Lessini Durello: on line un corner shop per trovarlo e provarlo più facilmente

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La premessa è ovvia e scontata: se l’analisi fosse limitata ai numeri il discorso che sto per fare non avrebbe nemmeno ragione di esistere. Alla terrificante potenza di fuoco rappresentata da circa 400 milioni di bottiglie, tra Doc e Docg, del Prosecco, nemmeno un milione di bottiglie rappresentate da un’altra denominazione non fanno nemmeno il solletico.

Se si ragiona invece in termini di diversità e di valorizzazione di produzioni che presentano caratteristiche del tutto peculiari e che rappresentano la tradizione vinicola di una determinata zona, allora è legittimo dire, quando si parla di bollicine venete, che c’è altro oltre al Prosecco. E che anche se quest’altro è rappresentato da una produzione, che, con la tenacia di una formichina, continua a crescere e ha superato, tenetevi forte, quota 700 mila bottiglie, proposte da un numero, questo sì crescente, di aziende (sono 22), il Lessini Durello merita attenta considerazione. Anche perché i vini che rivendicano questa denominazione sono davvero buoni, quando non sorprendenti.

Sono bollicine, prodotte sia con la metodologia produttiva del Prosecco, ovvero il metodo Martinotti-Charmat, sia con la più impegnativa tecnica della rifermentazione in bottiglia, che si identificano con un’uva, la Durella, che vanta una plurisecolare presenza (le prime testimonianze si hanno in epoca medioevale) nella zona dei Monti Lessini, ovvero l’area collinare che in provincia di Verona comprende l’alta Val d’Illasi, la Valle del Tramigna e i comuni più a nord della Val d’Alpone, e le vallate del Chiampo, del Leogra e dell’Agno nel vicentino.

Per anni, utilizzandola come uva da taglio destinata a “spumanti” italiani ed esteri (i Sekt tedeschi ad esempio), si è pensato che la sua acidità, che potremmo definire “indomita”, costituisse la caratteristica basilare, ma in seguito, studiando meglio l’uva ed i territori, in larga parte di origine vulcanica, dove la Durella si è diffusa, si è colta tutta la complessità di questo vitigno. Che dà vini che una volta spumantizzati rivelano doti di freschezza e una tenuta nel tempo impensabile, ma abbinati a sapidità, mineralità, ricchezza di sapore, ad un corredo aromatico complesso. Che emerge soprattutto nei metodo classico con lunga permanenza sui lieviti e che esprime note floreali, fruttate, di frutta secca.

Un vino, il Lessini Durello (la denominazione Monti Lessini è invece riferita ai vini non spumantizzati, fermi o addirittura passiti), tutelato da un attivo Consorzio, cui aderiscono 18 delle 22 aziende complessive, e che rappresenta il 97% dell’intera produzione – sono coltivati a uva Durella 366 ettari sulle colline veronesi e 107 ettari su quelle vicentine, e sono circa 430 i viticoltori che lavorano con quest’uva, che rientra benissimo nella categoria delle bollicine alternative da vitigni autoctoni.

Ben conosciuto e apprezzato in area veneta, e da nicchie di estimatori che anche fuori della regione di produzione ne apprezzano la particolarità, il nerbo acido, la verticalità, l’energia, la capacità di sposarsi a piatti di non facile abbinamento come il baccalà, le lumache, l’anguilla, il Lessini Durello (la produzione di Charmat è nettamente superiore, in termini quantitativi, a quella di metodo classico), ha visto in qualche modo frenata la sua popolarità e diffusione non solo dalla produzione limitata, ma da una distribuzione limitata, tranne in rari casi, a Veneto e dintorni.
TopItalianWine

Come fare dunque, se si è incuriositi da questo tipo di bollicine e se avendolo provato una volta in qualche occasione si desiderasse ripetere a casa l’esperienza? Certo, si può sempre contattare i produttori o andare a visitare le loro cantine trovandosi in zona. Da qualche tempo una valida e moderna alternativa è offerta ai consumatori che amano acquistare i vini anche on line da un accordo intercorso tra il Consorzio Vino Lessini Durello e uno dei più validi portali, organizzato in negozi monotematici, specializzati nella vendita di vini altrimenti difficilmente reperibili, ovvero Top Italian wine. Dopo essersi specializzato nella selezione e proposta di vini passiti e vin santi, Top Italian Wine ha pensato di creare una serie di Corner Shop realizzati in partnership con Consorzi di tutela per la valorizzazione di produzioni autoctone o di etichette d’eccellenza e di nicchia di singoli produttori.

Il risultato è una vetrina Web, un punto vendita on line che potete visitare a questo indirizzo, che per ora rende disponibili agli appassionati due Lessini Durello Charmat e otto Lessini Durello metodo classico proposti da sette aziende associate (si prevede progressivamente l’entrata anche delle altre), con un assortimento che va dai vini più immediati, ma non banali, a millesimati 2011-2010-2009 e 2008.

La presentazione di ogni vino è corredata da un’ampia scheda descrittiva del produttore e una nota di degustazione.

Una bella iniziativa, che merita attenzione: una vetrina Web per trovare e provare più facilmente e prendere maggiore confidenza con il Lessini Durello.

