Champagne: nel 2014 l’Italia cresce dell’8,1%

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Ma non dovevamo venire tutti prosecchizzati e travolti dall’ondata irresistibile del Prosecco?

Ricevo dal Comitato Champagne Italia e molto molto volentieri pubblico, con una sola domanda a corredo: ma come, i consumi dello Champagne in Italia non sono crollati nel 2014 come qualche babbeo ci aveva preannunciato? Ma non dovevamo venire tutti prosecchizzati e travolti dall’ondata irresistibile del Prosecco? Non è successo, gaudeaumus igitur e che Champagne si stappi!!!

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Nel 2014 le bottiglie di Champagne giunte in Italia sono state 5.795.957 facendo registrare una crescita dell’8,1% rispetto al 2013 che equivale a oltre 436.000 bottiglie. L’Italia conferma così la sua posizione tra i primi dieci mercati all’export, al settimo posto davanti alla Svizzera.

In generale, tutti i grandi mercati dello Champagne crescono con ottime performance. Si rafforzano le prime quattro posizioni, con il Regno Unito ancora al vertice (32.675.232 bottiglie, cioè +6,1% rispetto al 2013). Seguono gli Stati Uniti (19.152.709 bottiglie, +7,3%), la Germania (12.605.297 bottiglie, +2%) e il Giappone (10.429.638 bottiglie, + 7,8%). Crescita a due cifre per la Spagna, con 3.420.322 (+11,6%). Risultati importanti anche per i Paesi extra UE, come gli Emirati Arabi Uniti (+14,9%), Brasile (+10,2%) e Sud Africa (+22,3%).

SuonareChampagne

Nel complesso, le bottiglie spedite dalle cantine della Champagne nel 2014 sono state 307.132.540, con una crescita dello 0,7% e un giro d’affari di 4,5 miliardi di euro, la seconda miglior performance commerciale nella storia della Champagne. Segno più per le esportazioni verso l’Unione Europea (+4,4%) e verso i Paesi extra UE (+6,3%).

Champagne: i primi 10 mercati dell’export nel 2014

 Paese Bottiglie Variazione rispetto al 2013
1. Regno Unito 32 675 232 +6,1%
2. Stati Uniti 19 152 709 +7,3%
3. Germania 12 605 297 +2,0%
4. Giappone 10 429 638 +7,8%
5. Belgio 9 741 262 +2,3%
6. Australia 6 524 220 +8,3%
7. Italia 5 795 957 +8,1%
8. Svizzera 5 553 703 +8,1%
9. Spagna 3 420 332 +11,6%
10. Svezia 2 608 825 +4,6%

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Franciacorta a 5 euro: ora non si vendono più solo in Italia, ma li propongono anche all’estero

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Signori del Consorzio: volete affrontare il problema una volta per tutte?

Nessuno può di certo accusarmi, anzi su questo blog spesso accade proprio l’opposto, con qualche provocatore matricolato che appare, lascia traccia di sé (in tutti i sensi) poi scompare e poi magari ricompare dopo aver cambiato nome, ma rispettando una sua precisa mission, rompere i corbelli e basta, di essere un “nemico” della Franciacorta.

Con il nome e cognome che mi ritrovo, e che sono onorato di portare, se per ipotesi assolutamente improbabile questo dovesse accadere, costituirei un caso da rapido internamento nei tanto rimpianti “manicomi” (rimpianti perché mentre hanno pensato “bene” di abolire le strutture di ricovero, i malati di mente sono rimasti e costituiscono un serio problema per sé e le loro famiglie…), è ovvio che io abbia a cuore le sorti della zona vinicola più vicina alla Bergamo dove risiedo. Una zona che conosco e perlustro da quando scrivo di vino, sei lustri ormai…

Franco Ziliani - ph Bob Krieger

Fatta questa premessa, e condividendo, e come non potrei?, è illuminato, è un vecchio caro amico (anche se Bilanista) di lunghissima data, è potente Presidente del Consorzio (anche se solo ancora per pochi mesi… ne avessi il potere io lo eleggerei Presidente a vita…), la visione di Maurizio Zanella e del Cda consortile che con lui collabora a delineare le strategie presenti e future della zona leader (cari trentini è leader, fatevene pure una ragione) del metodo classico italiano e giudicando ottime quasi tutte (una assolutamente no, la considero totalmente sbagliata, ma quale sia me lo tengo per me) le scelte del Consorzio di Erbusco, devo esprimere una forte preoccupazione.

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Perché come ho già avuto modo di dire, a chiare lettere, in un post apparso, con molto rumore e tante discussioni, sotto Natale, continua a preoccuparmi, come semplice osservatore e commentatore di cose vinicole, il fenomeno di Franciacorta Docg in circolazione a prezzi troppo bassi per essere veri e credibili.

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Prezzi ridicoli che fanno oggettivamente del male all’immagine, che il Consorzio vuole giustamente alta, della denominazione e che sono stati oggetto, leggete qui, di una precisa presa di posizione del Presidente Zanella laddove prima di Natale, nell’ambito di bilanci 2014 e previsioni 2015, annotava puntualmente: ““richiamo tutti gli associati ad un maggior senso etico nel rispetto e nella valorizzazione del Franciacorta, evitando facili scorciatoie che nulla portano in valore aggiunto alla nostra Denominazione e che recentemente – anche se in rarissimi casi – hanno gettato ombre sul lavoro sinergico della stragrande maggioranza di noi produttori che, rubando l’espressione ad un nostro collega, “si spaccano la schiena per fare vini buoni”.
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Sappiamo benissimo che “sul mercato” da tempo è finito (ma porca miseria, perché mai il Consorzio all’epoca, come mi ha dichiarato recentemente Vittorio Moretti in un’intervista che pubblicherò a giorni, non pensò bene di soffocare sul nascere il rischio di questa pericolosa circolazione di bottiglie a prezzi di svendita acquistando quelle bottiglie e togliendole dalla circolazione o vendendole, come si dice accade anche ora, per iniziativa di privati, ad acetifici?), un certo quantitativo (il numero esatto di pezzi non si sa, si vocifera di 600-700 mila bottiglie, magari sono di meno, magari sono di più, i numeri esatti io non li conosco) di Franciacorta prodotti da un’azienda, animata da un personaggio molto “creativo”, dichiarata fallita.
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Ma ora le bottiglie di Franciacorta Docg che circolano, a prezzi, non si offendano gli spumantisti aromatici veneti, da Prosecco, cominciano ad essere tantine. A far sospettare, e Andreotti insegna che “a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina”, che non tutte queste bottiglie spacciate a prezzi ridicoli vengano dall’infinito (ma quanto infinito?) “deposito Boschi”, ma possano arrivare anche da altre cantine. Che magari le commercializzano per alleggerire le scorte, per liberarsene, perché, magari, sono “rimaste sul gobbo” e sono state prodotte in soprannumero. Perché cantine e viticoltori erano stati spinti da un eccessivo ottimismo e da valutazioni (sulla crescita dei mercati dei vini bollicinosi della zona, sul mercato e sulla vendita delle uve e sulla loro soddisfacente remunerazione da parte di alcuni soggetti…) che poi si sono rivelate non perfettamente azzeccate.

