “coltivando i vigneti senza ricorrere ad erbicidi o insetticidi, solo con elementi di origine naturale”. Una viticoltura “che ha come priorità l’equilibrio dell’ecosistema e la biodiversità in vigna” e che consente di ottenere “vinos espumosos sumamente expresivos”, con una grande capacità di evoluzione e tenuta nel tempo e soprattutto “rispettosi del paesaggio d’origine”.

Va ricordato che Recaredo, carramba que viños!, è stato il primo produttore della D.O. Cava ad ottenere il certificato internazionale di viticoltura biodinamica Demeter.

Questo detto, e ricordate le tappe salienti dei primi 90 anni di Recaredo, dal 1944 pionieri dei Brut Nature, dal 1962 artefici della Reserva Particular de Recaredo, dal 1975, protagonisti Josep y Antoni Mata Casanovas, figli di Josep Mata Capellades, un lavoro spasmodico in vigna, dal 2006 l’approdo ragionato e convinto all’agricoltura biodinamica porque “No hay vino sin vida en el viñedo”, non c’è vino (serio) senza vita nel vigneto, vengo al Cava, strepitoso, che ho, abbiamo bevuto in una bellissima località di vacanza dove me l’ero portato.

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Si tratta del Cava Brut Nature Gran Reserva Subtil 2006 che on line risultava in vendita a soli 21,50 (ora il 2007 lo si trova a 22,25, ripeto 22,25 euro, meno di quanto costi, all’Esselunga un Franciacorta che crede di essere cult e che va tanto di moda tra quelli che di vino non capiscono un tubo…), che nella sua versione 2006, frutto di 63 mesi di riposo sui lieviti, venduta da qualcuno a 40 euro, rappresentava una ragionatissima cuvée formata per il 44% da Xarel.lo, 44% da Macabeo e 12% da Chardonnay (il 2007 invece è 62% Xarel.lo, solo 8% Macabeo e 30% Chardonnay) le cui caratteristiche vengono così magnificamente descritte nella lingua di Cervantes e di Juan Ramón Jiménez Mantecón, premio Nobel per la letteratura nell’anno in cui io nacqui: “La sutileza se desgrana en matices minerales y reminiscencias cremosas que dibujan un perfil sensorial de autenticidad. Exaltación de la complejidad, notas de crianza fina y burbujas de alta integración“.

E ancora : Recaredo Subtil es un Brut Nature, totalmente seco, sin adición de azúcar de expedición. Recomendamos degustarlo a 10ºC y abrir la botella unos minutos antes de servir con la finalidad de que este cava de larga crianza se exprese con total plenitud“.

Un campione, il mio, con sboccatura risalente nientemeno che al 24 agosto di tre anni fa, il 2012, da uve raccolte a mano, processo di vinificazione tradizionale, un 15% del vino affinato in legno per 11 mesi. Remuage manuale, e tutto il resto lo trovate già raccontato nella mia precedente celebrazione di questa meraviglia bollicinara ispanica.

Questo Brut Nature Gran Reserva Subtil 2006, che ci ha stupefatti mentre eravamo rapiti nell’incanto di una terra bellissima, si è rivelato un vino di straordinaria, rarissima eleganza, di armonia assoluta. Un vino, come scrissi a gennaio del Brut Nature Gran Reserva 2008, di assoluta essenzialità e commovente poesia che mi ha fatto pensare ad uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, al ligure (ma milanese d’adozione) Eugenio Montale, ai suoi immortali versi di Mediterraneo che recitano “Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale siccome i ciottoli che tu volvi, mangiati dalla salsedine”…

Colore paglierino oro brillante luminoso, perlage finissimo, e un naso che è una meraviglia di mandorla fresca, pesca bianca, agrumi, pietra lavica, erbe aromatiche, fiori bianchi, vivo, freschissimo, teso, ricco di un’energia magica, di un’integrità scoppiettante e stupefacente per un millesimato 2006 colto a tre anni dalla sboccatura.