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Expéditions vins de Champagne. Si conferma il Regno Unito, ma crescono Giappone e Australia

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Numeri e considerazioni sull’andamento dei primi dieci mercati esteri nel 2015

Sul sito Internet ufficiale del Comité Champagne non è ancora disponibile il bollettino d’informazione, con tutte le analisi, le comparazioni, le statistiche complessive, relativo alle expéditions nel 2015, ma alcune “cifre chiave” consentono di poter fare alcune considerazioni (e relativi confronti con l’andamento nel 2014) relative ai primi dieci mercati esteri.

Ecco quindi alcuni dati, confortati da numeri, che consentono di capire di quale salute goda la filiera champenoise e come si orientino le vendite.

Nel 2014 i primi dieci mercati esteri erano i seguenti con questi numeri :

1 Regno Unito        32. 675 232
2 Stati Uniti            19.152.709
3 Germania             12.605 297
4 Giappone             10.429 638
5 Belgio                   9.741 262
6 Australia               6.524 220
7 Italia                     5.795 957
8 Svizzera                5.553.703
9 Spagna                  3.420 322
10 Svezia                 2.608 825

Nel 2015 i dieci principali esteri restano esattamente gli stessi, senza alcuno scambio di posizioni in classifica tra i vari Paesi, ma con alcune sensibili variazioni in quanto a numero di bottiglie “spedite”.

1 Regno Unito        34.153.662     + 1.478.430

2 Stati Uniti           20.508.784            + 1.356.075

3 Germania            11.907.887            –   697.410

4 Giappone            11.799.246            + 1.369.608

5 Belgio                 9.210.659              –    530.603

6 Australia             8.110.106             + 1.585.886

7 Italia                   6.359.572             +   563.615

8 Svizzera              5.410.288             –     143.415

9 Spagna               3.909.345             +   489.023

10 Svezia               2.904.854             +   296.029

I primi 10 mercati esteri nel 2015 totalizzano complessivamente 114.274.403 milioni di bottiglie, di cui 73.861.267 riferite a mercati dell’area europea e 40.418.136 riferite a “Paesi terzi” o “Grande export” (Stati Uniti, Giappone, Australia, tutti a segno più, con una crescita complessiva rispetto al 2014 di 4.311.569 bottiglie). I primi dieci mercati export rispetto al 2014, quando complessivamente totalizzarono 108.507.165 milioni di bottiglie, fanno registrare una crescita notevole, pari a 5.767.238 milioni di bottiglie. Sorprendono le prestazioni dell’Australia e del Giappone, il leggero calo di mercati tradizionalmente forti come Germania e Belgio, mentre la crescita degli Stati Uniti va vista come il segnale di un economia in crescita.

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Quanto alla performance nel Regno Unito credo costituisca la dimostrazione del fatto che gli inglesi pur flirtando con alternative cheap italiane e spagnole continuano a mantenersi fedelissimi e affezionati consumatori (e conoscitori) di Champagne. Sono ancora lontane, come si può leggere qui, le cifre record raggiunte, in epoca pre-crisi, nel 2007, con 39.052.278 milioni di pezzi, o i quasi 37 milioni di pezzi del 2006, ma i 34.153.662 milioni di bottiglie del 2015 si collocano all’altezza dei 34.533.887 del 2011 e marcano una decisa lontananza dalle performances meno soddisfacenti dell’ultimo decennio, raggiunte rispettivamente con 30.517.461 e 30.786.727 milioni di bottiglie nel 2009 e nel 2013.

Un discorso a parte merita il mercato francese, che continua ad essere il primo consumatore di Champagne con oltre 160 milioni di bottiglie, e una percentuale complessiva del 52-53%, ma nel 2015 non c’è stata la ripresa attesa da anni, anzi i consumi interni hanno fatto segnare un modesto calo di 443.605 pezzi. E una parte crescente del mercato è appannaggio delle Maison de Champagne, con quasi 92 milioni di pezzi, corrispondenti al 57% del totale.

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Taittinger (Maison de Champagne) pianta 70 ettari nel Kent per produrre sparkling wines

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Anche in Francia business is business…

E’ proprio vero che nel nome degli affari, anche se in questo caso si dovrebbe utilizzare il termine anglosassone business, anche i nostri cugini francesi ormai, proprio come fanno da tempo senza problemi parecchi “spumantisti” italiani, non si fanno più scrupoli di alcun tipo e badano al sodo. Perché anche per loro “les affaires sont les affaires”…

Se il mondo si ostina a chiamare, fregandosene altamente delle distinzioni, se siano metodo classico oppure Charmat, della storia e della tradizione dei terroir d’origine, le loro “bollicine” semplicemente “spumanti”, “sparkling wines” oppure “vins effervescents”, mettendo insieme allegramente tutto in un grande calderone, perché mai loro dovrebbero continuare a fare i puristi, a distinguere e distinguersi?