Ma da dove arrivano, sempre dall’ex “spazzino della Franciacorta”, come veniva disinvoltamente e diffusamente chiamato un tempo il simpatico imprenditore e imbonitore televisivo, tutte queste bottiglie, solo dalla sua cantina, oppure…?

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Il problema continua a sussistere e diventa più insidioso, perché oggi ho avuto la prova – che sicuramente al Consorzio, i responsabili del Consorzio avevano da chissà quanto – una documentazione inoppugnabile che attesta che queste bottiglie vengono vendute, anzi svendute, non solo in Italia, ma vengono ormai proposte anche all’estero.

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Sono venuto in possesso di una documentazione che attesta, a prova di contestazione, che commercianti di vini attivi nel nord Italia sono arrivati a tentare di piazzare, a proporre quantitativi di Franciacorta Docg ma anche di Curtefranca bianco e rosso Doc, in un mercato del nord Europa (per tranquillizzarvi: non si tratta né della Germania, né della Svizzera, due dei mercati sui quali il Consorzio Franciacorta punta per la crescita del proprio export) a prezzi decisamente bassi: 3 (tre) euro per i Curtefranca Doc e 5 (cinque) euro per il Franciacorta Docg.

Questo signore che cerca di piazzarli non è un benefattore e quindi provando a venderli cerca di realizzare un guadagno, un ricavo, e pertanto viene da pensare che se li propone a 3 e 5 euro li avrà pagati qualcosa di meno.

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Consapevole, sempre per citare Andreotti, che “la cattiveria dei buoni è pericolosissima”, mi chiedo e vi chiedo: ma quanto li avrà pagati? E inoltre: nell’ipotesi, tutta da provare dirà Qualcuno, che le bottiglie in svendita non arrivino solo da una “selva boscosa”, ma da altre cantine, chiedo (e qualcuno magari risponda e non faccia lo gnorri) a che prezzo sono usciti dalla cantina per finire nel deposito di chi ora prova a svenderli all’estero?

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E infine, per finire, una domandina seria (manco non lo fossero state quelle che ho disseminate nel mio argomentare punto per punto sino ad ora). Giustissima la scelta strategica, adottata dal Consorzio Franciacorta, di puntare sull’export, di provare a vendere di più soprattutto in Giappone, Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Svizzera (Paesi scelti quali target principali dal Consorzio: magari ce ne sarebbero anche altri, a volersene accorgere, a saperci credere…).

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Ed è conseguente anche la strategia di comunicazione consistente nel creare un vivace blog d’autore, in inglese, The Real Franciacorta, per comunicare agli States (ma al resto del mondo no?????) che cosa siano gli “sparkling wines” franciacortini, quale la loro zona di produzione. Quale la speciale “filosofia” che li anima. In cosa consista “l’utopia” franciacortina.

Andiamo, pardon, andate a vendere nel mondo i Franciacorta Docg cari amici franciacortisti. Ma occhio alla concorrenza sleale, a chi in casa vostra vi fa più che concorrenza, guerra.

cosìnonvale

Perché se voi provate a vendere, per ipotesi, butto lì un prezzo medio, a 8, ma che dico, 10 euro, e affrontate una serie di spese per farlo, e c’è qualcuno, in Italia, anzi, in Franciacorta, che svende ad un furbo commerciante del nord Italia a 4 euro e quello prova a vendere a 5 euro la bottiglia, voi potrete metterci tutto il vostro impegno, la vostra sagacia imprenditoriale tutta bresà, la vostra fantasia, e provare a spiegare, che la differenza sta nel bicchiere (non flûte please!) e che c’è qualità e qualità, voi rischiate di perdere tempo e danaro e parlare a vuoto.

Perché ci saranno mercati, non maturi, che vi diranno: ma perché devo comprare il vostro Franciacorta a 10 euro (9-8-7…) quando esiste chi mi dà uno stesso Franciacorta (un prodotto che su certi mercati devono ancora imparare cosa sia) a cinque euro?
punto-interrogativo-e-pensatore

Allora cari amici produttori franciacortisti e franciacortini io vi dico: perché non provate ad affrontare seriamente e a chiedere/pretendere da chi se ne dovrebbe occupare perché vi rappresenta che questo problemaccio zozzo, quello dei Franciacorta svenduti, quello dei Franciacorta che sputtanano l’immagine, quello dei Franciacorta Docg a prezzi da prosecchino, venga risolto, alla radice, con determinazione, con volontà, una volta per tutte?

Whocares

Ve lo chiede, con il cuore in mano, un vostro amico, il giornalista Franco Ziliani.

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Brut Nature Terzavia Marco De Bartoli

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Grillo
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
4.5


BrutTerzavia
Chi sia stato Marco De Bartoli, quale enorme, imprescindibile, straordinaria figura sia stata per il mondo del vino siciliano, per l’universo di quel vino magico e unico, quel patrimonio mondiale dell’umanità enoica che è il Marsala, e quale vuoto immenso, incolmabile abbia lasciato con la sua scomparsa, nel 2011, a soli 66 anni, lo sanno anche i sassi.

Ma molti dimenticano che quell’uomo stupendo al quale Attilio Vinci ha dedicato un libro che vale la pena di cercare, di leggere e rileggere, ci ha lasciato “in eredità” tre figli meravigliosi, Renato, Sebastiano e Josephine, che mandano avanti, in piena sintonia, l’azienda di famiglia, ognuno con le proprie inclinazioni ed i propri estri, dando a quanto il grande padre creò un futuro, pieno di intuizioni, sviluppi, innovazioni.

Nella gamma dei vini prodotti il Vecchio Samperi ed i Marsala sono centrali, ma hanno visto l’affiancamento di stupendi vini fermi autoctoni, base Grillo, Catarratto lucido, Grillo e Zibibbo, un Grillo speciale, selezione, Grappoli del Grillo, di cui parlerò presto, e in rosso un Pignatello (o Perricone). E poi, ovviamente, i vini di Pantelleria, Pietranera e Bukkuram.

Ma uno dei figli, Renato, il maggiore ha avuto una pensata un po’ pazza e si è inventato un terzo modo di proporre il vino da uve Grillo, quell’uva da cui nascono, ne ho scritto oggi sul Cucchiaio, vini magici, non solo come il Marsala, o come il vino bianco secco, ma come “spumante”. Metodo classico, ça va sans dire, con il brand innovativo Terzavia.

E qui mi corre obbligo citare un esemplare articolo di Carmelo Corona, pubblicato su un sito Internet che non amo, dove Renato De Bartoli, il figlio maggiore, spiega come la sua idea di metodo classico ”parte da un ragionamento ben preciso: la maggior parte delle basi spumante prodotte per il metodo classico dalle varie aziende (comprese le grandi maison della Champagne) sono, per la maggior parte, il risultato di rigorose “fermentazioni sul pulito”, spinte microfiltrazioni, ed altri interventi enologici che portano alla fine a basi spumante decisamente snaturate, mortificate da tutti i punti di vista.