Attacco nervoso, ma non nevrotico, rigoroso, asciutto, di grande nerbo acido ed inebriante freschezza, profondo, verticale, la bocca ben croccante senza essere aggressiva, un equilibrio perfetto in tutte le parti, una piacevolezza, una persistenza, una salinità, una purezza d’espressione infinite. Sensazionali.

tappoRecaredo

E anche in questo caso, come un marchio di fabbrica di questi Cava fuori misura, un qualcosa di marino, di ostricoso che richiama, pretende, desidera, mariscos y mariscos y mariscos

Una meraviglia (a proposito Buon Ferragosto a tutti, ci ritroviamo lunedì 17!)  che mi evoca i versi di Jiménez quando canta:

Yo no soy yo.
Soy este
que va a mi lado sin yo verlo,
que, a veces, voy a ver,
y que, a veces olvido.
El que calla, sereno, cuando hablo,
el que perdona, dulce, cuando odio,
el que pasea por donde no estoy,
el que quedará en pie cuando yo muera.

E come diceva Giorgio Gaber

C’é solo la strada… l’unica soluzione, la salvezza per tornare popolo, per riscoprire noi stessi…

Que maravilla! Rrrrrrecaredo Señores y señoras: gran ovación!…

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Omomorto Dosaggio Zero 2013 Giovanni Menti

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: charmat
Uvaggio: Durella
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
8


Menti-Vitovska-aprile2015 001

Ovvero, come direbbe Bécquer, Sobre el volcán la flor…

Inutile che lo nasconda, Giovanni Menti, da Gambellara, in provincia di Vicenza, poca la distanza da Soave, è stato una vera scoperta di questi ultimi dodici mesi per me. I suoi Gambellara, non Gambellara, declassati, espressione di quell’uva meravigliosa che è la Garganega, mi hanno dato grandi soddisfazioni e ne ho scritto con gioia. Anche in questo posto, dove il vino, dopo tre anni di appuntamenti settimanali, è diventato clandestino, tanto che non figura più tra le rubriche…

Menti, come scrivevo, è “un’azienda famigliare avviata alla fine del XIX secolo a Gambellara. Il fondatore Menti Giovanni, che fu il nonno dell’attuale proprietario (anche lui di nome Giovanni), iniziò col commerciare i vini che precedentemente produceva per il consumo personale della propria famiglia”.

E oggi ad affiancare Giovanni Menti, nella gestione di circa 7,5 ettari di vigneto coltivati a Garganega e Durella, siti nelle zone classiche collinari di Gambellara, il figlio Stefano, un duo che ha le idee ben chiare e cura tutte le fasi produttive, dalla cura del vigneto al processo di imbottigliamento (spumantizzazione inclusa) e ha scelto una conduzione delle vigne “ in regime biologico utilizzando il metodo biodinamico” e un operare in cantina dove “si prediligono lieviti spontanei e non si usano coadiuvanti enologici invasivi, per meglio mantenere la caratterizzazione del terroir dei vigneti”, posti su meravigliose terre saline e vulcaniche. Vini naturali e non interventisti davvero, dotati di un’integrità, di una purezza, di una verve da lasciare senza fiato”.

Sul Cucchiaio scrissi di due bianchi fermi che avrebbero tutte le credenziali per essere dei Gambellara Doc, ma che portano invece in etichetta la disarmata e orgogliosa dizione “vino volutamente declassato” a vino da tavola, per segnare una cesura netta e ribadita con forza con una storia passata e una gestione del Gambellara Doc che si traduceva in vini diciamo così con ben altre ambizioni che quelli di Menti, di Cristiana Meggiolaro (di cui ho scritto recentemente qui), di Angiolino Maule, alias La Biancara, per citare alcuni nomi di spicco di questa new wave gambellarese.
Menti-Vitovska-aprile2015 002

Due vini, entrambi Garganega in purezza, da terreni collinari di origine vulcanica, un 2013, denominato Riva Arsiglia, da vigne, cinque ettari e mezzo, che hanno da 29 a 79 anni, e un 2012, il nome è Paiele, da una vigna di un ettaro del 1976. Vini strepitosi, modernissimi, attuali, ma dal cuore antico.