Accade così, ne ho scritto recentemente anche qui, che nella patria dello Champagne, che qualcosa di diverso e di peculiare rispetto alle altre “bulles” mi sembra proprio continui ad averlo, un qualcosa che andrebbe sottolineato e valorizzato, dei francesi possano arrivare ad organizzare, in giugno a Parigi, Bulles Expo, il primo “Salon mondial des vins effervescents”, un qualcosa che definiscono tranquillamente come “un evento che ambisce ad essere una grande vetrina mondiale di Champagne, Crémants, Cava, Prosecco, Lambrusco, sparkling…”.

Cos’abbiano in comune Champagne, Lambrusco e Prosecco è un mistero che lascerò agli organizzatori, se ne sono in grado, il piacere di spiegare (guarda caso, degli italiani citano le due bollicine prodotte in autoclave più popolari, anche in Francia, guardandosi bene dal citare i veri omologhi, anche se molto più in piccolo, dello Champagne, i metodo classico Doc e Docg…), e penso che altre prove dell’internazionalizzazione dei francesi non manchino.

Ne troviamo traccia anche nella filiera produttiva champenoise e nella stampa transalpina, dove, articolo che ho scoperto solo di recente, pubblicato non da un giornale qualsiasi, ma dall’autorevole (come si suole dire) Le Monde, possiamo leggere che “les vins pétillants anglais s’affirment de plus en plus comme un concurrent sérieux du champagne français”. E lo si scrive sfidando il ridicolo, il fatto che i numeri dello Champagne nel 2015 parlino di oltre 312 milioni  di bottiglie spedite, contro i 4 milioni di pezzi degli sparkling wines britannici ai quali non su un quotidiano britannico, ma sul più celebre dei quotidiani transalpini, si vuole evidentemente tirare la volata.

L’articolo di Le Monde, che ci racconta come nel 2014 nel Regno Unito le vendite di english sparkling wines fossero cresciute del 27%, mentre quelle dello Champagne erano progredite solo del 5% (portando a quota 32.675.232 l’ammontare delle bottiglie, che sono diventate con un ulteriore incremento pari a oltre 34 milioni di bottiglie nel 2015) prende lo spunto dalla notizia che una delle più importanti Maison de Champagne, la Taittinger di Reims, produttrice di una celeberrima cuvée de prestige come il mitico Comtes de Champagne, ha annunciato di aver acquistato 69 ettari di vigneto non in Champagne, bensì nel Regno Unito, nel Kent. Sarà così la prima maison de Champagne a produrre (e speriamo che qualche disinvolto wine writer non arrivi a chiamarlo Champagne…) sparkling wines in terra britannica.

Taittinger

Perché la famiglia Taittinger abbia fatto questa scelta (che non è priva di aspetti affascinanti dal punto di vista vitivinicolo ed enologico, e che comporta utilizzare il savoir faire e l’esperienza champenoise per produrre in un’altra situazione vini della stessa tipologia dello Champagne) è presto detto. Come ha detto chiaramente il presidente del gruppo, Pierre-Emmanuel Taittinger, per business: un ettaro di vigneto nel Kent costa 80 mila euro, un ettaro nel cuore della Champagne venti volte tanto…

E rifiutando la visione, un po’ confusa, dell’articolista di Le Monde, secondo il quale lo Champagne sarebbe ormai “sotto la pressione inglese” (con 4 milioni di bottiglie inglesi contro oltre 300 francesi…), Monsieur Taittinger ha giustificato la scelta di piantare Chardonnay, Pinot noir e Pinot Meunier in terra britannica e di ottenerne dei metodo classico, come un’operazione puramente economica, come un investimento vantaggioso in un mondo completamente diverso i cui numeri crescono – la superfice vitata in UK è raddoppiata rispetto al 2007 e dovrebbe raddoppiare da qui al 2020 – ma non possono pensare a fare concorrenza allo Champagne.

Taittinger, fedele alla regola del business, continuerà ad essere tra i simboli dello Champagne, ma considerato che la produzione di “vins mousseux” (come lui stesso li definisce) cresce nel mondo ha pensato di inserirsi in questo mercato. Scegliendo di produrre in una terra la cui immagine e le possibilità di mercato sono in crescita.

Affaires
Un’operazione non dettata dalle preoccupazioni per il “global warming”, che consiglierebbe anche a chi operando in Champagne è già a nord, di spostarsi ancora più a nord, ma da motivazioni economiche, perché anche in Francia, business is business, of course… E les affaires sont les affaires, come diceva in una sua celebre commedia Octave Mirbeau

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Franciacorta Pas Dosé Au Contraire 2008 Cavalleri

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 35 € a 50 €

Giudizio:
9.5


Aucontraire
Piacevolissima serata lunedì 29 febbraio nel cuore della Franciacorta, in una delle aziende che hanno fatto la storia di questa rampante zona vinicola lombarda e che contribuiscono a determinarne un’immagine dinamica e di gran qualità.

Sto parlando dell’azienda agricola Cavalleri, una lunga tradizione vitivinicola in Erbusco e una produzione di “bollicine” nobili che risale al 1979 con le prime 6000 bottiglie di “champenoise”, che ha convocato un gruppo di amici, ristoratori, enotecari, giornalisti per presentare e festeggiare a dovere la nuova edizione di una cuvée che viene prodotta solo in circostanze particolari ed eccezionali, come dimostra il fatto che prima di questo 2008, era stata prodotto solo il millesimo 2001.