Da qui la scelta (obbligata!) da parte dei produttori di prolungare l’affinamento sui lieviti per conferire al prodotto quelle sfumature e caratteristiche di complessità che vengono normalmente ricercate in una bollicina da metodo classico. Il mosto che da origine al suo vino base non subisce filtrazioni di alcun genere e viene fermentato con l’ausilio dei lieviti naturalmente presenti”.

E così Marco De Bartoli, pardon, Renato, tenendo come parola d’ordine il motto Radici in evoluzione, si è inventata la sua terza via nel metodo classico, con un Grillo in purezza, un Brut Nature, prodotto dal 2008, da un vigneto di nove ettari di 26 anni, 3500 ceppi ettaro posto nel territorio di Contrada Samperi, Marsala. Piante a controspalliera Guyot. Terreno calcareo di medio impasto tendente al sabbioso, pianeggiante, 40 ettolitri di resa per ettaro.

Le uve, raccolte a fine agosto vengono raffreddate e sottoposte a una selezione dei grappoli. Segue una pressatura soffice diretta delle uve e, dopo la decantazione spontanea del mosto, si attende l’avvio della fermentazione in vasche di acciaio, per poi continuare in fusti di rovere francese da 500 e 225 litri a temperatura controllata in maniera indiretta (climatizzazione dell’ambiente). La fermentazione è operata da lieviti indigeni (naturali) e con un impiego minimo di solfiti.

Tiraggio di mosto fresco aggiunto al vino in quantità proporzionali tali da diluire il tenore in alcool e apportare la quantità di zucchero (naturale) necessaria alla presa di spuma. L’apporto di zuccheri non supera il 15%. Il 50% del vino affina 12 mesi in acciaio, mentre il restante 50% affina in barrique e tonneau di rovere francese, sui propri lieviti. Almeno 18 mesi in bottiglia sempre sui propri lieviti. Non dosato.
TerzaviaBrut

Il mio campione da uve dell’annata 2011 ha avuto il suo tiraggio nel settembre 2012, e trascorsi 18 mesi in bottiglia ha avuto la sua sboccatura a partire da febbraio 2014, per 11 mila esemplari prodotti.

Renato, che è l’enologo di famiglia, suggerisce di abbinarlo ad antipasti a base di crostacei o, a tutto pasto, sia con piatti della tradizione siciliana o con tartare di pesce, specie se di tonno rosso del Mediterraneo condito con pepe nero, sale delle saline di Trapani e timo fresco, ma voi anche se non avete la fortuna di disporre di questo ben di Dio made in Trinacria abbinatelo a quello che estro vi comanda, meglio che sia pesce, e vedrete che questo “Marsala con le bollicine” (concedetemi di chiamarlo così..) non vi tradirà e vi regalerà gioia e gusto, con la sua idea del Dosaggio Zero made in Sicily.

Meraviglioso il colore, un paglierino oro antico carico, con sfumature leggermente verdoline, perlage sottile e vivace, e subito un naso che vi “aggredisce”, ma soavemente, per la sua complessità, carico, “concettoso”, intrigante, fittissimo, con note in continua variazione di lievito di birra, frutta secca, albicocca candita, fiori bianchi secchi, agrumi, liquirizia in bastoncino, non nera, pietra lavica, fieno, sfumature di agrumi e miele e frutta esotica, soprattutto mango.

La bocca è secchissima, quasi tagliente come un bisturi liquido, di gran nerbo, ma ampia e calda, di salda struttura, decisamente vinosa, piena di sapore, avvolgente, di un’invadenza quasi mediterranea, lunghissima. Anche questo è il Grillo, anche questo è un modo di onorarne la grandezza e di ricordare quell’uomo speciale che fu (ed è nei nostri ricordi, nel nostro pensiero) Marco De Bartoli…

Marco De Bartoli
Contrada Fornara Samperi, 292
91025 Marsala (TP)
Tel. 0923/962093
Fax 0923/962910
info@marcodebartoli.com

http://www.marcodebartoli.com/

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Champagne Jacques Selosse Rosé: costa un Perù, ma piace anche a Gaja…

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: più di 50 €

Giudizio:
5


RoséChampagneSelosse
Ma li varrà davvero tutti quei soldi, cercando poi tra le varie enoteche on line ho scoperto che se vi “va bene” vi limitate a sborsare 128 euri, altrimenti ve ne toccheranno 165 o 185 (immagino spese di spedizione comprese…), ma il mio amico Vittorio Vezzola di Spumeggiando ve lo propone a 139… , mi chiedevo martedì 10 mentre tranquillamente a pranzo, in un posto che vi consiglio assolutamente, il ristorante Charmant in zona Studi a Milano, la recensione, garantita, è del Maestro Allan Bay, ottima cucina di mare in un angolo di Puglia nella Capitale Morale, con un Noto Personaggio del Vino Italiano, che mi aveva onorato, dopo anni, di una sua convocazione-invito, sorseggiavo ‘sto fenomeno di Champagne Rosé?

Non sono un pauperista o un po’ populista, ma nemmeno lontanamente un capitalista, e quello Champagne dai prezzi stellari, per me normalmente inaccessibile, a meno che mi parta un embolo e che il cervello (quello che resta) cominci a funzionare a modo suo e mi faccia credere di essere Rockefeller o il Berlusca, so bene che me lo potevo gustare unicamente perché ero ospite a pranzo di quel Signore del Vino, e perché, ça va sans dire, pagava lui, mica io…

Però, se da un lato mi sentivo un po’ a disagio, arrivato all’appuntamento dopo aver lasciato la mia autovettura del 2008 a Cascina Gobba e aver preso la mia bella metropolitana, con tutto il suo contorno di varia umanità, presa da ben altri drammatici e quotidiani problemi che stapparsi uno Champagne da 150 euro, e se pensavo che questo fottuto mondo d’oggi – forza Tsipras! – sta allargando sempre più la forbice non solo tra ricchi e poveri (la classe media è quasi sparita…) ma tra chi può e chi non può nemmeno sognare di cogliere la bellezza assoluta di una determinata qualità, reale o annunciata come tale, dall’altro, scusatemi il dannato cinismo, me ne fregavo.

E mi godevo il privilegio, ebbene sì, il privilegio, regalatomi dall’essere un giornalista del vino non sconosciuto, con 31 anni 31 di esperienza nel settore, invitato da uno dei Grandi Signori del Vino Italiano, anzi ri-ammesso al cospetto del Padre, e gratificato, sua la scelta del vino, non casuale forse sapendo quanto io ami gli Champagne Rosé (che da oggi tornerò a godermi da solo e a non condividere più con Altra Persona: Erda, nella scena Quarta di Das Rheinhgold di Richard Wagner canta: Alles, was ist, endet…) da un Rosé champenois fuori misura.