Vini profondamente minerali, scavati nella roccia, che fanno pensare ad un grande poeta spagnolo dell’Ottocento Gustavo Adolfo Bécquer e ad un suo verso memorabile caro ad Eugenio Montale e da lui scelto per aprire la seconda parte delle sue Occasioni, “I mottetti”: Sobre el volcán la flor

Oggi invece voglio suggerirvi, soprattutto se in questo periodo vi capiterà di mangiare, trovandovi al mare, frutti di mare e crostacei, su cui questo vino, come con le ostriche, secondo me si sposa me-ra-vi-glio-sa-mente…, un altro vino dei Menti, ma con le bollicine, o meglio, come si legge in retroetichetta, “Bollicine da uve italiane. Vitigno autoctono allevato su colline di origine vulcanica vinificato e spumantizzato con lieviti indigeni”.

Il vino, vsq, vino volutamente declassato, ha il singolare nome di Omomorto, è un Dosaggio Zero di annata 2013, ed è base di quell’uva imprevedibile, ricca di acidità e capace di esprimere ottimi “spumanti” (metodo classico e Charmat) in area Monti Lessini, che è la Durella, ottenuta da vigne di trent’anni circa su terreni di origine vulcanica, raccolta a mano a inizio-metà ottobre, e vinificata seguendo queste procedure: “dopo la raccolta, le uve portate in cantina vengono caricate in pressa intere e pigiate a 0,6 bar. La fermentazione avviene totalmente con lieviti naturali ed il controllo della temperatura direttamente in autoclave, con valvole aperte come fosse un normale tino di fermentazione. A fermentazione quasi conclusa, le valvole vengono chiuse in modo da conglobare l’anidride carbonica di fine fermentazione e ottenendo così un vino spumante senza l’utilizzo della rifermentazione. Dopo un anno di sosta sui propri lieviti con batonage, viene filtrato e imbottigliato”.

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Non è un vino facile questo Omomorto, per apprezzarlo non dovete temere il corredo acido (di cui la Durella è naturalmente ricca) e una certa petrosa mineralità, ma se vi piace, diventerà un vino da amare…

Colore paglierino scarico, brillante, metallico, si propone con un naso rigorosamente e virilmente secco, petroso, essenziale, con note di nocciola fresca, crosta di pane, fiori d’arancio, e poi sale e pietra a volontà. L’attacco in bocca è perentorio, deciso, asciutto, nervoso, persino crudo per certi versi, e lo sviluppo assolutamente verticale, incisivo, ricco di nerbo petroso, ma che pulizia, che energia, che forza, che capacità di far esprimere il terroir, vulcanico e minerale, in questo vino, che lunghezza e persistenza quasi appuntita!

Un vino vero, un vino vivo, altro che Omomorto!

Giovanni Menti
Via Dottor Bruzzo, 24
36053 Gambellara VI
Tel. 335 59 49 349
Email info@giovannimenti.com
Web http://www.giovannimenti.com/

p.s.
per motivi misteriosi improvvisamente ieri pomeriggio Facebook ha disabilitato, questo il termine tecnico, il mio account Franco Ziliani e quello relativo ai miei blog.
Questa mattina l’account é stato riattivato, ma io resto in attesa che il popolare social network mi comunichi i motivi della sua decisione, assolutamente immotivata e improvvisa.
Un ennesimo segno che a parlare chiaro, contro questo regime conformista, falso umanitario, nemico del popolo italiano e dei suoi interessi, si diventa dei bersagli da colpire.
Ma io non mi arrendo, se mi sbarreranno nuovamente le porte di Facebook avrò sempre i miei blog ed il mio account Twitter dove esprimermi. No pasaran!

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Attenzione!
non dimenticate di leggere anche Vino al vino

http://www.vinoalvino.org

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