Protagonista della serata, insieme al clima particolarmente disteso, non spettacolare, colloquiale che ne è stato il filo conduttore, grazie allo stile di chi questa serata ha voluto così si dipanasse, parlo della famiglia Cavalleri, delle sorelle Giulia e Maria, e dei loro figli Diletta e Francesco che rappresentano il presente-futuro dell’azienda (insieme al bravo enologo interno Giampaolo Turra) e che sono stati i responsabili di tutte le scelte, compresa quella di proporre sboccato à la volée, bottiglia dopo bottiglia, il vino presentato, è stato il Franciacorta Pas Dosé Au Contraire 2008.

Nella gamma, ben calibrata, dei metodo classico di Cavalleri, dove davvero “ogni vino racconta una storia” e ha una logica precisa e una propria identità, il Pas Dosé Au Contraire costituisce uno “sfizio” (le bottiglie prodotte sono circa 6600), un divertissement, ma non una “scommessa” tecnica, perché si tratta di un vino fortemente voluto, seguito e curato in ogni sua fase, frutto di ben precise selezioni, fortemente legate ad un’idea, ad un progetto del vino del tutto particolari.

Volendo classificare il vino io lo tenderei a giudicarlo “indefinibile”, innanzitutto per il colore personalissimo, che il produttore chiama “occhio di pernice” e che non si può pensare di inserire nella categoria dei rosati, anche se presenta sfumature che richiamano la cipria. E’ poi l’assaggio a confermare che si tratta di un vino imprevedibile e non collocabile in una categoria precisa, se non quella dei grandi millesimati di Franciacorta lungamente affinati sui lieviti. E, aggiungerei, felicemente a lungo affinati, data la freschezza, la vivacità, l’assoluta giovinezza ed energia (e stiamo comunque parlando di un vino figlio dell’annata 2008…), che il vino mostra, tali da far pensare ad una sua lunga possibilità di ulteriore evoluzione nel tempo.

Au Contraire è in sintesi una cuvée di Chardonnay e Pinot nero (quest’ultimo nettamente minoritario e presente nell’ordine del 20%), senza alcun contatto di quest’ultima uva con le bucce e con una quota del 10% del vino affinato in legno grande. E uve, va sottolineato, frutto di una selezione estremamente rigorosa (verrebbe quasi voglia di dire acino per acino), scelte nei migliori vigneti aziendali.

Per il resto solo infinita pazienza, continui assaggi per verificare l’evoluzione, il corretto amalgama dei due componenti, e la consapevolezza che questo vino avrebbe dovuto, ad ogni modo, reggere il confronto con il precedente Au Contraire, il 2001, giudicato per anni come uno dei più riusciti Franciacorta nella storia di questa denominazione.

Una prima sboccatura (senza liqueur e zucchero) nel giugno del 2015, una seconda a febbraio 2016, e se ne prevede, non si sa quando, una terza, quando in Cavalleri giudicheranno arrivato il momento opportuno.

Degustato e ampiamente bevuto, abbinato ai piatti, indubbiamente ricchi di fantasia e molto personali, dello chef Riccardo Camanini del ristorante Lido 84 di Gardone Riviera, l’Au Contraire 2008 ha convinto senza se e senza ma, mostrando tutta la propria caratura, il carattere innato, l’eleganza abbinata alla struttura, l’ampia tessitura, l’espressività. Un Franciacorta che è sintesi di delicatezza e ampiezza, di verticalità, profondità, nerbo e di ampiezza, di carnosità e sapidità, con un gusto ben secco, ma senza eccessi, giustamente nervoso, croccante che rende piacevolissima la beva e ampia la tessitura.

Poche le bottiglie e non agevole quindi aggiudicarsene qualcuna, ma indubbiamente una grande riuscita, la dimostrazione dello stile e della classe di un’azienda simbolo e punto di riferimento per la Franciacorta tutta come Cavalleri.

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Expéditions vins de Champagne 2015 : crescita dell’1,7% in volume e del 4,6% in valore

vignoble de la champagne

Sono 312 521 412 le bottiglie spedite, contro le 307.136.564 del 2014

Non cercateli sul sito Internet del Comité Champagne, dove non sono ancora stati pubblicati, ma i dati definitivi e ufficiali delle expéditions des vins de Champagne nel corso del 2015 sono ormai ufficiali e a cercarli bene li si trova su vari giornali (come La Marne agricole) e siti Internet francesi, tra cui l’informatissimo blog Champagne un monde de bulles che pubblica – leggete qui – addirittura estratti del documento finale del Comité. Curiosamente pubblicati in anticipo rispetto al Comité…

I risultati complessivi, con 312 521 412 bottiglie spedite, contro le 307.136.564 del 2014, sono decisamente positivi: una crescita di 5.384.848 milioni di pezzi, pari all’1,7% rispetto al 2014, ma soprattutto un incremento del volume d’affari pari del 4,6%, che tocca la cifra di 4,75 miliardi di euro. Si tenga conto che il record storico in valore precedente, 4,56 miliardi di euro, venne raggiunto nel 2007, prima dello scoppio della lunga crisi economica, a fronte di 339 milioni di pezzi venduti, ovvero, 26,5 milioni di più che nel 2015.