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Quello creato da Anselme e Corinne Selosse, dal 1980 alle redini dell’azienda creata dal padre Jacques Selosse e di cui ancora porta il nome. Solo sette ettari, ma speciali, lo Chardonnay, Grand Cru, nei comuni di Avize, Cramant e Oger, e poi una vigna di Pinot Noir, ancora Grand Cru, ad Aÿ ed una ad Ambonnay. Una produzione confidentielle inferiore alle 50 mila bottiglie e la capacità di entrare nel mito e della leggenda dello Champagne. Di suscitare accese passioni, da parte di sostenitori incondizionati, e qualche riserva, da parte di chi trova la metodologia produttiva e lo stile selossiano molto particolare.

Come leggo sul sito Internet del loro importatore italiano, il mitico Bepi Mongiardino di Moon Import, quello che ci introdusse, quanto eravamo giovani, ai sacri misteri di Philipponnat, e poi di Aubry e Léclapart, e dell’amatissimo Mas de Daumas Gassac dell’eroe enoico e civile Aimé Guibert, nei vignobles di Selosse “ogni due anni viene inserito in profondità un composto organico per favorire la valorizzazione del terroir. Anselme Selosse, durante ogni primavera ed autunno, lavora il terreno al fine di renderlo leggero e poroso per permettere un miglior passaggio dell’acqua. Le piante sono mantenute basse con un rendimento inferiore ai 2/3 della resa media in Champagne. Le difese immunitarie della vigna sono sollecitate in modo naturale, senza alcun impiego di trattamenti chimici”.

E poi, in base di vinificazione, “dopo la spremitura tradizionale il mosto viene messo in barrique per la fermentazione, che inizia senza l’aggiunta di lieviti selezionati ed avviene con batonnage settimanale durante il periodo invernale e mensile durante l’estate. Tale processo prosegue naturalmente senza alcun intervento e dura a volte sino a luglio. La fermentazione malolattica è contenuta, l’acidità naturale del vino non viene neutralizzata poichè i concimi non contengono potassi minerali e non si effettua mai alcun tipo di filtrazione.

Anselme Selosse afferma che il suo ruolo non è quello di standardizzare il gusto, ma di raccontare la storia dei suoi vigneti rispettando la vocazione del vino e del terreno. Per questo non utilizza lieviti selezionati durante la fermentazione e preferisce il fruttosio puro d’uva per il dosage al momento del dégorgement. Queste due particolarità, proprie dello Champagne Jacques Selosse e di altri pochi produttori, assicurano un gusto che esalta le caratteristiche della particella di terreno sulla quale l’uva è stata colta”.

Venendo al nostro Rosé Grand Cru, non è un Rosé de Saignée, bensì uno Champagne d’assemblage prodotto utilizzando il 90% circa di Chardonnay e il 10% di vino rosso prodotto con uve Pinot Noir di Verzy e Ambonnay. Secondo Anselme Selosse, il Rosé deve saper esprimere un perfetto equilibrio tra il bouquet del Pinot Noir e la finezza dello Chardonnay, perciò è innanzitutto necessario che non sia sovradosato o piatto.

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E così io, per non saper né leggere né scrivere, di fronte a questo monumento della champagnerie rosata o rosiforme, pur non continuando a perdermi una sola sillaba di quello che il mio ospite e anfitrione mi andava raccontando (e che ho registrato, con il di lui permesso), ho cercato di “isolarmi” un attimo per concentrarmi su quanto di splendente stavo gustando, dimenticando che si trattava di uno Champagne per happy few, di un premium wine dello stile (e del prezzo) gradito al “nostro caro Angelo”, e tenendo mentalmente in sottofondo “il nostro amico Angiolino” del piemontese e astigiano Paolo Conte, ho vergato qualche appunto.

Salmone scarico, buccia di cipolla il meraviglioso colore, perlage finissimo e continuo e un naso che ti lascia di sasso, al primo impatto, per la petrosa integrità, per il suo essere salato, nervoso, profumato di agrumi e fiori bianchi, di una finezza e di una immediatezza senza pari, fragrante, puro, meravigliosamente leggero, inebriante.

Un po’ come le parole, i concetti, le riflessioni, sempre acute, sempre intelligenti (quest’uomo avrebbe potuto darsi alla politica e a Berlusconi e Renzi avrebbe dato la paga, mi dicevo, e come venditore di ghiaccio agli eschimesi al suo confronto il miliardario rosso Farinetti è un dilettante allo sbaraglio…), che il Monsù al mio fianco regalava alla mia intelligenza ahimé, solo zilianesca…

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E poi, mentre il pesce arrivava nei nostri piatti, preparato in maniera mirabile, gustoso, leggero, profumato, discreto rispetto alla personalità del vino, eccomi prendere a due mani il coraggio per assaggiarlo, per cogliere il fascino, il messaggio imperioso della sua bocca salata, nervosa, croccante, dotata di una bella tensione, di una vibrazione lunga, un gusto decisamente verticale e profondo, dotato di una magnifica intensità e di un nerbo indomabile, di una persistenza lunghissima, ma non aggressiva o invasiva da grandissimo vino Champagne.

Una cosa da andar via da testa, da strizzare la bottiglia (che non abbiamo seccato fino in fondo, un po’ perché lui beve poco e si limita ad assaggiare e aveva poi altri pressanti impegni milanesi, un po’ perché io ero intimidito dall’inaspettata reunion con un Uomo con cui non parlavo, non potevo parlare, ma so che lui mi leggeva e talvolta digrignava i denti…, da una buona decina d’anni, e quindi ne rimasero quattro dita abbondanti, che io avrei volentieri scolato a garganella, fregandomene del bon ton…), da rimanere, se possibile, ancora più amoureux du Champagne

punto-interrogativo-e-pensatore

In sintesi, a masterpiece, uno chef-d’œuvre, un capolavoro, un vino memorabile. Ma li vale davvero, tornavo a chiedermi in piedi in metropolitana, salutato il Capo dopo il pranzo e tornato alla mia quotidianità, tutti quei soldi?

E davvero altri Champagne Rosé che ho bevuto e gustato di recente in felice compagnia, quando ancora amor sorrideva e rallegrava i cori, e che ha trovato ugualmente stupendi e, scusatemi se sono prosaico, costano un terzo di questo o meno, valgono davvero meno di questa mirabilia?

Il mio amico/nemico ritrovato avrebbe subito la risposta pronta, che condenserebbe in una parola, “la forza del brand” fa la differenza, e tu compri non solo uno Champagne Rosé, ma compri Jacques Selosse, come compri, ma diciamolo!, Gaja. Uno che stasera, raccontano qui, terrà un Gaja show in quel di Cremona

E’ vero, ma io che sono un provinciale e proletaire, un anarchico di destra, anche se di gusti abbastanza raffinati (ma al caviale continuo a preferire un bel salame stagionato) questi super prezzi, anche in un’epoca di rinnovata ricchezza come la nostra (la barzelletta, irresistibile, è di Renzi Matteo…) a me continuano ad andare un po’ di traverso… E a voi?

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ChampagneAmour de Deutz Brut millésimé 2005 Deutz

Denominazione:
Metodo:
Uvaggio:

Giudizio:


AmourdeDeutz2005
No, non mi sono dimenticato, e come potrei, l’altro grande vino degustato in occasione di una presentazione milanese pre-natalizia, che avrebbe dovuto essere flamboyant ed invece è stata un po’ moscia, della strepitosa Cuvée William Deutz 2002 della Maison Deutz, che ho cercato di raccontare, moderando le emozioni, in questo post.

Quella sera, mentre i miei colleghi della cosiddetta “presse”, tantissimi i volti mai visti, si gettavano come lupi affamati sui tramezzini, il salmone ed i vol-au-vent, io, che ero lì per assaggiare, non per mangiare a ufo, mi sono appartato in un angolino, occupando un tavolino alto d’appoggio con i miei bicchieri, il mio taccuino d’appunti, il mio smartphone.
E dopo essermi carburato con il Rosé non millesimato della Maison Deutz (qui il racconto del millesimato 2008) ed avere atteso di poter parlare con quel personaggio affascinante che é Fabrice Rosset, che in Deutz ha passato qualcosa come 40 anni della propria vita sino a salirne ai vertici ed esserne autorevolissimo Président, e di poter finalmente assaggiare seriamente il William Deutz 2002, io ho dedicato l’attenzione che meritava all’altra cuvée de prestige della Maison, importata in Italia dalla Eurofood dei giovani Caterina e Federico Boerci, che hanno rilevato quello che resta della mitica D & C di Zola Predosa, Maison la cui storia, fantastica, trovate raccontata nell’articolo sul W.D. 02.

Parlo della Cuvée Amour de Deutz nome ispirato ad un amorino delicato che figura stilizzato in etichetta, un Blanc de Blanc assemblaggio di Chardonnay provenienti da tre diversi terroirs d’excellence (Avize, Mesnil-sur-Oger et Villers-Marmery), con questo dosaggio Chardonnay d’Avize (60%), di Mesnil sur Oger (35%) e di Villers-Marmery (5%). Un vino, la Cuvée Amour de Deutz, che Monsieur Rosset aveva in testa da 15 anni, e che nell’edizione 2005 vede sul mercato unicamente la versione Blanc de Blanc, mentre il Rosé, 15 mila bottiglie, non è stato immesso sul mercato (dove è andato da poco il 2006, ne parleremo presto…) perché, dice Monsieur le Président, è evoluto in una maniera poco convincente. E chi vorrà assaggiare una di quelle bottiglie di Amour de Deutz Rosé 2005 non dovrà far altro che recarsi in cantina e sperare in bene (a me ha promesso di farmela assaggiare quando andrò a trovarlo à la cave).

Immagino già le obiezioni. Ma lei Ziliani pensa che tutto il popolo di Lemillebolleblog sia composto da nababbi, visto che dopo una cuvée da 120 euro in enoteca ci propone uno Champagne che nelle varie enoteche on line varia dai 120 ai 140 euro! Signori miei, la qualité est la qualité et a son prix, e me lo dicevo la settimana scorsa mentre a pranzo in questo ristorante pugliese che vi consiglio appassionatamente, ospite di un celeberrimo Signore del Vino Italiano bevevo, l’aveva scelto e pagava Lui, un incantevole Jacques Selosse Rosé.
E poi, scusate, il nostro, anzi vostro Presidente del Consiglio, quello che sogna improbabili glorie con avventure coloniali in Libia pensate senza manco ascoltare cosa ne pensi il Parlamento, non ha forse detto che “gli italiani si stanno arricchendo”? E allora tiratele fuori le palanche e stappate grandi Champagne, cribbio!

2015-02-10 13.35.13

Questo Amour de Deutz 2005 vale un Perù, e se dovessi dargli un voto sul Cucchiaio d’argento (dove posso dare punteggi che vanno da uno a 10) gli darei un classico 9.5, mentre qui il 5 stelle, punteggio massimo, é automatico, ma è un cinque che vale sei stelle. La Maison lo definisce “un aperitivo fuori concorso”, uno Champagne gastronomico da abbinare ad astice, halibut affumicato (mi ricordo di averlo mangiato a Varsavia, buonissimo!), branzino, ma anche cavale, sushi, sashimi, carpaccio di tonno, ma io me lo berrei, se potessi permettermelo, anche su pane e mortadella, su dei filetti di sgombro, sulle frittate imprevedibili e sulla meravigliosa crema di carote e patate con menta che mi prepara talvolta la mia Lei.

Sia come sia, il vino è da fuori di testa, di una delicatezza e di una aristocratica raffinatezza rare. Come la dolcezza di Lei. Paglierino oro intenso la robe, perlage finissimo ed un naso fragrante, fresco, incisivo, tutto fiori bianchi, mandorla, note di pesca bianca e pesca noce, mandarino, accenni di nocciola, sfumature di crema pasticcera e di profumi che ti “assalgono” piacevolmente quando entri in pasticceria. Un insieme di delicatezza unica, corredato da un sale e da una mineralità da craie, da gesso, quel tipo di terroir che trovi solo in Champagne e non c’è, ahimé, nella “mia” amata Franciacorta. Che pure ha le sue belle carte da giocare.

Bocca precisa, scattante, ben sostenuta, che abbina pienezza di frutto, spalla salda, giusta larghezza, ad una verticalità croccante, ad una magnifica lunghezza e persistenza, ad una profondità viva ed energica. Uno Champagne di totale armonia, di commovente purezza, di meravigliosa piacevolezza, che chiude su note agrumate e di mandorla che prendono possesso con delicatezza del tuo palato e lo fanno “vibrare”. Un vino non solo da portafogli ben forniti, da ma cervelli e cuori sensibili e da palati raffinati, dimostrazione du génie di quell’uomo speciale che è Monsieur le Président Fabrice Rosset, “un soldato che lotta per la sorte dello/a Champagne”, come ama definirsi. Chapeau!

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Franciacorta Dosaggio Zero millesimato 2010 Corte Fusia

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
4.5


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Lo sanno anche i sassi che i Franciacorta che vengono dalla micro-area, del tutto particolare dal punto di vista geologico, del Monte Orfano, terreni fluvioglaciali , di media fertilità, sciolti e non morenici come nel resto della zona, mi piacciono particolarmente. E anche i più scettici sulle potenzialità di questa zona, come l’amico Giuseppe Vezzoli, che ama ripetere la boutade secondo la quale (avesse lui il potere di decidere) questa zona andrebbe esclusa dalla Docg, perché la Franciacorta secondo lui sarebbe esclusivamente Erbusco ( :) ) dovranno riconoscere che qui, a Coccaglio e dintorni, si ottengono vini non solo diversi dagli altri, ma molto buoni.

Basta pensare a Faccoli, al Castello Bonomi e al suo ottimo Cru Perdu, a La Boscaiola, per citare i primi che mi vengono in mente (ma ce ne sono altri e tutti molto interessanti e da seguire…) per trovarsi di fronte a “bollicine” di rilievo. Che a me “mi” piacciono molto. E che amo bere in compagnia della mia Lei.