Un risultato, questo record del volume d’affari, che corrisponde in pieno all’obiettivo che il mondo dello Champagne si pone da sempre : « continuare a crescere in valore più che in volume ». Una mission un po’ diversa rispetto a quella di un competitor, completamente diverso per storia, per uve, per stile dei vini e loro costi, dello Champagne, che cresce in volume, ma con prezzi medi di vendita dei vini decisamente più bassi. Elemento fondamentale che giustifica in larga parte il successo di quello spumante Charmat…

frecciasu

A tirare la volata e rendere possibile l’exploit conseguito nel 2015 dalla Champagne sono stati principalmente due fattori: il primo è stato l’andamento dell’export, che è aumentato del 4% rispetto al 2014, con 80,2 milioni di bottiglie (una crescita del 3,3%) nell’Unione Europea, e 70,5 milioni di bottiglie (+4,8%) nei Paesi terzi, dove le vendite crescono da quattro anni consecutivi. Il secondo fattore è rappresentato dagli ottimi risultati fatti registrare dalle Maison de Champagne, che hanno venduto ben 223.548.634 milioni di pezzi contro i 215.107.577 del 2014. Una crescita di 8 441 057 milioni di pezzi, pari al 3,9%.

Maison che l’hanno fatta da “padrone” non solo in Francia, con 91 934 709 milioni di bottiglie su un totale, relativo al mercato interno, di 161 813 229 (una crescita di 2.300.000 pezzi pari al 2,6% rispetto al 2014), ma nell’Unione Europea e nel grand export (ovvero fuori Europa). Nei Paesi della Comunità i numeri parlano di 68 030 709 milioni di bottiglie contro i 64 801 781 del 2014, ovvero +3 228 928 pari ad un 5 per cento secco. Nei Paesi terzi si è passati da 60 670 126 milioni di bottiglie a 63 583 216, ovvero +2 913 090 pari ad un aumento del 4,8%.

Quanti ai Paesi protagonisti dell’export sono stati, in Europa, Gran Bretagna, Germania e Belgio, mentre fuori Europa sono stati molto vivaci Stati Uniti, Giappone e Australia.

In Francia anche nel 2015 le vendite sono state in calo: 440 mila bottiglie in meno rispetto al 2014, ovvero un calo dello 0,3%. A calare maggiormente, del 4,8%, sono stati i vini dei vignerons (-2 701 800), mentre i vini delle cooperative hanno perso uno 0,2% fermandosi a 15.918.897 milioni di pezzi.
topiChampagne

All’estero, invece, i vini dei piccoli produttori, dei vignerons, sono andati meglio che in Francia: nell’Unione Europea le vendite sono aumentate del 6,2% e nei Paesi Terzi del 5,9%. I numeri restano abbastanza piccoli, con 4 190 469 pezzi nell’Unione Europea e 2 708 041 nel “grand export”.

I risultati dei vini delle caves coopératives sono stati altalenanti: stabili in Francia dove c’è stato un calo minimo, dello 0,2%, molto negativi nell’Unione Europea, dove il calo è stato di quasi un milione di bottiglie, pari al 10,4%, positivo nei Paesi terzi, con una crescita del 4,5%.

Complessivamente, valutando sul totale di 312 521 412 milioni di bottiglie spedite, le Maison sono cresciute del 3,9% toccando quota 223.548.634, mentre i vignerons sono calati del 3,7% fermandosi a quota 60.858.133 e le cooperative del 2,7%, equivalenti a 28.114.645 bottiglie.

Da leggere la seguente analisi economica pubblicata qualche giorno dopo questo posto

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Trento Doc Dosaggio Zero riserva 2008 Letrari

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8.5


Bollefebbraio2016 012
Non è ancora diventato una tipologia bandiera come lo è da anni in Franciacorta (dove secondo i dati diffusi recentemente dall’Osservatorio economico del Consorzio nel 2015 le vendite hanno fatto registrare un incremento stellare del 28,8%) ma anche in Trentino, nell’ambito del Trento Doc, la tipologia Dosaggio Zero, quella che sarebbe in grado di “fotografare” con più fedeltà le caratteristiche dei singoli terroir e dei vini che ne sono espressione, sembra riscuotere un crescente interesse da parte dei consumatori.

Aumenta dunque, lentamente ma aumenta, il numero dei Trento Doc che scelgono la strada del non dosaggio, della rinuncia all’aggiunta di liqueur, e di conseguenza aumenta la confidenza dei produttori con questa tipologia e la qualità dei vini.

Una dimostrazione chiara di questa confidenza che sta maturando e che coinvolge ovviamente, come è fondamentale che sia, anche gli appassionati, che dimostrano di gradire sempre più questo genere di vini molto “schietti”, la offre, bevuto in questi giorni un campione in perfetta forma a quasi un anno dalla sua sboccatura, il Trento Doc Dosaggio zero riserva (quindi con almeno 36 mesi di affinamento sui lieviti, come prevede il disciplinare di produzione), di uno degli spumantisti più collaudati e validi in terra trentina, Letrari.

Che al Dosaggio Zero è approdato da qualche anno dopo essersi affermato come “trentodocchista” di gran qualità con il Brut, il Brut riserva, e la grande Riserva del Fondatore 976, affinata sui lieviti qualcosa come 96 mesi.

Cosa sia questo Dosaggio Zero è presto detto, una cuvée composta in larga parte da Chardonnay (intorno all’80%) e Pinot nero provenienti da vigneti collinari.

Il 2008, millesimo che ha dato ottimi risultati in terra trentina, mi ha convinto per la perfetta padronanza maturata dal team composto da Leonello Letrari e dalla figlia Lucia, anche di questa tipologia e per un mix di complessità e freschezza davvero notevole.

Colore paglierino oro intenso, perlage fine e continuo, sin dal primo impatto mostra la sua “razza” ed il carattere spiccato, con un naso molto intenso, composito, serrato, ben secco e deciso, dove spiccano la frutta secca leggermente tostata, ananas e pompelmo, note floreali e di fieno secco, a comporre un insieme molto caldo e di ampia tessitura.

L’entrata in bocca conferma il carattere deciso del vino, la sua ampiezza e salda struttura, con un gusto pieno e decisamente secco, una buona larghezza e croccantezza e una persistenza lunga e piena. Da Trento Doc da portare a tavola e gustare su una vasta gamma di piatti a base di pesce, anche i più impegnativi, e non da proporre come aperitivo.

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Per le “bollicine” anche in Francia è scoccata l’ora dei “vins effervescents”

VinsEffervescents
Tutti insieme allegramente in giugno a Parigi al salone Bulles Expo

Se pensavate che solo l’Italia fosse il meraviglioso Paese dove nel nome del confuso e indifferenziato concetto di “spumanti” si arrivano a mettere insieme, in uno stesso contenitore, vini con storia, identità, modalità di produzione profondamente diverse, per non parlare del tipo di uve utilizzate, dei costi di produzione, e delle caratteristiche delle zone di produzione, come i metodo classico e gli Charmat-Martinotti, bene, arrendetevi. Questa allegra confusione viene fatta ormai anche in Francia e nei Paesi di lingua francese come il Canada.

La parola d’ordine, equivalente del nostro “spumanti”, è “vins effervescents”, che tecnicamente si appoggia alla definizione enologica secondo il quale si tratterebbe di “un vino contenente una concentrazione in gas (diossido di carbonio) sufficiente per conferirgli bollicine e schiuma all’apertura della bottiglia, almeno una sensazione di pizzicore una volta in bocca”, e l’ennesima dimostrazione di questo uso ormai diffuso anche nella terra francese arriva da due episodi.

Sul suo blog Monsieur bulles Guénaël Revel  un giornalista francese che vive nel Québec e che si occupa prevalentemente di bollicine di tutto il mondo, ha recentemente pubblicato un post, dove ci informa che “il consumo di vins effervescents” (che tradurremmo come vini effervescenti o vini spumanti) continua a crescere nel mondo, con una crescita nel decennio 2005-2015 del 4,1%, cui fa fronte un consumo di vini tranquilli che non supera l’1,3%”.

E nel prosieguo dell’articolo Revel non ha problemi a mettere allegramente insieme “champagne e mousseux”, – che rappresenterebbero il sette per cento del consumo globale di vino nel mondo, ad informarci che la Germania è il primo Paese consumatore di “bollicine”, nel mondo, davanti alla Russia e agli Stati Uniti, e che la Francia, testuali parole, “è il primo produttore di vins effervescents nel mondo, di cui 2/3 sono rappresentati dallo Champagne”.

Messi insieme nel calderone “effervescents” vini d’ogni tipo l’autore dell’articolo tocca un punto centrale facendo notare che il prezzo medio di un “vin mousseaux AOC” è di 4,8 euro la bottiglia in Europa, ovvero, 3,5 volte meno elevato dello Champagne.

E sebbene consapevole dei motivi di questa differenza, Revel non ha alcuna difficoltà a continuare a mettere insieme cose che di comune hanno solo les bulles, sostenendo che rappresentano la festa, la condivisione e la fuga dai pensieri. E in un mondo che continua ad accumulare le crisi economiche che colpiscono soprattutto le classi medie quest’ultime trovano consolazione in “cava, prosecco, crémant, sekt”, sostituti del modello champenois, che in qualche modo li avrebbe creati.