Ho pertanto salutato con gioia, ormai due anni orsono di questi tempi, la comparsa di una piccola cantina fondata nel 2010, fondata dai due trentaduenni Daniele Gentile e Gigi Nembrini, ovvero Corte Fusia, di cui ho parlato, piuttosto bene, del Brut non millesimato e del Satèn.

Rimandandovi alle notizie sulla genesi di questa cantina e sulla storia dei due ragazzi contenute nel primo articolo, questo, e sospendendo il mio giudizio, Daniele e Gigi lo sanno che non si tratta di una bocciatura (ammesso e non concesso che abbia titoli per elargirne: io esprimo solo il mio personale parere dettato dal mio gusto, dal mio palato e da un pizzico di esperienza), ma solo di un rimando a settembre, ovvero alla prossima edizione, sul Rosé, Pinot nero 100%, una materia che a mio avviso a Corte Fusia devono ancora approfondire e “digerire”, voglio presentare, battendo le mani, il loro primo Dosaggio Zero millesimato, annata 2010.

Un Franciacorta, cuvée composta per il 75% da Chardonnay e per il 25% da Pinot nero, provenienti da vigneti posti a Cologne e Coccaglio, densità di 5000 piante, resa di 95 quintali di uva per ettaro ovvero 55 ettolitri per ettaro, con affinamento di oltre 30 mesi sui lieviti, tiraggio marzo 2011 e sboccatura del luglio 2014, che mi sento (con il convinto consenso della mia Musa) di promuovere senza se né ma. Perché l’è bun, costa il giusto (sullo scaffale enotecario viene meno di 25 euro), esprime bene il territorio di provenienza e si fa bere, almeno noi abbiamo “seccato” la buta in allegria, tremendamente bene.

Sia da solo, come stuzzicante intro alla tavola, sia abbinato ad antipasti e primi piatti a base di pesce e verdure, a secondi di pesce, a crostacei. O semplicemente ad una frittata con zucchine, ad una torta salata, o quel cavolo che vorrete voi. Perché un dosaggio zero, come un abito di taglio classico, va bene su tutto, fa sempre elegante, casca a pennello, sa sempre come comportarsi e non mette mai i gomiti sul tavolo.

Bello il colore, un paglierino oro abbastanza intenso, come è timbro distintivo dei Franciacorta montorfanesi, perlage fine, continuo, vivace e costante nel bicchiere (niente flûte, s’il vous plaît) e una caratteristica, spontanea, pimpante freschezza che balza subito a naso, dalla prima “olfazione” (si direbbe così in sommelierese, ma a me questo termine non garba), con fragranza di pan brioche, mandorle, burro, fiori bianchi, anzi glicine, miele d’acacia e agrumi. E ovviamente sale e note minerali che nei Franciacorta born in Monte Orfano vengono via, anzi su, come il pane.

Bello, nitido, nervoso, vibrante l’attacco in bocca, molto secco senza essere aggressivo, diretto, ricco di energia, con una bella tensione e uno sviluppo notevole, con ottimo equilibrio naso-bocca, persistenza lunga e sapida, ottima mineralità, espressione di un terroir che c’è e ha molte cose da dire e da raccontare, e un finale che richiama nitidamente la mandorla fresca.

Insomma, un Franciacorta di bella personalità, che io vi consiglio, poi fate un po’ voi, ma non dite poi che non ho fatto il mio dovere di cronista del vino segnalandovelo…

Corte Fusia
Via degli Orti 2
Coccaglio BS
tel. 328 847 1276
e-mail cortefusia@hotmail.it
sito Internet http://www.cortefusia.com/home/

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Expéditions de Champagne 2014: i dati definitivi. E l’indice torna su!

Cincin-champagne
Nel 2014 la Francia rinuncia a cinque milioni di bottiglie rispetto al 2013

Ai primi di gennaio, ancora sotto gli effetti di un’inarrivabile Cuvée 733 Dégorgement Tardif di Jacquesson avevo provato a fare ‘o mago e ho scrutato nella mia palla di cristallo per capire quale fosse stato l’andamento delle expéditions de Champagne 2014. E in questo post, avevo sottolineato il fatto che “l’universo Champagne nel 2014 dovrebbe mettere come fiore all’occhiello il fatto che vignerons et maisons dovrebbero felicitarsi e… stappare Champagne per aver raggiunto il secondo migliore volume d’affari della propria storia, crescendo del 3 per cento e raggiungendo la strepitosa quota di 4,5 miliardi di euro, poco distante dal record storico di 4,56 miliardi raggiunto nel 2007, anno prima dello scoppio della grande crisi economica“.

Freccia_Su

E mi ero azzardato a parlare di una possibile chiusura delle expéditions intorno a quota 308 milioni di bottiglie, con un leggero rialzo dell’uno per cento, mentre il 2013 si era chiuso con un ribasso dell’1,2%. Annotando che il 2014 verrà quindi ricordato dalla Champagne come un anno di ripresa e di riassestamento, come l’anno dell’ennesima défaillance in patria, (con una quota di vendite che nel 2013 riguardò il 55% dei volumi) il quarto anno di seguito, causato da una situazione politico – economica, nonché da qualche clamoroso autogol (si ricordi il bizzarro invito di Monsieur “gauche caviar” Hollande a non bere Champagne… ) incandescente… Che potrebbe portare ad una presidenza inedita Le Pen, ben più che Sarkozy, alle elezioni presidenziali in programma nel 2017…

SuonareChampagne

E già allora riportavo il pensiero, giustamente amareggiato, di Jean-Marie Barillère, président de l’Union des maisons de Champagne, secondo la quale sarebbe stata Madame la France, incredibile ma vero, l’unico grande mercato in ribasso, con una perdita secca tra il 2 e 3 per cento. Le mie previsioni avevano fatto centro, tanto che una decina di giorni dopo la mia uscita il CIVC o Comité Champagne se n’era uscito con un comunicato, con largo anticipo sui tempi normalmente seguiti nella comunicazione dei dati, che mi aveva portato, un po’ da “sborone”, a titolare un successivo mio post Le Comité Champagne conferma le previsioni di Lemillebolleblog. Facendo sorridere gli amici che ho, mais oui, ad Epernay al CIVC, e facendo sotto sotto esclamare loro “bravo, nostre ami champagniste italien!”.

Oggi, a bocce e sfere di cristallo ferme, sono in grado di darvi – è una cosa che mi riesce molto bene – i numeri definitivi, quelli relativi all’andamento del mese di dicembre 2014, in Francia, nell’Unione Europea e nei Paesi terzi, e quelli complessivi del 2014 rispetto al 2013.

gufo

Dirò subito che gufi e civette e fanatici del prosecchismo come religione cheap universale che avrebbe dovuto spezzare le reni e mettere in ginocchio il re dei vini méthode champenoise sarà bene che si siedano, si prendano una camomilla e si mettano il cuore in pace. Monsieur le Champagne, anche in una congiuntura economica disastrosa come la nostra, con annunci di guerra in arrivo dalla Libia e dall’Ucraina, con il fondamentalismo islamico a brand Isis che impazza, con governi europei sostanzialmente deboli, Merkel a parte, e incapaci di fronteggiare la crisi, che non è solo economica, ma morale, culturale, di certezze e di valori, nel 2014 si è difeso benone. Ed è sempre il re, indiscusso e indiscutibile, del panorama planetario degli “sparkling wines“.