E cosa si fa allora, invece di distinguere nettamente, di raccontare le differenze, sostanziali, che esistono tra questi diversi vini con le “bulles”? Si parla e si scrive genericamente di “vins effervescents”, e accanto al già esistente Concorso Effervescents du monde dove gli Champagne si vedono giudicati e premiati accanto a Brut brasiliani, peruviani, a Blanquette de Limoux, a Cava e Brut sudafricani, valutazione che viene data non in base alla territorialità, ma al loro comune essere vins effervescents, ci si inventa, perché il business è business, anche in Francia, un nuovo salone dedicato loro.
BullexExpo

Proprio su un sito Internet di una banca, il Crédit agricole du Nord Est, specializzato in analisi economiche relative alla filiera champenoise si comunica che il 20-21 giugno a Parigi, “per corrispondere ad un mercato mondiale dei vini effervescenti in piena crescita”, aprirà le porte la prima edizione di Bulles Expo, “un evento che ambisce ad essere una grande vetrina mondiale di Champagne, Crémants, Cava, Prosecco, Lambrusco, sparkling…”. Sono attesi da 250 a 300 espositori. Per maggiori informazioni: http://www.bulles-expo.com/

Si noti come nel nome dei “vins effervescents” si mettano assieme, in una comunicazione in francese, Champagne, Prosecco e Lambrusco (è casuale o voluto che non vengano citate le varie denominazioni del metodo classico italiane, le uniche che avrebbero qualcosa in comune, uve e metodologia di produzione , con lo Champagne?), e come la confusione, e la cattiva informazione nei confronti del consumatore regnino sovrane…

Che pedanteria, dirà qualcuno, in fondo non sono sempre e comunque “bollicine” e “spumanti”?

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A Carnevale ogni scherzo vale…

Carnevale
… e un sondaggio celebra lo stretto legame con il Prosecco

Ricevo e testualmente pubblico, con una sola precisazione e senza alcun commento.
Anche se i festeggiamenti che si sono protratti in questo periodo chiamerebbero in causa il celebre motto secondo il quale “a Carnevale ogni scherzo vale”, ci tengo a sottolineare che il testo che segue non è uno scherzo, ma costituisce, parola per parola, il comunicato stampa, diffuso oggi, vigilia di martedì grasso, dal Consorzio della più importante denominazione prosecchista attiva in Italia.

In attesa di ricevere un analogo comunicato, adattato per l’occasione, a Pasqua o il prossimo ferragosto, auguro a tutti buona lettura.

“Il Carnevale si sposa bene con un bicchiere di Prosecco. Sono milioni gli italiani che affermano di associare lo storico vino bianco frizzante con il giorno della festa, delle maschere, dei coriandoli.

È quanto emerge dalla nuova ricerca di gennaio di Prosecco Lab, il nuovo osservatorio sul Prosecco, voluto dal Consorzio di tutela e affidato ad SWG Spa, con l’obiettivo di analizzare la relazione tra il consumatore contemporaneo e il vino.

Il Prosecco non si berrà solo a Venezia o in Veneto, ma anche in tutti gli altri luoghi in cui si festeggia il Carnevale. Da Viareggio, a Ivrea (con la sua battaglia delle arance); da Verrès in Valle D’Aosta a Palù del Fersina, in Trentino;  da Sauris di Sopra in Friuli Venezia Giulia a Persiceto, cittadina in provincia di Bologna; senza dimenticare Putignano in Puglia o Muggia in Provincia di Trieste: piccoli torrenti di Prosecco scivoleranno in gola, insieme alle risa e al divertimento carnevalesco.

Carnevale2

La festa di Carnevale e il Prosecco sono un binomio non casuale. Un incontro determinato da uno dei peculiari aspetti del Prosecco: l’essere un vino che genera piacere, gioia, divertimento. Un vino che, per gli italiani, è divertente e simpatico (24%), fresco e giovane (22%), dinamico e gioviale (18%). Insomma un vero amicone, aperto e giocherellone (16%) che favorisce lo stare con gli altri, lo scherzo e il divertimento.

Il Prosecco è un vino versatile, che sa assumere il vestito giusto al momento giusto. Che rende ogni occasione differente e sa farsi apprezzare per le sue molteplici doti.

Così a Carnevale piace il suo essere un vino allegro e spumeggiante al punto giusto (40%). Uno spumante che associa la capacità di creare un clima vero, caldo, simpatico, con la sua forza di collante tra le persone, di generatore di condivisione (33%). Un vino che sa stare al suo posto, senza appesantire il momento, senza renderlo greve, ma lasciando un alone di piacevole leggerezza (34%).

Il Prosecco sa cementare l’amicizia (31%), sa rendere ogni momento gradevole e, con la sua voglia di sorriso (16%) e gioia (12%), diventa, in modo naturale, il vino del Carnevale”.

P.S.

Nota metodologica

Indagine realizzata da SWG Spa per conto del Consorzio del Prosecco. Campione: 1200 cittadini italiani maggiorenni, segmentati in base alla distribuzione socio-demografica del Paese. Data di realizzazione tra il 7 e il 14 gennaio 2016. Indagine effettuata con tecnica mista Cati-Cawi.

I metodi utilizzati per l’individuazione delle unità finali sono di tipo casuale, come per i campioni probabilistici. Tutti i parametri sono uniformati ai più recenti dati forniti dall’ISTAT. I dati sono stati ponderati al fine di garantire la rappresentatività rispetto ai parametri di zona, sesso, età e livello scolare. Il margine d’errore statistico dei dati riportati è del 2,5% a un intervallo di confidenza del 95%.”

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Champagne Brut Blanc de Blancs Premier Cru Paul Goerg

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9


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In Champagne le cantine cooperative delle migliori zone, anche in villaggi classificati Premier Cru, sono dotate di uno spiccato spirito imprenditoriale e di una notevole fantasia nel presentarsi sul mercato interno ed internazionale.

Accade così che a poco distanza dalla celebrata Côte des Blancs, una cooperativa attiva a Vertus, secondo più ampio villaggio della Champagne ed il maggiore del dipartimento della Marne, per ettari vitati, che qui superano quota 560, per l’85% destinati a Chardonnay, una cooperativa come La Goutte d’Or abbia deciso di dar vita a due marchi commerciali per proporre gli Champagne espressione di questo magnifico terroir.

Uno ha nome Napoléon, marchio che risale al 1907, e propone vini di stile classico e tradizionale, ed il secondo che prende nome da un personaggio, Paul Goerg, che nel 1876 fu sindaco di Vertus e che s’impegnò molto per il mondo agricolo e vitivinicolo e si adoperò per far capire il valore dei terroir e dello Chardonnay di cui i vignerons disponevano.

Accadde così che nel 1950 un gruppo di vignerons di Vertus decidono di lavorare insieme sullo Chardonnay e valorizzarlo e nel 1985 quando decisero di proporre in commercio i loro Champagne scelsero proprio il nome di Paul Goerg come marchio. Champagne di cave coopérative direte voi, pensando ad una qualità non particolarmente ambiziosa o eccelsa dei vini.

Errore. Perché nel caso della Paul Goerg oltre alla garanzia rappresentata dall’origine delle uve, un terroir premier cru, si ha una garanzia supplementare rappresentata dal lavoro di vignaioli intraprendenti e appassionati attivi da oltre due generazioni, e da un’abitudine, una tradizione, un vanto di produrre Champagne Premier Cru i quali, “traducono in vino la piena espressione dei terroir di Vertus e dell’uva Chardonnay”.

Questi vignerons fieri delle loro radici familiari posso contare su quasi 140 ettari di vigneto, e realizzano cuvées, frutto di una viticoltura ragionata rispettosa dell’ambiente, con dosaggi molto limitati che impediscono ogni trucco e consentono ai terroir di esprimersi appieno.

La loro gamma comprende una cuvée Brut Tradition (60% Chardonnay e 40% Pinot noir), l’Extra Brut Absolu (Chardonnay in purezza e 4 anni di permanenza sui lieviti), un Rosé con solo un 15% di Pinot noir (ma lo Chardonnay è quello della Côte des Blancs), un Brut millesimato, e una cuvée de prestige, che riposa sui lieviti da sei ad otto anni, millesimata, denominata Cuvée Lady (in commercio il 2004), con un 15% di Pinot noir ed una selezione particolarmente rigorosa degli Chardonnay.
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E infine c’è lo Champagne che voglio consigliarvi per questo fine settimana, il Brut Blanc de Blancs, non millesimato, che si affina per tre anni sui lieviti e dopo la sboccatura trascorre altri 6 mesi di riposo in bottiglia prima della commercializzazione.

Un Blanc de Blancs dal dosaggio che la Maison definisce « moderato », anche se si tratta di qualcosa tra 8 e 9 grammi litro con ricorso unicamente a vini di riserva.

Con il consueto eclettismo champenoise nella scheda tecnica il vino viene definito come una cuvée “perfetta per gli aperitivi”, ma poi ci dicono che andrà benone con le ostriche, ad un sashimi di pesce, a preparazioni di pesce in “sauce mousseline”, a formaggio di capra fresco oppure Chaource (formaggio dell’Aube), e, indifferentemente, e a me la cosa suona strana, ad zuppa di fichi freschi come dessert.

Io lo gusterei piuttosto sul pesce, o lo servirei prima di sederci a tavola, gustando il suo colore paglierino oro luminoso, il perlage molto sottile e vivo, la fragranza delicata e complessa degli aromi, sfumature di nocciola fresca, pesca bianca, fiori d’arancio, glicine, una vena di torrone, crema pasticcera e croissant. E poi il suo gusto calibrato, cremoso, non aggressivo, con un chiaro ritorno agrumato nel retrogusto, la sua piacevolezza ed il suo carattere da “vin de soif”, che chiude lungo su una vena salata e minerale.

Un bel vino, distribuito in Italia da Ruffino Constellation Brands, che troverete in vendita intorno ai 30 euro.

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Franciacorta Extra Brut 2008 Camossi

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9


Franciacorta2015ExtraBrutCamossi

Quella condotta dai fratelli Claudio e Dario Camossi rappresenta senza alcun dubbio una delle più interessanti e valide realtà franciacortine emerse negli ultimi 5-10 anni. Risale al 1996 il loro primo metodo classico, e con il passare del tempo l’azienda, che oggi può contare su qualcosa come oltre 20 ettari vitati, distribuiti in tre zone chiave, Erbusco, Paratico, all’estremo ovest, da cui proviene gran parte del Pinot nero, e Provaglio d’Iseo, ha affinato uno stile personale che si esprime sia nel Franciacorta Rosé, di grande equilibrio e piacevolezza, a base di Pinot nero in purezza (90% del quale proveniente da Paratico), sia nelle altre tipologie, che mettono sempre in rilievo una grande pulizia, una calibrata acidità e una grande freschezza.

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