Hollandegauche

La Francia, hélas!, continua ad essere il punto debole, il ventre molle, con un calo dei consumi, nel dicembre 2014 rispetto all’equivalente 2013, di 70.093 pezzi, che nella valutazione sui dodici mesi, gennaio – dicembre, porta il risultato dai 167.354.694 pezzi del 2013 ai 162.262.278 pezzi del 2014, con un calo di 5.092.416 unità ovvero un -3% secco.

CocoChanelChampagne

Decisamente meglio sono andate le cose per les expéditions nei Paesi dell’Unione Europea, con un dato relativo a dicembre 2014 di 10.205.448 bottiglie, ovvero 1.020.685 in più, equivalente ad un incremento dell’11,1% rispetto ai 9.184.763 milioni di bottiglie del dicembre 2013. I dati sui dodici mesi dicono di un passaggio dai 74.718.255 milioni di bottiglie del 2013 ai 78.015.413 milioni del 2014, ovvero, in soldoni, 3.297.158 tappi che saltano in più, con una crescita sonante del 4,%.

Bene le cose anche nei Paesi terzi, con una piccola flessione, pari a 39.343 bottiglie, ovvero un -0,8%, nel dicembre 2014 rispetto al dicembre dell’anno precedente, ma con una performance sui dodici mesi di squillante efficacia, che segna con un + 3.393.764 milioni di pezzi ovvero una crescita del 6,3%. 62.921.085 erano state le bottiglie spedite nel 2013 e 66.854.849 sono state quelle del 2014.

HallelujahHandel

Et infin les résultats globales relative alla performance di Monsieur le Champagne nel 2014. Nel dicembre dell’anno scorso le spedizioni sono state complessivamente pari a 42.805.232, mentre nel dicembre dell’anno prima si erano fermate a quota 41.894.583. La crescita è del 2,2%.

Ma, rullino e tamburi e suonino le trombe e parta il coro dell’Hallelujah dal Messiah di Haendel, nel 2014, a dispetto di gufi e civette, anche italiane, e non solo i prosecchisti, ma larga parte della stampa, di settore e non, un po’ “appecorata” a difendere l’insostenibile causa della primazia degli “spumanti”, les expéditions de Champagne hanno toccato la rispettabilissima quota di 307.132.540 unità, ovvero 2.138.506 in più rispetto alle 304.994.034 del 2013. La crescita percentuale è solo dello 0,7%, di poco inferiore a quell’uno per cento che avevo pronosticato, e la chiusura delle expéditions avviene non intorno a quota 308 milioni di bottiglie, bensì a 307.132.540 unità (e dire che negli ultimi mesi ho dato un bel contributo alla causa…), ma voglio far notare alcune evidenze.

In primis che è lontano anni luce, anzi 13.801.927 unità lo “sprofondo” fatto toccare nel 2009, in pienissima crisi, quando les expéditions calarono a quota 293.330.613. Che la performance 2014 si colloca al livello della performance del 2005, quando les expéditions si chiusero a quota 307.665.132, ed è superiore alla performance del 2004, quando i numeri dissero 301.420.052 pezzi.

Goodluck
Certo, paradossalmente si è fatto meglio, pardon, hanno fatto meglio, io sono champenois solo per passione, non per altro, nel 2012, quando les expéditions arrivarono a 308.599.509 milioni di pezzi ma oggi, con 307.132.540 milioni di pezzi, mentre l’offensiva degli spumanti cheap impazza con prezzi sempre più bassi, come non essere felici e come non giudicare eccellente il funzionamento, con il sistema di pesi, contrappesi, bloccaggio di vini in riserva, contrazione controllata delle rese, ecc il sistema su cui si regge l’economia della e dello Champagne?

Ora non chiedetemi però quali siano stati, e soprattutto in quale ordine, i primi dieci mercati esteri del 2014, nel 2013 erano stati, dal primo al decimo, Regno Unito, Stati Uniti, Germania, Giappone, Belgio, Australia, Italia, Svizzera, Spagna, Svezia. Resteranno confermati ai primi due posti UK e Usa, e probabilmente ci sarà qualche avvicendamento a metà classifica, ma per queste cose, per essere più preciso, fatemi consultare la mia palla di cristallo e a giorni, chissà che non possa darvi anche i numeri Pays pour Pays….

sferacristallo

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Cyril Brun nuovo Chef de cave di Charles Heidsieck : bon travail Cyril !

CyrlBrun
Aveva colpito tutti tantissimo, anche me che ero stato in visita alla magnifica Maison de Reims pochi giorni dopo l’accaduto – qui il racconto del mio tasting – la notizia horribilis dell’improvvisa morte, a soli 54 anni, del grande Thierry Roset, chef de cave della Charles Heidsieck. E ricordo bene il clima luttuoso che si respirava, in quella visita che pure fu esaltante (per me e per i colleghi esteri che mi accompagnavano e per l’amico Domenico Avolio, responsabile del Bureau du Champagne Italia mio compagno di avventura) lo scorso 16 ottobre.

Thierry Roset aveva lavorato 25 anni presso la Maison “dove era ‘cresciuto’ insieme a Regis Camus sotto l’ala protettrice di Daniel Thibault e successivamente era diventato assistente del primo, salvo poi diventare chef de cave di Charles Heidsieck nell’aprile del 2012”. E Roset aveva partecipato alla realizzazione di quelle cuvée miracolo, che degustate ancora oggi fanno toccare il cielo con un dito e ringraziare gli dei di non essere nato astemio, quali Blanc des Millénaires 1985 e lo Champagne Charlie 1985. Roset aveva in precedenza lavorato per Moet & Chandon e Louis Roederer.

Sostituirlo, dopo la sua prematura scomparsa, rappresentava un vero problema ma oggi, come racconta in una news on line l’ottimo sito britannico The Drink Business, la soluzione, brillante, è stata trovata. Dal 25 l’erede di Roset e nuovo Chef de cave della meravigliosa Maison Charles Heidsieck, sarà Cyril Brun, che ha lavorato nel team di Régis Camus alla Piper-Heidsieck ed è stato collaboratore di Stephen Leroux alla Charles Heidsieck. Brun attualmente opera con Dominique Demarville alla Veuve Clicquot e, nativo di Aÿ, discende da una storica famiglia di viticoltori, négociant e tonnellier champenois ed è laureato in enologia.

Il commento di Cécile Bonnefond, la grande donna amministratrice delegato di Charles Heidsieck è eloquente: “dopo la tragica morte di Thierry Roset nell’ottobre 2014 siamo lieti di dare il benvenuto a Cyril come chef de caves. Con la sua esperienza e passione Cyril sarà in grado di proseguire l’eccezionale lavoro realizzato dai suoi predecessori”. Un commento che è storia di vita, esempio di uno stile, unico, inimitabile, denominato Champagne. Chapeau Mesdames et Messieurs!

Chapeau

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La Franciacorta si racconta negli States: nasce il blog Franciacorta the real story

Franciacortarealstory
Ottimo colpo di comunicazione per la/il Franciacorta, zona e prodotto leader nel variegato universo del metodo classico italiano, official sparkling wine dell’Expo 2015 con grandi ambizioni di crescita, per il 2015-2016, sui mercati esteri, dove, dati relativi al 2014, ha venduto 1.428.993 bottiglie ed è cresciuta del 9,2% (più 12,8% rispetto al 2013) con un prezzo medio di vendita che sale leggermente (1,1%)”.

Come annunciato dallo stesso wine writer & wine blogger, in questo post sul suo blog Do bianchi, considerato uno dei wine blog più seguiti negli States dedicati al vino italiano, “ born July 14, 1967, in Chicago, Illinois, and raised in La Jolla, California” e ora texano, Jeremy Parzen, ha ricevuto l’incarico dal Consorzio Franciacorta di condurre e animare il blog intitolato Franciacorta the real story, e come scrive Parzen stesso, “For the next eleven months, I’ll be blogging about Franciacorta regularly and leading a series of tastings for wine professionals across the U.S.”.

ZilianiParzenVinitaly

Una scelta impeccabile perché Parzen, che conosce perfettamente la lingua e la cultura del vino italiano (ha fatto i propri studi universitari di filologia in quel di Padova e ha mantenuto un incredibile accento veneto), viene in Italia spesso e oltre ad animare Do bianchi, e collaborare con un blog alla Houston Press, e fare un sacco di altre cose, condurre degustazioni, curare carte dei vini, ecc. ecc., ha maturato una ricca esperienza professionale di animatore di wine blog in inglese per diversi produttori italiani.

Ad esempio quello dell’azienda franciacortina Barone Pizzini, diretta dal vice presidente del Consorzio Franciacorta Silvano Brescianini – qui un recente post – quello del produttore di Asolo Prosecco Superiore Bele Casel (alias Luca Ferraro), quello del produttore di Brunello di Montalcino Il Poggione, Montalcino Report, o del produttore salentino Cantele. Parzen si occuperà inoltre della gestione di un account Twitter @classicmethod e di una pagina Facebook dedicati alla Franciacorta. Tra i primi post di Franciacorta the real story la cronaca di una degustazione del metodo classico tenutasi ad Houston dove Parzen vive.

Io-Rinoceronte

jeremy_parzen.Rinoceronte
Che dire di questa scelta se non che è stata ottima? Conosco personalmente Jeremy da diversi anni, nel settembre 2008 – leggete la cronaca e guardate le foto qui – organizzai per lui una visita con grande degustazione a Cà del Bosco, visita nel corso della quale gli presentai un personaggio che poi sarebbe diventato suo grande amico, e prima ancora fui per anni in corrispondenza con lui, poi lo accompagnai, fresco di nozze con Tracie, madre delle sue adorate bambine, Georgia P and Lila Jane, nelle Langhe. Quindi l’ho incontrato poi in diverse occasioni, al Vinitaly, in Valpolicella, a Brescia, quindi ebbi modo di invitarlo, ero io il responsabile degli inviti di wine writer & wine buyers, in un’edizione memorabile, era il 2011, in una bellissima manifestazione dedicata ai vini da vitigni autoctoni del Sud in Puglia. E abbiamo condotto insieme per alcuni anni un wine blog dedicato ai vini italiani, ora chiuso, denominato VinoWire. E ci piaceva scherzare e ironizzare (vedi le foto qui sopra) sui nostri gusti e disgusti per alcuni vini e… rinoceronti…
buone-festeVinoWire

Jeremy ha sempre dimostrato, come in questa intervista sul caso Brunellopoli, nel coordinare una mission di wine blogger Usa al Barbera Meeting 2010, grande professionalità, esperienza e conoscenza del vino italiano, un’indiscutibile capacità di gestire il proprio talento e di saperlo mettere a frutto.

Sono sicuro, e gli faccio, insieme a Lemillebolleblog e ai suoi molti lettori, gli auguri da lontano (non lo incontro più da alcuni anni, ma ci siamo parlati al telefono circa un mese fa..) che farà un’eccellente lavoro e che sarà il migliore dei wine blogger-ambasciatori possibile per la Franciacorta nei suoi States. Good luck Jeremy, good luck Franciacorta for you Usa mission.

Goodluck

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Brindisi Italiano, a base di Franciacorta, al Palazzo di Monaco

Brindisipresidenziali
E’ tutta una guerra, bollicinosa, di brindisi altolocati, quella scoppiata nel mondo del metodo classico italiano. E mentre le Cantine Ferrari di Trento, hanno piazzato il colpetto, del brindisi a base dei loro Trento Doc, del trio di “cariatidi”, pardon, alte cariche dello Stato, con tanto di ottime bollicine trentine servite in antiche e orripilanti e impratiche flute, in Franciacorta, dove non voglio essere a meno dei trentini – non sia mai – rispondono nientemeno che con un brindisi principesco.

E allora, come rivela in comunicato stampa, che ho tenuto un po’ a bagno maria, “in virtù dei legami storici che uniscono il Comune di Dolceacqua ed il Principato di Monaco suggellati con la visita di S.A.S Il Principe Alberto lo scorso anno, il Sindaco Fulvio Gazzola a nome della cittadinanza ha voluto inviare quale omaggio in occasione della presentazione ufficiale dei Piccoli Principi, il futuro erede al trono Jacques Honore Ranieri Marchese di Baux  e la gemella Gabriella Therese Marie Contessa di Carlades, due Jeroboam di Franciacorta in edizione speciale a loro dedicata.

Riccafanaregale

Il regalo è stato esposto nella Sala degli Specchi, su un tavolo adiacente al balcone da cui sono stati presentati i Principini.

Uno speciale brindisi tutto italiano per celebrare questo evento nello splendido Principato.

“E’ stata una piacevole sorpresa – dichiarano il titolare di Riccafana, Riccardo Fratus e l’agronomo winemaker Angelo Divittini– quando abbiamo accettato di fare questa Cuveè Speciale non immaginavamo di riuscire a dare al nome Franciacorta tanto lustro  in un anno, il 2015, che vedrà il Franciacorta gia’ protagonista all’EXPO.” Porca miseria, niente male, Franciacorta per i principini di Monaco, terra dove lo Champagne scorre a fiumi.

teresa

E l’Oltrepò Pavese? Pare, le trattative sono in corso, che forse la Teresa dei Legnanesi ostenterà una bottiglie di Cruasé in una rappresentazione dei loro immortali cavalli di battaglia teatrali che si terrà non si sa se a Broni, Casteggio o Montù Beccaria…

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